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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    CAPITOLO XI. http://utenti.lycos.it/Armeria/delass11_PII.html


    PRESENTIMENTI - PROFEZIE

    Abbiamo udito, o udiremo, Pio IX, Leone XIII e Pio X, de Maistre e de Bonald, Donoso Cortes e de Saint-Bonnet, annunciare, pel nostro tempo, un intervento divino straordinario. Quanti altri nomi si potrebbero aggiungere a questi nomi illustri, la cui autorità s'impone ... !

    Prima d'andar avanti, è necessario esaminare l'autorità che si deve concedere a questi presentimenti o a queste previsioni.

    Nelle Soirées de Saint-Pétersbourg, de Maistre ha fatto tenere questo linguaggio al Senatore (russo): "Signori, noi dobbiamo occuparci più che mai di queste alte speculazioni, poiché fa d'uopo tenerci pronti ad un avvenimento straordinario nell'ordine divino, verso il quale camminiamo con moto accelerato, che deve riempire di stupore tutti gli osservatori. Non havvi più religione sulla terra: il genere umano non può rimanere in questo stato. D'altra parte oracoli formidabili annunziano che i tempi sono arrivati. Molti teologi, anche cattolici, hanno creduto che fatti di prim'ordine e poco lontani fossero annunziati nella rivelazione di S. Giovanni ... Uno di questi scrittori giunse fino a dire, che l'avvenimento era già incominciato, e che la nazione francese dovea essere il grande strumento della massima delle rivoluzioni. Non evvi forse un uomo religioso in Europa (parlo della classe istruita) che non aspetti in questo momento qualche cosa di straordinario; or, ditemi, Signori, credete voi che questo accordo di tutti gli uomini possa essere disprezzato? Non è questo un grido rivelatore di grandi cose?"

    Il Senatore ricorda i presentimenti che furono espressi presso i pagani, negli anni che precedettero la venuta del divin Salvatore. Egli continua:

    "Il materialismo che imbratta la filosofia del nostro secolo, gl'impedisce di vedere che la dottrina degli spiriti, e specialmente quella dello spirito profetico, è più che credibile in se stessa, e, di più, la meglio sostenuta dalla tradizione più universale e la più imponente che mai. Pensate voi che gli antichi si sieno tutti accordati a credere che la virtù divinatoria o profetica sia un appannaggio innato dell'uomo? (In nota, molte opere da consultarsi). Ciò non è possibile. Mai un individuo, ed a più forte ragione, una classe intiera d'individui, potrebbe manifestare generalmente ed invariabilmente una inclinazione contraria alla propria natura. Ora, siccome l'eterna malattia dell'uomo è di penetrare nell'avvenire, quest'è una prova certa ch'egli ha dei diritti su questo avvenire, e che ha dei mezzi per conseguirlo, almeno in certe circostanze ...

    "Se voi mi chiedete che cosa è questo spirito profetico, io vi risponderò che non accaddero mai nel mondo grandi avvenimenti che non sieno stati in qualche modo predetti. Machiavelli, è il primo uomo, per quanto io sappia, che abbia messa innanzi questa proposizione; ma se vi riflettete, voi stesso, troverete che l'attenzione di questo pio scrittore è giustificata dalla storia. Ne avete un ultimo esempio nella Rivoluzione francese, predetta in tutte le sue circostanze e nel modo il più incontestabile ... Perché non volete che avvenga oggi lo stesso? L'universo è nell'aspettazione. Come disprezzeremo noi questa grande persuasione? E con qual diritto condanneremo noi gli uomini che, avvertiti da questi segni divini, si dedicano a sapienti ricerche? ... Poiché da tutte le parti una moltitudine di esseri grida ad una voce: Venite, Signore, venite! Perché biasimerete voi gli uomini che si slanciano in questo avvenire misterioso, e si fanno una gloria di congetturarlo? ...

    "Dio parlò una prima volta agli uomini sul Monte Sinai, e quella Rivelazione fu circoscritta, per ragioni che noi ignoriamo, entro i confini angusti di un sol popolo e di un sol paese. Dopo quindici secoli, una seconda Rivelazione è stata fatta a tutti gli uomini senza distinzione, ed è quella che noi godiamo; ma l'universalità della sua azione doveva pur ancora essere grandemente ristretta dalle circostanze di tempo e di luogo. Altri quindici secoli doveano trascorrere prima che l'America vedesse la luce; e le sue vaste contrade contengono ancora una quantità di orde selvaggie, si estranee al gran beneficio, da far quasi credere che ne sieno escluse per natura, in virtù di qualche anatema primitivo ed inesplicabile. Il gran Lama ha più sudditi spirituali che il Papa; il Bengala conta settanta milioni di abitanti, la Cina ne conta duecento, il Giappone venticinque o trenta. Considerate ancora quegli arcipelaghi immensi del Grande Oceano che formano al giorno d'oggi una quinta parte del mondo.

    "I vostri missionarii hanno, senza dubbio, fatto meravigliosi sforzi per annunziare il Vangelo in alcune di quelle contrade, ma con qual successo?(1) Quante miriadi d'uomini esistono, a cui non perverrà mai la buona novella! La scimitarra dei figli d'Ismaele non ha scacciato quasi intieramente il cristianesimo dall'Africa e dall'Asia? E infine nella nostra Europa, quale spettacolo si offre all'occhio religioso? Il cristianesimo è radicalmente distrutto in tutti i paesi sottomessi alla riforma insensata del secolo XVI, ed anche nei vostri paesi cattolici, sembra non esista che di nome ... Qual odio da una parte e dall'altra, qual prodigiosa indifferenza in mezzo a voi per la religione, e per tutto ciò che ad essa si riferisce! Quale scatenamento di tutti i poteri cattolici contro il capo della vostra religione! A quale estremo l'invasione generale dei vostri principi non ha ridotto presso di voi l'ordine sacerdotale! Lo spirito pubblico che li ispira, o li invita, s'è rivolto interamente contro questo ordine. È una congiura, è una specie di furore ...

    "D'altra parte, esaminate voi stessi senza pregiudizi, e sentirete che il vostro potere vi sfugge; voi non avete più quella coscienza della forza che sì spesso ricomparisce sotto la penna di Omero, quando vuol renderci sensibile la grandezza del coraggio. Voi non avete più eroi, non osate più nulla, e tutto si osa contro di voi. Contemplate questo lugubre quadro, aggiungetevi l'aspettazione degli uomini distinti, e vedrete se gl'illuminati han torto d'intravedere come più o meno prossima una terza manifestazione della onnipotente Bontà in favore del genere umano. Io non finirei più se volessi raccogliere tutte le prove che concorrono a giustificare questa grande aspettazione".(2)

    Il conte, cioè G. de Maistre, dopo di aver rettificato talune delle parole del Senatore, dice: "Voi aspettate un grande avvenimento: sapete che su questo punto, io sono interamente del vostro avviso, e mi sono spiegato abbastanza chiaramente in una delle nostre prime conversazioni".

    Ai presentimenti degli uomini superiori, fa mestieri aggiungere le profezie dei santi, o delle persone che parvero favorite del dono della profezia.

    Negli anni trascorsi tra il 1870 e 1880, le profezie sono cadute in completo discredito. È mestieri abbandonarsi ciecamente a questo movimento d'opinione?

    La Chiesa di Dio, perché è sempre santa, sarà sempre provveduta di doni divini, particolarmente dei miracoli e delle profezie, che sono pel mondo le testimonianze autentiche che Dio è sempre con lei. "Il nostro secolo, ha detto Mons. Roess, vescovo di Strasburgo, ha specialmente bisogno di sapere che Dio dirige tutti gli avvenimenti di questo mondo per mezzo della sua divina Provvidenza, e che se vuole far ben conoscere i suoi disegni all'umanità, li rivela alle anime umili". E monsignor Vibert, vescovo di S. Giovanni di Maurienne: "Dio prova con queste profezie, che tutto è sottomesso al suo governo, e, perché la prova sia più completa, egli si serve, quasi sempre, per annunziare i più grandi avvenimenti, di coloro che sono piccoli e senza valore nell'opinione del mondo: Revelasti ea parvulis". Mons. Marinelli, vescovo di Syra. dice da parte sua: "Nell'immenso amore che Dio porta alla sua Chiesa, opera delle sue mani, ed agli uomini, i quali quasi sempre son ingrati, ma che nondimeno sono sue creature, egli si è degnato di predire ed annunciare ai mortali, per la bocca de' suoi profeti, fin dall'origine del mondo e nell'Antico Testamento, vera figura e tipo della sua Chiesa nel Nuovo Testamento, le vicessitudini della santa Chiesa, le tribolazioni ed i mali che in tutte le epoche e sopratutto verso la fine dei tempi, doveano colpire ed opprimere il mondo, affine di tenere gli uomini in sull'avviso contro Satana ed i suoi emissari, e disporli a prevenire, nella penitenza e nell'umiltà, i colpi della Giustizia divina sospesi sul capo dei malvagi. Quindi per una particolare provvidenza Dio ha voluto far precedere, in ogni tempo, le grandi catastrofi del mondo e le grandi tribolazioni della Chiesa, da segni precursori e da predizioni, perché i colpi preveduti, riescano meno terribili a sopportare, dice S. Gregorio Magno".

    Dio usò particolarmente questa misericordia nel nostro tempo. Mai forse si ebbero tante profezie. Perché sono cadute in tanto discredito ? Appunto per l'abuso che se ne è fatto.

    Vi sono stati i venditori del Tempio, che hanno guadagnato denaro con quelle che essi inventavano. Molte volte abbiamo dovuto segnalarli nella Semaine religieuse e stigmatizzare questo traffico sacrilego.

    Vi sono stati anche degli interpreti. Essi hanno voluto determinare i tempi e i tempi non risposero alla loro determinazione. I loro calcoli mancavano di base. Le profezie sulle quali li appoggiavano non hanno la consistenza che dovrebbero avere per permettere di stabilire delle previsioni serie e precise. Tramandate assai di sovente di bocca in bocca prima d'essere state rese stabili per iscritto, subirono delle alterazioni, delle trasposizioni, sebbene non offrano un terreno solido a quelli che vogliono determinare i tempi e i momenti fissati dalla sapienza eterna, sia alla giustizia, sia alla misericordia.

    Fa d'uopo aggiungere che, anche nelle profezie indubbiamente rivelate e conservate nella loro autenticità, Dio ha sempre lasciato dei lati oscuri che non furono rischiarati se non dagli avvenimenti, e dei problemi la cui soluzione dipende dal libero arbitrio dell'uomo. La è così anche delle profezie evangeliche.

    Infine, nello studio delle profezie, bisogna comprendere che Colui che le ha fatte ha dinanzi a sé tutta l'estensione dei secoli. "L'impazienza è ben naturale a noi - dice Giuseppe de Maistre - poiché soffriamo; ma fa di mestieri essere abbastanza filosofi per vincere i primi movimenti. I minuti degli imperi sono gli anni dell'uomo: noi dunque che non viviamo se non poco più di ottanta minuti, dai quali bisogna detrarne dieci per la infanzia e dieci per la vecchiaia, subito che una calamità dura, per es., venti minuti, noi diciamo: è finito".

    Limitandosi a ciò che riguarda la Francia, a ciascuna delle nostre rivoluzioni quelli che se ne son fatti gl'interpreti, le hanno sollecitate per farle parlare secondo le loro idee e far loro annunciare quello che desideravano.

    Nemmeno il degnissimo ab. Richaudeau si è potuto sottrarre alla tentazione di determinare. Nell'articolo necrologico che gli consacrò la Semaine religieuse di Blois, è detto che, sollecitato da tutte le parti, nel 1870, egli pubblicò la Profezia di Blois "accompagnandola da schiarimenti". "Noi crediamo - dice la Semaine - che sarebbe stato più logico di lasciar intatto il testo conservato dalla tradizione senza cercare di metterlo in rapporto diretto e forzato cogli avvenimenti che minacciavano o con quelli che erano accaduti. In questo argomento, crediamo noi, certe considerazioni imponevano al dotto limosiniere una parte esclusivamente passiva, che dovea limitarsi al visto d'un testimonio, la cui missione naturale era di affermare l'esistenza di questa tradizione. La prudenza esigeva si evitassero interpretazioni particolari che erano fatalmente arrischiate, ed esponevano l'elemosiniere a disdirsi un momento o l'altro. Era naturale di lasciare all'avvenire la cura di giustificare questa tradizione del monastero di Blois". Niente di più saggio, ma nulla fu peggio osservato, non solamente dall'abate Richaudeau, ma si può dire da tutti gli editori di profezie.

    Le ingiurie che così sono loro state fatte, non impediscono affatto che non esistano. Per non parlare che di quella di cui qui si tratta, la Semaine di Blois, afferma in questi termini la sua autenticità: "La profezia di Blois è stata fatta nel 1804. Conservata per tradizione nell'interno del convento, essa fu primieramente una serie di confidenze fatte da una suor Marianna, pia portinaia del monastero, e che era stata favorita di grazie singolari. Queste confidenze erano state comunicate alla madre Provvidenza, religiosa dello stesso convento, la quale alcuni anni or sono, viveva ancora. Visto il carattere e le virtù di suor Marianna, non eravi alcun dubbio da mettere sul valore della sua testimonianza. Era certo, nello stesso tempo, che la comunità era stata testimone di molti fatti annunziati dalla profezia in termini, è vero, molto enigmatici da principio, ma divenuti molto chiari dopo l'avvenimento".

    Che diceva questa povera giovane cent'anni or sono?

    "Sarà necessario pregar molto, perché gli empi vorranno tutto distruggere". Ella avea detto "gli empi". Si volle, prima del 1870, farle dire: I Prussiani. "Prima del gran combattimento, essi saranno i padroni, faranno tutto il male che potranno, non tutto quello che vorranno, poiché non ne avranno il tempo".

    Non ci lascieremo condurre alla tentazione in cui cadde l'abate Richaudeau, quantunque sia molto lusinghiera. Diremo tuttavia che nel 1884 proponemmo all'Univers un articolo che fu pubblicato il 13 giugno, in cui dicevamo: "Sono veramente "gli empi" che sono attualmente "i padroni"; essi fanno tutto il male che possono; hanno pure la volontà decisa di "tutto distruggere". Questa volontà e questo potere che aveano, venti anni fa, l'hanno assai più al giorno d'oggi; sono all'opera, niente li arresta, e si può dimandarsi: che cosa domani resterà in piedi? La povera portinaia aggiungeva: Non faranno tutto il male perché non ne avranno il tempo".

    Che cosa sopraggiungerà per mettere in esecuzione tutti i loro progetti? Un grande combattimento in cui gli empi sul punto di trionfare saranno schiacciati, mercé un soccorso che verrà dall'Alto. "Vi saranno cose tali che i più increduli saranno costretti a dire: "Qui c'è il dito di Dio". Quindi: "Si canterà un Te Deum come non si è mai cantato". Allora "il trionfo della religione sarà così grande, che non si vide mai l'eguale; tutte le ingiustizie saranno riparate, le leggi civili saranno messe in armonia con quelle di Dio e della Chiesa; l'istruzione data ai fanciulli sarà eminentemente cristiana; le corporazioni operaie saranno ristabilite".

    Così parlava, son già cent'anni, una umile religiosa che non fu giudicata capace se non di custodire la porta. Come si può non notare il rapporto che esiste fra le sue parole e quelle delle più eminenti intelligenze dell'ultimo secolo e quelle di S. Caterina da Siena citate più sopra al capitolo X? E come spiegare, senza ammettere lo spirito profetico, che questa povera giovane abbia saputo allora che la potenza degli empi crescerebbe sempre più, fino a permettere loro di sperare che potrebbero distrugger tutto, che potrebbero "andare fino agli estremi", come disse il sig. Combes, e che dopo la loro disfatta, quello che si sarebbe giudicato come più necessario, ed a cui sarebbe uopo applicarsi immediatamente, sarebbero queste tre cose: mettere le leggi civili in armonia colle leggi di Dio e della Chiesa; dare ai figli una educazione eminentemente cristiana; ristabilire le corporazioni operaie? Quest'ultimo punto appariva così singolare all'ab. Richaudeau, nel 1880, ch'egli giudicava bene di mettere fra parentesi "dietro dimanda degli operai probabilmente; in ogni caso è chiaro che esse non possono venir ristabilite senza il loro consenso". Ciò non ci sembra più strano. Ma come suor Marianna poteva avere siffatti pensieri, e prevedere necessità di questo genere? La necessità non solo di riparare a tutte le ingiustizie, ma di ricostituire sulle sue basi divine ed ecclesiastiche tutto l'edificio delle leggi; la necessità di restituire all'insegnamento il primo principio dell'educazione, l'istruzione cristiana; la necessità di organizzare ex novo il mondo operaio? Non è cotesto il programma che dovrà tracciarsi colui che avrà il pensiero, la volontà, il potere di porre in assetto la nostra società scossa fino dalle sue fondamenta più profonde?

    Abbiamo presa questa profezia come tipo, perché non avvene alcuna più universalmente conosciuta. Molte altre condurrebbero alle medesime conclusioni. Tutte nel loro modo parlano d'uno stato disperato a cui porrà fine un intervento divino, seguito dal ristabilimento di tutte le cose.

    Se le esaminiamo nei loro punti salienti, se le confrontiamo fra loro, vedremo ch'esse si accordano nel dirci che siamo vicini ad un avvenimento che porrà fine alla Rivoluzione, restituirà la pace alla Chiesa, riporrà la Francia nelle condizioni normali della sua esistenza e le renderà quella preminenza e quella magistratura che esercitò sull'Europa e sul mondo per lo stabilimento e l'estensione del regno di Nostro Signore Gesù Cristo.

    Le grandi intelligenze giudicano che se noi non siamo ancora giunti alla fine dei tempi, è mestieri che le cose così avvengano, e gli umili ci dichiarano aver appreso soprannaturalmente che questo avverrà.

    Pio IX ha più volte parlato come gli uni e gli altri.

    Ricevendo una deputazione austriaca, il 5 marzo 1871, egli disse: "La tempesta scatenerà più furiosa i suoi marosi; ma essi dovranno retrocedere. Io non so né il tempo né l'ora. Ma quello che è certo si è che verrà il giorno in cui il Signore dirà: Usque huc et non ultra, hic confringes tumentes fluctus tuos".

    Nello stesso mese del medesimo anno, egli disse ai parroci di Roma riuniti intorno a lui nell'occasione dell'apertura della Quaresima: "Tante preghiere faranno alfine sorgere l'aurora della pace? E questa aurora sorgerà presto? È certo ch'essa spunterà, ma si leverà presto? Io l'ignoro. Forse avremo da sopportare altri dolori ... dobbiamo risorgere dall'abisso di corruzione in cui, permettendolo la Provvidenza, siamo caduti; ma chi sa che non ci sieno riservate prove maggiori? Saremo certamente glorificati da una vendetta degna di Dio; questa vendetta si eserciterà mercé l'ammirabile conversione, oppure mediante il terribile castigo de' suoi nemici?"

    Tre mesi più tardi, egli diceva ai giovani romani del Circolo di S. Pietro: "Poiché niente noi possiamo aspettarci dagli uomini, poniamo sempre la nostra speranza in Dio, il cui Cuore si prepara, mi sembra, a compiere, nel momento da lui scelto, un gran prodigio che riempirà il mondo di stupore".

    Il 15 dicembre dello stesso anno, ricevendo una deputazione di collegi esteri stabiliti in Roma, disse ancora: "Sono convinto che la presente persecuzione è molto più terribile di quella che la Chiesa ha sostenuto pel passato. Volete voi conoscerne la ragione? Levate gli occhi, miei cari figli, considerate la società, e vi accorgerete che essa non è cieca, ma apostata. L'apostata è più riprovato agli occhi di Dio".

    Tuttavia nel pensiero del santo Pontefice, questa riprovazione non era né assoluta né irrevocabile. Un mese più tardi, il 25 gennaio 1872, così egli diceva ai fedeli di tutte le nazioni riuniti intorno a lui, e protestanti contro l'abbandono in cui la diplomazia lasciava la Santa Sede: "La società è stata chiusa come in un labirinto da cui non potrà uscire senza la mano di Dio".

    In quante altre circostanze, Pio IX affermò la stessa impossibilità dal canto degli uomini e la stessa speranza per riguardo di Dio!

    Pio X non parla diversamente. Ricevendo il Card. Coullié, accompagnato da molti preti francesi, dopo la Beatificazione del santo Curato d'Ars, disse: "Nei momenti difficili, scabrosi, noi siamo impazienti di vedere la vittoria; ma non bisogna dimenticare che la Chiesa, cominciando dalla persona del suo Fondatore, fu sempre perseguitata. Bisogna adattarci alle disposizioni provvidenziali e armarci di pazienza. Dio permette le prove per purificarci. Ma siamo sicuri che la sua protezione non ci mancherà e che la sua potenza splenderà nel momento provvidenziale.

    "Io vi prego, continua il Papa con profonda emozione, io vi prego di unirvi a me in questa convinzione che ben presto Dio opererà dei prodigi che ci daranno, non solo fiducia di credere che la Francia non cesserà d'essere la Figlia primogenita della Chiesa, ma la gioia di constatarlo non solamente nelle sue parole, ma ne' suoi atti".



    Note al capitolo 11

    (1) Le Missioni cattoliche hanno pubblicato nel loro numero del 1° aprile 1904 il riassunto di uno studio interessante dovuto al P. Krote S. I. Questo riassunto era comparso qualche giorno prima nella edizione tedesca: Die Katholischen Missionen di Friburgo (Baden). Secondo l'eminente religioso vi sarebbero attualmente nel mondo 550 milioni di cristiani ed un miliardo non cristiani. Dei 550 milioni di cristiani 374 abitano l'Europa, 134 l'America, 29 l'Asia, 8 l'Africa e 4 l'Oceania.


    Continenti
    Cattolici
    Protestanti
    Greci ortodossi
    Raskolnik ortodossi russi
    Orientali

    Europa....
    177.657.261
    97.293.434
    97.059.645
    1.736.464
    220.394

    America
    71.330.879
    62.556.967
    -
    -
    -

    Asia
    11.513.276
    1.926.108
    12.034.149
    436.907
    2.726.053

    Africa
    3.004.563
    1.663.341
    53.479
    -
    3.608.466

    Oceania
    979.943
    3.187.259
    -
    -
    -


    264.505.922
    166.727.109
    109.147.272
    2.173.371
    6.554.913



    Sono compresi sotto il nome di protestanti tutti gli aderenti delle 500 a 700 diverse denominazioni cristiane dell'Occidente.
    Quanto alla popolazione non cristiana, si compone in


    Giudei ...................... 11.037.000
    Settari di Confucio e dei culti degli antichi ...................... 253.000.000

    Maomettani ............ 202.048.240
    Taoisti ........................ 32.000.000

    Bramini o Indous ....................... ............................... 210.100.000
    Shintoisti .................... 17.000.000

    Antichi culti indiani ...... ................................2.113.766
    Feticisti ed altri pagani .................................. 144.000.000

    Buddisti ................. 120.250.000
    Altre religioni .............. 2.814.482



    Della popolazione totale del globo, che, secondo Yuraschke s'eleva a 1.539 milioni, 35,7% sono cristiani, 131/2% maomettani, 0,7% ebrei, ovvero 762.102.000 sono monoteisti contro 776.000.000 politeisti. Pressoché metà della popolazione totale del mondo crede adunque all'unità di Dio.

    Se compariamo le religioni dell'una e dell'altra, troviamo che la Chiesa cattolica co' suoi 264.505.922 membri, è la più numerosa e la più estesa. Pressoché la metà dei cristiani del globo, cioè 43,2% e più del sesto della popolazione totale professa la religione cattolica. Di più la religione cattolica è una e non divisa in una infinità di sètte, come sono il protestantismo, il monoteismo, il buddismo ecc. Così a dispetto di tutti gli sforzi congiurati de' suoi nemici, la religione cattolica è ancora alla fine del XIX secolo sparsa attraverso il mondo intero, e merita solo il nome di cattolica, cioè universale.

    (2) Questo fu scritto nel 1809.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  2. #2
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    Amici....per evitare di rendere vane le Profezie......di renderle infeconde.......o al contrario renderle APOCALITTICHE........(gli eccessi non fanno mai bene ne da una parte ne dall'altra).... leggiamo e meditiamo cosa scriveva Ratzinger sulle PROFEZIE in una intervista di qualche tempo fa.......
    Il testo è lungo, ma essendo fatto di domande e risposte, sono sicura che lo troverete facilmente leggibile e scorrevole......

    Fraternamente Caterina

    http://www.ratzinger.it/modules.php?...article&sid=28

    intervista al
    Cardinale JOSEPH RATZINGER

    di Niels Christian Hvidt
    [testo tratto dal Sito della Congregazione per il Clero]



    Quando si sente nominare la parola "profezia", la maggior parte dei teologi pensa ai profeti dell'Antico Testamento, a Giovanni Battista, o alla dimensione profetica del Magistero. Così, nella Chiesa cristiana, il tema dei profeti viene solo raramente affrontato. E tuttavia la storia della Chiesa è costellata di figure profetiche di santi che spesso non verranno canonizzati se non molto più tardi, e che durante la loro vita avevano trasmesso un Messaggio, non come loro parola, ma come Parola proveniente da Dio.
    Quale sia la specificità dei profeti, che cosa li distingua dai rappresentanti della Chiesa istituzionale e come la Parola loro rivelata si rapporti alla Parola è rivelata in Cristo e che ci è stata trasmessa dagli Apostoli, su tutto questo non si è mai riflettuto in modo sistematico. Effettivamente non è mai stata sviluppata una vera e propria teologia della profezia cristiana e di fatto esistono pochissimi studi riguardo a questo problema.

    Nella sua attività teologica, il card. Joseph Ratzinger si è già occupato da tempo e in modo approfondito del concetto di Rivelazione. La sua tesi di laurea sulla "Teologia della storia di san Bonaventura" aveva avuto un tale impatto innovativo che il suo lavoro era stato dapprima respinto. In quel tempo, la Rivelazione veniva ancora concepita come una raccolta di proposizioni divine. Essa era soprattutto, e prima di tutto, considerata una questione di conoscenze razionali. Tuttavia Ratzinger ha trovato, nelle sue ricerche, che in san Bonaventura la rivelazione si riferiva all'azione di Dio nella storia, nella quale la Verità si rivelava a poco a poco. La Rivelazione è una continua crescita della Chiesa verso la pienezza del Logos, della Parola di Dio.
    Solo dopo una notevole riduzione e una nuova elaborazione del testo, il suo lavoro venne accolto. Da allora il cardinale Ratzinger sostiene una comprensione dinamica della Rivelazione, alla luce della quale il Cristo, poiché è Parola di Dio, è sempre più grande di ogni altra parola di uomo che non potrà mai esprimerla pienamente. Al contrario le parole partecipano a questa pienezza inesauribile della Parola, si aprono a lei e crescono man mano di generazione in generazione.
    Una definizione teologica della profezia cristiana può essere raggiunta solo nel quadro di un simile concetto dinamico di Rivelazione. Già nel 1993 il cardinale Joseph Ratzinger affermava che era urgente una profonda ricerca per stabilire ciò che significava essere o non essere profeti, nel senso cristiano del termine. Ecco perché abbiamo chiesto al Cardinale un incontro per parlare sul tema della profezia cristiana. Il 16 marzo 1998 il cardinale ci ha gentilmente concesso questa conversazione.
    1) Nella storia della rivelazione nell'Antico Testamento è essenzialmente la parola del profeta che ne apre il cammino con la sua critica e che l'accompagna per tutto il suo percorso. Secondo Lei che ne è della profezia nella vita della Chiesa?

    R- Vogliamo soffermarci innanzitutto per un momento sulla profezia nel senso vetero testamentario del termine. Sarà utile stabilire con precisione chi sia veramente il profeta per eliminare ogni malinteso.
    Il profeta non è uno che predice l'avvenire. L'elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro. Pertanto non si tratta di predire l'avvenire nei suoi dettagli, ma di rendere presente in quel momento la verità divina e di indicare il cammino da prendere. Per quanto riguarda il popolo di Israele la parola del profeta ha una funzione particolare, nel senso che la fede di questo popolo è orientato essenzialmente verso l'avvenire. Di conseguenza la parola del profeta presenta una doppia particolarità: da una parte chiede di essere ascoltata e seguita, pur rimanendo parola umana, e dall'altra si appoggia alla fede e si inserisce nella struttura stessa del popolo di Israele, particolarmente in ciò che attende. E' pure importante sottolineare che il profeta non è un apocalittico, anche se ne ha la parvenza, non descrive le realtà ultime, ma aiuta a capire e vivere la fede come speranza.
    Anche se il profeta deve proclamare la Parola di Dio come fosse una spada tagliente, tuttavia egli non è uno che cerchi di fare critiche sul culto e sulle istituzioni. Egli deve sempre fare presente il malinteso e l'abuso della Parola di Dio da parte delle istituzioni e ha il compito di esprimere le esigenze vitali di Dio; tuttavia sarebbe errato costruire l'Antico Testamento su una dialettica puramente antagonista tra i profeti e la Legge. Dato che tutt'e due provengono da Dio, hanno entrambi una funzione profetica. Questo è un punto per me molto importante perché ci porta nel Nuovo Testamento. Alla fine del Deuteronomio, Mosè viene presentato come profeta e si presenta lui stesso come tale. Egli annunzia a Israele: "Dio ti invierà un profeta come me". Resta la domanda: che cosa significa: "un profeta come me"? Io ritengo che il punto decisivo, sempre secondo il Deuteronomio, consista nel fatto che Mosè parlava con Dio come con un amico. Qui vedrei il nocciolo o la radice della vera essenza profetica in questo "faccia a faccia con Dio", il "conversare con Lui come con un amico". Solo in virtù di questo diretto incontro con Dio, il profeta può parlare nella storia di Israele.

    2) Come si può rapportare il concetto di profezia con il Cristo? Si può chiamare profeta il Cristo?

    R- I Padri della Chiesa hanno concepito la profezia del Deuteronomio sopra menzionata come una promessa del Cristo, cosa che io condivido. Mosè dice: "Un profeta come me". Egli ha trasmesso ad Israele la Parola e ne ha fatto un popolo, e con il suo "faccia a faccia con Dio" ha compiuto la sua missione profetica portando gli uomini al loro incontro con Dio. Tutti gli altri profeti seguono quel modello di profezia e dovranno sempre nuovamente liberare la legge mosaica dalla rigidità e trasformarla in un cammino vitale.
    Il vero e più grande Mosè è quindi il Cristo, che realmente vive "faccia a faccia" con Dio perché ne è il Figlio. In questo contesto tra il Deuteronomio e l'avvento del Cristo si intravede un punto molto importante per comprendere l'unità dei due Testamenti. Cristo è il definitivo e vero Mosè che realmente vive "faccia a faccia" con Dio perché è suo Figlio. Egli non solo ci conduce a Dio attraverso la Parola e la Legge, ma ci assume in sé con la sua vita e la sua Passione, e con l'Incarnazione fa di noi il suo Corpo Mistico. Ciò significa che nel Nuovo Testamento, nelle sue radici, la profezia è presente. Se Cristo è il Profeta definitivo perché è il Figlio di Dio, è nella comunione con il Figlio che discende la dimensione cristologica e profetica anche del Nuovo Testamento.

    3) Secondo Lei, come si deve considerare tutto ciò concretamente nel Nuovo Testamento? Con la morte dell'ultimo apostolo non viene posto un limite definitivo ad ogni ulteriore profezia, non se ne esclude ogni possibilità?

    R- Sì, esiste la tesi secondo la quale la fine dell'Apocalisse ponga termine ad ogni profezia. A me pare che questa tesi racchiuda un doppio malinteso. Anzitutto dietro a questa tesi può esserci il concetto che il profeta, che è essenzialmente finalizzato ad una dimensione di speranza, non abbia più ragione di essere, proprio perché ormai c'è il Cristo e la speranza si basa sulla sua presenza. Questo è un errore, perché il Cristo è venuto in carne e poi è risuscitato "in Spirito Santo". Questa nuova presenza di Cristo nella storia, nel Sacramento, nella Parola, nella vita della Chiesa, nel cuore di ogni uomo, è l'espressione, ma anche l'inizio dell'Avvento definitivo del Cristo che prenderà possesso di tutto e in tutto. Ciò significa che il cristianesimo è di per sé un movimento perché va incontro ad un Signore risuscitato che è salito al Cielo e ritornerà. E' questa è la ragione per la quale il cristianesimo porta in sé sempre la struttura della speranza. L'Eucarestia è sempre stata concepita come un movimento da parte nostra verso il Signore che viene. Essa incorpora pure tutta la Chiesa. Il concetto che il cristianesimo sia una presenza già del tutto completa e non porti in sé alcuna struttura di speranza è il primo errore che va rigettato. Il Nuovo Testamento ha già in sé una struttura di speranza che è un po' cambiata, ma che è pur sempre una struttura di speranza. Essere un servitore della speranza è essenziale per la fede del nuovo popolo di Dio.
    Il secondo malinteso è costituito da una comprensione intellettualistica e riduttiva della Rivelazione che viene considerata come un tesoro di verità rivelate assolutamente complete a cui non si può più aggiungere nulla. L'autentico avvenimento della Rivelazione consiste nel fatto che noi veniamo invitati a questo "faccia a faccia" con Dio. La Rivelazione è essenzialmente un Dio che si dona a noi, che costruisce con noi la storia e che ci riunisce e raccoglie tutti insieme. Si tratta di un incontro che ha in sé anche una dimensione comunicativa e una struttura cognitiva. Essa implica anche il riconoscimento delle verità rivelate.
    Se si accetta la Rivelazione sotto questo punto di vista, si può dire che la Rivelazione ha raggiunto il suo scopo con il Cristo, perché, secondo la bella espressione di San Giovanni della Croce, quando Dio ha parlato personalmente, non vi è più nulla da aggiungere. Non si può più dire nulla oltre il Logos. Egli è in mezzo a noi in modo completo e lo stesso Dio non può più darci, né dirci qualcosa di più di Sé stesso. Quanto a noi, non ci resta che penetrare, giorno dopo giorno, questo mistero della fede, proprio perché noi cristiani abbiamo ricevuto questo dono totale di sé che Dio ci ha fatto con il suo Verbo fatto carne.
    Ciò si ricollega alla struttura della speranza. La venuta di Cristo è l'inizio di una conoscenza sempre più profonda e di una graduale scoperta di ciò che il Verbo ci ha donato. Così si è aperto un nuovo modo di introdurre l'uomo nella Verità tutta intera, come dice Gesù nel Vangelo di San Giovanni, dove parla della discesa dello Spirito Santo. Ritengo che la cristologia pneumatologica dell'ultimo discorso di addio di Gesù nel Vangelo di San Giovanni sia molto importante per il nostro discorso, dato che Cristo vi spiega che la sua vita terrena in carne non era che un primo passo. La vera venuta del Cristo si realizza al momento in cui lui non è più legato a un luogo fisso o a un corpo fisico, ma come il Risuscitato nello Spirito capace di andare da tutti gli uomini di tutti i tempi, per introdurli nella verità in modo sempre più profondo. A me pare chiaro che - proprio quando questa cristologia pneumatologica determina il tempo della Chiesa, cioè il tempo in cui il Cristo viene a noi in Spirito - l'elemento profetico, come elemento di speranza e di attualizzazione del dono di Dio, non possa mancare né venire meno.

    4) Se allora è così, la domanda è: in quale modo è presente questo elemento profetico e che cosa dice San Paolo a questo proposito?

    R- In Paolo è particolarmente evidente che il suo apostolato, essendo un apostolato universale rivolto a tutto il mondo pagano, comprende anche la dimensione profetica. Grazie al suo incontro con il Cristo Risorto, San Paolo ha potuto penetrare nel mistero della Risurrezione e nella profondità del Vangelo. Grazie al suo incontro con il Cristo egli ha potuto capire in modo nuovo la sua Parola, mettendo in evidenza l'aspetto di speranza e facendo valere la sua capacità di discernimento.
    Essere un apostolo come San Paolo è naturalmente un fenomeno unico. Ci si può chiedere che cosa avvenga nella Chiesa dopo la fine dell'era apostolica. Per rispondere a questa domanda è molto importante un passo del secondo capitolo della lettera di San Paolo agli Efesini in cui egli scrive: la Chiesa è fondata "sugli apostoli e sui profeti". Un tempo si pensava che si trattasse dei dodici apostoli e dei profeti dell'Antico Testamento. L'esegesi moderna ci dice che il termine di "apostolo" deve essere inteso in modo più ampio e che il concetto di "profeta" va riferito ai profeti della Chiesa. Dal capitolo dodicesimo della prima lettera ai Corinzi, si apprende che i profeti di allora si organizzavano come membri di un collegio. La stessa cosa viene menzionata dalla Didakhé, la qual cosa significa che questo collegio esisteva ancora quando l'opera fu scritta.
    Più tardi il collegio dei profeti si dissolse, e questo certamente non a caso, poiché l'Antico Testamento ci dimostra che la funzione del profeta non può essere istituzionalizzata, dato che la critica dei profeti non è diretta solo contro i preti, si dirige anche contro i profeti istituzionalizzati. Ciò appare in modo molto chiaro nel libro del profeta Amos, dove questi parla contro i profeti del regno di Israele. I profeti liberi parlano spesso contro i profeti che appartengono a un collegio, perché Dio trova, per così dire, più margine di manovra e più ampio spazio per agire presso i primi, presso i quali può intervenire e prendere iniziative liberamente, cosa che non potrebbe fare invece con una forma di profezia di tipo istituzionalizzato. A me pare tuttavia che questa dovrebbe sussistere sotto entrambe le forme , come del resto è avvenuto durante tutta la storia della Chiesa.
    Come gli stessi apostoli erano a loro modo anche profeti, così bisogna riconoscere che nel collegio apostolico istituzionalizzato esiste pur sempre un carattere profetico. Così la Chiesa affronta le sfide che le sono proprie grazie allo Spirito Santo che, nei momenti cruciali, le apre una porta per intervenire. La storia della Chiesa ci ha fornito molti esempi di grandi personaggi quali Gregorio Magno e Sant'Agostino che erano anche profeti. Potremmo citare altri nomi di grandi personaggi della Chiesa che sono stati anche figure profetiche in quanto hanno saputo tenere aperta la porta allo Spirito Santo. Solo agendo così essi hanno saputo esercitare il potere in modo profetico, come viene detto molto bene nella Didakhé.
    Per quanto riguarda i profeti indipendenti, cioè non istituzionalizzati, occorre ricordare che Dio si riserva la libertà, attraverso i carismi, di intervenire direttamente nella sua Chiesa per risvegliarla, avvertirla, promuoverla e santificarla. Credo che nella storia della Chiesa questi personaggi carismatici e profetici si sono continuamente succeduti. Essi sorgono sempre nei momenti più critici e decisivi nella storia della Chiesa. Pensiamo ad esempio al nascere del movimento dei monaci, a Sant'Antonio che va nel deserto e in questo modo dà un forte impulso alla Chiesa. Sono i monaci che hanno salvato la cristologia dall'arianesimo e dal nestorianesimo. Anche San Basilio è una di queste figure, un grande vescovo, ma nello stesso tempo anche un vero profeta. In seguito non è difficile intravedere nel movimento degli ordini mendicanti un'origine carismatica. Né San Domenico né San Francesco hanno fatto profezie sul futuro, ma hanno saputo leggere il segno dei tempi e capire che era arrivato per la Chiesa il momento di liberarsi dal sistema feudale, di ridare valore all'universalità e della povertà del Vangelo, come pure alla "vita apostolica". Così facendo hanno ridato alla Chiesa il suo vero aspetto, quello di una Chiesa animata dallo Spirito Santo e condotta dal Cristo stesso. Hanno così contribuito alla riforma della gerarchia ecclesiastica. Altri esempi sono Santa Caterina da Siena e Santa Brigida di Svezia, due grandi figure di donne. Penso sia importante sottolineare come in un momento particolarmente difficile per la Chiesa , quale fu quello della crisi di Avignone e lo scisma che ne seguì, si siano levate figure di donne per annunciare che il Cristo vivente è anche il Cristo che soffre nella sua Chiesa.

    5) Quando si legge la storia della Chiesa, risulta chiaro che la maggior parte dei mistici profeti sono donne. Questo è un fatto molto interessante che potrebbe contribuire alla discussione sul sacerdozio delle donne. Che cosa ne pensa Lei?

    R- C'è un'antica tradizione patristica che chiama Maria non sacerdotessa, ma profetessa. Il titolo di profetessa nella tradizione patristica è, per eccellenza, il titolo di Maria. E' in Maria che il temine di profezia in senso cristiano viene meglio definito e cioè questa capacità interiore di ascolto, di percezione e di sensibilità spirituale che le consente di percepire il mormorio impercettibile dello Spirito Santo, assimilandolo e fecondandolo e offrendolo al mondo. Si potrebbe dire, in un certo senso, ma senza essere categorici, che di fatto la linea mariana incarna il carattere profetico della Chiesa. Maria è sempre stata vista dai Padri della Chiesa come l'archetipo dei profeti cristiani e da lei parte la linea profetica che entra poi nella storia della Chiesa. A questa linea appartengono pure le sorelle dei grandi santi. Sant'Ambrogio deve alla sua santa sorella il cammino spirituale che ha percorso. La stessa cosa vale per San Basilio e San Gregorio di Nysse, come pure per San Benedetto. Più avanti nel tardo Medioevo, incontriamo grandi figure di mistiche, tra cui bisogna menzionare Santa Francesca Romana. Nel XVI secolo troviamo Santa Teresa d'Avila che ha avuto un ruolo molto importante nell'evoluzione spirituale e dottrinale di San Giovanni della Croce.
    La linea profetica legata alle donne ha avuto una grande importanza nella storia della Chiesa. Santa Caterina da Siena e Santa Brigida di Svezia possono servire da modello come griglia di lettura. Entrambe hanno parlato ad una Chiesa in cui esisteva ancora il collegio apostolico e dove i sacramenti venivano amministrati. Dunque l'essenziale esisteva ancora pur tuttavia, a causa delle lotte interne, rischiava di decadere. Questa Chiesa è stata da loro ravvivata, riportando al suo antico valore il carisma dell'unità e introducendo nuovamente l'umiltà, il coraggio evangelico e il valore dell'evangelizzazione.

    6) Lei ha detto che la Rivelazione nel Cristo è avvenuta in modo "definitivo", ciò che non significa chiusura assoluta, non si identifica con l'ultima parola delle dottrine rivelate. Questa affermazione è di grande interesse per la nostra tesi sulla profezia cristiana. Ora la domanda più urgente è naturalmente questa: in quale misura i profeti, nella storia della Chiesa e anche per la teologia stessa, possono dire qualcosa di radicalmente nuovo? E' verificabile che gli ultimi grandi dogmi sono da mettere direttamente in relazione con le rivelazioni di grandi santi profeti, come ad esempio le rivelazioni di Santa Caterina Laburé per quanto concerne il dogma dell'Immacolata Concezione. Questo è un tema assai poco esplorato nei libri di teologia.

    R- Sì, questo tema potrebbe essere veramente trattato a fondo. Mi pare che Hans Urs von Balthasar abbia trovato, nelle sue ricerche, che dietro ad ogni grande teologo vi sia sempre prima un profeta. Un Sant'Agostino è impensabile senza l'incontro con il monachesimo e soprattutto con sant'Antonio. E la stessa cosa vale per Sant'Athanasio; e San Tommaso d'Aquino non sarebbe concepibile senza San Domenico e il carisma dell'evangelizzazione che gli era proprio. Leggendo gli scritti di quest'ultimo, si nota quanto importante sia stato per lui questo tema dell'evangelizzazione. Questo stesso tema ha svolto un ruolo importante nella sua disputa con il clero e con l'università di Parigi, e costrinse San Tommaso a ripensare lo statuto dell'ordine domenicano.
    Egli qui afferma che la vera regola del suo ordine si trova nelle Sacre Scritture e che è costituita dal quarto capitolo degli Atti degli Apostoli (aveva un cuore solo e un'anima sola) e dal decimo capitolo del Vangelo di San Matteo (annunciare il Vangelo senza pretendere nulla per sé) Questa è per San Tommaso la regola di tutte le regole religiose. Ogni forma monastica non può essere che la realizzazione di questo primo modello che aveva naturalmente un carattere apostolico, ma che la figura profetica di San Domenico gli ha fatto riscoprire in modo nuovo. A partire da questo modello prototipo San Tommaso sviluppa la sua teologia come evangelizzazione, cioè un muoversi con e per il Vangelo, un essere radicato nel concetto di "un cuore solo e un'anima sola" della comunità dei credenti. Lo stesso si potrebbe dire di San Bonaventura e di San Francesco d'Assisi: la stessa cosa avviene per Hans Urs von Balthasar impensabile senza Adrienne von Speyr.
    Credo che si possa dimostrare come in tutte le figure dei grandi teologi sia possibile una nuova evoluzione teologica solo nel rapporto tra teologia e profezia. Finché si procede solo in modo razionale, non accadrà mai nulla di nuovo. Si riuscirà forse a sistemare meglio le verità conosciute, a rilevare aspetti più sottili, ma i nuovi veri progressi che portano a nuove grandi teologie non provengono dal lavoro razionale della teologia, bensì da una spinta carismatica e profetica. Ed è in questo senso, ritengo, che la profezia e la teologia vanno sempre di pari passo. La teologia, in senso stretto, non è profetica, ma può diventare realmente teologia viva quando viene nutrita e illuminata da un impulso profetico.

    7) Nel Credo si dice dello Spirito Santo che "ha parlato per mezzo dei profeti". La domanda è: i profeti qui menzionati sono solo quelli dell'Antico Testamento, o ci si riferisce anche a quelli del Nuovo Testamento?

    R- Per rispondere a questa domanda bisognerebbe studiare a fondo la storia del Credo di Nicea. Indubbiamente, qui si tratta solo dei profeti dell'Antico Testamento (vedi l'uso del tempo passato: "ha parlato") e quindi la dimensione pneumatologica della rivelazione viene messa fortemente in evidenza. Lo Spirito Santo precede il Cristo per preparagli la strada, per poi introdurre tutti gli uomini alla verità. Esistono vari tipi di simbolismo in cui questa dimensione viene messa in forte risalto. Nella tradizione della Chiesa Orientale i profeti vengono considerati come un'opera di preparazione dello Spirito Santo che parla già prima di Cristo e che parla attraverso i profeti. Sono convinto che l'accento primario è posto sul fatto che è lo Spirito Santo che apre la porta perché il Cristo possa essere accolto "ex Spiritu Sancto". Ciò che è avvenuto in Maria per opera dello Spirito Santo (ex Spiritu Sancto) è un evento preparato accuratamente e a lungo. Maria raccoglie in sé tutta la profezia dell'Antico Testamento nel concepimento del Cristo "ex Spiritu Sancto".
    Secondo me questo non esclude che si potrebbe continuare nella nostra prospettiva dicendo che il Cristo continua ad essere concepito "ex Spiritu Sancto". Sembra chiaro che l'evangelista San Luca, a ragion veduta, abbia messo in parallelo il racconto dell'infanzia di Gesù nel suo Vangelo con la nascita della Chiesa nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli. Nei dodici apostoli, raccolti attorno a Maria, avviene una "Concepitio ex Spiritu Sancto" che si attualizza nella nascita della Chiesa. Concludendo si può dire che se anche il testo del Credo si riferisce ai soli profeti dell'Antico Testamento, ciò non significa che l'azione dello Spirito Santo si possa dichiarare con questo conclusa

    8) San Giovanni Battista viene spesso designato come l'ultimo dei profeti. Secondo Lei, come va intesa questa affermazione?

    R- Penso che vi siano molte ragioni e contenuti in questa affermazione. Uno di questi è la parola stessa di Gesù: "La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni" dopo viene il regno di Dio. Qui Gesù stesso dichiara che Giovanni rappresenta la fine dell'Antico Testamento e che dopo verrà qualcuno più piccolo all'apparenza, ma più grande nel Regno di Dio, cioè Gesù stesso. In questo modo il Battista viene ancora inquadrato nell'Antico Testamento e tuttavia apre una Nuova Alleanza. In questo senso il Battista è l'ultimo dei profeti. Questo è pure il giusto senso del termine: Giovanni è l'ultimo prima di Cristo, colui che raccoglie la fiaccola di tutto il movimento profetico e la consegna nelle mani di Cristo. Egli conclude l'opera dei profeti perché indica la speranza del popolo di Israele: il Messia, cioè Gesù. E' importante precisare che lui stesso non annuncia nulla che riguarda l'avvenire, ma si ritiene solo uno che chiama alla conversione e che rinnova e attualizza la promessa messianica della Antica Alleanza. Del Messia dice: "In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete"Anche se in questo annuncio vi è una predizione, Giovanni Battista rimane fedele al modello profetico che non è quello di predire l'avvenire, ma di annunciare che è tempo di convertirsi. Il messaggio del Battista è quello di invitare il popolo di Israele a guardarsi dentro e a convertirsi per poter riconoscere, nell'ora della salvezza, Colui che Israele ha sempre atteso e che ora è presente. Giovanni impersonifica in questo senso l'ultimo dei profeti e l'economia specifica della speranza dell'Antica Alleanza. Quello che verrà dopo sarà un altro tipo di profezia Per questo il Battista può essere chiamato l'ultimo dei profeti dell'Antico Testamento. Ciò non significa tuttavia che dopo di lui la profezia sia finita. Ci si troverebbe in contrasto con l'insegnamento di San Paolo che dice nella sua prima lettera ai Tessalonicesi: "Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie."

    9) In un certo senso esiste una differenza tra la profezia del Nuovo e dell'Antico Testamento perché Cristo è entrato nella storia. Ma se si guarda all'essenza stessa della profezia, che è quella di immettere nella Chiesa la Parola ascoltata da Dio, non sembra esserci alcuna differenza.

    R- Sì, esiste effettivamente una comune struttura di base tra le due profezie, che varia solo per il rapporto con il Cristo che deve venire e il Cristo già venuto, ma che dovrà ancora ritornare. Questa questione teologica merita di essere studiata e approfondita maggiormente: il nocciolo di questa questione è sapere perché il tempo della Chiesa sul piano strutturale ha molte più affinità con l'Antico Testamento, o per lo meno a questo è molto simile, e in che cosa consiste la novità portata dalla prima venuta di Cristo.

    10) Spesso nella teologia si nota la tendenza a volere assolutamente differenziare l'Antico e il Nuovo Testamento. Questa differenziazione appare spesso artificiale e basata su principi astratti piuttosto che concreti.

    R- Il voler radicalizzare le differenze senza voler vedere l'unità interiore che esiste nella storia di Dio con gli uomini è un errore in cui i Padri della Chiesa non sono incorsi. Essi hanno proposto un triplice schema: "umbra, imago, veritas", dove il Nuovo Testamento è "l'imago", così l'Antico e il Nuovo Testamento non vengono contrapposti l'uno all'altro come ombra e realtà, ma nella triade di ombra, immagine e verità, si tiene aperta l'attesa verso il definitivo compimento e il tempo del Nuovo Testamento, il tempo della Chiesa, come un ulteriore piano più avanzato, ma sempre nel cammino della Promessa. Questo è un punto che fino ad oggi, secondo me, non è stato sufficientemente considerato. I Padri della Chiesa, invece, hanno sottolineato il carattere di incompletezza del Nuovo Testamento, in cui non tutte le promesse si sono ancora avverate. Cristo è sì venuto nella carne, ma la Chiesa attende ancora la sua Rivelazione nella pienezza della sua gloria.

    11) Forse sarebbe questa la ragione che spiega perché molte figure profetiche hanno un carattere fortemente escatologico nella loro spiritualità?

    R- Penso che l'aspetto escatologico - senza esaltazione apocalittica - appartenga essenzialmente alla natura profetica. I profeti sono coloro che esaltano la dimensione della speranza racchiusa nel cristianesimo. Essi sono gli strumenti che rendono sopportabile il presente invitando ad uscire dal tempo per quanto concerne l'essenziale e il definitivo. Questo carattere escatologico, questa spinta a superare il tempo presente, fa certamente parte della spiritualità profetica.

    12) Se poniamo l'escatologia profetica in relazione alla speranza, il quadro cambia completamente. Non è più un messaggio che fa paura, ma che apre un orizzonte al compimento della promessa di Cristo per tutta la creazione.

    R- Che la fede cristiana non ispiri paura, ma la superi è un fatto fondamentale. Questo principio deve costituire la base della nostra testimonianza e della nostra spiritualità. Ma ritorniamo un momento a quanto detto sopra. E' estremamente importante precisare in che senso il cristianesimo è il compimento della Promessa fatta da Dio e in che senso non lo è. Ritengo che l'attuale crisi della fede sia strettamente legata ad un insufficiente chiarimento di tale questione. Qui si presentano tre pericoli. Il primo pericolo: la promessa dell'Antico Testamento e l'attesa della salvezza degli uomini sono visti solo in modo immanente nel senso di migliori strutture o di prestazioni sempre più perfette. Così concepito il cristianesimo risulta solo una sconfitta. Partendo da questa prospettiva si è tentato di sostituire il cristianesimo con ideologie di fede nel progresso e poi con ideologie di speranza, che altro non sono che varianti del marxismo. Il secondo pericolo è quello di proiettare il cristianesimo completamente nell'al di là, di volerlo solo in modo puramente spirituale e individualistico, negando la totalità della realtà umana. Il terzo pericolo, che è particolarmente minaccioso in tempi di crisi e di svolte storiche, è quello di rifugiarsi in esaltazioni apocalittiche. In opposizione a tutto ciò, diventa sempre più urgente presentare la vera struttura della promessa e del compimento della fede cristiana in modo più comprensibile e realizzabile.

    13) Spesso si nota che tra il misticismo puramente contemplativo e senza parole e il misticismo profetico con le parole, esiste una grande tensione. Karl Rahner ha fatto notare questa tensione tra i due tipi di mistica. Alcuni pretendono che la mistica contemplativa e senza parole sia quella più elevata, più pura e spirituale. In tale senso vengono spiegati certi passaggi in San Giovanni della Croce. Altri pensano che tale mistica senza parole in fondo sia estranea al cristianesimo perché la fede cristiana è essenzialmente la religione della Parola.

    R- Sì, direi che la mistica cristiana ha anche una dimensione missionaria. Essa non cerca solo di elevare l'individuo, ma gli conferisce una missione mettendolo in contatto con il Verbo, con il Cristo che parla attraverso lo Spirito Santo. Questo punto viene messo in forte rilievo da San Tommaso d'Aquino. Prima di san Tommaso si diceva: prima monaco e poi mistico; oppure prima prete e poi teologo. Tommaso non accetta questo, perché il dono mistico apre ad una missione. E la missione non è qualcosa di inferiore alla contemplazione, come invece pensava Aristotele che riteneva la contemplazione intellettuale il gradino più alto nella scala dei valori umani. Questo non è un concetto cristiano, dice San Tommaso, perché la forma più perfetta di vita è quella mista, cioè prima quella mistica e da questa poi quella apostolica a servizio del Vangelo. Santa Teresa d'Avila ha esposto questo concetto in modo molto chiaro. Essa mette in relazione la mistica con la cristologia, ottenendo così una struttura missionaria. Con ciò non voglio escludere che il Signore possa suscitare mistici autenticamente cristiani in seno alla Chiesa, ma vorrei precisare che la cristologia come base e misura di ogni mistica cristiana, indica un'altra struttura (Cristo e lo Spirito Santo sono inscindibili). Il "faccia a faccia" di Gesù con il Padre, include "l'essere per gli altri" contiene in sé "l'essere per tutti". Se la mistica è essenzialmente un entrare in intimità con Cristo, questo "essere per gli altri" le verrà impresso nell'intimo.

    14) Molti profeti cristiani, come Caterina da Siena, Brigida di Svezia e Faustina Kowalska attribuiscono a Cristo i loro discorsi profetici o rivelazioni. Queste rivelazioni vengono definite dalla teologia come rivelazioni private. Questo concetto appare molto riduttivo perché la profezia è sempre rivolta a tutta la Chiesa e non è mai privata.

    R- In teologia il concetto di "privato" non significa che il messaggio riguardi solo la persona che lo riceve e non anche tutti gli altri. E' un'espressione che riguarda piuttosto il grado di importanza come per esempio si ha nel concetto di "Messa privata" Con questo si intende dire che le rivelazioni dei mistici cristiani o dei profeti, non potranno mai assurgere al rango della rivelazione biblica, potranno solo condurre a quella o con quella misurarsi. Questo non significa tuttavia che questo tipo di rivelazioni non sia importante per la Chiesa. Lourdes e Fatima provano il contrario. Esse in definitiva ci riportano alla rivelazione biblica. e appunto per questo rivestono una sicura importanza.

    15) Nella storia della Chiesa si può constatare che non si possono evitare ferite reciproche, tanto da parte del profeta quanto da parte dei destinatari. Come spiega questo dilemma?

    R- E' sempre stato così: l'impatto profetico non può avvenire senza la reciproca sofferenza. Il profeta è chiamato a soffrire in un modo specifico: l'essere pronto a soffrire e a condividere la Croce di Cristo è la pietra di verifica della sua autenticità. Il profeta non cerca mai di imporre se stesso. Il suo messaggio viene verificato e reso fertile dalla Croce.

    16) E' veramente frustrante constatare che la maggior parte delle figure profetiche della Chiesa sono state respinte durante la loro vita. Esse sono state quasi sempre criticate o sottoposte al rifiuto da parte della Chiesa. Ciò è riscontrabile nella maggioranza dei profeti e delle profetesse.

    R- Sì, è vero. Sant'Ignazio di Loyola è stato in prigione, la stessa cosa è accaduta a San Giovanni della Croce. Santa Brigida di Svezia è stata sul punto di essere condannata dal concilio di Basilea; del resto è tradizione della Congregazione per la Dottrina della Fede di essere in un primo momento molto cauti là dove si hanno affermazioni di mistici. Questo atteggiamento è del resto più che giustificato poiché esistono molti falsi mistici, molti casi patologici. Pertanto è necessario un atteggiamento molto critico per non rischiare di cadere nel sensazionale, nel fantasioso e nella superstizione. Il mistico si manifesta nella sofferenza, nell'obbedienza e nella sopportazione e così la sua voce dura nel tempo. Quanto alla Chiesa, essa deve guardarsi dall'emettere un giudizio prematuro per evitare di meritare il rimprovero di "avere ucciso i profeti".

    17) L'ultima domanda è forse un po' imbarazzante. Essa riguarda una figura profetica contemporanea: la greco-ortodossa Vassula Rydén. Essa viene considerata da molti credenti, anche da molti teologi, sacerdoti e vescovi della Chiesa Cattolica come messaggera di Cristo. I suoi messaggi, che dal 1991 vengono tradotti in 34 lingue, sono ampiamente diffusi nel mondo. La Congregazione per la Dottrina della Fede si è pronunciata tuttavia in modo negativo al riguardo. La "Notificazione" del 1995, nella quale accanto ad aspetti positivi negli scritti di Vassula, intravede anche punti meno chiari, è stata interpretata da alcuni commentatori come una condanna. Non è vero?

    R- Qui Lei tocca un tema piuttosto delicato. No, la "Notificazione" è un avvertimento, non una condanna. Da un punto di vista procedurale, nessuna persona potrebbe essere condannata senza processo e senza essere stata prima sentita. Ciò che viene detto è che molte cose sono ancora da chiarire. Vi sono elementi apocalittici che suscitano problemi e aspetti ecclesiologici ancora poco chiari. I suoi scritti contengono molte cose buone, ma il grano buono è misto al loglio. E' per questo che abbiamo invitato i cristiani cattolici ad osservare il tutto con prudenza e misurarlo con il metro della fede trasmessa dalla Chiesa.

    18) Esiste dunque ancora un processo in corso per chiarire la questione?

    R- Sì, e, durante tale processo di chiarificazione, i fedeli devono rimanere prudenti e mantenere sveglio lo spirito di discernimento. Indubbiamente negli scritti si constata un'evoluzione che non sembra ancora conclusa. Non dobbiamo dimenticare che le espressioni e le immagini ispirate dall'incontro interiore con Dio, anche in caso di mistica autentica, dipendono sempre dalle possibilità dell'anima umana e dalla sua limitatezza. La fiducia illimitata va posta soltanto nella effettiva Parola della Rivelazione che incontriamo nella fede trasmessa dalla Chiesa.

    *******************************
    Fraternamente Caterina
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    CAPITOLO VI.

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    UNITÀ CRISTIANA O UNITÀ ANTICRISTIANA

    Il mondo cammina verso una grande unità. A qual fine questa unità? Dove conduce il turbine che trasporta il genere umano? Ai piedi di Dio, o ai piedi di Satana? Che sarà dell'umanità in questo stato di concentrazione che vediamo andarsi in essa operando?

    Le apparenze che il momento attuale presenta dicono che essa sarà empia. Il carattere satanico che la Rivoluzione ha preso fin dai primi giorni, non l'ha punto abbandonato. Oggi, come nella sua aurora, è suo unico divisamento di sottrarre l'uomo alla autorità di Dio. Non le bastò disconoscere il sovrano dominio del Creatore e l'infinita bontà del Redentore. Essa ha fatto delle leggi acciocché il nome divino non possa più d'ora innanzi giungere all'orecchio del fanciullo, e così i popoli vivano e muoiano in un ateismo che nulla possa turbare. "Due parole, disse il sig. De Moussac, lo storico della Lega di Jean Macè, compendiano il suo piano: Scacciare Dio dalla scuola, a fine di scacciarlo dall'umanità".

    Abbiamo visto come, oltre i legislatori, altri concorrano più o meno direttamente a far uscire la verità divina dall'intelligenza umana, a persuadere all'uomo non esservi altro Dio che se stesso.

    Questo carattere di assoluta empietà, la Rivoluzione riuscirà essa ad imprimerlo sulla fronte, ad inserirlo nel cuore di tutte le nazioni, ed a fare così della terra una succursale dell'inferno? È ciò che Satana vuole, che si è proposto fin dal principio, e che oggi spera di ottenere. Egli si lusinga, e le sue genti, inorgoglite dei loro successi, si persuadono che la vittoria è già sicura. Le loro grida di gioia frammiste alle loro esecrazioni risuonano dappertutto con un fragore di giorno in giorno più insolente.

    Senza dubbio, non è la prima volta che Satana e i suoi si credono così alla vigilia del trionfo, e sempre rimasero delusi; sempre Dio è venuto in un modo o nell'altro, in soccorso de' suoi seguaci, nel momento che meno aspettavano il suo intervento.

    Per conoscere la causa e la ragione di queste alternative, e per poter congetturare dell'avvenire, fa d'uopo ritornare col pensiero all'origine delle cose.

    È stato detto ai primi giorni dell'umanità: "Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen Illius. Porrò inimicizia fra te e la Donna, fra la tua posterità e la posterità di Lei".(1) Questa sentenza collega la storia della terra colla storia del cielo. Lassù ebbe luogo la prima intimazione d'una guerra che si termina presso di noi. S. Giovanni ce ne ha edotti nella sua Apocalisse. Nel capitolo dodicesimo ci trasporta su due campi di battaglia, l'uno sulla superficie del nostro globo, l'altro nella profondità dei cieli. Egli spiega sotto i nostri occhi la doppia lotta che il Dragone ha impegnata e che sostiene lassù contro Michele ed i suoi Angeli, qui contro la Donna, Madre di Colui al quale appartiene di reggere tutte le nazioni. La scena celeste e la scena terrestre, sembrano pure confondersi, e quello che ne forma l'anello d'unione, è la Donna che apparisce da una parte e dall'altra. Nel cielo come sulla terra, il Dragone si sta dinanzi a Lei, spiando l'ora in cui partorisca il Figlio, poiché, in fin dei fini, è il Figlio e non la Madre l'oggetto del suo odio. In cielo, Lucifero, gonfio della propria eccellenza, non volle adorare l'Uomo-Dio, riconoscere il mistero della Incarnazione che dovea effettuarsi in Maria. Sulla terra, egli si sforza di far entrare, sotto la bandiera degli Angeli ribelli, gli uomini che il Verbo incarnato vuole santificare per renderli degni di occupare i posti che Satana ed i suoi hanno lasciati vuoti in cielo.

    Il Paradiso terrestre vide il primo assalto dato alla natura umana; altri seguirono attraverso le età, secondo questa legge, che man mano che i secoli trascorrono, gli attacchi dei figli di Satana contro i figli della Donna, diventano sempre più violenti, e che le vittorie di questi sono e saranno sempre più strepitose, fino alla vittoria finale, la quale farà entrare tutti i vincitori nella gloria di Dio.(2)

    Dio domina sopra questo immenso campo di battaglia, solo eterno, solo principio d'ogni essere, delle sostanze spirituali come delle sostanze materiali: autore di tutto ciò che v'ha di reale nei demoni, come in tutte le altre creature, egli domina i combattenti dall'altezza del suo essere infinito. Egli non si compromette nella lotta, quali ne sieno le vicende, non può esserne turbato, o piuttosto egli le dirige a' suoi fini "con forza e dolcezza" cioè con una potenza d'un successo infallibile, pur rispettando la libertà di tutti.

    Noi siamo nell'ora d'un combattimento il più decisivo. E Papa Gregorio XVI nella sua enciclica Mirari vos applicava al nostro tempo le parole di S. Giovanni al capo IX della sua Apocalisse: "Il quinto angelo diè fiato alla sua tromba, e vidi che una stella era caduta dal cielo sopra la terra, e gli fu data la chiave del pozzo dell'abisso. Ed egli aprì le porte dell'abisso ... e dal fumo del pozzo uscirono locuste che si sparsero per la terra, alle quali fu dato il potere che hanno gli scorpioni ... Ed aveano sopra di loro un re, l'angelo dell'abisso che si chiama lo Sterminatore". "Vere apertum dicimus puteum abyssi, disse Gregorio XVI.(3) Noi vi diciamo che è veramente aperto questo pozzo dell'abisso". La Riforma ne fece uscire innumerevoli legioni. La Rivoluzione, ne vomitò di più inique ancora. La terra non ha visto ancora nulla di più profondamente iniquo quanto la Rivoluzione. Essa non proviene punto da una passione qualunque, ma dall'orgoglio, principio d'ogni male, allora specialmente che si erge contro Dio; essa non è un errore, ma l'errore radicale, quello che prevale contro Dio stesso, fondamento di ogni verità e di ogni bene; essa non è un male, ma il male; essa è, come fu detto assai bene, satanica nella sua essenza. È Lucifero che vuole soggiogare il genere umano, come ha soggiogato a migliaia le schiere angeliche.

    Nell'ora presente, come nell'ora critica fra tutte che conobbero Adamo ed Eva, il genere umano è padrone del suo consiglio. Esso non ha che a scegliere fra Dio e Satana. Trent'anni fa, Mons. Ketteler così terminava un'opera che fece gran rumore4) O Cristo o Anticristo, questa antitesi racchiude il mistero dell'avvenire. Ed aggiungeva: "Tutte le direzioni del tempo, buone o cattive, ci spingono verso un punto unico, Gesù Cristo, verso una soluzione unica: sarem noi con o contro Gesù Cristo?" Egli diceva il vero. Il problema del presente e dell'avvenire, sta nel sapere se l'umanità finirà coll'abbandonarsi alla sètta, la quale, sparsa dappertutto, ha giurato di annientare il cristianesimo fino a farne perdere anche l'idea, oppure ascolterà la Santa Chiesa che vuol ricondurla al suo Creatore ed al suo Redentore. Se essa rifiutasse di ascoltarla, il suo delitto sarebbe più grande di quello degli Angeli maligni. Dopo essere divenuti figli di Dio, noi diverremmo schiavi di Satana!

    Una tale alternativa non può rimanere lungamente senza soluzione; una tale prova non può prolungarsi molto tempo. La società pagana poteva mantenersi in un certo stato di onestà naturale, ma quella che ha conosciuto il Cristo, che fu da Lui amata e che lo amò, se lo rinnega, non può non cadere nel satanismo. Noi l'abbiamo già visto, esso già esiste in mille luoghi. Dai bassi fondi sociali salirà alla superficie e dominerà tutto.

    Satana sa di avere il suo giorno, e noi pure lo sappiamo, gli oracoli divini ci hanno avvisati. Verrà un tempo in cui l'Anticristo gli assoggetterà tutte le nazioni e tutte le cose. Saranno rari coloro che, ad esempio di Mardocheo, rifiuteranno di piegare il ginocchio davanti al novello Aman. Questi tempi sono prossimi?

    Nelle Soirées de Saint-Pétersbourg, il senatore russo, sulle cui labbra G. de Maistre pone le proposizioni delle quali egli non vuole assumere tutta la responsabilità, dice che il protestantesimo condusse il genere umano ad uno stato d'apostasia in cui non può durare, ed aggiunge:

    "Fa duopo che ci teniamo pronti più che mai per un avvenimento immenso nell'ordine divino, verso il quale c'incamminiamo con una velocità accelerata che deve stupire tutti gli osservatori. Non avvi più religione sulla terra; il genere umano non può rimanere in questo stato. D'altra parte, oracoli spaventevoli annunciano che i tempi sono arrivati. Molti teologi, anche cattolici, han creduto che fatti di primo ordine e poco lontani erano annunciati nella rivelazione di S. Giovanni ... Uno di questi scrittori giunse fino a dire che l'avvenimento era già incominciato, e che la nazione francese dovea essere il grande strumento della più grande delle rivoluzioni. Non vi è forse un uomo veramente religioso in Europa (parlo della classe istruita) che non aspetti in questo momento qualche cosa di straordinario".(5)

    Così parlando, il Senatore avea evidentemente in vista la venuta dell'Anticristo.

    È senza dubbio quello che de Maistre medesimo temeva, allorché diceva che il carattere satanico della Rivoluzione la distingue da tutto ciò che si è visto e forse da tutto ciò che si vedrà. L'estensione, nel mondo intero, della congiura anticristiana cominciata da molti secoli, la potenza acquistata oggigiorno per mezzo della framassoneria, agente di questa congiura, non rendono questa supposizione affatto inverosimile.(6) Lungo tempo dopo de Maistre, nel 1873, Blanc de Saint-Bonnet manifestò i medesimi timori. "Questo, egli dice, è un momento solenne. La nostra epoca non assomiglia a nessun'altra. Molti di quelli che osservano in quale stato sono ora gli uomini, temono che la Rivoluzione faccia parte dei tempi apocalittici. Le calamità che essa adduce sembrano già appartenere al gruppo di avvenimenti che si connettono colle catastrofi finali".

    Ed altrove: "Se Dio volesse in questo momento lasciar perire il mondo, non avrebbe a far altro che abbandonarlo al suo proprio movimento, non avrebbe che a lasciar senza freno il furore degli elementi ormai scatenati, nell'ordine morale, politico e sociale".

    Giuseppe Lemann, ebreo convertito e prete cattolico, dice con precisione: "Se mai, nella società sempre più priva di Dio, si presenti un uomo potente che riepiloghi i mezzi di seduzione inventati dal progresso moderno, e ad esso il genio del male, Satana, avesse prodigate le attrattive seduttrici tenute in serbo per il figlio di perdizione;

    "Se quest'uomo, usando e abusando del suffragio universale, incateni al suo carro le moltitudini, e disponga così dei popoli con vittorie da conquistatore;

    "Se, dando l'ultima mano alla persecuzione ripresa ed estesa da Giuliano apostata, leghi più strettamente la Chiesa con leggi ipocrite e feroci e diminuisca il numero dei servi di Dio;

    "Se, colpiti dalla potenza straordinaria di questo potente dominatore, gli Ebrei lo riconoscano pel Messia temporale che si ostinano ad aspettare, e l'appoggino col loro credito onnipotente, allorché dal canto suo egli li rendesse superiori ai cattolici;

    "E se, giunto a questo apogeo, un simile dominatore, un simile mostro di potenza anticristiana, invita e sollecita i popoli asserviti ed abbagliati alla caccia dell'oro, dei godimenti voluttuosi e delle cariche dello Stato, distribuendoli alle sue vili creature, questo potente, quest'uomo formidabile non sarà egli l'Anticristo?"

    In una lettera scritta dal compianto Claudio Iannet, nell'occasione della nuova edizione che doveva fare dell'opera del P. Deschamps, Mons. Gay ha formulato le medesime apprensioni:

    "Là dunque (nelle società secrete) è formulato ed istituito, vivo e operante, con artefici sovrumani, con un'attività, pur troppo, formidabile e con un prodigioso successo, questo vecchio "mistero d'iniquità", il quale, fin dal tempo di S. Paolo, avea già il suo posto e la sua azione nel mondo, e del quale l'ultimo frutto e l'agente sovrano dev'essere "l'uomo del peccato, il figlio della perdizione", l'Anticristo, il grande ossesso e il capo mastro di Satana. Nella sua superbia e nella sua audacia si ergerà contro tutto ciò che porta il nome di Dio ..., contro il Cristo ... contro ogni potere esercitato in nome dell'Altissimo: potere sacerdotale, politico, civile o domestico ... Egli porrà sotto i piedi cose e persone, in nome del genere umano di cui si proclamerà il re, il Verbo e anche il Dio, poiché egli arriverà fino a tal punto, ed è fatale che vi arrivi. S. Paolo lo annunzia in termini espliciti. Il quale si oppone e s'innalza sopra tutto quello che dicesi Dio, o si adora, talmente che sederà egli nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio (II ad Tess., II, 4). Ed ecco che osservando lo Stato che si chiama moderno, benché sia precisamente lo Stato antico, lo Stato pagano, lo Stato quale lo agogna e vuole la framassoneria, tal quale lo ha cominciato ed è riuscita a stabilire nel mondo, lo Stato che tutto domina, centralizza ed assorbe tutto e intende di farlo senza controllo, essendo la nazione stessa e questo popolo sovrano che non ha bisogno, dice Rousseau, d'aver ragione per convalidare i suoi atti, è mestieri riconoscere e affermare che la profezia già diventa storia.

    "La framassoneria è il campo che produrrà questo frutto abbominevole. Essa è il precursore, e sarà fra poco la madre di questo tiranno, che regnerà per conto dell'inferno ed inaugurerà quaggiù il suo Stato. Essa tutto prepara per la venuta e per il trionfo dell'Anticristo; gli appiana le vie, gli concilia anticipatamente gli animi degli uomini, gli guadagna la loro simpatia; gli crea le sue risorse e gli forma in ogni paese il suo organismo politico; rende popolari i suoi principî e formula il suo dogma; propaga la sua morale che, partendo dalla menzogna, termina colla perversione; essa stabilisce il suo insegnamento e gliene assicura il monopolio; essa recluta il suo esercito; provvede al suo apparato scientifico, letterario, artistico; infine, costruendo il suo trono, che sa dover essere un giorno un altare, essa gli forma sopratutto il suo popolo, il popolo acciecato, degradato e servile "che gli occorre per essere acclamato, servito e ubbidito".

    Finalmente, non son degne d'attenzione le parole che S. S. Papa Pio X credette di dover consegnare nell'Enciclica, colla quale annunziava al mondo la sua esaltazione al trono pontificio?

    "È inutile vi ricordiamo con quali lacrime e quali ardenti preghiere Ci siamo sforzati di allontanare da Noi il peso gravissimo del supremo Pontificato ... Noi proviamo una specie di terrore considerando le condizioni funeste dell'umanità nell'ora presente ... Pur troppo è vero, che ai giorni nostri "le nazioni fremettero e i popoli meditarono progetti infami" contro il loro Creatore; ed è divenuto quasi comune questo grido dei suoi nemici: "Lungi da noi!". Chi considera queste cose ha diritto di temere che siffatta perversione degli spiriti sia il principio dei mali annunciati per la fine dei tempi, e come il punto di contatto colla terra, e che veramente "il figlio di perdizione" di cui parla l'Apostolo, abbia già fatto il suo ingresso fra noi. Tanto è grande l'audacia, tanto grande la rabbia onde dappertutto si corre all'assalto della religione, si battono in breccia i dogmi della fede, si tende con uno sforzo ostinato a distruggere ogni rapporto dell'uomo colla divinità! In conseguenza, ed è cotesto, al dire del medesimo apostolo, il carattere proprio dell'Anticristo, l'uomo, con una temerità senza nome, ha usurpato il posto del Creatore, levandosi sopra tutto quello che porta il nome di Dio".(7)

    Da molto tempo S. Ireneo ha detto che la tentazione che il demonio susciterà alla fine del mondo, sarà la riproduzione di quella che fece a' nostri primi parenti: "Voi sarete come dei". Il fine cui mira la framassoneria mercé l'insegnamento dato nelle sue scuole, nelle sue accademie, e ne' suoi giornali, mercé le leggi che fa promulgare, le istituzioni che fa adottare, si è di persuadere all'uomo ch'egli è Dio, e che lo farà entrare in possesso della sua divinità menzognera. La laicizzazione che riassume tutta l'azione massonica, non è altra cosa che lo spodestamento di Dio. "Qual'è il vostro ideale?" dimandò Jaurés, in pubblico, al gran laicizzatore Jules Ferry. "Il nostro ideale, questi rispose, si è d'organizzare l'umanità senza Dio".

    Già, si può dire che l'esercizio della sovranità del popolo altro non è che la presa di possesso del potere divino di fare la legge senz'appello.

    La tentazione adunque annunziata per gli ultimi giorni, è quella che or noi sosteniamo.

    D'altra, parte, l'assalto dato alla santa Chiesa, assalto sì ben condotto dagli Ebrei,(8) che sembra debba necessariamente soccombere, viene ad aggiungere una nuova forza a questi sinistri pronostici. Se essa soccombesse, Dio non avrebbe più organo quaggiù e il mondo non avrebbe più ragion d'essere. Già le hanno sottratti un dopo l'altro tutti i suoi appoggi terrem, i suoi mezzi d'azione, ed anche i suoi mezzi materiali di esistenza le son tolti successivamente.

    Già nel 1861, quasi cinquant'anni prima della legge di separazione della Chiesa dallo Stato, B. de Saint-Bonnet così terminava il libro che pubblicò sotto questo titolo: L'infallibilità: "Ieri desideravate che la legge fosse atea; oggi volete che la Chiesa soccomba". E di fatti, noi li abbiamo sentiti dire (9) con un furore che s'accentua di giorno in giorno, dalle loro tribune, nei loro clubs, e nei loro giornali: "O noi abbatteremo la Chiesa, o saremo da essa abbattuti". "Se voi percuotete la Chiesa - continua il nostro autore - Dio percuoterà il mondo. Se l'Europa vuol soffocare di propria mano colei che le diede la luce, temiamo di pagarne il fio colla nostra anima, di far risuonare sopra di noi la voce dell'ultimo giudizio, di affrettare l'ora d'un mondo che non sussiste se non in grazia dei santi! ... Il mondo "che vuol dominare e godere" porta un orgoglioso odio a colei che gli domanda di umiliarsi e di soffrire. Per questo la Chiesa è un oggetto d'orrore al mondo che trionfa. Ma il mondo sarà distrutto ché vorrà dare l'ultimo colpo alla Chiesa. Il mondo perirà, quando il suo odio fatale non potrà più tollerarla, perché la Chiesa non potrà più salvarlo. Il giorno in cui i re e i popoli, i sapienti come gli stolti, cioè il mondo intero, i cui assalti furono fin qui parziali, si leverà per consumare questa morte odiosa, questo giorno sarà l'ultimo ...".

    Da tutte queste testimonianze, come altresì da quello che abbiamo stabilito nel primo volume di questa opera, risulta che noi siamo attualmente in uno stato d'anticristianesimo, vale a dire nello stato in cui è necessario che l'Anticristo trovi il mondo per esserne accettato.

    Dunque l'ora sua è vicina?

    Chi lo può sapere? Nostro Signore ha risposto agli apostoli che lo interrogavano su questo argomento: "Nessuno ne conosce il giorno, neppure gli angeli del cielo, ma solamente il Padre". "Non si appartiene a voi di sapere i tempi e i momenti che il Padre ha ritenuti in poter suo".(10)

    Ma se non possiamo saperlo, abbiamo però delle ragioni più che sufficienti per tenerci in guardia.

    E quali precauzioni dobbiamo noi prendere?

    Non lasciarci sedurre dal liberalismo, perché è il liberalismo che vuole scuotere il giogo di Dio, è il liberalismo che cerca di annientare la Chiesa.

    Basta il minimo sentimento di religione per guardarsi dal liberalismo assoluto che vuol sottrarre intieramente l'uomo all'autorità di Dio. Ma vi ha un liberalismo mitigato contro del quale non cessarono di premunirci le Encicliche pubblicate dai Papi che si succedettero sulla cattedra di S. Pietro, dalla comparsa della Rivoluzione in poi e che Pio IX ha riepilogate nel suo Sillabo. Questo liberalismo, che si dice cattolico, è la pietra d'inciampo la più pericolosa che ci sia.

    Parlando dell'ultima tentazione, Nostro Signore disse "Molti allora saranno scandolezzati ... Sorgeranno molti falsi profeti i quali sedurranno molti ... State in guardia che non vi seducano".

    Perché questo timore sì grande nel divin Salvatore? e perché ci chiede egli tanta circospezione? Egli si spiega così: "Molti verranno sotto il mio nome e diranno: il Cristo son io, e sedurranno molti: badate di non andar dietro a loro. (Luc. XX, 8).

    "Essi verranno in mio nome". Il divin Maestro ci ha dunque avvertiti che fra gl'istigatori della grande tentazione, si troveranno uomini che si chiameranno apostoli di Cristo e lo diranno con molta verosimiglianza per farlo credere. Lo crederanno forse essi medesimi. Si presenteranno come i predicatori del Vangelo, del Vangelo vero, del Vangelo integrale, e con qualche apparenza per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti.

    È ancora il divin Maestro che lo afferma. Questi uomini diranno: "Io sono il Cristo" cioè, io sono la verità; è in me, e nella mia dottrina che sta riposta la salute del popolo. (11)

    Come sottrarsi alla loro seduzione? Paragonando il loro Vangelo con quello che predicarono Gesù Cristo e i suoi apostoli. "Quand'anche un angelo venuto dal cielo, diceva S. Paolo, vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia anatema.(12)

    "Io temo che, siccome il serpente colla sua scaltrezza sedusse Eva, così non siano corrotti i vostri pensieri e decadano dalla semplicità di Cristo. Imperocchè se chi viene ci predica un altro Salvatore da noi non predicato, o se un altro spirito ricevete che da noi non avete ricevuto, o altro Vangelo diverso da quello che avete abbracciato, a ragione lo sopporterete".(13)

    Gli è dunque confrontando continuamente le dottrine del giorno con ciò che dissero Nostro Signore e i suoi apostoli, che si può scoprire l'errore, per quanto sia velato, ed attenuato. È così, e solamente in questo modo, che si può evitare di lasciarsi menare nelle vie che conducono al termine della grande tentazione.

    Vegliamo adunque per non meritarci il rimprovero che il divin Maestro faceva ai Farisei: "Quando scorgete alzarsi la nube da ponente, dite subito la pioggia è vicina, e così accade. E quando vedete soffiare il vento di mezzodì, voi dite: farà caldo e così avviene. Ipocriti,(14) voi sapete distinguere l'aspetto del cielo e della terra; come dunque non conoscete i tempi in cui ci troviamo? (15)



    Note al capitolo 6

    (1) Nella sentenza che pronunzia contro il serpente nel Proto-Evangelio, Dio non parla d'Eva personalmente, ma d'una donna della stirpe medesima della sposa prevaricatrice del primo uomo; d'una donna la cui posterità, il cui Figlio si opporrà efficacemente all'azione del demonio; d'una donna, la quale per mezzo del suo Figliuolo e col suo Figliuolo, schiaccerà la testa del dragone, malgrado le insidie incessanti di quest'ultimo: Ipsa conteret caput tuum; et tu insidiaberis calcaneo eius. Queste insidie incessantemente rinnovate, sono le eresie e le persecuzioni che il demonio non cessa di suscitare e di cui la Chiesa non cessa di trionfare per mezzo di Maria. Perciò la santa Chiesa attribuisce costantemente la gloria delle sue vittorie a Maria e le esprime la sua riconoscenza con questo cantico: Gaude, Maria Virgo: cunctas haereses sola interemisti in universo mundo. L'ultima vittoria sull'inferno, la vittoria definitiva, è pure a Maria che n'andremo debitori. Ipsa conteret caput tuum.

    (2) Sarebbe un errore l'immaginarsi che il potere che Lucifero esercita da se stesso e per mezzo de' suoi angeli sia ristretto nei limiti del mondo infernale. Non bisogna dimenticare ch'egli è chiamato il principe di questo mondo che noi abitiamo e il dio di questo secolo (Ioan., XII, 31).
    Molti credono di poter spiegare il traboccamento dei delitti e delle disgrazie che ci affliggono mediante le sole leggi naturali e la perversità del cuore umano. Senza dubbio questa perversità e queste leggi ne sono le cause immediate, ma troppo spesso "il principe di questo mondo" le mette in atto, ed egli cui la Santa Scrittura chiama il maligno, approfitta della nostra ignoranza e della nostra incredulità per proseguire la sua opera senza incontrar gli ostacoli che, nei secoli di fede, l'arrestavano nelle sue funeste imprese. Ai giorni nostri si dimentica troppo l'avvertimento dell'apostolo: "Noi non abbiamo solamente a lottare colla carne e col sangue; ma coi principi, colle podestà, coi dominatori di questo mondo tenebroso, cogli spiriti maligni sparsi nell'aria". (Eph., VI, 12).

    (3) Il fumo che ai giorni nostri esce dal pozzo d'abisso ed oscura il sole sono "queste idee moderne" che aduggiano in quasi tutte le menti, le verità soprannaturali. E queste locuste, sono i demoni, che, da una parte, eccitano i framassoni e i giornalisti, gli oratori e i romanzieri che si son posti al lor servizio ad usare tutto il loro talento per propagare queste idee rivoluzionarie, e, d'altra parte, inducono i lettori e gli uditori ad accoglierle favorevolmente ed a farne la regola di loro condotta pubblica e privata. Le encicliche di Pio IX e particolarmente il suo Sillabo, le lettere di Leone XIII: Humanum genus e Immortale Dei, venendo a confermare ed a sviluppare l'Enciclica di Gregorio XVI, non hanno potuto ancora disingannare gli uomini del nostro tempo degli errori usciti dall'abisso dal XVI secolo in poi, e contro dei quali Pio VI, Pio VII e Leone XII li aveano già premuniti.
    Si sa che Leone XIII ha prescritto a tutti i preti che celebrano la Messa di recitare cogli assistenti una preghiera che è una specie di esorcismo. "San Michele ... principe della milizia celeste, per virtù divina di cui siete rivestito, ricacciate nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni che sono sparsi nel mondo, col fine di perdere le anime". Imperet tibi Deus! Questa parola di S. Michele che disputa col diavolo per causa del corpo di Mosè, di cui Satana avrebbe voluto far l'oggetto di un culto d'idolatria, la Chiesa la fece entrare ne' suoi esorcismi. Servendosi di questa formola solenne nella preghiera dopo la Messa, essa ci fa comprendere che in quest'ora essa ingaggia con Satana un combattimento singolare e formidabile.
    L'ultima domenica di ottobre 1888 Leone XIII ha fatto distribuire all'immensa moltitudine che riempiva la basilica di S. Pietro un'altra formola di preghiera a S. Michele, più lunga e più pressante. Inoltre ha pubblicato due esorcismi, l'uno per uso privato dei preti, l'altro perché fosse fulminato pubblicamente nelle chiese. Infine una delle sue poesie é una preghiera a Maria, implorante il suo soccorso nella guerra ad oltranza, che Lucifero ed i mostri dell'inferno sotto i suoi ordini, hanno rotta contro il Pontificato e contro la Chiesa.

    (4) Liberté, Autorité, Eglises. Considerazioni sui grandi problemi del nostro tempo.

    (5) Œuvres complètes de J. de Maistre, t. V, p. 231.

    (6) Si può considerare ciò che si fece in Francia nel 1789 come una "ripetizione" del dramma terribile che si svolgerà nell'universo ai tempi dell'Anticristo. Religione e monarchia, leggi ed istituzioni, costumi ed usanze, amministrazioni, provincie, proprietà, tutto fu rovesciato da cima a fondo. Invece si sostituirono il culto, l'amministrazione, le divisioni territoriali, le istituzioni e le pratiche della framassoneria che è il precursore dell'Anticristo e che sarà suo strumento (t. I, p. 376).

    (7) Il corrispondente romano della Semaìne religieuse de Montréal ha riferito che un prelato disse a Pio X d'aver ricevuto un gran numero di lettere nelle quali si chiedeva che il pensiero del Santo Padre fosse espresso con precisione su questo punto. Il Sommo Pontefice rispose indicando il carattere fondamentale dell'errore presente "Esso non consiste in negar Dio, ma nel mettersi al luogo di Dio. La divinizzazione dell'uomo, inorgoglito per le conquiste della natura: ecco il fine preso di mira, a cui aspira. Or le sante Scritture danno quest'errore, come quello degli ultimi tempi. Ne segue per logica conseguenza che, se quest'errore è quello d'oggi, gli ultimi tempi son prossimi". Intanto, continuando la conversazione, il Sommo Pontefice avrebbe espresso il pensiero che le scoperte fatte dall'uomo in questi ultimi tempi nell'ordine della natura, potevano aprire per l'umanità un periodo novello, e che Dio presentava per esso all'uomo un nuovo campo d'azione da esplorare pel bene suo e per la gloria della divina bontà.

    (8) Cornelio a Lapide riporta le testimonianze di S. Ireneo, di S. Ambrogio, di S. Agostino, di S. Gregorio, di Teodoreto, di S. Gio. Damasceno, di S. Anselmo, di Ruperto, del ven. Beda, i quali tutti han fatto derivare l'Anticristo da una famiglia ebrea (t. XII, p. 178, ediz. Vives). Non potrebbe essere altrimenti, dice il card. Gotti, citato da S. Alfonso de' Liguori, poiché se l'Anticristo non fosse ebreo, gli Ebrei non vorrebbero riconoscerlo per loro messia (t. XVIII, p. 287).

    (9) Vedi I parte, cap. II e passim.

    (10) Matt. XXIV, 36. Act. 1,7.

    (11) V. Origene su S. Matt., tratt. XXVIII, n. 34-35.

    (12) Ad Gal., I, 8.

    (13) II Ad Cor., XI, 4.

    (14) Cioè, uomini che s'ingannano da se medesimi.

    (15) Luc., XII, 54-56.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  5. #5
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    EPILOGO.

    http://utenti.lycos.it/Armeria/delass11_PII.html

    "Noi siamo per giungere all'ultima crisi, a quella in cui si cessa di parlare della salute dei governi per non occuparsi che della salute suprema della società". Queste sono le prime parole della prefazione che Blanc de Saint-Bonnet mise in fronte del libro La Restauration, scritto nel 1850. Un mezzo secolo è trascorso sopra di esse. Quello che le intelligenze superiori potevano leggere fin d'allora nelle idee che correvano noi lo leggiamo oggi nei fatti, negli avvenimenti compiuti, e più ancora in quelli che si preparano e che sono imminenti. Noi arriviamo all’ultima crisi, nella quale saremo ridotti a chiederci se la civiltà non sia per essere portata via come un filo di paglia in una bufera, e la società distrutta.

    Negli ultimi giorni del 1863, in risposta ad una lettera che gli aveva indirizzata Mons. Gaudenzi, vescovo di Vigevano, Pio IX scrisse: "Buoni e cattivi si aspettano senza distinzione un terribile cataclisma. Ma quando il mare si sarà calmato, voi vedrete la barca di S. Pietro proseguire la sua rotta con tutta sicurezza, più gloriosa e più bella che mai! Quante navi di Stato, quanti vascelli di regni, d'imperi e di repubbliche non saranno più che un cumulo di resti galleggianti, buoni tutto al più ad essere gettati nel fuoco! Prepariamoci a nuove prove colla preghiera e colla penitenza. Noi felici di trovarci in quest'arca santa che si ride di tutti i venti e sfida le tempeste. Esclamiamo con S. Cipriano: Gubernator in tempestate dignoscitur, in arce miles probatur ... Quanta sublimitas inter ruinas generis humani stare erectum!"

    Una rivista inglese, Le Crusader, scriveva nel medesimo tempo: "Noi vediamo accumularsi i segni della grande e terribile lotta nella quale l'Europa sarà divisa in due vasti campi: l'uno per l'attacco, l'altro per la difesa della libertà cristiana. In questa lotta le armi non saranno soltanto intellettuali o morali, ma saranno eziandio materiali e fisiche.

    "Infatti è vicina l'ora, in cui la forza brutale e la tirannide cesarea saranno divorate dal socialismo che rode le società moderne. In quest'ora, quando tutti i poteri che vengono da Dio saranno stati infranti dalla Rivoluzione, e la setta, figlia di Satana, vorrà regnare sul mondo, i popoli cristiani, costretti a difendere i loro altari e i loro focolari, potranno liberamente reagire contro le leggi che si frappongono tra loro e le leggi della Chiesa di Dio ... Allora verrà l'inevitabile reazione e la rivolta contro l'empietà e l'anarchia. Allora la gioventù d'ogni contrada dove la Rivoluzione ha posto il piede griderà come i Maccabei: "È meglio morire in battaglia che vedere la desolazione del santuario"; e gettando al vento tutti i calcoli umani, essa formerà in ogni paese una falange d'uomini pronta a difendere fino alla morte le libertà conquistate dalla Croce, pronta a riunirsi sotto questo simbolo a' suoi fratelli di ogni stirpe e d'ogni nazionalità. Allora le donne manderanno i loro figli e i loro mariti al combattimento. Allora i padri cingeranno la loro spada per difendere la fede dei loro figli e la libertà dei loro altari".

    In questo medesimo tempo, anche la Civiltà Cattolica in un articolo intitolato: La Trêve européenne, così rispondeva al Times: "Lord Disraëli, primo ministro d'Inghilterra, ha penetrato con maggior perspicacia che il giornale di Londra le conseguenze della congiura infernale ordita contro il Cristo e la sua Chiesa dalla Framassoneria seduta al timone degli Stati. Egli annunziò in un prossimo avvenire, una crisi universale, che sorgerà precisamente da una terribile reazione dei popoli cristiani contro la setta anticristiana, la quale, dopo essersi impadronita del potere, li strazia, li avvilisce, li smunge e pretende di abbrutirli. Questa crisi avverrà tosto o tardi, e Dio solo conosce i massacri e le rovine da cui sarà accompagnata. Ma si può predire con certezza che, dal suo fuoco morale e materiale, l'Europa sarà purificata e liberata da questo incubo di civiltà menzognera che la fa gemere oggi nella barbarie".

    Dieci anni prima che questi tristi presentimenti si manifestassero sui diversi punti dell'Europa (l'8 dicembre 1864) il Papa Pio IX aveva spedito a tutti i vescovi dell'universo la Enciclica Quanta cura coll'annessovi sillabo.

    Era la risposta del Papato alla Dichiarazione del 1789; era la barriera innalzata dinanzi alla Rivoluzione nell'ora in cui essa si accingeva a tradurre nei fatti le ultime conseguenze de' suoi principii. I popoli avevano ricevuto l'intimazione di cangiar via. Essi non lo fecero. Non erano trascorsi sei anni e già era dato il primo avvertimento.

    Esso cadde sulla Francia, perché, a motivo della sua missione tante volte secolare, a motivo dei doni che le erano impartiti, ed anche perché era dessa che avea attirato sopra se stessa e propagato negli altri le ultime conseguenze del principio della civiltà anticristiana, a lei incombeva il dovere di rientrare nella via tracciata dal cristianesimo e di attirarvi i popoli.

    Prostrata, anelante parve lo potesse comprendere. Ma tosto guide funeste la slanciarono di nuovo nel liberalismo; fu allora che sorsero nelle anime i presentimenti sopra riferiti. Quelli che li avevano e che li esprimevano si fondavano su ciò che la parola della Chiesa, sopratutto una parola sì solenne, è necessariamente seguita da una sanzione. O essa è ascoltata, e questa sanzione è la pace e i beni che l'accompagnano; o è disprezzata, ed è il disordine e le sue conseguenze. I falsi principii dell'89 non essendo stati ripudiati, alla voce di Pio IX essendo stati più che mai esaltati e presi come legge della società, la sconvolsero da capo a fondo. Nell'ora presente non vi ha un sol uomo in Europa fra gl'intelligenti, fra quelli che sanno vedere l'interno delle cose, il quale non sappia che la Francia, l’Europa, il mondo, sono alla vigilia del cataclisma più sopra annunziato. O saranno travolti nell'ultima persecuzione, o la divina Provvidenza ne farà uscire il trionfo della Chiesa, preludio del regno di N. S. Gesù Cristo, non più sulle anime soltanto, ma sui popoli e sulla intera società umana.

    È quest'ultima soluzione che sperava l'augusto autore del Sillabo: "Quando il mare si sarà calmato, voi vedrete la barca di S. Pietro proseguire la sua rotta con tutta sicurezza, più gloriosa e più bella che mai". È ciò che annunziava Sua Santità Pio X quando dava per programma del suo Pontificato: Instaurare omnia in Christo.

    Son già quarantanni che il Sillabo è stato promulgato e sono trent'anni che il disprezzo della parola pontificia faceva formulare i seguenti prognostici.

    Gli uomini di corta vista diranno: "Essi non si sono punto effettuati, né si effettueranno". L'uomo saggio dirà: "In questi trent'anni il male si è aggravato, l’empietà è divenuta di giorno in giorno più audace, e l'anarchia più generale e più profonda. Il castigo sarà maggiore, ma la reazione diventa più necessaria e per conseguenza più certa".

    Che sono trent’anni più, trent’anni meno per un male il quale per isvilupparsi ha impiegato tutto un lungo periodo della storia umana?

    Sono cinque secoli che le due civiltà si stanno di fronte e si combattono in seno della nostra società: la civiltà cristiana che la Santa Chiesa aveva impiegato quattordici secoli ad infondere nelle anime e a farla crescere nelle istituzioni, e la civiltà pagana, sparsa come zizzania dall’uomo nemico nel campo del padre di famiglia.

    La zizzania è cresciuta. Aiutata nel suo sviluppo dal nutrimento che le hanno successivamente fornito il Rinascimento, la Riforma e la Rivoluzione, essa soffocava il buon grano, ed oggi ne dissecca le radici.

    Il cristianesimo non è più nelle istituzioni, nelle leggi, nei pubblici costumi, e nemmeno in una moltitudine d'anime che credono di appartenergli, perché ne hanno conservato le pratiche, ma ne hanno perduto lo spirito. Il paganesimo ne ha preso il posto in tutto e dappertutto. Che dico, il paganesimo? È qualche cosa meno di ciò. - Il paganesimo faceva dipendere la società da Dio; la democrazia a niente si appiglia più ostinatamente che a sbarazzarsi di Lui. - Il paganesimo riconosceva l'esistenza del male nel seno dell'uomo; contro di esso avea eretto l'Autorità e l'avea armata della magistratura, della penalità e della forza. La democrazia non vuole assolutamente vedere il male nel cuore dell'uomo, essa lo dichiara buono e per conseguenza libero e sovrano. - Il paganesimo riconosceva e consacrava i diritti acquistati dal merito, cioè i frutti della virtù, i tesori acquistati nella lotta contro il male. La democrazia vuole stabilire il regime dell’eguaglianza e del comunismo. Il male è dunque arrivato al suo apogeo.

    La democrazia è trionfante, il suo regno si estende, essa vede a poco a poco cadere nelle sue formidabili reti delle anime più generose che illuminate, le quali finiscono col credere esser dovere di occuparsi a dare quaggiù la maggior somma di benessere e di godimenti che si potranno trovare. Questi ingenui tentano di condurre il mondo ad un'êra novella, un'êra di maggior felicità, e lo conducono alla sua fine. Le moltitudini, sollevate dall'orgoglio e dall’invidia che la democrazia soffia nei cuori, da tutte le passioni e da tutte le cupidigie che scatena, si apparecchiano a distruggere quanto ancora rimane di ciò che la civiltà cristiana avea edificato: cioè tutto il capitale materiale, intellettuale e morale accumulato nel corso di diciannove secoli di cristianesimo.

    E perciò è vero il dire che noi arriviamo alle ultime crisi. Si è visto il male nel pensiero, lo si è visto nella legge, or lo si vede in atto.

    Da questa crisi verrà la salvezza, se vi è ancora salvezza per l'umanità, oltre a quella che Gesù Cristo le apporterà nella seconda sua venuta.

    Noi abbiamo motivo di sperarlo con Pio IX, con Leone XIII e con Pio X, e ne abbiamo addotte le ragioni.

    Sotto la pressione degli avvenimenti, gli uomini si vedranno fra la vita e la morte, e l'istinto della conservazione li farà rigettare l’errore e ritornare alla verità! Si vedrà meglio ancora che non lo si vide alla fine del secolo XVIII ed al XVI, che "l’uomo libero", l'uomo emancipato dall'autorità religiosa, che aveva posto un freno nel suo cuore, e dall'autorità civile, che come una morsa lo riteneva, non è buono. Di nuovo e meglio che mai i fatti dimostreranno la caduta originale. L'intensità del male sforzerà a chiedersi d'onde esso provenga; e si vedrà che, lungi dall'averlo generato, la società era organizzata contro di esso; si vedrà che è inerente alla natura umana decaduta, e che fa d'uopo ripigliare contro di lui i mezzi educativi adoperati fino dal principio del mondo.

    Di nuovo, la società sarà compresa con ciò ch'essa ammette, con ciò che esige: la religione e l'autorità, la gerarchia e la proprietà. Si sentirà il bisogno della verità integrale. Ritornerà sotto il cattolicismo. Lo si richiamerà negli animi; vi si porrà all'opera per restaurare nella società tutto ciò ch'esso richiede. La verità teologica ristabilirà. l'ordine morale; la morale regolerà l'ordine politico e stabilirà l’ordine economico sulle sue vere basi: fondando la ricchezza sul lavoro, il lavoro sul capitale, il capitale sulla virtù, la virtù sulla fede.

    La piaga del Rinascimento sarà levata dal corpo della cristianità. L'uomo ripreso il suo vero senno ritornerà a Dio.

    Uno scettico, d'origine israelitica, Armand Hayem, ha previsto anch'egli questo cambiamento: "L'uomo arriverà fino alla nausea dell'uomo e si rivolgerà a Dio. In tal modo saranno restaurati i secoli di fede e l'umanità non vedrà altro che Dio, e per lungo tempo non oserà più riguardare a se stessa".

    Chi può, dopo Dio, o piuttosto per mezzo di Dio, produrre tutto questo? Colui che è stato chiamato una prima volta a ristabilire sulla verità l'ordine sociale, e che ha saputo compiere l'opera attesa: l'uomo della teologia, il prete.

    Il clero ha tirato fuori i barbari dalla barbarie. Egli vi giunse facendo entrare negli animi questa verità: L'uomo è sulla terra per espiare, lavorare e meritare. Da questa verità religiosa è derivato l'ordine economico e sociale.

    Il fondatore del Sansimonismo ha dovuto riconoscere questo fatto: "La specie umana deve al clero cattolico i progressi della civiltà da Ildebrando del secolo XI fino al secolo XVI. Ora questi progressi furono immensi ed hanno posto lo spirito umano in una altezza assai maggiore di quella in cui erasi elevato nell'epoca più brillante delle società greche e romane".

    Quello che il prete cattolico ha fatto, può farlo ancora. Egli possiede sempre la verità, egli ha i medesimi mezzi per farla entrare negli animi e per istabilirla nelle istituzioni; l’uomo non ha cangiato punto di natura, e nemmeno ha cangiato di volontà Iddio che vuol salvare gli uomini.

    Bisogna però intendersi. Quando noi parliamo di prete, vogliamo dire: il prete che sa di esser prete e che opera da prete.

    Dopo la ristaurazione del culto sulle rovine accumulate dalla Rivoluzione, il clero di Francia si è prodigato come raramente lo aveva fatto per lo innanzi; esso adoperò alla ricostruzione del "Santo edificio", come parlava G. de Maistre, tutte le industrie che gli suggerivano il suo ingegno e la generosità del suo cuore.

    Quante opere create, sostenute, sviluppate a forza di pazienza e di lavoro, poiché, generalmente parlando, i mezzi erano mediocri. Al vedere la potenza dello sforzo spiegato sembra che la Francia attuale dovesse essere tanto cristiana quanto lo era al medio evo. Basta aprire gli occhi per vedere la verità.

    Malgrado tutto ciò che tenta, malgrado tutto quello che fa, il clero vede il mondo, questo mondo maledetto dal divin Salvatore, sempre più avanzarsi nel suo trionfo.

    Nel medio evo, la teologia forniva al mondo europeo, secondo la bella espressione di Guizot, "il sangue che scorreva nelle sue vene". Ma non si giunse a rendergli quest'ufficio; tutt’altro. Oggi il sangue, vale a dire, il principio di tutte le attività moderne, è attinto altrove, in uno spirito tutto opposto a quello che offre la teologia. Nonostante tutto ciò che il clero ha fatto da un secolo, non è guari riuscito ad ottenere che si viva per la vita futura. La preoccupazione principale del gran pubblico, non è più quella di conseguire la sua salute eterna, ma di far fortuna; non più quella d'impiegare alla sua santificazione tutti i giorni che Dio concede, ma di saturarsi di piaceri. La società più non riconosce altro fine che il "progresso" ma il progresso di quaggiù, il progresso materiale.

    Senza dubbio, vi fu sempre fin dal principio del cristianesimo, una doppia corrente che spinge l'umanità in due sensi opposti: la corrente vecchia che avea preso la sua sorgente a' piedi dell'albero della scienza del bene e del male, e la corrente nuova che ha la sua a' piedi dell'albero della croce.

    In ogni tempo si trovarono degli uomini che preferirono di affidarsi alla prima corrente e di abbandonarsi alle sue onde. Ma non lo poterono fare per lungo tempo senza separarsi dalla massa della società che il divin Salvatore indirizzava verso il cielo. Oggi non solo la fiumana di morte trascina un gran numero d'anime, ma la società intera. E noi lo vedemmo, si fecero degli sforzi per "conciliare" ossia per menare il fiume della vita ad accogliere le acque del fiume di morte e di farne delle une e delle altre un medesimo veleno.

    Gli avvenimenti mostrandosi più forti di lui, il prete ha rinunziato a lavorare direttamente alla salute della società per dedicarsi alla salute degli individui. Egli si sforzò di sottrarre gli uomini ad uno ad uno dalla corrente degli errori e dei piaceri, intanto che la società ve li affogava insieme e creava ogni giorno nuovi allettamenti per trarli nell'abisso.

    D'altronde, mercé l'azione continua dello spirito nuovo e delle nuove istituzioni, le famiglie perdevano le loro tradizioni, e le nuove generazioni non offrivano più, mediante l'insegnamento della Chiesa nelle anime dei figli, il solido fondamento delle impressioni succhiate col latte. Dal canto suo lo Stato, per l'espansione giornalmente data ai programmi della pubblica istruzione, e che s'impongono fino nelle scuole ecclesiastiche, ostruiva le memorie e le immaginazioni, s'insignoriva della ragione, non lasciava più che le verità soprannaturali entrassero nelle intelligenze. Ei si rassegnò a non rendersi padrone che dell'anima, abbandonando il resto dell'uomo, cioè l'incivilimento; a non prender più di mira che la salvezza eterna degli individui senza più occuparsi della società. Di qui i metodi d'azione ristretti ed un insegnamento insufficiente per educare le intelligenze, per sublimare le anime e condurre la società nelle vie del vero e pieno progresso.

    Fa egli mestieri aggiungere che il clero medesimo non poteva non essere colpito da questa mediocrità? L'educazione famigliare, il pubblico insegnamento non possono essere diversi pei futuri Leviti da quelli dei loro compagni; e nel seminario i compendii di teologia producono sull'animo degli aspiranti al sacerdozio l'effetto dei manuali di baccalaureato. Essi mettono in moto la memoria, ma senza produr il pensiero. Essi non fanno vivere lo spirito, e non possono ingrandirlo. Per rischiarare l'orizzonte del prete alla sua entrata nella carriera sacerdotale sono necessarie sorgenti di luce.

    Ed una volta entrato nel santo ministero, come vivere in mezzo agli uomini, essere uscito dalle loro file, veder i loro costumi, prender parte ai loro pensieri, entrare in frequente relazione con loro, amarli infine, e non vedere un po' coi loro occhi, non condividere le loro illusioni! Certamente molti sanno schermirsene; ma non ve ne sono, forse, anche troppi, che si lasciano ingannare?

    Ecco il pericolo più formidabile nell'ora presente. "Pareva fino ad oggi - disse Luçon, vescovo di Belley - che il più grave dei mali della nostr'epoca, per le sue conseguenze, fosse la cattiva educazione dell’infanzia e della gioventù, che compromette l'avvenire del paese pervertendo le generazioni presenti, principalmente nella classe popolare. Ma io non esito punto a dire che questo male, per quanto sia grave, passerebbe in seconda linea, se il clero venisse meno alla sua missione. Perduto il popolo, rimane sempre il sacerdote per convertirlo; ma cessando il sacerdote ad essere quello che deve essere, quale speranza ci resterebbe di salute?".(1)

    In quest'ora è l'illusione democratica che tenta il clero. Blanc de Saint-Bonnet, diceva al tempo di Lamennais: "È necessario che Dio prenda in speciale protezione la civiltà per preservare il nostro clero dal più terribile e più pericoloso errore che mai sia comparso". Pericoloso perché seduce i cuori compassionevoli; terribile perché se il popolo fosse attratto dalla mano del clero all’amore dei beni di questo mondo, esso non potrebbe mai più sottrarsene.

    "In sì grave pericolo - dice Leone XIII - o bisogna aspettarsi le ultime catastrofi, oppure bisogna cercare a tempo un rimedio opposto al male".(2) E qual può essere questo rimedio se non quello proposto al mondo da S. S. Pio X nei primi giorni del suo pontificato: Instaurare omnia in Christo? "È qui, per riprendere le parole di Leone XIII, una necessità che diviene ogni giorno più evidente ... È il grido della pubblica salute di ritornare al punto che non si avrebbe dovuto mai abbandonare, a Colui che è la via, la verità e la vita non solo degli individui, ma dell'intera società umana. In questa società si tratta di reintegrare il Cristo Signore come nel suo dominio; bisogna che la vita, di cui è la sorgente, si spanda in tutti i membri ed in tutti gli elementi della società, che penetri nelle prescrizioni e nelle proibizioni delle leggi, nelle istituzioni popolari, nelle case di educazione, nel diritto coniugale, nei rapporti domestici, nella dimora del ricco e nel laboratorio dell'operaio. Non bisogna assolutamente dimenticarlo, sta qui la grande condizione di questa civiltà sì vivamente ricercata".(3)

    Havvi speranza che noi possiamo pervenirvi?

    Dopo una deviazione da sì lungo tempo cominciata, per tanti secoli continuata e con sì profondi sconvolgimenti, come quelli del Rinascimento, della Riforma e della Rivoluzione, non è punto un darsi al fatalismo il credere che al punto in cui siamo arrivati, niente possa cangiare l'asse dell'umanità, rimetterla pienamente nella civiltà cristiana, farle riprendere la via de' suoi destini temporali ed eterni, niente, se non un colpo della Provvidenza, uno di quei grandi avvenimenti che cambiano l'orientazione dei cuori.

    La riforma delle istituzioni non può venire che appresso la luce fatta nelle menti, e, per entrar nelle menti, la luce deve trovare i cuori aperti.

    "Questa conversione - dice De Maistre - supera tutti i miracoli, quando si tratta di nazioni. Dio l'operò solennemente son già diciotto secoli a favore delle nazioni che non aveano mai conosciuta la verità; ma a favore di quelle che l'hanno ripudiata, non ha peranco fatto nulla. Chi sa ciò ch’egli ha decretato? Creare non è che un trastullo; convertire è lo sforzo della sua potenza, perché il male gli resiste più che il nulla".

    Chiediamo questo sforzo colle nostre preghiere e speriamo, come spera Pio X, che questa grazia ci sia concessa.

    I cuori allora attrarranno le menti e faranno loro considerare tutte le cose nel vero punto di vista, nel punto di vista in cui ci avea posti il Vangelo.

    Se Dio usa questa misericordia, se, malgrado i nostri lunghi erramenti ed i nostri delitti, si degna farci questa grazia, una sola generazione potrebbe ristabilirci in quello che abbiamo ancora il potere di essere.

    Come disse assai bene Blanc de Saint-Bonnet: "La razza francese è cristiana di fatto e di sangue; solo l'educazione è pagana. Le terre che si dissodano richiedono una coltivazione eccessiva. Ma la terra lasciata a maggese dà prontamente ciò che contiene la profondità del suolo. Fu necessario cristianeggiare il barbaro per molte generazioni, perché l'idea cristiana si potesse infiltrare nel suo sangue. Ai nostri giorni, i cuori rimasti fedeli a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa apriranno gli animi alla verità, ma purché sia loro predicata".

    Il che è quanto dire che al miracolo di Dio dovrà aggiungersi l'opera dell'uomo.

    A chi incomberà quest'opera se non a coloro ai quali nostro Signore disse: "Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra".

    Nell'Enciclica che rivolse al clero di Francia, Leone XIII lo esortava in questi termini: "Raccoglietevi in voi stessi. Vedete la carriera che s'apre dinanzi a voi. Indossate le armi della luce. La notte è avanzata e si avvicina il giorno".

    Parlando a questo medesimo clero di Francia De Maistre disse nel 1820: "Si ha bisogno di voi per ciò che si. prepara".(4) Ed in pieno Terrore: "Vi è ragione di credere che la contemplazione dell’opera della quale esso (il clero di Francia) sembra essere incaricato, gli procurerà quel grado di esaltazione che innalza l'uomo sopra se stesso e lo mette in condizione di produrre grandi cose". Queste grandi cose egli le vedeva così: "Il clero francese ricomincerà un'èra novella e ricostruirà la Francia - e la Francia predicherà la religione all'Europa - e non si sarà mai visto niente di eguale a questa propaganda".(5)

    Ma per essere all'altezza di quest’opera, diciamolo di nuovo, bisogna che il prete riprenda confidenza in se stesso, o piuttosto nella virtù soprannaturale che la santa ordinazione ha in lui deposto.

    Nell'ultima conversazione delle Soirées de Saint-Pétersbourg, G. de Maistre fa dire dal Senatore, ortodosso, al Conte e Cavaliere cattolici:

    "Esaminate voi stessi, facendo tacere i pregiudizii, e sentirete che il vostro potere vi sfugge". Egli ne dice la causa: "Voi non avete più questa coscienza della forza che apparisce così spesso sotto la penna di Omero, quando vuol renderci sensibili le sublimità del coraggio. Non avete più eroi. Voi non osate niente e tutto si osa contro di voi". Noi non osiamo più nulla! nemmeno fare la più piccola resistenza contro ciò che ci uccide.

    "Per tranquillarsi si cerca - come disse monsignor Isoard fuori di sé - la causa della propria debolezza. Si accusa l'altrui mal volere, il concorso fatale di circostanze le più sfavorevoli; si ama di ricordare, o si esagerano volentieri le forze degli avversari; si nominano, si stimatizzano, come colpevoli: ciò fatto, si sta tranquillo, giudicando che basti avere spiegata la propria sconfitta mediante la superiorità del numero e dell'armamento che il nemico possiede". "La verità è che i nostri avversari sono forti, perché noi non sappiamo usare la forza che abbiamo".

    Vi è una forza comune a tutti i guerrieri, quella cioè che viene dalla volontà di resistere all'assalto. Questa volontà non ci fu, non c'è ancora in mezzo a noi; almeno in quelli che han saputo imporci le loro direzioni.

    Ma a questa forza comune se ne aggiunge un'altra, speciale ad ogni genere di guerra e di guerrieri.

    Qual è per noi cattolici, per noi preti, la nostra forza propria nella lotta ingaggiata contro di noi da quelli che vogliono distruggere la religione nella società e persino nelle anime?

    Questa forza è la nostra fede. Haec est victoria quae vincit mundum fides nostra, disse l'apostolo S. Giovanni. Cotesta direzione è per tutti i tempi e s'impone in ogni condizione di cose, essa viene dal cielo e penetra in ogni coscienza.

    Non si può dire che noi abbiamo mancato di fede?

    Ogni opposizione che non procede da un'anima profondamente imbevuta dello spirito di fede è debole e prontamente si stanca o si scoraggia. Noi abbiamo troppa ragione di arrossire di questa debolezza; e questa lassezza, questo scoraggiamento chi li può negare? È dunque necessario, all'avvicinarsi delle ultime battaglie, di ridestare la fede nei nostri cuori, affinché tutti, preti e fedeli, troviamo in essa il principio e vi attingiamo la forza della resistenza che la congiura anticristiana deve trovare in noi.

    Resistere al nemico, respingere il nemico non basta; se vogliamo avere ancora un avvenire, fa duopo che arriviamo alla Rinnovazione. Dobbiamo, cioè tendere a far rivivere nella società lo spirito cristiano, lo spirito del Vangelo che gli sforzi del clero, per quanto sieno stati generosi durante tutto il secolo XIX, non hanno potuto ricondurlo al punto in cui era al secolo XIII. Se ciò non si ottiene, la società non si fermerà più sulla china che la mena all'abisso.

    Innanzi tutto, che è necessario per rendere allo spirito cristiano il suo antico vigore e l'impero d'una volta, per far riprendere alla civiltà cristiana la sua marcia in avanti?

    Dissipare il fascino che il progresso materiale esercita sui nostri contemporanei.

    Egli è dunque di assoluta necessità, d'una necessità somma liberare le intelligenze e i cuori, aprire dinanzi a loro il soprannaturale e farveli entrare: farne loro vedere la realtà, la bellezza, la potenza di felicità ch’egli contiene e l’eternità di questa felicità. Sicuramente, molti vi si applicano, ma disgraziatamente ve ne sono che credono bene di far tutto il contrario: invece di innalzare quelli che li circondano, si abbassano essi medesimi fino a loro. È l'osservazione di Mons. Isoard.

    "Invece di parlare il linguaggio della fede, di presentare l'idea cristiana, e di sforzarsi di farla comprendere, afferrare pienamente, accettare dai fedeli, essi la velano! E la ragione che ne danno, l'abbiamo intesa le mille volte esprimere in questi termini: "Noi viviamo in tempi in cui è mestieri di saper farsi accettare". "Di qui l'atteggiamento abituale: atteggiamento timido e imbarazzato; atteggiamento dell'uomo che batte in ritirata.

    "Questo metodo dì sommissione, di diminuzione, di chetichella, si applica a tutto: esercizi di religione, direzione di coscienze, maniera di governare. "Saper farsi accettare", la parola forse è recente, ma il contegno che esprime è vecchio. Era quello del prete che si chiamava tollerante dal 1830 al 1848; era quello del prete di cui si diceva, al tempo dell’ultimo Impero, che sapeva comprendere la sua epoca. Oggidì, si dice del medesimo prete che ha lo spirito moderno: si comincia anche a lodarlo semplicemente in questi termini: egli è moderno".

    Il santo Vescovo d'Annecy non si è tenuto alle generalità. Egli ha segnalato la diminuzione dello spirito cristiano e dello spirito sacerdotale dovunque l’ha visto prodursi. Non lo seguiremo in questo esame, sarebbe di mestieri riprodurre tutte le sue opere. Ci terremo paghi di raccogliere talune delle sue osservazioni, per indicare da qual parte devono essere volti i nostri sforzi e la nostra attenzione. Dapprima quello che si riferisce alle cose esteriori.

    Il degno prelato esamina la trasformazione che si fa subire in molte città, alla magion di Dio per le assemblee di carità che procurano dei fondi alle opere,(6) per i battesimi, per i matrimoni e per le sepolture di persone ricche e che amano di far mostra delle loro ricchezze, per i canti che si eseguiscono durante il servizio divino, e dimanda: "Questo apparato e queste esecuzioni dicono esse agli assistenti: Voi siete in una chiesa; dovete pregare per questi giovani sposi, per questi defunti; il santissimo sacrificio della messa, il più grande atto che si possa compiere in questo mondo, si offre ora in questo tempio sull'altare? È siffatto il linguaggio di tutto questo fasto di tappezzerie, di fiori, di musici e di strumenti? No, mille volte no.

    "Mercé del battesimo, un'anima passa da uno stato ad un altro stato; di schiava di Satana, diviene figlia di Dio, essa entra nell'ordine soprannaturale. Il prete è il ministro di questa meraviglia. Vi ha dei battesimi nei quali le cose procedono in tal guisa che è permesso di chiedere: chi ci crede fra gli astanti? Qual è il loro sentimento quasi unanime ad una messa di matrimonio signorile? Lo si può tradurre così: il prete ha ceduto la chiesa, l'altare ad una famiglia la quale, per soddisfare il suo orgoglio, ne fa cosa sua, e ciò, a dispetto delle regole che la Chiesa ha stabilite da secoli e che ha incessantemente rinnovate allo scopo di conservare, alla casa di Dio, il suo carattere di santità unica e sovrana. I funerali offrono materia ad osservazioni dello stesso genere.

    "Che ne risulta? Questo: che il prete finisce per essere considerato come una specie di agente sociale il cui ministero è parallelo a quello dell'ufficiale di stato civile. Mercé il battesimo, egli inaugura la vita d'un cittadino; mercé la comunione, inaugura il passaggio dall'infanzia alla giovinezza; col matrimonio, impresta alla giovane sposa gli splendori d'un'adunanza solenne; infine, quando la sua voce si leva grave e flebile sopra una fossa aperta, egli esprime l’addio supremo della famiglia e della società a colui che non è più".(7)

    Mons. Isoard invita a mettersi nel posto di questi cristiani, innumerevoli ai giorni nostri, l’istruzione religiosa dei quali é sì tristamente superficiale ed imperfetta. Da questa maniera d'essere, di fare e dire, ne consegue per essi una fede incerta che non sa dove appigliarsi, dove fissarsi, o se debba disprezzare tutte le cerimonie del culto cattolico.

    Per abbassare, dovremmo dire per avvilire così il culto, si parte da questa idea: "Offrire nelle chiese, al popolo cristiano che non lo è se non per un sentimento assai vago, quello che ama di trovare altrove. Operare cosi, è non avere l'intelligenza della vita cristiana, è non avere l'intelligenza dell'anima umana. La vita cristiana, è il rovescio di quella del mondo; accarezzare i sensi per fare uno spirito cristiano, è un controsenso. E quello che dimandano alla Religione gli uomini capaci di pensare e di giudicare colla loro testa, è precisamente quello che essi non hanno intorno a sé nella vita quotidiana ... Il vostro lusso e i vostri concerti li offerite a chi ne è saturo ... Il metodo che consiste nel fare che una chiesa sia il meno possibile una chiesa è sommamente disadatto e in opposizione colla natura umana. Neppure è mestieri di dire ch'esso non è in minore opposizione collo spirito del cristianesimo: è il sacrilegio ... Invece di spandere lo spirito di preghiera, rendete la preghiera impossibile nella Chiesa medesima".(8)

    Queste parole di Mons. Isoard, sono assai severe. Ma non sono esse giustificate?

    Un prete del clero di Parigi, il canonico Balme-Férol, in un libro intitolato: Du pouvoir du christianisme et de la mission de l'Eglise dans la crise actuelle, deplorava i medesimi errori nel 1883 (p. 130-131):

    "Per secondare il gusto del mondo, si sono introdotti nelle feste, nelle cerimonie religiose, gli usi, gli ornamenti e le decorazioni di feste profane. Vi sono delle chiese in Parigi nelle quali si trova appena una qualche traccia dell'antico culto cattolico; tutto è cangiato e trasformato alla moderna ... Particolarmente nelle solennità del Corpus Domini e del mese consacrato alla Santissima Vergine, la pompa delle feste mondane è fatta contribuire ad eccitare la curiosità ed attirare la moltitudine. Niente pareggia la profusione dei lumi accesi e la decorazione di cattivo gusto onde sono sopraccarichi gli altari. Or, quando si cerca di definire il sentimento che si prova alla vista di questi ornamenti agglomerati, di queste estrades gigantesche, di queste piramidi di fuoco alla sommità delle quali si scorge l’Ostensorio che racchiude l'Ostia Santa o la statua della Madre di Dio, si trova essere una cosa simile alla sorpresa e allo stupore dinanzi ad un fuoco d'artificio, o ad illuminazione pubblica; ma non si è penetrati punto né di fede, né di rispetto, né di divozione ... Ciò che finisce di snaturare queste decorazioni e di secolarizzarle, si è che questi ornamenti onde si addobba la chiesa sono sovente tolti a nolo dagli impresari di festa profana: queste fiaccole che brillano davanti al Santo dei santi illuminavano la vigilia un ballo pubblico; queste drapperie sbiadite che circondavano l’immagine della Vergine Immacolata, servivano forse a tappezzare qualche sala di persona equivoca.

    "Cotesti ornamenti esalano un odore di corruzione che non può non profanare il luogo santo.

    "La celebrazione di maritaggi, massime per le prime classi, è un'altra occasione di mondanità nella Chiesa ...

    "La Chiesa una volta assorbiva la società e la faceva vivere della sua vita. Ai nostri giorni, invece che servire di modello, si regola ella stessa dietro il mondo del quale credesi obbligata di adottare le usanze".(9)

    continua...............
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  6. #6
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    Parallela alla santità della Chiesa, vi è la santità del sacerdozio. Anche qui ritorna la frase di G. de Maistre: "Tutto si osa contro di voi", per fare sparire questo carattere di santità agli occhi del popolo; e voi non osate nulla".

    Nelle conferenze che predicò all'Oratorio sopra il sacerdozio, nel 1876, Mons. Isoard fece assistere il suo uditorio all'ordinazione dei chierici, dei ministri, del sacerdote e del vescovo. Fin dalla prima, pose questa questione: "Che cosa è un sacerdote? che cosa è il sacerdozio?" Egli risponde: "Esso si definisce fin dall'entrata nel chiericato. Imponendo la cotta, il vescovo può dire a colui che fa divenir "chierico": Quando io ti prescriveva di accostarti rivestito della sottana (veste talare), quando ti tondeva i capelli, io distruggeva in te il vecchio uomo, l'uomo di morte, che non può comunicare che la morte. Ed ora, compiendo ciò che ho cominciato in te, quando ti rivesto di questa cotta, della veste bianca, io metto in te l'uomo nuovo, l'uomo della risurrezione, Colui che è morto per uccidere la morte, Gesù Cristo".

    Mercé quella prima iniziazione, il "chierico" è già "separato" separato dal "mondo" per dedicarsi a Dio, e quindi per servire di mediatore fra Dio e l'uomo. Separazione per elevazione, è la santità.

    "Contro questa cittadella del carattere sacerdotale, il nemico ha diretto e moltiplicato i suoi assalti. Egli si è proposto di far discendere il sacerdote al livello degli stati, delle professioni volgari; egli si è proposto di arrestare il prete ed affogarlo nella folla".

    Si dissero molte parole, si presero molte misure, molte leggi si fecero per arrivare a questo risultato. L’ultima, la più grave, fu la legge militare. Niente di più efficace per indurre la folla a pensare: si può esser prete e soldato. Come l'avvocato e il medico sono soldati, lo è anche il prete. Lo stato dell’uomo di chiesa è uno stato come un altro.

    Questa legge fu accettata sebbene opposta all’immunità ecclesiastica e malgrado i pericoli che offriva relativamente allo spirito ecclesiastico.

    Fin dal primo anno della coscrizione dei chierici Mons. Isoard disse: "Io sono convinto che noi abbiamo scelto i mezzi migliori per accreditare nel popolo questa impressione, questa idea che il prete non ha in se stesso, e in modo assoluto e definitivo, nulla che lo distingue e lo separa dagli altri uomini; questa convinzione si accresce cogli anni".

    Per far intendere ciò che è il prete in se stesso, ciò che l'ordinazione l’ha fatto essere, nella sua essenza, il carattere il quale fa che un uomo sia un prete, Mons. Isoard poneva di fronte, dinanzi a' suoi uditori, i due uomini che i loro correligionari chiamano il "ministro" e il "prete", l'uno nell'esercizio delle sue funzioni, l'altro del suo ministero.

    "In un tempio protestante, il ministro, o presiede alla preghiera od esorta. Egli parla a Dio a nome di tutti, ovvero ricorda la legge religiosa, la commenta, la spiega. Egli ha in questo momento un posto che gli è proprio, un abito che lo addita agli sguardi, una funzione particolare ... Ma questo posto e l’ufficio che gli sono attribuiti non suppongono alcuna preminenza per la sua persona, alcuna soggezione per quella de' suoi uditori. In tutte le assemblee, si accetta così un presidente, un organo".

    Ora entrate in una chiesa, guardate, udite.

    "Fra i seggi occupati dai sacerdoti e il vostro posto, havvi una barriera, più che una griglia di ferro od una tavola di marmo, una barriera morale, sacra, insormontabile. Voi non entrate nel coro, perché vi manca un titolo di nobiltà, il carattere ecclesiastico.

    "Quello che fa il prete nel coro rassomiglia in certi luoghi a quello che fa altrove il ministro, egli presiede alla pubblica preghiera. Ma è questa la sua funzione meno importante; pensando a lui, voi ve lo rappresentate subito all'altare, e fate bene, il prete e l'altare è tutt'uno, come l'anima e il corpo. Quello che avviene all'altare, l'eco senza fine che avrà la sua azione nel mondo intero, cielo, terra e purgatorio, non è qui che si convenga di dirlo; quello che io veggo, quello che ora mi colpisce, è l’uomo di Dio unito in questo momento solenne all'Uomo-Dio per la comunanza della volontà, per la partecipazione di alcuno de' suoi poteri, ad una porzione della sua vita. Io veggo il prete ritto con Gesù Cristo, veggo il popolo fedele genuflesso.

    "Il prete lascia il santuario per salire in cattedra; nuova rassomiglianza di condizione col ministro. Ma egli parla come avente potere, e finito il sermone, imparte la sua benedizione. Poi s'egli è pastore, parroco, dall'alto di questa cattedra, pubblica, sia a nome del suo vescovo, sia in suo proprio nome, delle leggi, delle proibizioni, dei permessi. Udite un po': "noi comandiamo, noi dispensiamo". - Ma, egli è dunque un'autorità? - Eh! senza dubbio! - E dov'è dunque la sua terra? dove sono i suoi sudditi? - La sua terra è il regno dei cieli; i suoi sudditi sono tutti i chiamati, ed egli li governa per farne degli eletti.

    "Egli ha una forza sua particolare e che non si trova in nessuna parte altrove, e che nessun altro pretende tranne che lui. Egli ha dei poteri sull'anima, lega e scioglie; egli benedice, santifica, consacra, egli mette fuori della Chiesa e riconcilia con essa. Nell'ordine regolare delle cose, la salute è impossibile senza il concorso del suo ministero, della sua volontà. Fra Dio e il peccatore, vi è l'uomo di Dio, l'uomo fornito del potere di Gesù Cristo, colui che dice: Ego te baptizo, ego te absolvo.

    "Recatevi in ispirito sulla piazza di San Pietro, davanti al trono d'un vescovo, presso un confessionale o al letto d'un malato, la mano del vescovo o del prete è levata per benedire o per assolvere, la fronte del fedele si abbassa per ricevere la grazia o il perdono.

    "Che cosa è dunque un ministro protestante? Io posso rispondere con una sola parola: è un uomo. E che cosa è un prete? Io non posso rispondere. Quando io dicessi: egli è uomo, è angelo, è il Cristo di Dio, non avrei ancora espresso tutto.

    "Fuori del tempio, il ministro protestante non è altro che un protestante; nel tempio egli è quello che è altrove un professore di Facoltà. Fuori della chiesa, il prete è pel suo carattere al disopra di tutti i fedeli; ed ha diritto dappertutto e sempre al loro rispetto. Nella chiesa, il prete è il mediatore fra Dio e i fedeli, e mercé de' suoi poteri e de' suoi uffici, tiene più del Dio che dell'uomo".

    Quale pregiudizio per la religione e anche per l'umanità se questa nozione del prete, quale egli è in realtà, quale l'ha fatto (essere) la sacra ordinazione, venisse a diminuirsi od alterarsi! quale sventura quale prevaricazione se questa diminuzione, questa alterazione derivasse dal corpo ecclesiastico stesso, per quanto fossero pochi i preti che ne dessero l'occasione!

    Ciò non ostante ve n'ha di quelli che contribuiscono a far perdere la nozione del sacerdozio, del carattere sacerdotale, pel contegno che hanno, per le abitudini che prendono. Essi dimenticano che la vita del prete dev'essere una vita d'immolazione e di sacrificio, che la felicità del prete sta nell'accettazione vera ed intera di questa vita affatto eccezionale. Si veggono sulle spiaggie frequentate dai bagnanti, nelle stazioni termali, alla più parte delle esposizioni e feste che non sono loro assolutamente proibite. Si veggono adottare in casa le mode, le usanze, il lusso che la loro condizione e l'opinione pubblica sembrano loro interdire.

    Mons. Luçon, vescovo di Belley, ha parlato su questo argomento come Mons. Isoard: "Non facciamo il giuoco dei nostri nemici, abbassandoci, laicizzandoci, lasciandoci andare ad usanze, ad un contegno che non ci convengono, comportandoci da uomini pari agli altri. Ora, questa tendenza si è sgraziatamente manifestata in molti di noi".

    Sopratutto nelle grandi città, i sacerdoti hanno da superare grandi difficoltà per conservarsi quello che sono, per non deviare dall'ideale che si erano posto dinanzi agli occhi nel giorno della loro ordinazione. Il fascino dell’inutilità rende meno sicuro il loro giudizio; essi non distinguono sì facilmente, sì prontamente, fra ciò che è necessario od inutile, fra ciò che possono prendere dal mondo, dalla vita comune degli uomini e ciò che devono assolutamente rigettare. Un po' alla volta una confusione pericolosa si forma nella loro mente, la quale non si forma sì facilmente nella mente dei laici; che quasi sempre essi distinguono con sicurezza ciò che non si conviene al prete.(10)

    Nelle campagne il pericolo è diverso. Anche là vi è qualche cosa che solletica il prete ad abbassarsi, sebbene in altro modo. Questo pericolo deriva dal suo isolamento, l'isolamento della sua vita, sopratutto della sua vita intellettuale. Non vi è un uomo, in molti luoghi, che comprenda che cosa egli è, egli il prete, egli il pastore! Tutto ciò ch'ei può sperare si è di "farsi sopportare". Per ciò ottenere, egli è tentato ad attenuare ciò che è; a velare il prete ed a comparire una buona pasta d'uomo. Queste attenuazioni, egli se le impone da prima per ragione, per calcolo, ma ben presto il contegno imparato diventa in lui una maniera d'essere abituale. "Aver diritto al rispetto - disse Mons. Isoard - è il solo bene che possa, in certi casi, conservare quegli al quale il corso degli avvenimenti toglie il potere e la forza. Ora, non si può essere rispettato se non alla condizione precisa d'essere e di rimanere sempre il medesimo.(11)

    "In generale, farsi accettare dagli uomini, che cosa suppone? Suppone in primo luogo che non si offenda le loro idee, i loro gusti, che non si urti contro le loro abitudini. Si dovrà poi contrarre alcuna di queste abitudini, si dovrà partecipare ai loro gusti, prendere il loro linguaggio; e, pel fatto stesso che si parla come loro, si arriverà facilmente a pensare com'essi pensano. Allora si sarà accetto, pur essendo, come uno straniero, tenuto ad una certa distanza.

    "Ma, di grazia, è possibile farsi un altro senza diminuire se stesso? Noi abbiamo lasciato del nostro, e molto, dacché abbiamo preso da altri qualche cosa che forma la sua originalità, la sua personalità.

    "Si è ripetuto: Andiamo verso di loro! Diventiamo quello che essi sono, salvo l'onore e la coscienza! Che non si abbia voluto sacrificare la coscienza, non ne dubito guari; che si abbia salvato l'onore, non posso ammetterlo.

    "Colui che consente col silenzio ad una diminuzione del suo ufficio, ad un restringimento de' suoi diritti, costui si diminuisce incessantemente da se stesso; poiché il nostro piano, la nostra azione, il nostro diritto, è una estensione della nostra persona. Che dire di colui che si presta a questa diminuzione? di colui che vi lavora colle sue proprie mani? E tale si è da cinquant'anni, sopratutto da quindici anni, la nostra condizione.

    "Ma almeno abbiamo riflettuto a ciò che diamo per farci quello che sono i nostri avversari, colla speranza di farsi da loro accettare? Noi diamo il soprannaturale. E il soprannaturale è il nostro punto di partenza, come cristiani e come preti. Noi siamo cristiani mercé il sacramento del Battesimo, siamo preti mercé il sacramento dell'Ordine. E soprannaturale è il principio proprio della nostra azione nel mondo. Il soprannaturale è la nostra unica ragion d'essere. Ecco pertanto ciò che noi cediamo in questo contratto".

    Diminuire se stesso è un gran male, diminuire la dottrina di cui si è depositario è un male maggiore. Non è soltanto rendere la Rinnovazione assolutamente impossibile, ma è precipitare la caduta verso la religione umanitaria, verso questa Gerusalemme alle porte della quale l'Alleanza Israelita Universale spinge gli uomini di tutte le religioni e di tutti i paesi. "Una volta sparite le sottigliezze dommatiche - disse l'ex abate Helbat - l'accordo diverrà sempre più facile e frequente".(12)

    continua..............
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  7. #7
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    Vi sovvenga di ciò che abbiamo detto dell'estensione e potenza dello sforzo che si fa attualmente in tutte le parti del mondo e in tutte le classi della società per diminuire il dogma, per farlo sparire. È il primo e il più grande pericolo dell’ora presente.

    Mons. Luçon, nella circolare indirizzata a' suoi sacerdoti nel 1902, si è creduto in dovere di mettere in guardia il clero contro questo pericolo: "L'influenza di dottrine, divulgate ai giorni nostri, non ha cessato di penetrare nel clero. Sotto pretesto di portare la difesa sul terreno stesso dell'assalto, taluni de' suoi membri hanno lasciato il territorio solido e conosciuto della tradizione e si sono lasciati spingere a concessioni pericolose, talvolta eziandio incompatibili colla purezza della fede e colla integrità della dottrina.

    "Infatti, preti di talento, pur animati da lodevoli intenzioni, vollero tentare di colmare il fosso che separa la ragione dalla fede e di riconciliarle l’una coll'altra. Lo scopo è eccellente: per mala sorte, essi hanno cercato di ottenerlo, non conducendo la ragione alla fede mediante la dimostrazione, ma adattando la fede alla ragione per mezzo di concessioni".(13)

    Altri hanno creduto di far bene tacendo nell'esposizione della dottrina ciò che, credevano essi, offuscherebbe la mente dei loro uditori.

    Già, nella seconda metà del diciottesimo secolo, osserva Mons. Isoard, non si predicava più il Vangelo nelle città un po' considerevoli. I predicatori coprivano di veste religiosa i concetti degli enciclopedisti, dei filosofi ... I medesimi sintomi di debolezza nella fede e di condiscendenza di fronte alle idee dominanti sono oggi segnalate da tutti i ben pensanti ... In molte grandi chiese i predicatori estranei al clero della parrocchia vogliono essere conferenzieri. Essi ci tengono a parlare di tutto a proposito della religione. Il loro spirito si esalta, lo si constata ad ogni momento, per la preoccupazione di comparire al corrente delle tendenze e dello spirito del loro tempo. Sembrano dire ad ogni istante: "Io son prete, ma uomo del mio tempo".(14)

    Altri, divenuti molto numerosi dopo la funesta introduzione degli studi detti "sociali" nei seminari, si applicano a mostrare la religione come la fonte di felicità pubblica, come la prima delle istituzioni sociali. Essi non considerano, non esaltano che gli effetti visibili e transitorii della religione, in una società pur transitoria, e in un mondo che deve finire. Sembrano prendere per punto di partenza delle loro apologie del cristianesimo, questo pensiero d'un ebreo tedesco, Mendelssohn: "I migliori principii religiosi son quelli che si collegano più strettamente agli interessi generali dell'umanità".(15) Con siffatta predicazione, si può affermare che i fedeli sono fatalmente portati ad affezionarsi subito e sopratutto ai vantaggi che la pratica della religione loro assicura nella vita presente. Tutte queste arringhe a favore della religione cattolica (poiché ahimè! noi le conserviamo l'atteggiamento di un'accusata) tutte queste arringhe offrono questo di comune che accettano il punto di vista degli avversari; sembrano ammettere che il grande affare sia di rendere il nostro rapido passaggio in questo mondo meno penoso, e, se è possibile, anche gradevole. D'accordo sulla questione del fine da proporsi, non havvi più dibattito che sulla idoneità della religione a rendere gli uomini felici e le società tranquille: noi patrociniamo l'utilità pratica. Il nostro metodo è buono; è anzi migliore di tutti gli altri e i suoi mezzi di azione sono i più potenti.(16)

    Fino ad un'epoca poco lontana, si prendeva per punto di partenza l'individuo: tutta la predicazione si riassumeva in questo sol grido: Salvate l'anima vostra! ... I vantaggi sociali non erano che una conseguenza sempre sottintesa della perfezione di ciascuno.

    Ora facciamo tutto l'opposto; noi partiamo da queste conseguenze, le esaltiamo; noi lasciamo nell'ombra il dovere dell'individuo e l'interesse dell'anima sua, come se la conseguenza potesse prodursi lungamente, dopo che sarà sparito il suo principio.

    Per dimostrare ciò che è divenuta oggi in molti luoghi la predicazione, Mons. Isoard fa, nel Système du moins possible questa supposizione:

    "Immaginiamo un buon cristiano, il quale, cinquant’anni fa, abbandonò la Francia per andare a cercar fortuna nel Nuovo Mondo, come allora si diceva. Egli aveva allora più di vent'anni; egli era assiduo alla predica e al sermone in una delle buone parrocchie di Parigi. Egli si ricorda quello che udiva allora. Eccolo di nuovo, dopo sì lunga assenza, in questa medesima chiesa, nel medesimo posto. La predica e il sermone si tengono ogni domenica; egli li ascolta religiosamente. Chiediamogli quali sono le sue impressioni allorché confronta i suoi ricordi di cinquant'anni fa con ciò che oggi ascolta.

    "Egli vi dirà: È sempre la stessa parola di Dio; soltanto me se ne dice una metà. - Come la metà? - Eh! sì, mi si parla della misericordia di Dio, mai della sua giustizia; mi si parla della felicità che si trova in questa vita osservando i comandamenti, ma quasi mai della felicità dì veder Dio in Paradiso; mi si parla della pia memoria che fa d'uopo conservare dei nostri defunti, ma punto delle fiamme del Purgatorio. Dell'eternità delle pene, quasi nulla: quanto alla parola "inferno" non l'ho ancora udita pronunciare dopo sei mesi che son ritornato".(17)

    Dopo d’aver ricevuto questa dichiarazione, il Vescovo continua: "La metà della religione si passa sotto silenzio! Non ricorrete all'accusa sì comoda di esagerazione dei termini come del pensiero! No, date soltanto un'occhiata al Vangelo col pensiero di rendervi ragione del bene o del male fondato di questa affermazione: Voi ben presto dovrete riconoscere che in tutte le parole di nostro Signore, ne' suoi discorsi agli Ebrei riferiti a S. Giovanni, la pena eterna, l'assoluta necessità della penitenza, dell'espiazione costituiscono la metà del suo insegnamento. Quanto alle difficoltà per operare la salute, quanto all'obbligo essenziale di fare degli sforzi e d'imporsi dei sacrifizi per vivere cristianamente e salvar la propria anima, chi oserebbe affermare che non sia, a tutto rigor del termine, tutta la dottrina del nostro adorabile Salvatore?

    "E sono queste verità primordiali, questo ideale, queste condizioni della vita pratica, che tacciono volontariamente, in virtù d'un sistema stabilito, i predicatori delle nostre più religiose radunanze!"(18)

    Il venerato prelato conchiuse: "I fedeli, obbedendo agli istinti della nostra natura decaduta, non dimandano niente di meglio che restare nell’ordine naturale, al di qua d'una vita nuova, superiore, la cui necessità ed esistenza non s'impongono da se stesse al loro spirito. Onde segue che, dietro il solo esame delle loro disposizioni naturali e del linguaggio che sono avvezzi ad udire, si deve affermare senza esitazione che la nozione della vita soprannaturale se ne va impoverendo fra loro rapidamente".(19)

    Nell'Enciclica pubblicata nella ricorrenza del centenario di S. Gregorio Magno, S. S. Pio X diede questo avvertimento: "Poi vedete, Ven. Fratelli, in che errore cadono coloro i quali credono rendere servizio alla Chiesa e compiere un'opera feconda per la salute eterna degli uomini quando, per una certa prudenza carnale, fanno larghe concessioni ad una scienza che non merita questo nome ... Una tale prudenza fu sconosciuta da Gregorio. Nella predicazione del Vangelo, egli seguì costantemente le traccie degli Apostoli che dicevano, quando si lanciarono per la prima volta attraverso il mondo col fine di. annunziare il Cristo: "Noi predichiamo Gesù Cristo crocifisso, scandalo ai Giudei e follia ai Gentili". E tuttavia, se mai vi ebbe un tempo che gli spedienti della prudenza umana potevano sembrar sopratutto opportuni, fu certamente in quest'epoca in cui gli animi non erano punto preparati ad accogliere una dottrina sì nuova, sì contraria alle passioni generali, sì opposta alla civiltà ancor floridissima dei Greci e dei Romani. Nulladimeno, gli Apostoli giudicarono cosa indegna di loro questa specie di prudenza perché essi conoscevano il precetto divino: "Piacque a Dio di salvare colla follia della predicazione quelli che credessero in lui". Avviene oggi come sempre: questa follia "per quelli che si salvano, cioè per noi, è la forza di Dio. Come per lo passato, è lo scandalo della Croce che ci fornirà le armi più potenti; come altra volta, è per questo segno che otterremo la vittoria".

    Di tutti i nostri mali, l’impoverimento della vita soprannaturale, effetto della diminuzione della dottrina, è sicuramente il più grave, quello che più darebbe a disperare dell'avvenire.

    Mons. Isoard non si tien pago di affermare la sua esistenza per induzione, egli lo coglie sul fatto. Sarebbe troppo lungo riprodurre qui tutto ciò ch'egli disse intorno a questo doloroso argomento, e dimostrare dietro di lui che la maggior parte dei cristiani dei nostri giorni, anche quelli che frequentano gli uffici e i sacramenti, sono, in fatto, quasi estranei a queste virtù di umiltà, di mortificazione, di penitenza che derivano dalla Croce, che formano il vero cristiano e alle quali si deve attribuire l'energia delle generazioni che precedettero la nostra.

    Diamo come esempio quello ch’egli dice del sentimento che il cristiano d'una volta e il cristiano d'oggi hanno di se stessi.

    "Ogni uomo è peccatore, ed ogni uomo deve, per questo capo, avere in sé il sentimento della sua indegnità. Vi è innanzi tutto il peccato originale, il peccato di Adamo col quale nascono tutti quelli che vengono in questo mondo; e vi sono le prevaricazioni particolari che ciascuno ha la disgrazia di aggiungere al peccato della sua origine. Di qui due sorta di indegnità, l'una che si potrebbe chiamare assoluta, l'altra variante d'uno in altro individuo. Questi due elementi di sentimento che si aveva di se stesso si manifestavano in mille guise nella vita pubblica e nella condotta privata. Oggi spariscono insieme colla nozione del peccato.

    continua..............
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  8. #8
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    "Non si dice più peccato, si dice fallo.

    "Non si parla più di penitenza, di espiazione, ma semplicemente di cambiamento di condotta.

    "Paradiso, inferno, eternità sono sostituiti dal vago: al di là".

    Si converrà che le idee risvegliate nella mente dalle parole nuove, non sono affatto più quelle che le parole vecchie aveano l'ufficio di esprimere; e per conseguenza le persone che usano questi neologismi attestano per ciò stesso che il loro spirito non abita più le regioni in cui spaziavano le anime degli antenati.

    Come assai bene osserva Mons. Isoard, colui che dice di aver commesso un fallo, non pensa che alla legge morale colla quale si trova in difetto, riconosce di aver commesso un errore di condotta. Laddove colui che si confessa colpevole di un peccato, ha dinanzi a sé Dio, il suo Creatore, il suo sovrano il cui precetto ha trasgredito, Dio il suo salvatore, che ha disprezzato ed offeso; e piange la sua ingratitudine, il suo orgoglio. Tibi soli peccavi. Ho peccato contro di voi, o mio Dio, ho commesso il male alla vostra presenza! Colui che riconosce di aver commesso un fallo dice: L'esperienza m'ha reso saggio; terrò un'altra condotta. Colui che si accusa di peccato ha la coscienza della sua indegnità, e promette a Dio di espiare l'offesa di cui s'è reso colpevole verso la sua infinita Maestà. Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae.

    Per mostrare a qual punto l'idea d'una indegnità personale che risulta dal peccato, ed il pensiero della necessità di farne la penitenza sono in opposizione collo stato dello spirito degli odierni cristiani, non di quelli che lo sono soltanto pel battesimo, ma degli stessi "buoni fedeli". Mons. Isoard richiama l'attenzione sopra una esperienza che molti sacerdoti furono in grado di fare, e di cui hanno potuto constatare il risultato. Si legga in pubblico la vita d’un santo; quando il lettore giungerà ai capitoli che hanno per titolo: Dell'umiltà, della pazienza, della mortificazione del Servo di Dio, egli si accorgerà facilmente che il suo uditorio non comprende, o non ama udire, ed è impaziente di vederlo giungere a quelli: Dell'amore del nostro Santo per Iddio, della sua carità del prossimo. E tuttavia parlare della carità d’un santo, cancellando dalla sua vita l'umiltà, la mortificazione e lo spirito di penitenza, è come pubblicare gli effetti sopprimendone la causa. Il santo ha la scienza del peccato, e la coscienza d'esser peccatore, possiede il sentimento dell'indegnità che questa scienza e questa coscienza gli ispirano, e tutto quel sentimento, coscienza, scienza è il punto di partenza della sua santità.

    Il cristiano ha il sentimento della sua indegnità, ma egli ha pure quello della sua dignità, soltanto questo sentimento non procede in lui dall'orgoglio.

    San Leone esclamava: Agnosce, o christiane, dignitatem tuam, divinae consors naturae. Riconosci o cristiano la tua dignità, tu sei divenuto partecipe della natura divina!

    Si scorge qui la differenza che passa fra dignità e dignità, la dignità nel senso d'una volta, e la dignità nel senso odierno. Gli antichi si servivano di questa parola per indicare un volere estrinseco, aggiunto alla natura umana, o ad un uomo in particolare. Vi era la dignità del cristiano e quella del sacerdote, dignità fondamentali, poi quelle che conferivano gli uffici sociali. In primo luogo la dignità pontificale e la dignità reale, poi quelle che da queste due sorgenti si diffondevano negli uffici inferiori.

    Lungi dall'eccitare l'orgoglio, la dignità compresa in questo senso conduceva all'umiltà. Colui che ne era investito sapeva e manifestava che non era lui stesso, ma qualche cosa di aggiunto a ciò ch'egli era, alla sua propria infermità. Esso ne voleva lo splendore, perché questo splendore era necessario all'esercizio degli uffici che doveva compiere, ma per questo non se ne inorgogliva. È ciò che spiega la distinzione, sì spesso fatta in una medesima persona, fra il superiore che tutti dovevano rispettare, e l’uomo, il cristiano che sapeva essere suo dovere di umiliarsi, e pel quale tutti doveano pregare. Questo giustissimo sentimento faceva sì che i re non giudicassero per nulla umiliante lavare i piedi ai poveri, e servirli a tavola colle proprie mani. Essi si conoscevano figli d'Adamo, creature decadute, uomini tanto peccatori quanto coloro dinanzi ai quali si abbassavano. Ma quando esercitavano le funzioni reali, sapevano ricordarsi della dignità di cui erano investiti, e ne esigevano il rispetto. In parecchie città e specialmente in Orléans ed a Rouen, quando un nuovo Vescovo prendeva possesso della sua sede, vi si recava a piedi nudi dall'entrata in città fino alla soglia della cattedrale. Gli onori che gli erano resi, si rivolgevano alla sua dignità, ed egli si ricordava e faceva ricordare ciò che era come individuo. Era una pratica abbastanza comune, massime in Francia, di farsi collocare, sulla paglia e sulla cenere, nell'ora estrema, per quanto fosse grande il personaggio, perché in presenza della morte, sparisce ogni dignità e più non vi rimane che la personalità umana. Molti signori chiedevano di essere sepolti in modo che il popolo nell'entrare in chiesa o nell'uscire potesse calpestarli (coi piedi).

    Quanto più una esistenza era grande, quanto più erano pomposi i suoi titoli, e tanto più si avea cura d'inserirvi questa parentesi "quantunque indegno". La dignità di cui uno era rivestito lo rendeva tanto più umile quanto essa era più elevata.

    Questa umiltà faceva sì che l'esercizio dell'autorità fosse veramente un servizio, secondo la raccomandazione che ce ne ha fatto nostro Signore. Oggi essa è un dominio, dominio che avvilisce del pari colui che ne impone il giogo come colui che ne è vittima.

    Mons. Isoard ha condotto la sua ricerca sopra un'altra nozione cristiana anch'essa fondamentale come quella dell'umiltà, la carità.

    "Interrogo separatamente - così egli - due uomini che lasciano al mattino la loro abitazione per recarsi in casa del povero. L’uno di essi è cristiano, compreso pienamente dello spirito della sua fede, l'altro un uomo privo di questo spirito. Dico al primo: - Perché tanta premura pel povero? - Perché nel povero io vedo Gesù Cristo, l'uomo dei dolori, che conosce il patimento, che è avvilito, umiliato e calpestato come un verme della terra. - Ma voi gli rendete onore? - Sì, poiché egli ha diritto ad un regno eterno. - E che gli augurate voi nel vostro cuore? - Il paradiso, e per giungervi la pazienza.

    "Poi io rivolgo le stesse domande all'altro uomo dabbene: - Perché v'occupate voi del povero? - Perché il suo patire mi fa pena e ne soffro io stesso. - Perché tanti riguardi per lui? - Perché voglio rialzarlo al sentimento della sua dignità. - E che cosa gli augurate? - Che non abbia più bisogno del mio soccorso e ricuperi bentosto tutta la sua indipendenza.

    "Così nel povero e pel povero l'uno vede Dio, l'altro vede uomo.

    "Vi sono dunque due idee, l'una cristiana, l'altra umanitaria; queste due idee sono come due fiumi partiti da punti estremi le cui correnti si avvicinano e per una lunga estensione seguono un corso parallelo. Poi si discostano, prendono opposta direzione e vanno a gettarsi uno a nord e l'altro a mezzogiorno. L'idea umanitaria parte dalla dignità dell'uomo e dall'integrità della sua natura; l'opera che si propone è un'opera di perfezionamento e di sviluppo. L'idea cristiana sgorga dalla colpabilità e dalla caduta originale: essa compie un'opera di espiazione e di laboriosa riabilitazione; queste due dottrine s'incontrano al momento in cui porgono la mano ai miserabili per sollevarli. Ma la prima dice a coloro che ha trovati ed avvicinati: "Qui è il tuo soggiorno; lavora a renderlo abitabile". La seconda dice ai suoi: "Seguitemi nella patria eterna"".

    Ecco pertanto i due spiriti, le due correnti d'idee, questa che discende dal Calvario, quella dall'Eden. Qual'è attualmente la più potente, quella che è abbracciata dal maggior numero di anime? Mons. Isoard non si perita di dire: "L'idea umanitaria è un gran fiume che invade le sponde del mondo e straripa; essa tutto riempie, tutto trascina. L'idea cristiana ai nostri giorni, è come il letto d'un torrente nel tempo dei grandi calori; esso è immenso, ma, al piede di roccie sterili ed ardenti, scorre silenzioso un piccolo ruscello".

    Non si accusi di esagerazione questo giudizio. Si è visto, ai nostri giorni, sorgere una scuola che ha mandato un grande grido di pietà verso gli sventurati. Leggete i suoi scritti e non vi troverete che l'idea umanitaria. Non si vuol più che al povero si parli di rassegnazione e tanto meno di espiazione; si rimanda ad altro tempo il dirgli che vi ha un cielo ch’egli può meritarsi. La sua libertà, la sua dignità umana, per la quale egli è eguale a tutti, i suoi diritti alla felicità presente sono le sole parole colle quali è mestieri di accostarsi. E questa scuola ha preso per nome "democrazia cristiana", senza dubbio per significare espressamente che ormai il cristianesimo deve umanizzarsi.

    Mons. Isoard ha esteso la sua indagine a molte altre nozioni. Egli si crede in diritto di dedurne questa conclusione:

    "Lo spirito cristiano non ispira più le società moderne; esse ricevono la loro vita, ed i loro principii d'azione in uno spirito del tutto opposto. Alcune forme del pensiero cristiano sono totalmente sparite, alcune altre vanno di giorno in giorno affievolendosi: ve n'ha che restano salde, ma lo spirito moderno fa loro violenza, esso distorna e stravolge il loro senso e ne toglie in una maniera o in un'altra, il loro naturale e primitivo significato.

    "Per trovare la spiegazione dell'esistenza di questo fenomeno tra i fedeli, noi dobbiamo indirizzarci ai direttori di anime, ai confessori, ai parroci, ai catechisti, ai superiori di case di educazione, in una parola, ai sacerdoti che, per un titolo qualunque, esercitano il santo ministero. Alle nostre dimande essi rispondono (anche qui fa duopo fare, come sempre, delle eccezioni), essi rispondono imperturbabili: Noi crediamo essere nostro dovere di chiedere il meno possibile, e sotto tutti i rapporti, alle anime che Dio ci ha confidate, e che dobbiamo condurre a lui e conservare nel suo servizio ... La prima regola che detta il buon senso, è di non dimandare più di quello che ciascuno è capace di dare. Non sentite voi quei lamenti che da ogni parte si elevano ... intorno all'accasciamento delle energie, all'indebolimento dei caratteri? Questa disposizione accompagna l'uomo nelle relazioni che per lui aveva la religione, come in tutte le altre. Noi obbediamo alle necessità ... La Chiesa essendo di tutti i tempi, dovendo attraversare tutti i secoli, deve conciliare lo spirito del tempo, e la sua disciplina, e la sua predicazione, e le sue pratiche esigenze. Invano si tenterebbe di ostinarsi contro una forza manifestamente superiore. È dovere di cercare in ogni occasione di evitare un male maggiore".

    continua.................
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  9. #9
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    Mons. Isoard soggiunge: "Se voi vi limitate a considerare le moltitudini e le loro debolezze e l'insufficienza d'energia, o solamente di buona volontà che le caratterizza, il livello s'abbasserà continuamente. Camminando di questo passo, che ci resterà fra una ventina d'anni? Dite, che ci resterà?"

    Ma qual è il mezzo per arrestare questo spaventoso movimento di depravazione? Quale è sopratutto il mezzo per risalire il declivio, e rendere alla fede la pienezza della sua luce, ed allo spirito della fede il suo antico vigore? Per ciò fare non v'è che una cosa sola, e non ve n'ha altre, ed è: dopo aver ricondotta la fede nel proprio cuore, creare nella moltitudine sviata dei quadri, dei quadri solidi, o, meglio ancora, dei focolari.

    "Vi è - dice il p. Aubry - identità di metodo fra un tempo ed oggi, nell'opera dell'apostolato. Poiché quanto avvenne in grande per la conversione della società antica, deve avvenire in piccolo per la conversione o pel ritorno di ciascuna delle nostre nazioni moderne; ed i pastori dei popoli sarebbero in grave errore se attribuissero la virtù della salvezza dei popoli ad altri sforzi che alla predicazione della dottrina cattolica, cioè del Vangelo, ma del Vangelo senza diminuzione, né compromesso, del Vangelo come lo sapevano predicare gli apostoli, i santi, i martiri".

    Voi gridate: - Ma questo puro Vangelo, appena io lo predicherò loro, li metterà in fuga! - Ne convengo, il grosso dei vostri uditori s'allontanerà. Ma vi resteranno le anime capaci di intendere, si penetreranno dello spirito del cristianesimo: esse formeranno per così dire lo stato maggiore, saranno i depositari della forza e i suoi trasmettitori: esse ricondurranno una parte degli spaventati e dei fuggiaschi; esse formeranno il nucleo d'una nuova società cristiana, veramente imbevuta dello spirito del cristianesimo.

    Questo metodo non ammette discussione. Nostro Signore ne ha fatto invariabile uso per tutto il corso della predicazione della nuova legge.

    Gli Apostoli predicano la dottrina di Cristo e fanno così accettare da innumerevoli cristiani la penitenza e la croce. Tutti i grandi periodi della storia della Chiesa ci presentano l'identico fenomeno. San Benedetto, San Domenico, San Francesco d’Assisi, Sant'Ignazio di Loyola, facevano paura al volgo: i primi loro discepoli stupivano, si spaventavano per l'austerità della loro vita, e per l'energica predicazione della penitenza e della mortificazione; i riformatori sì numerosi degli Ordini religiosi meravigliavano e sollevavano delle tempeste intorno a loro; ma tutti questi uomini educavano un certo numero di anime predisposte all'altezza a cui Dio le chiamava; così era formato il nucleo e la benefica influenza di questi inviati da Dio, colla sua grazia, creava nuove generazioni di cristiani degni di questo nome.

    Fortunati i giorni in cui Dio largiva alla sua Chiesa quei santi che per un movimento dello Spirito Santo, trascinavano molte generazioni a comprendere ed a seguire quella parola: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro celeste Padre", o sotto l'ispirazione di questa parola del Signore Gesù, molti esclamavano con San Paolo: "Io piego il mio corpo, stendo le braccia per cogliere il bene che m'è destinato".

    Tutti questi servi di Dio avevano nella loro persona qualcuno dei caratteri che il Vangelo ci mostra in San Giovanni Battista: la loro austerità, la loro povertà garantiva l'indipendenza e procacciava loro il rispetto di quelli ai quali si presentavano. Nei loro discorsi e nelle loro conversazioni altro non facevano che scoprire il dogma cristiano in tutte le sue proporzioni: ne dicevano tutte le conseguenze pratiche e morali; facevano appello a ciò che vi ha di più elevato nell'anima umana, insegnavano che l'uomo nasce colpevole e condannato, - che il Figliuolo di Dio si è fatto carne per pagare il debito di questo colpevole, di questo condannato, - ch'egli fece un'opera ancor più meravigliosa, unendosi al peccatore giustificato per costituirlo membro del corpo mistico, di cui egli è il capo, - che questo corpo mistico, che è la sua Chiesa, "sarà eternamente partecipe della sua divinità, ut divinitatis suae tribueret esse partecipes", come la Chiesa ce lo fa dire nel giorno dell'Ascensione.

    Quindi, dopo di aver levato tutti i veli e manifestate tutte le verità, dopo di aver dichiarato che per essere con Gesù Cristo vincitore bisogna essere stati con Gesù Cristo umiliato, che per vivere con Gesù Cristo risuscitato bisogna aver preso la sua parte di passione ed essere morto con lui, essi esclamano: Ora che voi vedete Gesù Cristo, volete voi bere del suo calice? Volete voi la penitenza, la vita severa, l'oblio di voi medesimi, a profitto dei vostri fratelli nella fede? E migliaia d'anime generose rispondono: Noi lo vogliamo, e colla tua grazia ci riusciremo!

    "Io non ho voluto conoscere in mezzo a voi altra cosa che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso". E quello che diceva San Paolo ai Corinti, lo hanno detto ed incessantemente ripetuto in tutti i tempi ed in tutti i paesi gli uomini apostolici quando Dio li suscitava per la consolazione e la gloria della sua Chiesa: e migliaia di anime grandi si alzavano a questa parola, adorarono la croce, abbracciarono il sacrificio, e dietro di loro si trascinarono intere generazioni.

    Gli è senza dubbio lo spettacolo che Dio ci prepara pel domani. La legge di separazione spezza lo stampo e ci sforzerà a foggiarne un altro. In questo nuovo stampo non entreranno - inutile illudersi - tutti quelli che erano iscritti nel quadro della parrocchia. Dopo poco tempo non resterà più intorno a noi che il fiore. Sarà il momento di impadronirsene fortemente e di penetrarla profondamente dello spirito del cristianesimo.

    Oggi, come altra volta, non son punto rare le anime atte a comprendere la vita cristiana in tutta la sua estensione, in tutte le sue conseguenze e in tutte le sue grandezze, le anime capaci di elevarsi a grandi altezze nella virtù e di giungere ad un'unione intima con Dio. Lo Spirito Santo le ha preparate: il ministro di Dio, nei consigli della divina Provvidenza, deve offrir loro i mezzi di rispondere alle prime grazie ricevute.

    Questo rinnovamento è egli possibile? È possibile che il prete si rimetta e faccia rientrare le anime intieramente nel soprannaturale? A quelli che pongono questo quesito, Mons. Isoard risponde come fece un giorno nostro Signore ad una parola di scoraggiamento sfuggita agli Apostoli. No, ciò non è possibile; e sì, ciò è possibile. Impossibile all'uomo, possibile a Dio, possibile all'uomo unito a Dio. Noi siamo, più che noi pensiamo, soggiogati dal naturalismo. Noi ragioniamo, e calcoliamo le possibilità di riuscita o d'insuccesso, come fa la gente di mondo. Noi riguardiamo le nostre popolazioni, ascoltiamo il linguaggio che loro tengono i giornali e diciamo: Nelle disposizioni d'animo in cui questi uomini si trovano, sarebbe stoltezza l'avvicinarli. Essi sono incapaci d'accogliere questa dottrina, di portare il giogo di questa legge. - E ciò detto, si astengono. Non considerando che l'elemento naturale, questi calcoli, questi apprezzamenti possono esser giusti. Ma nell’opera di Dio tutto è soprannaturale.

    La diffidenza di noi stessi ci ha perduti, la confidenza in Dio e in ciò che Dio ha posto in noi, ci salverà. Gli è il prete che ha fatto il popolo, è il sacerdozio che ha fatte le nazioni cristiane spetta a lui di fare la Rinnovazione del mondo. Quis dabit mihi, scriveva S. Bernardo, ut videam Ecclesiam Domini sicut erat in diebus antiquis? E il B. Grignon de Montfort: "Compite, o Signore, i disegni di vostra misericordia; suscitate uomini che confidino in voi, come ce li avete mostrati, dando a taluni dei vostri servi più grandi cognizioni profetiche, a un S. Francesco di Paola, a un S. Vincenzo Ferreri, ad una Santa Caterina da Siena ed a tante altre anime grandi, anche nel secolo in cui viviamo. Sovvenitevi delle preghiere che i vostri servi e le vostre serve vi fecero su questo argomento molti secoli innanzi. I loro voti, i loro singulti, le loro lagrime e il sangue che hanno sparso salgano alla vostra presenza per sollecitare efficacemente la vostra misericordia. È tempo di fare ciò che avete promesso ... Tutti i buoni preti che sono sparsi nel mondo cristiano vengano e si uniscano a noi, per fare, sotto lo stendardo della Croce, un esercito ben ordinato in battaglia e bene diretto per assalire unanime i vostri nemici, per custodire la vostra magione, per difendere la vostra gloria e salvare quelle anime che costarono il vostro sangue; affinché non vi sia che un sol gregge e un solo pastore e tutti vi rendano gloria nel vostro santo tempio!"

    Affinché questi voti e queste previsioni possano avverarsi, sarà di mestieri che nel giorno vicino della prova tutto il clero si levi in massa, come un sol uomo? che non vi sieno defezioni, né debolezze? "Un po' di lievito - dice l'Apostolo - basta a sollevare la massa". Nostro Signore non ha voluto adoperare che dodici uomini per diffondere in tutte le parti del mondo il divino fermento. Quando Dio, col doppio intervento della sua giustizia e della sua misericordia, avrà resi docili i cuori, alcuni apostoli basteranno forse ad orientare di nuovo la società verso Dio e l'uomo verso i suoi ultimi fini: "Come si scorge nel mondo - disse Bossuet - un'efficacia d'errore, che fa passare dall'uno all'altro, mediante una specie di contagio, l'amore delle vanità della terra, piacque allo Spirito Santo di porre ne' suoi ministri un'efficacia della sua verità per distaccare i cuori dallo spirito del mondo, per prevenire il suo contagio che avvelena le anime e dissipare gl’incantesimi onde li tiene schiavi.(20)

    Quest'efficacia discaccerà dai cuori lo spirito del Rinascimento, poi colmerà il vuotò col farvi rientrare lo spirito del Vangelo.

    Ma ciò non potrà avvenire se non pel ministero di sacerdoti che sieno essi medesimi penetrati di questo spirito. B. de Saint-Bonnet ha ripetuto, modificandola, una frase di Donoso Cortès: "Il clero semplicemente onesto non lascierà che degli empii. Il clero virtuoso produrrà persone oneste. Il clero santo produrrà cuori virtuosi. Gesù Cristo solo produce i santi".

    Egli produce gran santi nel clero quando vuol cangiare lo spirito del tempo. Questi alcuni gran santi comunicano la loro anima a degli apostoli i quali, colla loro parola e coi loro esempi, cangiano l'atmosfera degli spiriti.

    Il F... Findel, nel suo libro Die Freimanrerei in Lichte der Zeet, disse: "Noi chiamiamo spirito del tempo, la conoscenza di tutto ciò che, mercé il lavoro d'una parte della società umana che coordina i suoi sforzi in un senso dato a una certa epoca, è divenuto a tal punto bene comune di questa società, che tutta la sua vita a quest'epoca è fondata da tutti i lati sui risultati di questo lavoro". Di questo lavoro d'una parte della società umana che coordina i suoi sforzi in un dato senso, ne siamo testimoni. È il lavorio delle logge e noi vediamo a quali risultati è giunto. Possa questo lavoro esser domani quello del clero, sotto la guida di qualche Santo, per far rientrare nella vita dei popoli lo spirito cattolico e per tal modo salvarli, anche sotto l'aspetto degli interessi temporali.

    "La religione cristiana - disse Goethe - è un essere potente in se stesso per mezzo del quale l’umanità sofferente e sconvolta ha saputo sempre rialzarsi".

    (Ad maiorem Dei gloriam).

    D. N. R.



    SEGUONO LE NOTE...........
    Fraternamente Caterina
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  10. #10
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    Note all’Epilogo

    (1) Lettera circolare su certi pericoli che minacciano il clero di Francia nei nostri tempi, ottobre 1902.

    (2) Enciclica, De Christo Redemptore.

    (3) Enciclica, Sapientiae christianae.

    (4) Chiesa gallicana. Prefazione.

    (5) Considerazioni sulla Francia.

    (6) Si rammenti ciò che abbiam detto più sopra della "Religione americana". Un senatore di Rhòne constatava, nel 1893, l'invasione di queste pratiche presso di noi. Egli diceva: "La beneficenza non deve più indirizzarsi soltanto alla bontà, ma alla curiosità, alla vanità, all'amore della réclame. Ne viene per conseguenza esser necessario "un comitato di feste". I vescovi coi rabbini organizzeranno, "delle rappresentazioni di gala, delle esposizioni, delle battaglie di fiori, delle messe in musica, delle cavalcate. I municipi impresteranno il lor materiale, i teatri, le loro sale, il clero, le loro chiese ...".

    (7) Il 29 dicembre 1904, nella discussione del progetto di legge sulle pompe funebri, l'abate Lemire salì la tribuna per dire quanto segue:
    "Non bisogna esagerare in ciò che concerne queste cerimonie (i funerali). Avremo torto, noi, cattolici, e voi, signori protestanti, ad innestare sulle usanze funebri delle manifestazioni d’un dogmatismo troppo personale. È abbastanza rimarchevole che la Chiesa cattolica, - io parlo almeno di ciò in questo momento - nei funerali non fa pompa di ciò che è confessionale; ella si limita ad esprimere con eloquenza sentimenti che sono universali: la pietà per la caducità umana, il rispetto per la nostra povera salma od una vaga aspirazione ad una vita futura; quando assistiamo ad una messa di Requiem, noi non troviamo che l'eco di questi sentimenti nei lamenti di Giobbe e nel canto liturgico".
    Per poter tenere in coscienza un simile linguaggio, fa duopo non aver mai seguito un convoglio presieduto da un prete cattolico, che discorrendo di politica o d'affari co' suoi vicini, e non esser entrato in chiesa che per isfilare sotto gli occhi della famiglia all'offertorio.
    Dalla prima parola pronunciata alla cappella mortuaria dal celebrante: "Si iniquitates observaveris Domine, quis sustinebit? fino all'ultima pronunciata dopo l'oblazione del santo sacrificio e l'esequie: In paradisum deducant te angeli ... non vi è neppur una delle parole, neppur uno degli atti della Chiesa cattolica che non sia la manifestazione d'un dogmatismo personale".
    L'abate Lemine non lo può ignorare. Ma bisogna "farsi accettare".
    Per ciò si chiede ai protestanti di poter presentarsi con loro, dietro di loro; dietro di quelli i quali non avendo dogmi, o non avendo che quelli che conservano ancora del cristianesimo, non hanno dovuto "innestarli! nelle usanze funebri". La Chiesa cattolica ha fatto quell'innesto fin dal primo secolo; non per far pompa (!) di ciò che è confessionale, ma per invocare le misericordie di Dio sopra il defunto, per applicargli le soddisfazioni di N. S. Gesù Cristo, per preservarlo dalle fiamme del purgatorio, o per mitigargliele e aprirgli le porte del cielo.
    Tutto ciò è espresso in propri termini nell'Ufficio dei defunti.
    Permettere di non vedervi che "una vaga aspirazione ad una vita futura", che la compassione per la caducità umana, "il rispetto pel nostro povero corpo", ciò non è troppo forse per farsi accettare dai miscredenti, ma gli è tradire il ministero conferito ed accettato nell’ordinazione: Predica verbum.

    (8) Le Système du moins possible, cap. II.

    (9) Dire la Chiesa è troppo. Si dovrebbe dire: qualche chiesa.

    (10) In una lettera indirizzata nel novembre 1847 all'abate A. de Bonnechose, divenuto in appresso arcivescovo di Rouen e cardinale, l'abate Gratry scriveva:
    "Si sono operate in me, caro Enrico, alcune modificazioni. Quantunque io dia sempre una grande importanza alla scienza ed alla filosofia cristiana, non posso non vedere che la forza principale sia la forza delle otto beatitudini: beati pauperes, beati mites, beati misericordes; poiché è la forza che possiede il cielo e la terra. I ragionamenti, non si seguono: la scienza, quasi nessuno arriva ad intenderla! ... Gli eruditi, quasi tutti, sono contro di noi. Che ci rimane dunque? Il Vangelo, la sua lettera, il suo spirito. Il clero, che è un sale insipido, e per ciò è dagli uomini rigettato e posto sotto i piedi, il clero seriamente si ritempri nella lettera e nello spirito del Vangelo, ed avrà l'influenza che vorrà. Ora, la prima parola di Gesù Cristo è: Beati pauperes. Essere povero per largire tutto, è cosa facile; ciò dipende da un puro atto di volontà, come il mettere una moneta in mano ad un povero; ma questo semplice e facile atto di volontà, reagendo sull'anima tutta, vi fa entrare la virtù delle sette altre beatitudini. La povertà, ecco il mezzo semplice, pratico, facile, certo.
    "Io sono legato in amicizia con un parroco di Parigi (l'abate Pététot, parroco di Sant-Louis-d'Artin) e con alcuni sacerdoti di quella parrocchia, i quali giungono al punto di vendere la loro argenteria ed i loro mobili preziosi per darne il prezzo ai poveri. Perciò, caro Enrico, se venite a Parigi, io m'impegno di farvi avere una conversazione coll'abate Pététot, e spero, ch'egli v’inviterà a pranzare colla sua argenteria di ferro stagnato.
    "Questa è la via da prendere rispetto alla sensualità, alla nauseante cupidigia di questo secolo, del suo lusso, del suo pauperismo, e delle dottrine radicali e comuniste che ne risultano. Questa via, che è quella di G. Cristo, scongiura tutti i pericoli. Intelligenti pauca ... Non rallentiamoci, caro Enrico, nell'entusiasmo de' nostri giovani anni, abbiano la medesima ambizione di convertire la Francia, l'Europa e il mondo, ma sappiamo applicare semplicemente e civilmente i mezzi che esistono. Questi mezzi sono le parole di Cristo mandate ad effetto. Ecco dove voglio venire: la semplicità, la carità, la povertà evangelica sono i mezzi ...".

    (11) In prova di ciò egli riferisce quanto avvenne nello scorso secolo. Quando cessò di regnare sulla Francia la linea primogenita dei Borboni, nel luglio 1830 si fece la prova d'una monarchia ridotta. Tutto fu sminuito e cambiato, cominciando dal nome del re, tolto contrariamente all'antica nomenclatura, ed il suo titolo, re dei Francesi invece di re di Francia, - fino ai più piccoli particolari della sua vita privata, e delle sue relazioni coi corpi costituiti. Tuttavia, e malgrado questa esagerata sollecitudine di non insospettire e di impicciolirsi, la monarchia di luglio non fu accettata. Essa dovette perire. Così era perita la sua antecedente. Ma il grande insegnamento si trova nell'apparato di partenza dei due re quando furono consumate le due rivoluzioni di luglio e di febbraio. Il re Carlo X lasciò Saint-Cloud con tutta la sua famiglia e si trasferì a piccole giornate a Cherbourg scortato dalla sua casa militare; egli era re ancora quando montò sul vascello che lo dovea trasportare in Inghilterra. Il re Luigi-Filippo invece prese la fuga travestito. Oh! no, non è bene di spogliarsi della grandezza e discendere a livello di coloro che si ha il dovere di sollevare.

    (12) Revue blanche, 15 marzo 1903.

    (13) Dopo che fu stampato il 1° vol. di quest'opera, nuovi fatti sono avvenuti che dimostrano quanto si aggrava la situazione esposta nel cap. 41: Storia delle religioni, col Loisismo. Ciò che M. Loisy ha tentato appoggiandosi sulla storia, M. Ed. Le Roy ha cercato di farlo nella Quinzaine appoggiandosi alla ragione. Nel num. del 16 aprile 1905, M. Le Roy pretende che i dogmi, intesi come affermazioni intellettuali, sono morti per sempre; e ciò perché essi sono indimostrabili intrinsecamente e inverificabili indirettamente. Legati alle concezioni aristoteliche e scolastiche, essi sono inintelligibili, inesprimibili. La personalità divina, la presenza reale, ecc. non hanno assolutamente "nulla d'esprimibile per mezzo di concetti". Questi dogmi e gli altri non possono rimanere se non attribuendo loro unicamente il carattere morale di precetti dirigenti la condotta. "Dio è personale" vuol dire: comportatevi nelle vostre relazioni con Dio come nelle vostre relazioni con una persona umana. Così dicasi della presenza reale, così del resto.
    Non è qui il luogo di far risaltare i vizi di siffatta tesi. Ma ciò che devesi segnalare, si è: 1° che sia stata ammessa nella Quinzaine; 2° che la Quinzaine abbia creduto di poter rivolgere un "invito formale" a tutte le specialità autorevoli della teologia cattolica, ai professori delle università libere, dei grandi seminari, ai religiosi, ai preti a dire la loro opinione; 3° che abbia ricevuto delle risposte abbastanza numerose; 4° che al 16 giugno; cioè due mesi dopo il suo appello, una sola di queste risposte abbia chiaramente respinto il sistema del signor Le Roy; 5° che dopo questa inchiesta, Le Roy abbia creduto di poter fondare una società di studi religiosi allo scopo di difendere e propagare le sue idee e che il segretario di questa società sia il signor Tavernier, dell'Univers-Monde, che già erasi mostrato sì ospitale alle comunicazioni della società per l'Unione dei cristiani delle diverse chiese. (Vedi t. I, p. 437-440).
    Nel medesimo tempo, un complesso di liberi pensatori reclamava l'introduzione nell'insegnamento primario della Storia delle religioni. E un maestro di conferenze alla Sorbona, Maurice Vernes, tracciava il programma di questo insegnamento, in trentacinque articoli. Si scorge quanto è esteso, quanto profondo lo sforzo tentato per disfarsi del dogma cattolico; quanto, per conseguenza è imperioso ed urgente il dovere d'insegnarlo e difenderlo.

    (14) Opere pastorali. II vol. Introduzione.

    (15) Vedi più sopra i progressi della religione umanitaria.

    (16) Ciò era scritto nel 1865. Quali progressi la democrazia cristiana ha fatto fare a questa aberrazione! Tutte le sue tesi, tutti i suoi scritti e tutti i suoi discorsi, hanno per oggetto di convincere che fa duopo mettere la religione al servizio della felicità temporale del popolo.

    (17) Monsignor Isoard riferisce questo aneddoto: Un giovane vicario, nella parrocchia più religiosa di Parigi, terminò un’istruzione nella novena dei morti con queste parole: "Sì, la misericordia avrà la vittoria, ma sempre preceduta dall’espiazione". Il suo parroco si credette in dovere, alcuni giorni appresso, di fargli una osservazione su questa severità inopportuna di linguaggio. Mano mano che avea avuto occasione di vedere le signore della parrocchia, esse se ne lagnavano. Aveano perduto il loro padre, o il loro marito, o un figlio e non potevano sentire parlar di espiazione e di patimenti per questi esseri cari.

    (18) Le système du moins possible, cap. X. - In una lettera indirizzata ad Armand de Pontmartin, M. Louis Veuillot disse egregiamente: "Voi vedete che le verità addolcite non convertono guari coloro che odiano la verità; esse snervano quelli che l'amano. In questo modo ci si diminuisce e non si fa il bene che si potrebbe fare. Bisogna essere ciò che si è".

    (19) Hier et aujourd’hui dans la société chrétienne, cap. XI.

    (20) Panegirico di S. Sulpizio, IV, 413.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

 

 
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