Anche Thomas Jefferson avrebbe votato SI
Lettera a Joseph Cabell (2 febbraio 1816)
Mio caro amico, il mezzo per avere un governo buono e fidato non sta nell’affidare ad un unico organo tutto il potere, ma nel dividerlo fra molti, distribuendo a ciascuno esattamente le funzioni che è in grado di assolvere. Che al governo nazionale siano affidate la difesa della nazione e le relazioni estere e federali; ai governi degli stati le leggi, i diritti politici e civili, la polizia e l’amministrazione di quanto concerne lo stato nel suo complesso; alle contee le materie di interesse locale e a ciascuna comunità minore gli affari che la interessano direttamente. E’ suddividendo la grande repubblica nazionale in queste repubbliche minori fino alla ripartizione più minuta, finché si giunga all’amministrazione da parte di ciascun individuo della propria fattoria; è attribuendo ad ognuno la direzione di ciò che può tenere d’occhio personalmente, che tutto verrà fatto per il meglio. Che cosa è stato a distruggere la libertà e i diritti dell’uomo in ogni forma di governo esistita sotto il sole? L’estendere e il concentrare tutti i poteri e tutte le funzioni in un solo corpo. Sono convinto che, a meno che l’Onnipotente non abbia decretato che l’uomo non debba mai essere libero (e crederlo sarebbe bestemmia), si scoprirà che il segreto consiste nel farsi egli stesso depositario, nella misura in cui è capace di esercitarli, dei poteri che lo riguardano e nel delegare soltanto quelli che vanno al di là delle sue capacità, mediante un processo sintetico, a gradi sempre più elevati di funzionari, in modo da conferire sempre meno poteri mano a mano che i delegati rappresentano sempre più una oligarchia. […] Come Catone, ai suoi tempi, concludeva ogni suo discorso con le parole “Carthago delenda est”, così io concludo sempre con l’esortazione, “dividete le contee in comunità”. Cominciate con l’istituirle per una sola funzione; dimostreranno ben presto per quali altre esse siano lo strumento migliore. Dio benedica voi e tutti i nostri governanti e dia loro la saggezza, così come sono certo che avranno la volontà di guardarci della degenerazione di un governo unico e dalla concentrazione di tutti i poteri nelle mani dell’uno, dei pochi, della gente per bene o dei molti.
Lettera a Samuel Kercheval (12 luglio 1816)
Alcuni guardano alle costituzioni con sacra reverenza e le considerano come l’Arca dell’alleanza, troppo sacra per essere toccata. Attribuiscono agli uomini delle epoche passate una saggezza più che umana e ritengono che ciò che essi fecero non possa essere migliorato. Ho conosciuto bene quei tempi: in essi ho vissuto e agito. Meritano di essere ricordati con gratitudine da parte del nostro paese. Erano assai simili al presente, ma non avevano l’esperienza di oggi. Non sono certamente un fautore di frequenti innovazioni nelle leggi e nelle costituzioni. […] So anche, però, che leggi ed istituzioni devono andare di pari passo con i progressi compiuti dalla mente umana. Quest’ultima cresce e diviene più illuminata, vengono fatte nuove scoperte, nuove verità vengono alla luce: anche le istituzioni devono avanzare, tenersi al passo con i tempi. Non cediamo per debolezza all’idea che una generazione non abbia le stesse capacità di un’altra di prendersi cura di sé e di sistemare i propri affari. Serviamoci della nostra ragione e della nostra esperienza, come hanno fatto i nostri Stati fratelli, per correggere la grezza opera delle nostre prime assemblee che, sebbene sagge, virtuose e bene intenzionate, erano prive d’esperienza. E infine, facciamo in modo che la nostra costituzione possa essere rinnovata a determinate scadenze. E’ la natura stessa ad indicarci quando ciò è necessario. Secondo quanto dicono i dati sulla mortalità in Europa, degli adulti viventi in un dato momento, la maggior parte sarà morta entro diciannove anni. Alla fine di questo periodo, quindi, il suo posto sarà stato preso da una nuova maggioranza o, in altri termini, da una nuova generazione. E’ dunque per la pace ed il bene dell’umanità che la costituzione dovrebbe stabilire la solenne opportunità di eseguire un rinnovamento ogni diciannove o vent’anni, affinché essa possa essere trasmessa, con periodici aggiustamenti, di generazione in generazione fino alla fine dei tempi, ammesso che qualcosa di umano possa durare così a lungo.