Con il governo Prodi si apre una nuova fase.
Le prospettive di Sinistra Critica (l'editoriale del prossimo numero di ERRE) di S. Cannavò
La sconfitta di Berlusconi e la vittoria a metà del centrosinistra aprono una nuova fase politica. Per il giudizio sul voto rimandiamo al testo che abbiamo presentato al Cpn di Rifondazione comunista del 22 e 23 aprile scorsi pubblicato su www.sinistracritica.org.
Vale qui la pena di segnalare solo l’importanza del risultato ottenuto da Berlusconi e il sostanziale fallimento dell’Unione come “Grande coalizione” capace di rompere il blocco sociale berlusconiano, di erodere la sua egemonia politica e di innescare una svolta nel corso del paese. Quello cui stiamo assistendo è invece il successo di un’alleanza che mantiene intatto il suo profilo moderato, che ascolta più il Fondo monetario o la Commissione europea che “il popolo” che le ha permesso di vincere. Che mantiene un’ambiguità di fondo su tutti i temi dell’agenda politica e di governo a cominciare dalla politica estera e da quella economica. Lo scarto esiguo che ha consentito la vittoria dell’Unione sarà una tagliola per le forze della sinistra alternativa che subiranno la pressione infernale del “vincolo di coalizione” e della tenuta della maggioranza come strada obbligata per impedire il ritorno delle destre e di Berlusconi. Prospettiva questa che sarebbe certamente deleteria e dannosa per gli interessi dei lavoratori, delle donne, dei giovani ma la cui incombenza può essere diradata solo da un governo che imboccasse con decisione la strada di un’alternativa chiara e netta rispondendo innanzitutto ai bisogni e alle attese popolari e del mondo del lavoro. E invece il governo sta facendo di tutto per presentarsi come un governo di alternanza: noi non avevamo dubbi, lo avevamo sostenuto nel corso dell’intero ultimo anno; constatiamo con amara soddisfazione che questa realtà è ammessa anche dal segretario del Prc. Ma per sostenere la difficoltà della fase e prepararsi a reggere al vincolo di coalizione non si può certo ricorrere all’ipotesi che un governo di alternanza è il miglior viatico verso l’alternativa. L’alternanza, se può evitare l’affermarsi di una Grande Coalizione con settori delle destre sul piano della politica istituzionale, non evita certamente il ripristino di politiche centriste e legate al compromesso con la grande borghesia e il padronato italiano. A lungo andare è l’alternanza stessa a farsi “centrismo” come in parte già dimostra l’ipotesi di un ministero dell’Economia affidato al tecnocrate Padoa Schioppa o la necessità di creare un ministero ad hoc che attui la Strategia di Lisbona.
Nemmeno è sufficiente, anzi ci sembra pericolosa, per sostenere la tesi dell’“alternanza verso alternativa” l’ipotesi della costruzione di “un nuovo popolo” da parte di un governo,sia pur “allargato”, all’interno dello sviluppo di un’irrealistica riforma politica,sociale morale che dovrebbe essere promossa dall’Unione.La consumazione della democrazia italiana, frutto della disgregazione sociale, non può essere ricondotta solo ai cinque anni di governo delle destre ma al massacro sociale prodotto dalle politiche liberiste nel corso degli ultimi venti anni e del quale sono stati corresponsabili interi governi di centrosinistra, da Prodi a D’Alema per non parlare dei governi della concertazione dei primi anni novanta. E’ questa destrutturazione, materiale e politica, che ha bisogno di un lavoro di “ricostituzione” e di rigenerazione della soggettività di classe sia pure nelle moderne forme in cui questo si manifesta. Questa rigenerazione non può però avvenire in alleanza con coloro che hanno praticato, o che teorizzano, l’adesione a un modello di liberismo temperato che, in ultima istanza, è la causa primaria di quella frantumazione. E’ come stare seduti su un ramo e contribuire, allo stesso tempo, a segarlo. Oggi la ricostituzione di una soggettività di classe e per l’alternativa passa anche per il ristabilimento di necessari requisiti democratici di fondo – forme di democrazia diretta partecipata, una nuova centralità democratica del conflitto nei corpi intermedi tra politica e società, ed anche attraverso il contrasto alla guerra permanente nelle sue diverse espressioni– ma non può che avvenire dal lato dei movimenti di lotta in grado, essi soli, di recuperare una soggettività più compiuta. Per questa ragione di fondo abbiamo sempre avversato, nella fase e nel contesto attuali, la prospettiva del governo, perché la ricostituzione della soggettività sociale e politica ha bisogno, per il prossimo periodo, di un’opposizione coerente e costante in quanto luogo costitutivo dei soggetti della trasformazione. Per questo continuiamo a ritenere che non esistono le condizioni di un governo di alternativa e che Rifondazione non dovrebbe accettare di essere parte organica di un tale governo. Anche la presidenza della Camera, che pure costituisce un incarico di alto prestigio, si presta a una sorta di “incastro” che può essere controproducente.
Ora, la controversa situazione italiana, il suo sistema elettorale, la natura delle destre, le scelte della maggioranza del Prc, ci inducono ad accettare la prospettiva della nascita del governo per almeno due ragioni: impedire il ritorno delle destre e consolidare la loro sconfitta; avviare la verifica sulle capacità di trasformazione del governo Prodi e sulle attese generate nel popolo delle sinistre. E’ questo che determina la nuova fase in cui siamo e che possiamo affrontare tenendo ferma la barra su due aspetti: i contenuti programmatici sostenuti dall’iniziativa movimenti e l’autonomia del partito dal governo.
Sui contenuti abbiamo già avuto un assaggio dei problemi che avremo di fronte con la parziale discussione sull’Afghanistan. Ammesso che sull’Iraq il nuovo governo si impegnerà per il ritiro – impegno tutto da verificare – è certo che sull’Afghanistan l’accordo nell’Unione non esiste. E le mezze ammissioni fatte da Bertinotti, e riportate ampiamente da tutta la stampa nazionale, fanno pensare che l’ipotesi di un’accettazione della missione militare, la stessa che ha inaugurato la strategia della guerra permanente di Bush, sono già prese in considerazione. Ovviamente, noi dovremo dimostrare di essere inflessibili sui contenuti pur in un quadro di forte difficoltà e di scarsissima agibilità, soprattutto in relazione alla “disciplina” che il partito impone. Però lo scontro, dentro Rifondazione e nell’Unione, avverrà sui contenuti e non sui contenitori. Per questo è essenziale l’autonomia del partito. Su questo punto molti compagni della maggioranza del partito si sono espressi con enfasi .
L’autonomia del partito è l’unica clausola di salvaguardia che possa permettere: a) di continuare a conferire la centralità necessaria ai movimenti e alle lotte nel paese, soprattutto in direzione di una loro ricomposizione o relazione unitaria; b) di controbilanciare la centralità istituzionale e la conseguente burocratizzazione; c) di discutere con maggiore serietà e collegialità del partito di cui c’è bisogno, della sua funzionalità organizzativa alla costruzione dei movimenti, della sua effettiva unitarietà.
E’ con gli occhi rivolti a questa duplice sfida che Sinistra Critica si è collocata nella nuova fase: riconferma delle ragioni del dissenso – anche con la presentazione del proprio documento e con la sottolineatura del disaccordo sulla scelta del governo – e volontà di dialogo con la maggioranza del partito per condurre insieme le verifiche necessarie nella prossima fase. Lo ha fatto anche con l’accresciuta responsabilità di essere oggi quasi l’unica sinistra interna al partito (ad eccezione dei compagni di Falce e Martello): la scissione, già avvenuta e in procinto di essere completata, "dei Progetti" Comunista e il ritorno in maggioranza di Essere comunisti, ci lascia il compito di rappresentare un’opposizione interna ferma nei contenuti ma non settaria né indisponibile a confrontarsi con la maggioranza, in linea con l’idea che “un’altra Rifondazione è possibile”. Questa responsabilità ci induce a lavorare per il rafforzamento di una nuova sinistra del partito. Ed è in quest’ottica che abbiamo elaborato, e già sottoposto alla discussione, le linee generali di una Manifesto Programmatico in cui descrivere i tratti di una moderna sinistra anticapitalista. Lo discuteremo nella seconda assemblea nazionale di Sinistra Critica, il 13 e 14 maggio a Roma, insieme all’approfondimento della fase politica e alla definizione di quelle vertenze e quelle campagne sociali che rappresentano oggi la priorità decisiva per mantenere, davvero, aperta la prospettiva della trasformazione sociale.
www.sinistracritica.org




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