Giulio, ve lo racconto io
MASSIMO FINI
Benché io sia stato ferocemen- te, e a volte anche ingiustamente, visto soprattutto quello che è venuto dopo, antidemocristiano quando la Dc governava questo Paese, ho sempre avuto una certa simpatia per Giulio Andreotti. Di tutti gli uomini politici che ho incontrato nella mia attività professionale - compresi i leader della Prima Repubblica che erano comunque di ben altra levatura - mi è sembrato quello di maggior spessore: uomo colto, profondo conoscitore della storia, dei meccanismi istituzionali, della pubblica amministrazione. Gli è sempre stata addebitata - insieme a un’ infinità di altre e più pesanti nefandezze - una spiccata attitudine al compromesso, ma in democrazia il compromesso è la sostanza della politica. Ed è proprio grazie alle sue qualità di equilibrista che ad Andreotti, quand’era ministro degli Esteri, è riuscito il capolavoro politico di tenere ben fermi i tradizionali legami con gli Stati Uniti e nello stesso tempo di avere brapporti di buon vicinato col mondo arabo-musulmano, operazione allora molto più difficile di quanto non lo sarebbe oggi perché, in presenza dell’Urss, l’alleanza con gli americani era obbligata.
In un qualsiasi altro Paese d’Europa Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. Da noi invece la sua statura politica è stata dimezzata dai rapporti ambigui e compromissori che - peraltro non diversamente da ogni altro uomo politico di livello della Prima Repubblica, compreso l’integerrimo La Malfa, ha dovuto tenere con la mafia. Del resto questo è il destino di ogni democrazia che essendo una somma di oligarchie, politiche ed economiche, e quindi un potere debole deve scendere a patti con ogni altro potere sufficientemente forte, anche se criminale (non è certo un caso che l’unico governo che abbia combattuto seriamente la mafia, sin quasi a debellarla, sia stato quello fascista...




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