Cuffaro e Borsellino in lizza per la presidenza della Sicilia
di Danilo Giurdanella - 3 maggio 2006
Il 28 maggio, con le elezioni per il rinnovo dell'assemblea regionale siciliana, sarà scontro fra i candidati dei due poli per lo scranno più alto di Palazzo d'Orleans. La battaglia è da lungo iniziata, fin da quando la Borsellino vinse le c.d. primarie della sinistra contro il più moderato cattolico Ferdinando Latteri, recentemente confluito nella Margherita. Rita Borsellino, inizialmente proposta dalla sinistra radicale, ha poi conquistato consensi in buona parte della coalizione, dopo la vittoria delle primarie, nonostante il suo programma politico conti ben poche cose a parte la lotta alla criminalità organizzata. E' chiaro che la mafia non è né di centro, né di destra, né sinistra. La sinistra tuttavia, nella sua divisione ideologica, non trova nulla su cui appigliarsi se non questo. Non una riga di programma su cosa succederà all'economia siciliana. Nulla per quanto riguarda le materie di cui la Regione a statuto speciale detiene gelosamente la competenza. Meno di zero su quanto verrà compiuto per la promozione dei prodotti tipici siciliani che, nell'ultima legislatura di Palazzo dei Normanni, sono stati rilanciati a livello internazionale.
Insomma, la sinistra vorrebbe far credere agli elettori che si tratterà di un referendum fra mafia e antimafia. D'altro canto è ovvio. Questa è sempre stata la strategia (o tattica?) elettorale della sinistra sin dai tempi del famoso scontro De Gasperi-Togliatti in cui, come millantava il vice di Stalin, «il partito dei lavoratori avrebbe sconfitto il partito dei proprietari». Ma di lavoratori che votavano per De Gasperi ce n'erano tanti. Erano quelli che lavoravano per davvero, erano la maggioranza silenziosa; non andavano in piazza, a piè sospinto, al primo cenno del «padrone sindacale», piuttosto sapevano che i tempi erano duri e bisognava faticare per amore della propria famiglia. Così Prodi e la sinistra moderna, senza uno straccio di programma, hanno tentato di trasformare le elezioni nazionali in un referendum su Berlusconi, che, sostanzialmente, dato il numero globale di voti, hanno perso.
Così oggi, in Sicilia, l'Unione tenta di vincere senza aver proposto nulla di nuovo rispetto a Cuffaro, ma solo sull'onda dell'irrazionalità, del sentimento, e della compassione che può andare alla vittima collaterale di un orrendo delitto di criminalità organizzata che si consumò quattordici anni fa. Compassione che è dovuta. Orrore che è necessario provare. Ma la politica è un'altra cosa. Tant'è che Paolo Borsellino non aveva in tasca la tessera del Pci come i benpensanti comunisti possono pensare, ma quella dell'Msi, per il cui movimento universitario ricoprì incarichi importanti. Ma visto che alla sinistra piace parlare tanto di mafia in Sicilia, parliamone pure.
Innanzitutto bisogna notare che la maggior parte delle amministrazioni comunali del Sud sono in mano alla sinistra. Ora, come si nutre la criminalità ortganizzata oggi? Secondo le statistiche del Ministero di Giustizia gli appalti pilotati ed il «pizzo» costituisco la principale fonte di introiti. Per quanto riguarda gli appalti non v'è dubbio che vengono gestiti dalle amministrazioni locali, quindi un governo regionale di sinistra, di cui provincie e comuni sono amministrativamente espressione, non potrebbe che andare a vantaggio della mafia.
In secondo luogo la mafia si nutre di danaro pubblico. Quindi la concezione della sinistra di più Stato meno mercato (che già è quasi inesistente in Sicilia) sarebbe una vera manna dal cielo. I soldi di Roma andrebbero dritti nella tasche dei criminali o a rafforzare la loro rete clientelare. Inoltre non si può parlare solo di mafia per combattere la mafia. Le organizzazioni criminali traggono i loro poteri dalla debolezza economica dei cittadini, da uno Stato troppo pesante, dal lavoro nero accentuato dalla legislazione di sinistra, che ponendo limiti «troppo alti», svantaggia l'isola siciliana il cui Pil pro capite è inferiore alla media. Insomma, i cittadini devono sapere che non è una maniachea lotta della mafia contro anti-mafia, ma di due concezioni politiche, una fondata sull'idea di libertà, l'altra sulla prevalenza dello Stato sull'individuo. Agli elettori la scelta.




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