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Discussione: Gli antifa confusi

  1. #31
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    Predefinito quanto ti farebbe bene leggere...

    Citazione Originariamente Scritto da IlikeUSA
    chi ha detto che io condanni la Pacificazione della Libia?
    dico solo di non venirmi a parlare di Mussolini "spada dell'islam" perchè se no anche io ti posso dire che Ben Gurion era il campione dei diritti dei palestinesi, che non la dico più grossa
    MUSSOLINI E LA RESISTENZA PALESTINESE Autore:Stefano Fabei
    Editore:MursiaRecensione:Tra il 1936 e il 1938 l’Italia versò al Gran Mufti di Gerusalemme, leader della rivolta palestinese contro la Gran Bretagna e i sionisti, circa 138.000 sterline. Questo contributo fu deciso dal Duce non solo a sostegno del nazionalismo arabo e in funzione antinglese, ma anche in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo. Il ministero degli Esteri decise inoltre l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di un carico di armi in principio destinato al Negus ma acquistato in Belgio dal SIM. La consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi, non ebbe mai luogo. Per Mussolini fu anche il tentativo di non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi. Una pagina della nostra politica mediorientale ricostruita sui documenti del ministero degli Esteri e dello Stato Maggiore dell’Esercito.Prezzo:€ 23,50

    scheda libro:
    http://www.scriptamanent.biz/SchedaD...ro.asp?ID=1445

  2. #32
    die Vernichtung
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    Citazione Originariamente Scritto da ulfenor
    Veramente a me risulta che in libia furono istituiti campi di prigionia per i ribelli libici se non ricordo male furono voluti da graziani.
    bah, graziani e i campi di prigionia non ce li vedo.

  3. #33
    email non funzionante
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    Predefinito Quanto ti farebbe bene ragionare

    Citazione Originariamente Scritto da ramingo
    MUSSOLINI E LA RESISTENZA PALESTINESE Autore:Stefano Fabei
    Editore:MursiaRecensione:Tra il 1936 e il 1938 l’Italia versò al Gran Mufti di Gerusalemme, leader della rivolta palestinese contro la Gran Bretagna e i sionisti, circa 138.000 sterline. Questo contributo fu deciso dal Duce non solo a sostegno del nazionalismo arabo e in funzione antinglese, ma anche in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo. Il ministero degli Esteri decise inoltre l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di un carico di armi in principio destinato al Negus ma acquistato in Belgio dal SIM. La consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi, non ebbe mai luogo. Per Mussolini fu anche il tentativo di non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi. Una pagina della nostra politica mediorientale ricostruita sui documenti del ministero degli Esteri e dello Stato Maggiore dell’Esercito.Prezzo:€ 23,50

    scheda libro:
    http://www.scriptamanent.biz/SchedaD...ro.asp?ID=1445
    Insomma, il tuo Duce difendeva i musulmani in Palestina e li faceva fuori a ritmo industriale in Libia
    un po' poco per chiamarlo "spada dell'Islam", ti pare?
    più che altro faceva il suo tornaconto da luogo a luogo

  4. #34
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da IlikeUSA
    Insomma, il tuo Duce difendeva i musulmani in Palestina e li faceva fuori a ritmo industriale in Libia
    un po' poco per chiamarlo "spada dell'Islam", ti pare?
    più che altro faceva il suo tornaconto da luogo a luogo
    In Iraq, Iran, Palestina, Yemen e in molti altri paesi arabi Benito Mussolini è rispettatissimo, ci sono vie a lui intitolate e molte famiglie tengono persino un suo ritratto in casa

  5. #35
    Saloth Sâr
    Ospite

    Predefinito

    I RAPPORTI TRA IL FASCISMO E IL MONDO
    ARABO - ISLAMICO



    Se ci accontentassimo degli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma - destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo eccetera - faticheremmo davvero non poco a darci ragione di un complesso rapporto, tra luci ed ombre, spesso contraddittorio, talvolta entusiasta e sincero, che vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, col senno di poi, è stata coniata da storici forse più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale che al servizio della Verità, l'ingenerosa espressione di "filofascismo arabo". Indubbiamente, sia la parte fascista che quella arabo-musulmana - da considerare nella loro complessità e da non ridurre quindi a blocchi monolitici - perseguivano obiettivi di fondo differenti, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada.

    Se le delusioni generate dai diktat della Conferenza della pace di Versailles (19 gennaio-28 giugno 1919) egemonizzata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - che per l'Italia si tradussero nello smacco della cosiddetta "vittoria mutilata" e per il mondo arabo-islamico sancirono il tradimento delle aspirazioni all'indipendenza all'insegna dell'arabismo e dell'Islàm - avevano già creato un primo terreno d'incontro tra due realtà emergenti, fino a tutti gli anni Venti la politica estera del fascismo è estremamente prudente, ma è a partire dai primi anni del decennio successivo e specialmente dopo la guerra d'Etiopia del 1935-36 (presentata ai musulmani come un riscatto dalle vessazioni perpetrate ai loro danni dal Negus) che una strategia mediterranea apertamente filo-islamica e perciò anti-francese e anti-inglese (non si dimentichi che all'epoca sia il Maghreb che il Mashreq arabi erano, secondo modalità differenti, sotto il controllo anglo-francese) viene adottata con sempre maggiore audacia: si dà un maggior impulso agli studi arabi e d'islamologia, s'intensificano le iniziative di penetrazione culturale e ideologica (la Fiera del Levante dal 1930, i Convegni a Roma degli studenti asiatici del 1933 e del 1934, le pubblicazioni bilingue italiano-arabo come Italia Musulmana, Mondo Arabo e L'Avvenire Arabo, le trasmissioni in lingua araba di Radio Bari dal 1934) e si diffondono movimenti ed organizzazioni arabe, soprattutto giovanili, fra cui ricordiamo il Partito Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn e le Falangi Libanesi (al-Katâ'ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyûl tra i primi, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ') e Le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ'), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla), tra le seconde, che guardano, magari confusamente, al fascismo come modello. In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ'î) di Antwân Sa'âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l'irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico. Ma è con gli ambienti delle corti delle entità statali allora indipendenti (spesso solo formalmente) e non con fazioni minoritarie ed estremiste che il fascismo, realisticamente, preferisce intessere relazioni che in special modo sul piano commerciale determinano posizioni di tutto rispetto: lo Yemen dell'imâm Yahyà è un protettorato italiano di fatto (il Trattato d'amicizia e di relazioni economiche del 1926 è rinnovato nel 1937) e buoni rapporti vengono stabiliti sia con Re Fu'âd d'Egitto che con il sovrano dell'Iraq Faysal Ibn Husayn, mentre a riprova dell'importanza degli apporti sanitario e tecnico-scientifico italiani nel mondo arabo basti rammentare la missione medica permanente presso l'imâm dello Yemen, l'Ospedale Italiano di 'Ammân, l'ambulatorio di Jedda e l'assistenza aeronautica fornita ad Ibn Sa'ûd per tutti gli anni Trenta.

    Sul finire del decennio e con la guerra poi - quando a tutte queste ottime relazioni gli Alleati impongono ricatti e pressioni - il filo-islamismo del regime mussoliniano, fin lì improntato ad una buona dose di pragmatismo, si fa, per così dire, ideologico (il fascismo come "Islàm del XX secolo" è uno degli slogans coniati in quel clima), ma è solo in sporadiche occasioni (ad esempio la fallita rivoluzione irachena di Rashîd 'Âlî Al-Gaylânî e degli ufficiali del "Quadrato d'Oro" appoggiata dall'Asse nell'aprile-maggio 1941) e comunque con scarsa convinzione, che il fascismo e alcuni settori del mondo arabo-musulmano desiderosi di liberarsi dal controllo franco-inglese riescono ad intraprendere iniziative di un certo rilievo. Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l'alleanza (più pragmatica che ideologica) tra il fascismo e l'Islàm - mal riponendo tra l'altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell'entità sionista che lentamente ma inesorabilmente andava costituendosi in Palestina - ricordiamo innanzitutto il Gran muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî (1893-1974), fautore di un'impostazione arabo-islamica - e non strettamente nazionale - della lotta di liberazione del Dâr al-Islàm dalle ingerenze straniere, l'emiro druso Shakîb Arslân (1869-1946), uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva La Nation Arabe, Muhammad Iqbâl (1877-1938), il padre spirituale del Pakistan, che ebbe parole d'elogio per l'apertura nei confronti dell'Asia suggellata dal Duce con il discorso del 18 marzo 1934 sull'espansione pacifica dell'Italia in Oriente.

    Sbaglierebbe poi chi - astraendo dal contesto storico di questa vicenda - individuasse nell'antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio né di arabi né di musulmani e per il fascismo, fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell'alleanza politica con la Germania hitleriana, mentre è spesso taciuto l'atteggiamento ostile che già dal '36 le principali organizzazioni ebraiche dimostrarono nei confronti dell'Italia fascista ed è altresì da ricordare che le comunità ebraiche tradizionalmente residenti in Palestina convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana.

    Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contraddittorio lo dimostra inoltre la "politica islamica" perseguita dal fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l'egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. Qui l'Islàm è sì incoraggiato - fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l'occasione di una nuova evangelizzazione dell'Africa del Nord - con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d'ordine, progressivamente costretto alla sfera privata in ottemperanza a quel "date a Cesare" che poco si adatta all'intima essenza dell'Islàm. Anche il fascismo quindi - tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l'avversione a molti dei principi dell'Illuminismo e ad un certo "progressismo" - in Colonia finì per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello "sviluppo" diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della "missione di civiltà", compreso l'imprescindibile bagaglio di "buone intenzioni" insito in ogni impresa d'oltremare. Il viaggio di Mussolini in Libia nel marzo 1937 - un "premio" per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contribuito fondamentale alla conquista dell'Impero -, culminato con la consegna al Duce della "spada dell'Islàm", aprì in realtà una nuova e più massiccia fase d'insediamento di coloni italiani sulla "Quarta sponda" ("i Ventimila" del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell'integrità etnica e culturale della Patria araba (al-watan al-'arabî), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burghîba, saltuariamente accostatisi al fascismo.

    Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l'azione filo-musulmana del fascismo (o "filo-araba", quando l'elemento "razza" cominciò a pesare di più in seguito all'avvicinamento alla Germania) si risolse soprattutto in un'attività di propaganda e di disturbo (persino l'insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del "rinnovato Impero di Roma", le quali tuttavia - deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo - scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, poi proseguita nel secondo dopoguerra dai campioni dei panarabismo (Jamâl 'abdel-Nâser ed i suoi epigoni), tacciati di volta in volta - non a caso - dalla propaganda dei loro avversari di "fascismo", se non addirittura additati a nuovi "Hitler".

    Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell'Italia tra le due guerre mondiali nel clima della ricerca di un'"intesa con l'Islàm", si può evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia, per carità) sull'odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell'"integralismo islamico" siano lontani dall'impostazione data all'epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra l'Italia (e l'Europa quindi) e l'Islàm, tra l'Occidente e l'Oriente.




    La famosa immagine del Duce con la spada dell'Islam

  6. #36
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Enrico Galoppini

    Il Fascismo e l'Islam

    Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2001







    «Fino ad alcuni decenni fa il turista italiano che sostasse sul Haram ash-Sharif di Gerusalemme, la splendida spianata fra la Cupola della Roccia e la Moschea di AI-Aqsa, poteva venir salutato -gli facesse piacere o no- da sonori "Viva il Duce!" proferiti dai vecchi Palestinesi in kefiyyeh che sedevano lì presso; e visitando la Moschea di AI-Aqsa veniva puntualmente informato dalla guida araba che le grandi colonne di marmo candido che sostengono il soffitto sono "un regalo del Duce"». Riportando questi semplici ma assai significativi aneddoti, Franco Cardini introduce il testo oggetto di questa recensione, anticipando l'interesse e la reciproca attrazione fra Mussolini e il Fascismo da una parte, e il mondo arabo e islamico dall'altra.


    Vi furono indubbiamente punti d'incontro dettati da convergenze tattiche ma, coi doverosi distingui e le necessarie precisazioni, emersero, sospinte nella loro proiezione storico politica, le affinità derivanti dalla discendenza comune dalla Tradizione Unica.


    L'interesse e l'attenzione del Fascismo nei confronti dell'Islám e del mondo arabo pervasero Mussolini ancora prima della sua salita a potere; in effetti, il capo del Fascismo riuscì acutamente a percepire il diffuso scontento ed il generale malessere delle popolazioni arabe derivanti dalla sistemazione a tavolino degli equilibri internazionali scaturiti dagli accordi di Versailles. Così come l'Italia denunciava la «vittoria mutilata», le aspirazioni delle masse arabe dall'affrancamento coloniale rimasero deluse. Inizia così, per concretizzarsi col tempo sul piano operativo, a svilupparsi una convergenza, frutto di una comune condizione e prodotto di un atteggiamento che rifiuta l'ordine imposto dal diktat degli alleati.


    Nonostante questa simile e reciproca situazione iniziale, i rapporti tra Fascismo e mondo arabo non rimasero sempre idilliaci, ma attraversarono alti e bassi grazie ad un'errata e non sempre limpida politica coloniale condotta dall'Italia; in alcuni casi dettata da un eccessivo sciovinismo e da meri interessi materiali; non per espressa responsabilità del Duce, ma per palese bassezza di alcuni gerarchi infervorati dal mito della conquista e dalla civilizzazione dei «popoli selvaggi». I momenti migliori possono essere individuati nel corso del governatorato di Italo Balbo in Libia (1934), grazie al quale il Fascismo mostra la capacità di trasformare la colonia libica, da potenziale elemento di contraddizione, a ruolo di vetrina delle «buone intenzioni» dell'Italia fascista nei confronti dell'Islam.


    II quadrumviro riesce a percepire e ad assecondare le aspirazioni delle popolazioni locali, preparando il terreno per una sfavillante propaganda messa in atto in occasione della campagna di Abissinia (1936), che fungerà da preludio alla simbolica consegna nella mani del Duce della «Spada dell'Islam» (1937).


    Nonostante alcuni errori sempre dettati dai residui di un retaggio sciovinista ottocentesco, la politica coloniale del Fascismo necessita doverosamente una distinzione dalla classica politica colonialistica di sfruttamento dettata dal becero e subdolo spirito prettamente mercantilistico delle potenze anglo‑francesi.



    «Si può dare qualsiasi giudizio sul periodo di espansione coloniale e si possono fare anche tutti i distinguo tra forma e forma di colonizzalzione: in molti casi non si è trattato di occupare spazi vuoti o posizioni geopoliticamente vanltaggiose, ma il puro e semplice imperialismo sostenuto dall'armamento ideologico giudeo-cristiano o da quello laico-illuministico, entrambi fusi nel nazionalismo sciovinista e borghese di stampo ottocentesco, a seconda dei bisogni e dei casi. Pur tuttavia, una cosa è certa: se lo sfruttamento delle risorse minerarie e territoriali rispondeva alle mire affaristiche delle grandi compagnie in combutta con le classi politiche borghesi, il sistema coloniale tendeva anche a valorizzare le potenzialità e le risorse agricole e agro-forestali proprio in vista di un irradicamento permanente sul territorio». [1]



    Nel caso specifico del Fascismo, le iniziali e predominanti tendenze borghesi improntate ad una forma di colonialismo similare a quello di matrice anglosassone, cedettero il passo, in ottemperanza all'autentica identità dello spirito rivoluzionario fascista, alla tendenza antiborghese proiettata in una politica filo-araba ligia alla naturale proiezione geopolitica dell'Italia e funzionale alla battaglia totale contro le plutocrazie occidentali. In alcuni casi questo fu reso possibile e facilitato grazie all'atteggiamento di simpatia dei popoli arabi che, soprattutto verso la fine degli anni Trenta e a maggior ragione con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, favorirono il rapporto con l'Italia Fascista, nella veste di potenza appartenente all'Asse, soprattutto in seguito allo sbarco degli anglo-americani nel Nord Africa. Nel corso della guerra uscì in evidenza «la disparità di vedute tra italiani e tedeschi -sempre esistita, acuitasi dopo i rovesci militari italiani che richiesero il soccorso tedesco addirittura nel Mediterraneo e sfruttata dalla parte araba- non favorì lo sviluppo chiaro ed univoco della politica islamica». [2]



    Questo perchè Adolf Hitler avrebbe voluto riprendere la politica dell'Imperatore Federico II nei confronti del mondo mussulmano e, fra gli ostacoli che impedirono la realizzazione di tale disegno, vi fu l'alleanza con l'Italia, la quale era -nonostante tutto- una potenza coloniale classica a tutti gli effetti. «Hitler era sempre stato convinto che il colonialismo e i fenomeni ad esso complementari, quali ad esempio il missionarismo cristiano avessero un solo obiettivo: quello di schiavizzare i popoli colonizzati e distruggerne la cultura, considerata, in una visione esclusivamente eurocentrica, barbara, animalesca e incivile». [3]



    Lo stesso Fuhrer nel suo Testamento Politico ebbe a dichiarare che «... l'alleato italiano ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord, perchè i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori». L'acume politico del Fuhrer aveva percepito che «... l'Islám e l'Europa sono due mondi destinati ad incontrarsi; entrambi infatti hanno in comune alcuni valori fondamentali da difendere e hanno a che fare con gli stessi nemici: il razionalismo e il materialismo, l'oscurantismo democratico, l'ateismo marxista e capitalista, l'azione del giudeo sfruttatore». [4]



    I nemici comuni ai popoli arabi ed alle potenze dell'Asse non potevano che essere gli inglesi e gli ebrei; in alcune occasioni furono gli Arabi stessi a «premere sull'acceleratore di un impegno più consistente dell'Italia in funzione anti-inglese (...) Non erano però solo questi gli avversari in comune. In cima alla lista vennero a trovarsi progressivamente anche gli ebrei: gli arabi si vedevano progressivamente estromettere dalla loro stessa terra». [5]



    Tra i nemici delle popolazioni arabe non potevano mancare gli Stati Uniti, in quanto, «... l'America, da quando dopo l'ultima guerra si è rafforzata l'influenza degli ebrei, è diventata un ostacolo sulla via dell'indipendenza e della libertà degli Arabi. Essa ha sempre aiutato politicamente e finanziariamente il movimento sionista ed ha favorito I'ebraicizzazione della Palestina». [6]



    Il progetto sionista di edificazione di uno stato ebraico in Palestina è sempre stato appoggiato dalle potenze anglo-francesi quale frutto delle spartizioni di Versailles; ma ancor prima della fine del primo conflitto mondiale, e precisamente nel 1917, il ministro degli Esteri britannico Balfour, a capo di una missione diplomatica, giunge a Washington dove si incontra con influenti esponenti sionisti come Brandeis (presidente della Corte Suprema americana, nonchè consigliere del presidente statunitense Wilson), ottiene l'assenso americano alle intese che gli inglesi hanno concluso con i sionisti ed in particolare al rilascio di quella dichiarazione che da lì a pochi mesi avrebbe avviato l'insediamento ebraico in Palestina. AI grande pubblico il risultato di questi intrighi di palazzo emerge attraverso la forma dei documento storicamente denominato "Dichiarazione di Balfour", consegnata direttamente dal ministro britannico al presidente della Federazione Sionista britannica, lord Lionel Rothschild. Alla luce di queste condizioni storico-politiche non potevano che svilupparsi convergenze tattiche tra il mondo arabo e il Fascismo. Infatti, «i rappresentanti del mondo arabo‑islamico che -in tutta libertà- si rivolsero al fascismo, avevano un unico scopo: liberarsi dal giogo dal colonialismo franco-britannico, qualsivoglia travestimento indossasse, nel nome dell'arabismo e dell'Islam. (...) Le condizioni vollero che il fascismo e mondo arabo-mussulmano, o meglio la parte di esso insoddisfatta dello stato in cui versava, si trovassero -con tutti i distinguo del caso- sulla stessa barricata, ma entrambi avevano le idee chiare su come perseguire i propri interessi». [7]



    In quest'ottica, soprattutto le correnti più anti-borghesi ed espressione dell'identità autenticamente antigiudaica ed antiplutocratica del Fascismo, come quelle legate a "La Vita Italiana" di Giovanni Preziosi, proponevano numerosi e continui interventi a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islám; d'altra parte molte furono le espressioni di sostegno ed elogio provenienti dal mondo arabo-mussulmano nei confronti del Fascismo; specificatamente dopo il Congresso dei Mussulmani in Europa, tenuto a Ginevra, che ha visto la presenza di una delegazione italiana inviata dallo stesso Mussolini. Le conclusioni di tale Congresso mettevano in evidenza ampi apprezzamenti per la politica islamica condotta dall'Italia, e, in particolar modo, in seguito alla consegna della "Spada dell'Islám" al Duce, si sviluppavano sempre più le organizzazioni arabe filo-fasciste che, specificatamente in Palestina, intrattennero costanti e stretti rapporti con l'Italia al fine di contrastare il mandato britannico e l'infiltrazione ebraica. Questi movimenti politici o organizzazioni paramilitari ammiravano l'organizzazione, il culto del capo, il militarismo del Fascismo e, tra le loro fila, possiamo annoverare, tra gli altri, il Partito del Giovane Egitto, il Partito Nazionalsociale Siriano, le Camicie Verdi Egiziane, la Guarda Nazionale siriana, la Gioventù Nazionale siriana, la Falange Libanese ed i gruppi iracheni legati a Rashid Alì el-Kailani; nonchè il numeroso seguito di AI-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, personaggio ammirato e altamente tenuto in considerazione da Heinrich Himmler, e dal Fuhrer in persona, il quale concede all'alto dignitario islamico un privilegio mai concesso a nessuno prima di allora in Germania: lo ospita nel Palazzo Imperiale di Berlino, e dà disposizioni affinchè su tale edificio la bandiera della Palestina sventoli più alta di quella del Reich.



    Manuel Negri



    Note:



    1] Umberto Malafronte, "Razza e Usura", edizioni di Ar, Padova 1991, p. 15;

    2] "Il Fascismo e l'Islam", op. cit., p. 59;
    3] Stefano Fabei, "La politica Maghrebina del Terzo Reich", Edizioni all'insegna del Veltro, Parm, p. 84;
    4] Antonio Medrano, "Islam ed Europa", Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1978, p. 111

    5] Galoppini, op. cit., pp. 27-28;



    6] Fabei, op. cit., p. 63;


    7] Galoppini, op. cit., p. 15



    Palestinesi inneggiano al Duce

  7. #37
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito

    bah, graziani e i campi di prigionia non ce li vedo.
    Infatti io ho detto"se non ricordo male" mi sa che hai ragione tu
    forse era badoglio boh

  8. #38
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    1] Umberto Malafronte, "Razza e Usura", edizioni di Ar, Padova 1991, p. 15;
    evviva le "fonti"!

 

 
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