Silvio Berlusconi ha fatto i conti senza l'oste. L'oste, questa volta, è Umberto Bossi. La strategia del Cavaliere di puntare su Giulio Andreotti per la presidenza del Senato, al fine di scardinare i piani del Centrosinistra e di Romano Prodi, rischia di infrangersi contro il muro leghista.
Il premier uscente l'ha studiata nei minimi particolari, lanciando il fido Gianni Letta e il moderato Pier Ferdinando Casini in avanscoperta, con l'obiettivo di convincere il senatore a vita ad accettare l'investitura a ricoprire la seconda carica dello Stato. Non a caso tutti gli esponenti di Forza Italia, da Sandro Bondi a Fabrizio Cicchitto, si prodigano nel spiegare come il nome di Andreotti sia stato proposto per unire e non come candidatura di bandiera del Centrodestra da contrapporre a Franco Marini, Margherita, da tempo uomo di spicco dell'Unione per Palazzo Madama. Tutto ciò proprio per assecondare la volontà e le richieste dell'ex presidente del Consiglio democristiano. Senza dimenticare che il furibondo Clemente Mastella, arrabbiato per come si è svolta la trattativa che di fatto ha portato Fausto Bertinotti sullo scranno più alto di Montecitorio, potrebbe clamorosamente appoggiare Andreotti, mettendo così in crisi il Centrosinistra e forse anche il futuro esecutivo del Professore.
Il piano del Cavaliere sembra quindi perfetto, se non fosse per il Carroccio. Il Senatur, infatti, che in questi giorni ha riunito i massimi esponenti del movimento padano, non ha alcuna intenzione di votare il senatore a vita. Ufficialmente non si rilasciano dichiarazioni e si precisa soltanto, come ha fatto Calderoli, che quella di Andreotti non è la candidatura ufficiale della Casa delle Libertà. Ma salvo colpi di scena dell'ultima ora, i leghisti a Palazzo Madama andranno per la propria strada con un uomo di bandiera (quasi certamente proprio l'ex ministro delle Riforme).
Bossi teme la reazione della base, che, dopo l'indigesto accordo con l'Mpa di Lombardo e lo scarso risultato elettorale, mai e poi mai vorrebbe vedere il Carroccio appoggiare l'emblema della Dc (contro la quale la Lega nacque e lotta ormai da vent'anni). Ma il principale motivo che muove il no del Senatur è il timore che dietro la figura di Andreotti ci sia una strategia ben diversa, sottile e pericolosa. Almeno per i padani. Ovvero quella di ricreare, col tempo, la vecchia Democrazia Cristiana. Una sorta di nuova balena bianca, che raccolga buona parte di Forza Italia (vedi Letta e Pisanu), l'Udc, Mastella e una fetta della Margherita. Insomma, fumo negli occhi per Bossi. Che fin dalla sera del 10 aprile non risparmia invettive contro qualunque ipotesi di governissimo o di inciucio.
Se Berlusconi non riuscirà a far cambiare idea al leader del Carroccio, e in Via Bellerio spiegano che è molto molto difficile (quasi impossibile), Marini avrà vita facile e Andreotti non avrà chance, anche se alla fine Mastella decidesse veramente di rendere concrete le sue minacce.
Intanto nei prossimi giorni verranno ufficializzati i capigruppo della Lega. Secondo quanto Affari è in grado di anticipare, saranno il ministro del Welfare uscente, Roberto Maroni, per la Camera e il quasi ex numero uno del dicastero della Giustizia, Roberto Castelli, per il Senato. Quest'ultimo, già capogruppo due legislature fa, ha vinto il ballottaggio con Roberto Calderoli.
Fonte Affaritaliani.it (da prendere con le pinze, ma mi sembra una notizia verosimile)


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