Bertinotti (Cgil) e Marini (Cisl) presiederanno rispettivamente Camera e Senato
I SINDACATI GUIDANO (ANCHE) IL PARLAMENTO
Sembra quasi una paradossale casualità. Ma forse, in fondo in fondo, non lo è.
A meno di 24 ore dal primo maggio, festa dei lavoratori, Camera e Senato hanno due nuovi inquilini ai vertici. Due ex sindacalisti come Fausto Bertinotti, nuovo “padrone” di Montecitorio e Franco (o Francesco!) Marini alla guida di Palazzo Madama.
I loro nomi circolavano da qualche settimana. Alla Camera, grazie alla legge tanto insultata dai nuovi vincitori della sinistra, per Bertinotti è stata bene o male una passeggiata. Più complessa la corsa di Marini. Per quello scranno i suoi colleghi di coalizione hanno dovuto stare svegli tutta la notte a spostare poltrone e ministri per fargli avere i voti necessari all’elezione. Ieri pomeriggio ha vinto. Come il collega comunista. Toccherà quindi a due signori con un passato nella Cgil (Bertinotti) e nella Cisl (Marini) fare il bello e il cattivo tempo sui provvedimenti governativi. È la prima volta nella storia di questo Paese che degli ex sindacalisti vanno dritti alla presidenza di Camera e Senato. A dire il vero per entrambi il passaggio all’attività parlamentare è datato molto tempo fa. Ma di certo quell’esperienza ha rappresentato un momento essenziale nella loro vita professionale. Lì, in quell’ambiente, nei sindacati, si sono imposti come personalità di prestigio. Allora rappresentavano una sola parte, quella dei lavoratori. Adesso saranno chiamati a svolgere il ruolo di “super partes”. Nessuno, sia chiaro, vuole mettere in discussione le loro capacità. Perché la riflessione da fare, semmai, è un’altra. E ha un nome e un cognome ben precisi: si chiama rapporto tra politica e sindacati.
Un interessante sondaggio promosso all’inizio di quest’anno dalla Cgil Lombardia mette in evidenzia un dato interessante: per oltre il 90 per cento degli iscritti attivi e in pensione, i loro rappresentanti sindacali non dovrebbero entrare in politica. Motivo? L’incapacità, una volta entrati nelle istituzioni, di rappresentare serenamente gli interessi dei lavoratori. Sono dunque gli stessi iscritti i primi a preoccuparsi di eventuale cambio di mestiere dei loro leader. E non senza ragioni. Il sindacato sembra essere sempre più contagiato dalla politica. Il che rischia, da un lato, di venir meno alla sua naturale vocazione: cioè di rappresentare le istanze dei lavoratori. Dall’altro, un’osmosi così marcata, fa sì che l’autonomia stessa del sindacato sia messa in forte discussione. Come non pensare che chi oggi, dopo un passato nelle organizzazioni sindacali, è seduto in Parlamento non preferisca mischiare le due cose? Ossia riportare il sindacato a essere non più un soggetto separato dall’attività dei partiti ma bensì la spalla della politica?
Nel guardare le recenti elezioni non sfugge l’impressione che questo valzer sia diventata una prassi ben oliata.
Non c’è comunque da scandalizzarsi. I sindacati sono in crisi. Nel 1980 un lavoratore su due era iscritto ai sindacati; oggi lo è appena uno su quattro. La rappresentanza sindacale, poi, è praticamente pari a zero tra i giovani e nei lavori nuovi. E per evitare la “cassa integrazione” molti sindacalisti, quelli più in vista, fanno il salto in politica per assicurarsi un futuro di visibilità ma anche economicamente più vantaggioso.
Marini, il “dottor sottile” del sindacalismo italiano e Bertinotti, il “signor no” del mondo politico e sindacale, sono due ex sindacalisti di razza. Segretario generale della Cisl dal 1985 al 1991 il primo; segretario nazionale della Cgil dal’85 al ’94 il secondo. Ma non sono i primi esponenti sindacali ad aver fatto un’incursione nei palazzi romani (nell’articolo di spalla potete farvi un’idea più precisa). Mai, però, un sindacalista, o meglio due sindacalisti, erano approdati a piani così alti della politica come le presidenze di Senato e Camera. E se Bertinotti, numeri (deputati) alla mano avrà vita piuttosto facile, a Palazzo Madama Marini dovrà battagliare mica poco. E di lotte Marini ne ha fatte. Il politico abruzzese non dimenticherà mai quella sul punto unico di contingenza che determinò una grave spaccatura proprio con la Cgil, poi risanata negli anni in cui fu a capo della Cisl. Così come Bertinotti ricorderà la famosa occupazione di 35 giorni della Fiat a cui partecipò nell’ottanta e che terminò con la ugual famosa marcia dei 40.000. Da ieri sono “insindacabilmente ”seduti, e lautamente stipendiati, dall’altra parte.




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