La morte di Marx simboleggia la fine del grande Pci, e con lui, del socialismo italiano. Con Tangentopoli, il vecchio Psi di Nenni era stato cancellato. I figli della svolta della “Bolognina” presero così il testimone, e nel 94 Occhetto riuscì a portare avanti, una coalizione omogenea, di vocazione socialista e progressista. Ma non potè nulla contro Berlusconi, tanto che fu spodestato dalle nuove leve (D’Alema e Veltroni).
Fu così che il socialismo italiano si spense definitivamente nel gennaio del 95, quando D’Alema, piuttosto che seguire le orme dei suoi predecessori e passare una vita all’opposizione, preferì vendere l’anima al Ppi di Castagnetti (che a sua volta veniva dalla scissione col Ccd e il Cdu), e in seguito, a Prodi. Il risultato? Dalle ceneri del Pci e del Psi nacque l’Ulivo, da quelle del socialismo l’antiberlusconismo: un’identità costruita in 50 anni di prima repubblica, barattata per un piatto di lenticchie. Non mancarono i tentativi di recuperarla: tentò Prodi, impostando un centro sinistra pragmatico d’ispirazione Clintoniana; Veltroni, a sua volta, propose un sinistracentro populista “Kennediano”; Amato incoraggiava il “Socialismo Europeo”.
Ma paradossalmente lo schema meglio riuscito fu la “Cosa 2” di D’Alema: un patto di non belligeranza tra la sinistra radicale, quella moderata e il centro, garantito da un Pds in versione liberale. Una “cosa” che di identitario aveva ben poco.
Dal 1996 al 2001, dopo cinque anni di governo, quattro governi e tanti ricatti e giochi di potere, gli italiani stessi si sono resi conto che l’unico uomo politico in grado di tenere incollato il centro-sinistra, con tutte le sue contraddizioni, è stato Scalfaro, il peggior presidente della Repubblica che il paese abbia mai avuto. La storia si ripete, dopo 5 anni all’opposizione, si profila per loro una specie di “Cosa 3”, l’Unione, che sotto la guida di Prodi dovrebbe riunire <<le correnti del riformismo italiano cattolico, socialista, liberale in un'unica coalizione di centro sinistra (sic)>>. A quanto pare, nessuno ha spiegato a Prodi che i leader, tra i più grandi del nostro tempo, come la Tatcher o Reagan, hanno dimostrato che essere conservatori non significa voler mantenere lo status quo; e che il riformismo cioè la “tendenza a riformare gradualmente e con mezzi legali l’ordinamento dello Stato”, non è affatto una prerogativa assoluta del centro-sinistra, e di conseguenza non può esserne neanche un collante identitario. Anche perché sotto l’insegna del riformismo, Prodi dovrebbe riunire progressisti e conservatori, radicali e rifondazionisti, socialisti e liberisti, moderati ed estremisti, e tra quest’ultimi, prendere in considerazione le esigenze dei “laicocomunisti” e quelle dei “cattocomunismi”. Il riformismo, in questo senso, è una coperta troppo corta, per Prodi. Se ne accorgeranno gli italiani che sarà necessario un altro Scalfaro per far durare questo centro sinistra un’intera legislatura?




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