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    Predefinito Teoria dei Grandi Spazi e Scontro delle Civiltà.

    TRA SCHMITT E HUNTINGTON

    Teoria dei "Grandi spazi" e "Scontro delle civiltà"

    Un nuovo ordine mondiale pluralista?


    I

    La crisi del Nomos della Terra e la risposta delle Geopolitica

    La crisi del grande sistema di diritto internazionale moderno, il cosiddetto jus publicum europaeum, inizia a manifestarsi i tutta la sua profondità agli albori del secolo ventesimo, sotto l'influsso combinato di due processi apparentemente opposti, vale a dire, da un lato, l'estensione delle possibilità tecnologiche di sfruttamento e controllo dello spazio geofisico e dall'altra il progressivo restringimento, attraverso la moltiplicazione dello stabilimento di confini sempre più rigidi, dello spazio disponibile ad essere ordinato "politicamente" da parte degli attori statuali che guidavano tale processo.

    E' in quest'ambito possiamo leggere il tentativo di Carl Schmitt di fondare una teoria dei "grandi spazi" geo-politici e geo-giuridici, abbozzata in vari scritti tra gli anni trenta e quaranta, ripresa in seguito in vari saggi, e culminata nella monumentale sintesi de "IL NOMOS DELLA TERRA" del 1950.

    Si tratta di una soluzione teorico pratica elaborata per tentare di salvare quantomeno alcuni degli essentials del declinante modello giuspolitico westfaliano.

    Essa infatti si poneva in alternativa tanto al già tramontante concetto di assetto internazionale basato sulla compresenza di plurime sovranità assolute e reciprocamente esclusive, che aveva conosciuto il suo massimo fulgore tra XVIII e XIX secolo, quanto ai nuovi universalismi ideologici: quello di matrice wilsoniana, che quelle sovranità voleva integrare in un circuito di istituzioni internazionali di stampo liberale; e quello di marca marxista-leninista, che quelle stesse sovranità voleva invece estinguere sulla base di un processo dialettico di rivoluzione mondiale.

    In questo contesto, la ricerca schmittiana, che si articolerà in una serie di interventi episodici e a volte trasversali rispetto alle tematiche affrontate direttamente nel corpus delle analisi del pensatore tedesco, si collega strettamente ad alcune matrici culturali e correnti disciplinari tipiche del periodo tra le due guerre, prima tra tutte la riflessione sui rapporti tra potere politico, stato e spazio geografico che prende il nome di Geopolitica.

    Il pensiero geopolitico rappresenta infatti una risposta teorica, ma soprattutto pratica alla definitiva dilatazione quantitativa degli spazi geografici e alla loro, concomitante e progressiva, chiusura.

    Risposta che, nelle sue varianti principali, anglosassone e tedesca, non si mai configura come totalmente innovativa rispetto all'organizzazione di fondo dei rapporti tra le entità politiche coinvolte.

    Sia che parta, come nella scuola tedesca, da una concezione biologica ed evoluzionistica dei processi si formazione e sviluppo degli Stati in quanto attori principali della politica mondiale, sia che si adoperi per la costruzione di modelli di spiegazione del comportamento e delle interazioni tra le potenze incrociando dati geografici e dati storici, come nella sua variante anglosassone, la geopolitica persegue una forma di adattamento e rielaborazione delle categorie fondamentali (il nomos, per usare un termine schmittiano, appunto) del paradigma wesfaliano classico, quali ad esempio l'idea di Stato come soggetto di diritto internazionale, di volontarismo come base delle fonti, nonché dei codici formali e materiali che regolano la condotta diplomatica in pace e guerra, il concetto stesso di Balance of Power (Equilibrio di potenza), in grado di salvaguardarne l'efficacia entro i mutati scenari, ora autenticamente globali, delle relazioni tra stati.

    II

    L'ipotesi dei "Grandi Spazi" tra effettività e legittimità

    Anche la teoria schmittiana del "Grossraum", che epistemicamente si colloca nell'ambito della riflessione filosofico giuridica più che nel campo della geopolitica propriamente detta, nasce al fondo come tentativo di salvaguardare le caratteristiche essenziali del modello westfaliano.

    Si tratta di una delle risposte che il nostro autore articola alla crisi profonda dello Stato come costruzione fondamentale della modernità politica.

    È una risposta che fa il paio con il suo tentativo di tratteggiarne un rinnovamento anche sul piano dell'organizzazione costituzionale e materiale interna, attraverso l'approntamento di un modello decisionista, che superi ed integri quelle che sono percepite come le aporie dello stato liberale classico, sottoposto alle pressioni della sempre più incipiente massificazione sociale, culturale e tecnologica.

    A guidare il giurista tedesco de "IL CONCETTO DI POLITICO" è il problema della resistenza alla spinta complessiva all' "unità del mondo", (cfr l'omonimo saggio del 1956) sotto l'azione inesorabile delle forze della tecnologia e dell'economia accoppiate ed intrecciate, che agiscono nel profondo delle dinamiche della storia mondiale. Il tentativo è quello di definire il "Grande Spazio" come una categoria giuridico-politica su cui incardinare il rinnovamento del grande nomos wesfaliano decadente. (si veda in particolare il saggio del 1939 "IL CONCETTO DI IMPERO NEL DIRITTO INTERNAZIONALE. ORDINAMENTO DEI GRANDI SPAZI CON ESCLUSIONE DELLE POTENZE ESTRANEE")

    L'idea di base è che un "Grande Spazio" tenda a formarsi e ad operare effettivamente anche come principio normativo/nomotetico quando un attore statuale, sviluppando una potenza (che al tempo stesso militare, economica, demografica, culturale…) eccedente e non trovando limitazioni esteriori efficaci (e, soprattutto, effettive…), inizia ad aggregare a sé altri stati/entità politiche organizzate, con i quali instaura una serie di relazioni improntate a forme miste di egemonia, dominio, supremazia e controllo.

    Dietro tale definizione è possibile riconoscere l'influenza della teoria delle "panidee-panregioni" articolata dal massimo esponente della geopolitica tedesca Karl Haushofer. Nella sua prospettiva, le Panregioni costituiscono dei macrosistemi geopolitici che superano la pura e semplice ripartizione confinaria della superficie terrestre, mentre le Panidee incarnerebbero i principi unificanti e aggregativi, di carattere sociale, economico e culturale, che agglomerano queste entità politiche in insiemi politicamente ordinati e legati tra loro da relazioni interne di varia natura.

    Partendo da questi presupposti, individuata nella nascita "naturale" dei "Grandi Spazi" lo sviluppo ineludibile delle tendenze della modernità, il problema per Carl Schmitt diventa quello di approntare un ordinamento giuridico effettivamente capace di svolgere la propria funzione, vale a dire garantire la pace o, quanto meno, ridurre e ritualizzare il più possibile il conflitto.

    Alla base di questa ricerca Schmitt pone la propria interpretazione della dottrina di Monroe del 1823. Ad un livello più generale, essa viene interpretata come manifesto della nuova indipendenza politica della ex colonie del nuovo mondo, come negazione dei principi del colonialismo europeo, nonché, su un piano più teorico, come manifestazione consolidata del concetto di parità e di non ingerenza nei rapporti internazionali tra entità sovrane.

    Analizzandone le sue evoluzioni, i suoi corollari e le sue applicazioni pratiche, Schmitt ne coglie però anche la valenza fondativa di una nuova idea di organizzazione dello spazio geopolitico e giuridico americano, che tende a riflettersi con effetti dirompenti sull'organizzazione complessiva del sistema globale e sul funzionamento delle regole westfaliane classiche, configurando strutturalmente la visione di un grande spazio, dominato da un attore egemonico che ne organizza le relazioni e le strutture secondo quelle che sono le sue priorità, i suoi interessi e le sue concezioni culturali ed ideologiche.

    Ecco che allora vengono formalizzati due principi sostanzialmente nuovi e biunivoci e posti su un piano che, da puramente effettuale, tende a divenire giuridico/normativo:

    • il principio di non ingerenza di una potenza nella sfera d'azione spaziale e geografica di un'altra potenza, sfera che quindi tende ad essere riconosciuta non solo come un dato di fatto ancorato a condizioni di mera effettività, ma anche dotata di una sua "legittimità" formale e legale.

    • (elemento ancora più rilevante) il diritto pieno, e spesso formalizzato da appositi accordi e trattati, di intervento della stessa potenza all'interno della sua sfera di influenza.


    E' da questi dati che secondo Schmitt bisogna partire per tentare di pensare un nuovo Nomos della Terra.

    Il Grossraum si configura allora come la proiezione in chiave esterna delle categorie approntate da Schmitt nella cosiddetta "teoria dell'ordinamento concreto", alla quale spettava il compito di fronteggiare la progressiva decadenza dello Stato come soggetto sovrano e come principio organizzatore dell'ordinamento internazionale.

    È una crisi profonda, la quale investe la dottrina europea del diritto internazionale che, secondo l'analisi di Schmitt:

    "(…) senza alcun senso critico e nell'assenza più totale di presentimenti, ha perduto verso la fine del XIX secolo la coscienza della struttura spaziale del proprio ordinamento fino ad allora vigente. Essa ha creduto nel più ingenuo dei modi che il processo di universalizzazione che diventava sempre più esteso, sempre più esteriore e sempre più superficiale fosse una vittoria del diritto internazionale europeo. La destituzione dell'Europa da centro della terra, nel diritto internazionale, fu scambiata da questa dottrina per un'elevazione dell'Europa a punto centrale della terra." (Carl Schmitt "Il nomos della terra" Adelphi 1998)

    In questo senso, il Grossraum diventa la cellula base di un nuovo modello di ordine, e soprattutto di ordinamento internazionale, strutturato su una pluralità di "Grandi Spazi", a loro volta articolati in una molteplicità di attori (stati nazionali, aggregazioni confederali ecc.) integrati attorno ad una potenza dominante che esercita la sua supremazia sul Grande Spazio, divenendone al tempo stesso il garante e il protettore.

    È in quest'ottica che Schmitt recupera la categoria di "Reich-Impero", privandola comunque di ogni risonanza di carattere "mistico-mitico-provvidenziale", a vantaggio di un'accezione puramente giuridico-politica, che permette di distinguere, quanto meno sul piano analitico, l'elaborazione schmittiana dalle speculazioni naziste sul Lebensraum-Spazio Vitale.

    Si schiude cosi la possibilità di ripensare, sulla base di una serie multidimensionale di assi relazionali (tra Grandi Spazi, innanzitutto, e poi tra gli Imperi che guidano i grandi spazi, tra i soggetti politici costituenti un Grande Spazio, e poi tra soggetti appartenenti a Grandi Spazi differenti), la struttura portante del Nomos globale

    Un Nomos in grado di salvaguardare la differenza e la specificità delle molteplici formazioni sociali e politiche affacciate alla ribalta mondiale, e dei principi costituivi di civiltà e cultura da esse incarnati, ormai sempre più strettamente avvinte dalla rete della tecnica e dell'economia, che ha portato agli estremi limiti del suo significato quella "rivoluzione spaziale planetaria" iniziata agli albori dell'età moderna con le grandi scoperte geografiche e dalla quale rivoluzione, per altro, si è originata proprio l'impalcatura di norme e valori che ora entra in crisi (cfr "TERRA E MARE. UNA RIFLESSIONE SULLA STORIA DEL MONDO" del 1942).

    III

    Un mondo a più civiltà

    Abbandoniamo per un attimo ora il filo dell'analisi schmittiana per introdurre il secondo elemento che vorremmo mettere in discussione in questa sede, vale a dire la proposta avanzata verso la metà degli anni '90 dal professor Samuel Huntington di un modello di analisi delle Relazioni Internazionali post guerra fredda in termini di "scontro delle civiltà".

    È noto che il punto nodale della costruzione di Huntington ruota attorno alla nozione di "Civiltà". Benché non eccessivamente rigorosa nella sua costruzione come concetto operativo, la nozione che ne emerge in "THE CLASH OF CIVILIZATIONS" la identifica sostanzialmente come un'area/spazio geopolitico caratterizzato e caratterizzabile in termini di relativamente comuni ed omogenei fattori, quali:

    • visione del mondo


    • cultura intellettuale e materiale


    • consuetudini, usi, linguaggi


    • strutture politiche, economiche e sociali


    Senza addentrarci nel dibattito sulla valenza euristica della tesi di Huntington, per quel che ci riguarda ci accontenteremo di definirla una proposta di approccio di analisi e di organizzazione dei dati empirici relativi al sistema globale, ci soffermeremo soprattutto sull'impressionante coincidenza di alcune conclusioni prescrittive e prudenziali con la teoria Schmittiana della riorganizzazione del sistema internazionale sulla base dei "Grandi Spazi".

    Innanzitutto, dopo essersi soffermato sulla nozione generale di civiltà, sulle caratteristiche principali delle civiltà che, secondo il suo fuoco di analisi, si vanno affermando sul pianeta e sulle dinamiche interne di alcune di esse (vale a dire la civiltà ortodossa, la civiltà islamica e quella sinico-confuciana, che, secondo Huntington, costituiscono le più immediate possibili sfidanti della civiltà occidentale), Huntington elabora una prima definizione di "ordine mondiale a più civiltà" basata sulla nozione di "stato guida".

    Esso altro non è che una potenza egemone che, all'interno del proprio sottosistema, struttura, secondo le modalità e le prassi tipiche della propria cultura e civiltà, le regole e i flussi di relazione tra le entità politiche che a quel sottosistema afferiscono.

    In questo senso, la visione di Huntington sottende un ordine internazionale assolutamente pluralista e frammentato, composto appunto da un pluralità di sottosistemi-civiltà che si interconnettono in un unico macrosistema internazionale attraverso l'azione dei rispettivi stati guida.

    Nel mondo emergente, il concetto di potenza globale è ormai obsoleto, il villaggio globale è un sogno. Nessun paese, neanche gli Stati Uniti, vanta significativi interessi di sicurezza su scala globale (questo era probabilmente vero prima dell'11 settembre 2001 N.d.R.). Gli elementi costitutivi dell'ordine internazionale in un mondo complesso ed eterogeneo come quello odierno vanno individuati all'interno delle singole civiltà e nelle interazioni tra esse. Il mondo sarà ordinato per civiltà o non lo sarà affatto. Al suo interno, gli stati guida delle diverse civiltà prendono il posto delle superpotenze, si ergono a tutori dell'ordine all'interno delle rispettive civiltà, nonché, mediante negoziati con gli altri stati guida, nei rapporti con esse. (Samuel Huntington "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale" Garzanti 1997).

    Il modello di ordine prefigurato risulta per certi aspetti simile a quello vigente all'epoca della guerra fredda, e articolato sui principi operativi delle cosiddette "Sfere di influenza", quindi di carattere marcatamente asimmetrico ed egemonico/gerarchico per quanto riguarda gli assetti interni di ogni sfera, ma moltiplicato per il numero delle civiltà emergenti nel contesto mondiale (almeno 8, anche se quello su cui il politologo statunitense si concentra maggiormente sono appunto quella occidentale, quella ortodossa, quella islamica e quella sinico-confuciana). Un modello multipolare, dunque, che prelude alla totale e completa frantumazione di un possibile spazio planetario unificato da un set operativo di regole normative comuni e condivise, e che risulta invece frazionato lungo plurime e stratificate "linee di faglia", vale a dire quelle aree geopolitiche del globo dove le varie civiltà vengono a contatto.

    Nello sviluppo del suo approccio di analisi, è interessante notare che Huntington, quando torna ad occuparsi degli assetti complessivi di un ordine mondiale basato sulle civiltà, lo fa enunciando alcune regole a cui gli stati guida dovrebbero attenersi per scongiurare il rischio di conflitti su scala planetaria:

    • la regola dell'astensione "secondo la quale gli stati guida si astengono dall'intervenire in conflitti interni alle altre civiltà"


    • la regola delle mediazione congiunta "secondo cui gli stati guida negoziano gli uni con gli altri al fine di contenere o porre fine alle guerre di comunità tra stati o gruppi appartenenti alle rispettive civiltà" lungo le linee di faglia.


    Ora, è degno di nota che la prima regola operativa traduce quasi alla lettera il principio di non ingerenza identificato da Schmitt come pilastro costitutivo della sfera di operatività del "Grossraum". Il concetto di "Civiltà" si colora così di un forte connotato geopolitico, che proprio per questo la rende affine alla nozione schmittiana di "Grande Spazio" concettualizzato sulla base del principi dell'ordinamento concreto. È infatti abbastanza evidente che ogni civiltà ha un profondo radicamento "spaziale" che ne influenza la natura essenziale, oltre che la struttura e le relazioni tra i soggetti che la compongono, e ne legittima in qualche modo la sussistenza come "spazio politico" dotato di un proprio assetto/ordine interno.

    D'altronde, anche la seconda regola, mirante a contenere e limitare le possibili turbolenze e le frizioni tra soggetti (stati, comunità, gruppi etnici…) appartenenti civiltà differenti attraverso l'azione preventiva degli stati guida, echeggia alcune considerazioni svolte da Carl Schmitt:

    (…)Ciò implica la possibilità di un equilibrio di forze, un equilibrio di vari grandi spazi, che creino tra loro un nuovo diritto delle genti, ad un nuovo livello, e con dimensioni nuove, però, nello stesso tempo, dotato di certe analogie con il diritto delle genti europee dei secoli XVIII e XIX, che pure si basava su un equilibrio di potenze grazie al quale si conservava la sua struttura. Anche lo ius publicum europaeum implicava una unità del mondo. Era un'unità eurocentrica; non era il potere politico di un unico padrone di questo mondo, ma di una formazione pluralista e un equilibrio di varie forze. I numeri dispari (tre, cinque, ecc.) sono qui preferiti rispetto ai pari, perché rendono meglio possibile l'equilibrio. È molto probabile che l'attuale dualità (il riferimento è al bipolarismo scaturito dal termine della II Guerra Mondiale N.d.R.) del mondo sia più vicina ad una pluralità che all'unità definitiva, e che siano troppo affrettati i pronostici e le combinazioni dell'one world.

    (Carl Schmitt "L'unità del mondo" 1951).

    Si riflette chiaramente in queste righe la preoccupazione seminale che pare percorrere tutta l'opera dello Schmitt "internazionalista", impegnato a salvaguardare una qualche possibilità di ordine e di ordinamento internazionale dotato di una seppur minima e minimale legittimità normativa, in un contesto mondiale sempre più frammentato e percorso da istanze di radicale mutazione e rigetto dell'esistente.

    Questo tentativo passa per l'adattamento e la trasfigurazione delle categorie classiche che in epoca moderna quell'ordine e quell'ordinamento consentivano e sostenevano, quali appunto l'Equilibrio delle forze" come prerequisito ineludibile per ogni possibilità del "Diritto delle genti" di operare.

    Huntington parrebbe pervenire a soluzioni sostanzialmente omologhe, pur muovendo approccio di carattere sociologico e politologico più puro, quindi minimamente interessato alle questioni di coerenza formale e logica che permeano il ragionamento del giurista Schmitt (pur essendo questi un veemente sostenitore della "decisione" come fonte e base concreta di sussistenza di ogni ordinamento).

    IV

    Conclusioni provvisorie

    Resta da rilevare un ultimo aspetto. E cioè che entrambe queste declinazioni analitiche delle prospettive di riassetto ed evoluzione del sistema delle relazioni politico-giuridiche internazionali, si pongono in netta antitesi con le linee teoriche ed operative che guidano l'azione della "Lonely Superpower" statunitense nella riedificazione dell'ordine mondiale post bipolare.

    Si tratta di un'azione elaborata su una matrice ideologico-teorica, che Hedely Bull definiva propria dei cosiddetti "western globalists", la quale rimanda ad un concetto di assimilazione e unificazione dello spazio geopolitico e geogiuridico globale nel nome di una sempre maggiore diffusione e di un sempre più profondo radicamento di prassi, processi, istituzioni e modelli culturali di stampo occidentale, per fare appunto del mondo intero un vero e proprio "Grande Spazio" unificato e sottoposto ad una sostanziale supremazia unilaterale occidentale, o meglio ancora, degli Stati Uniti in quanto Stato Guida della civiltà occidentale, adoperandosi così per strutturare una sorta di "Dottrina di Monroe" su scala planetaria

    Il nucleo del progetto "imperiale" statunitense, passa da qui. Dalla riuscita o meno di una complessa operazione che agendo su più livelli e più ambiti, combina corsi e linee d'azione politica, economica, militare, che attengono, per così dire alla sfera materiale del "dominio", e processi, collocati nell'area immateriale dell'"egemonia", di diffusione, legittimazione, accettazione ed organizzazione del consenso rispetto ai propri interessi, alle proprie priorità e ai propri valori.

    La prima conseguenza, sotto gli occhi di tutti in maniera addirittura palese negli ultimi cinque anni, è la sistematica azione di ridefinizione dei tratti essenziali dell'ordinamento internazionale per quanto riguarda, ad esempio, l'uso della forza, ridefinizione che passa attraverso il recupero di tratti realmente "medievali/premoderni/imperiali" nella ridistribuzione delle facoltà di utilizzare la coercizione armata.

    Infatti, perché un sistema normativo internazionale possa esercitare effetti di ritualizzazione e di contenimento dell'uso della forza - di una sua sottomissione a procedure predeterminate e a regole generali - la condizione è che nessun soggetto dell'ordinamento possa, grazie alla sua potenza soverchiante, considerarsi ed essere considerato dalla comunità internazionale legibus solutus.

    In effetti, la reductio ad unum totale, e per certi versi totalitaria, sottesa all'idea di un'egemonia imperiale globale e la pluralità coordinata di un sistema basato su di un set, più o meno minimale, di regole costruite e condivise partendo da un piano di parità e reciprocità, tendono a negarsi a vicenda, radicandosi in due macrovisioni paradigmatiche diametralmente opposte ed incarnandosi in forze contrastanti che vengono a scontrarsi, in forme e modi non sempre cruenti e spettacolari, pressoché quotidianamente sullo scacchiere globale

    Quale delle due sia destinata ad imporsi, è probabilmente prematuro per dirlo.

    TRA SCHMITT E HUNTINGTON. Teoria dei Grandi Spazi e Scontro delle Civiltà. Un nuovo ordine mondiale pluralista? | Neteditor - Scrivere e Pubblicare Online


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 16-01-10 alle 16:00

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    TRA SCHMITT E HUNTINGTON

    Teoria dei "Grandi spazi" e "Scontro delle civiltà"

    Un nuovo ordine mondiale pluralista?
    Ma come quando lo diciamo "noi" siamo etichettati come terzomondisti!

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    Citazione Originariamente Scritto da JnanaTapas Visualizza Messaggio
    Ma come quando lo diciamo "noi" siamo etichettati come terzomondisti!
    "Voi" chi? Quelli che cianciano di Huntington e clash of civilizations senza averlo letto? Quelli che difendono l'immigrazione afro-maghrebina e non fanno altro che stigmatizzare l'anti-islamismo e l'anti-immigrazionismo?
    Francamente hai mai visto il sottoscritto in passato auspicare un mondo unico cosmopolita egemonizzato politicamente dagli U.S.A. ed economicamente dalle multinazionali?
    Invece noi tante volte abbiamo visto "eurasiatisti" sedicenti tali che elogiavano profusamente ogni manifestazione identitaria e di potenza del Terzo mondo arrivando a giusticare l'immigrazione e il trionfo dell'islam in Europa, nell'ambito d'un odio sgangherato contro la nostra civiltà.
    Bisogna (anche) rendersi conto che (anche) l'immigrazione e l'islamizzazione di popolamento costituiscono un'invasione da combattere a tutti gli effetti, esse vanno a costituire un'intrusione estranea nel nostro territorio - spazio vitale.
    Ed è l'ora di finirla con l'esotismo e partire da un sano eurocentrismo. A nostro avviso. Tutto qui.

    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 16-01-10 alle 19:06

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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    "Voi" chi?
    Quelli che da anni parlano di mondo multipolare. iaociao:

    Non credo proprio che il CPE difenda l'immigrazione afro-magrebina.
    Ultima modifica di José Frasquelo; 16-01-10 alle 19:10

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da JnanaTapas Visualizza Messaggio
    Quelli che da anni parlano di mondo multipolare. iaociao:

    Non credo proprio che il CPE difenda l'immigrazione afro-magrebina.
    E non crederlo...

    carlomartello

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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    E non crederlo...

    carlomartello
    Senti, ma parli per sentito dire o per cognizione di causa? Facciamola finita su..

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da JnanaTapas Visualizza Messaggio
    Senti, ma parli per sentito dire o per cognizione di causa? Facciamola finita su..
    Guarda che basta andare su uno dei siti per trovare la solita propaganda filo-islamica e pro-moschee. Cosa c'entra questa roba con i Grandi Spazi...l'immigrazione massiccia e di popolamento islamica e afroasiatica in Europa costituisce una violazione del nostro spazio europeo fino a prova contraria.

    carlomartello

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Guarda che basta andare su uno dei siti per trovare la solita propaganda filo-islamica e pro-moschee. Cosa c'entra questa roba con i Grandi Spazi...l'immigrazione massiccia e di popolamento islamica e afroasiatica in Europa costituisce una violazione del nostro spazio europeo fino a prova contraria.

    carlomartello
    Se tu confondi la questione religiosa con quella immigratoria, la colpa non è nostra.

  9. #9
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    Schmitt comunque era un genio.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Teoria dei Grandi Spazi e Scontro delle Civiltà.

    Guardavo la lista di libri che dovrei comprare al terzo anno di università - se riesco ad arrivarci Nella sezione Relazioni Internazionali c'era Il Nomos della Terra di Carl Schmitt e Lo Scontro delle Civiltà di Hungtington.

 

 

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