…una grande classe dirigente.

Quando è morta la Democrazia cristiana?
Tra le tante date che si possono indicare, la più significativa è forse quella del 6 aprile 1993, il giorno in cui Luciano Violante, allora presidente della commissione parlamentare Antimafia, mise ai voti la sua relazione sui rapporti fra mafia e politica, ed era già l’autorizzazione a processare Giulio Andreotti, prima che si votasse al Senato, e nessuno dei deputati e senatori democristiani della commissione, ma proprio nessuno, gli votò contro. “Io non ho dubbi” dichiarò votando a favore il vice-presidente della commissione, il democristiano Paolo Cabras (che poi si iscrisse alla direzione del Pds).
E nessuno di loro, nessuno dei senatori e dei deputati della Dc, aveva avuto la forza di contestare Tommaso Buscetta, il “pentito” che Violante aveva convocato perché accusasse di mafia Andreotti; e nemmeno uno di loro si era alzato per porgli una domanda, per chiedergli una spiegazione, per pretendere un riscontro, una prova di quelle accuse infamanti.
Avevano lasciato che facesse tutto Violante, domande e risposte. Persino quando lo stesso Buscetta aveva esitato a fare il nome, quel nome che Violante voleva sentire e mettere a verbale.

Violante domanda a Buscetta: “Badalamenti le parlò di un uomo politico. Con Badalamenti vi siete detti il nome dell’uomo politico?”. E Buscetta: “Lo dirò al giudice”. Violante: “Ma deve rispondere sì o no alla mia domanda”. Buscetta: “Non facciamo confusione…Dirò il nome al giudice”. Violante:” Si tratta di un uomo politico che ancora fa politica?”. Buscetta:” Ma che facciamo? Giochiamo alle dieci carte? Non possiamo fare così”. Violante:” Chiedere se si tratta di un uomo politico ancora in vita, tenendo presente che gli uomini politici italiani sono migliaia, non mi pare che sia una domanda che possa pregiudicare…”. Buscetta:” E’ vivo”.

E ancora. Violante:”Lei ha fatto un cenno…Quali erano i referenti romani di Salvo Lima?”. Buscetta: “Non lo so”. Violante:”Non lo sa o preferisce non dirlo?”. Buscetta:”Lima è morto per denigrare Andreotti”. Violante:”Denigrare nel senso di privarlo di peso?”. Buscetta:”No, privarlo di voti”. Violante:”Quindi denigrare nel senso di indebolire…E serviva anche a far capire che c’erano rapporti tra Lima e Andreotti e a far emergere questo tipo di contatti”. Buscetta:”Questi discorsi preferirei farli al giudice….Ho finito, grazie”.

E i democristiani muti a sentire questo scambio di battute tra il grande inquisitore e il “pentito”, senza mai interrompere, senza mai protestare, rassegnati a subire, rassegnati a morire.
E alla fine il più candido dei senatori democristiani si alzò dal suo scranno per stringere la mano a Tommaso Buscetta, il “pentito” che aveva appena accusato di mafia il più autorevole dirigente del suo partito, sette volte presidente del Consiglio, e gli chiese l’autografo: “E’ per il mio bambino”, gli sussurrò.
(La cosa ridicola ed estremamente offensiva è la parte della dichiarazione fatta in queste ore da Violante dove parla di una “Dc che è stata una grande classe dirigente…”. La stessa che lui ha preso “impunemente” a calci nel sedere e dalla quale è stato perfino ringraziato e riverito. Nota del copiatore).

Peggio andò alla giunta per le immunità del Senato, dove Andreotti fu difeso soltanto dal senatore liberale Luigi Compagna. Miserando spettacolo, come quello trasmesso in diretta dai telegiornali, con Andreotti sballottato e stazzonato dalla folla urlante che gremiva il cortile del Palazzo della Sapienza (c’erano già allora i girotondini), dove si riuniva la giunta, e i senatori e i deputati della Dc, il partito che aveva governato per 50 anni, intimiditi e protetti dalla forza pubblica e costretti a esibire il tesserino per entrare nel palazzo. E in aula, dove la Dc e i suoi alleati aveva ancora la maggioranza e dove sedeva lo stesso segretario del partito, Mino Martinazzoli, che avrebbe ancora potuto resistere e dare battaglia e capovolgere il verdetto della giunta e respingere la richiesta di autorizzazione a procedere e difendere da quella accusa infamante l’onore di Andreotti e del suo partito e che si arrese prima ancora di combattere.
Sentite come lo racconta il senatore pidiessino Giovanni Pellegrino, che era il presidente della giunta per le immunità :” Dopo il voto di giunta, cominciai un lavoro di convinzione verso i colleghi della dc. Finchè ad un certo punto Martinazzoli mi chiese di incontrare Andreotti per convincerlo a non ostacolare l’autorizzazione. Martinazzoli, che pure riteneva infondata l’accusa, pensava che fosse meglio per Andreotti e per il partito affrontare il processo”.

Perché, se Andreotti avesse rifiutato di votare a favore della autorizzazione a procedere e avesse dato battaglia in aula, Martinazzoli e i senatori della Dc non avrebbero potuto decentemente scaricarlo e consegnarlo apertamente ai suoi carnefici. Avrebbero dovuto resistere e dare battaglia insieme a lui e vincere per lui oppure perdere con lui: proprio ciò che non avevano voglia di fare. Martinazzoli e la Dc hanno preferito mollare subito e per farlo avevano bisogno di questo alibi ipocrita: doveva essere per primo Andreotti a dichiarare che preferiva affrontare il processo. Per potersi alzare e dire, come in effetti fecero: a questo punto anche noi non possiamo che votare a favore dell’autorizzazione a procedere.
E Martinazzoli non ebbe nemmeno la dignità di andare personalmente a convincere Andreotti, gli mandò Pellegrino, il senatore compagno di partito di Violante, quello che aveva preparato la trappola, e si nascose dietro di lui.

Ora, dieci anni dopo, gli ex democristiani protestano per le battute di Ignazio La Russa e Umberto Bossi. E corre in loro aiuto proprio Violante:”La Dc è stata una grande classe dirigente dotata di senso dello Stato. Quando sono stati colpiti dalla giustizia si sono comportati tutti in modo esemplare. Se Previti si fosse comportato come Andreotti, gli farei tanto di cappello”.
Anche la beffa, il boia compiange le sue vittime, quelle che gli si consegnarono senza fiatare.

E mentre lo sta facendo, l'arrogante ex comunista (non si sa bene se pentito o meno) si identifica nello Stato e nella Giustizia. (nota del copiatore)

Lino Jannuzzi

Su Panorama del 24 ottobre 2002

saluti