Ho trovato questa "chicca", la dichiarazione di voto di D'Onofrio, uno dei saggi di Lorenzago al pari di Calderoli. Sono rimasto sinceramente allibito dal contenuto. Ve lo posto, chi di voi ha voglia legga e commenti.
D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, credo di avere il dovere di utilizzare tutti i quindici minuti a mia disposizione, perché in molti degli interventi di stamani e in molti degli interventi svolti in Senato in questo ultimo esame della riforma costituzionale sono stati richiesti chiarimenti e spiegazioni circa il mio atteggiamento non soltanto come ex relatore, ma anche come Capogruppo dell'UDC.
Desidero innanzitutto ringraziare, in particolare, il quotidiano "L'Avvenire" per aver ripetutamente consentito a molti di noi di esporre, nel corso di questi tre lunghi anni, le questioni che hanno riguardato la grande riforma costituzionale. Non che gli altri quotidiani non abbiamo dato informazioni sufficienti, ma non mi risulta che abbiano seguito con altrettanta attenzione questa vicenda, che - lo ripeto - dura da tre anni, signor Presidente, e non da pochi minuti, come ho sentito affermare anche questa mattina.
Il 13 marzo 2002 il Senato della Repubblica inizia a preoccuparsi della grande riforma costituzionale. Capisco che tre anni possano essere pochi e che per qualcuno possano essere molti, ma sta di fatto che si tratta pur sempre di tre anni. Non c'è stato alcuno strozzamento del dibattito parlamentare. Vi è stata la possibilità per chiunque lo volesse, in questi tre lunghi anni, di parlare, di spiegare, di chiarire, di chiedere il confronto e, se possibile, di intervenire sul contenuto.
Non appartengo a coloro che hanno lamentato il fatto che la riforma costituzionale nella scorsa legislatura fu approvata dall'allora maggioranza con uno scarto di soli quattro voti, e per una ragione molto semplice: ritenevo, infatti, e ritengo tuttora, che il centro-sinistra non abbia capito cosa stava all'epoca varando con la modifica del Titolo V della Costituzione, per il semplice motivo che quel Titolo V era stato scritto, nella Commissione bicamerale presieduta dall'onorevole D'Alema, dal sottoscritto in qualità di relatore sulla forma di Stato ed era stato votato in Parlamento dal centro-sinistra nell'illusione di impedire alla Lega Nord un accordo politico con la Casa delle Libertà.
Se partiamo da questo punto specifico, capiamo per quale motivo oggi stiamo per votare un testo che probabilmente diventerà definitivo, in ordine al quale desidero una volta per tutte sgomberare il campo dal timore di un referendum. Il referendum su questo testo costituzionale si svolgerà: si deciderà, dopo la quarta votazione in Parlamento, qui in Senato, quali sono i tempi per il suo svolgimento. Nessuno di noi ha paura del referendum. Il referendum è un modo con il quale giustamente il corpo elettorale esprimerà il proprio orientamento su questa grande riforma costituzionale.
Non è questione di chi lo vuole prima o dopo.
Per quanto mi riguarda, ritengo che la questione del referendum dovrà essere decisa collettivamente dalla Casa delle Libertà quando il Senato avrà votato per la quarta volta la riforma costituzionale. Lo dico perché, in realtà, in questi tre anni si sono scontrate due culture di fondo: quella che io considero la cultura del coraggio delle innovazioni, portata avanti dal partito della Casa delle Libertà, cui si è contrapposta continuamente quella della paura del cambiamento.
Non vi è e non vi è stata possibilità di intesa, non perché noi intendessimo cambiare la Costituzione, che non abbiamo cambiato; infatti, il testo costituzionale che ci accingiamo a votare non modifica nessuno degli articoli Parte I della Costituzione, ma, come di qui a breve spiegherò, rispetto ai princìpi fondamentali della Costituzione, il testo che voteremo ne è un’attuazione.
Stiamo facendo, quindi, ciò che nel 1947 non fu possibile fare perché, come ricorderanno i più anziani (il presidente Colombo, probabilmente, lo ricorderà), una parte dell’Assemblea Costituente era favorevolmente orientata ad imporre in Italia il modello sovietico, che, come tutti sappiamo, non era propriamente un modello di democrazia e garantismo.
Quel modello non passò perché vi fu un’adeguata resistenza del partito della Democrazia Cristiana, dei partiti laici e di quelli socialisti che impedì che il modello sovietico diventasse modello costituzionale italiano. Questa è la Costituzione della prima Repubblica…
ANGIUS (DS-U). Ma cosa stai dicendo? Non ti vergogni delle falsità che stai dicendo? Sei un bugiardo, un falso!
PRESIDENTE. Senatore Angius, per favore non interrompa. Lei ha parecchio tempo per replicare più tardi.
D'ONOFRIO (UDC). Credo che il collega Angius farebbe bene a rileggersi gli atti della Costituente, in particolare quelli relativi alla Corte costituzionale.
ANGIUS (DS-U). Torna a scuola!
PRESIDENTE. Senatore Angius, la prego, per cortesia. Lei deve ancora intervenire. Più tardi potrà replicare come crede; non interrompa.
D'ONOFRIO (UDC). Per cortesia, state zitti, lasciate che la sua opinione venga riproposta. Faremo una sessione particolare dedicata alla lettura degli atti della Costituente.
Il modello sovietico, come dicevo, era un modello ritenuto democratico e fu respinto dalla Costituente…
ANGIUS (DS-U). Buffone, ma perché non taci? Cos’è questa storia, demente?
PRESIDENTE. Senatore Angius, per cortesia, quel linguaggio!
Sta parlando un Capogruppo e sta esprimendo le sue opinioni. Non ha offeso nessuno. Lei ha usato un linguaggio improprio. Non usi quel linguaggio, lo ripeto, è un Capogruppo. (Il senatore Angius si leva in piedi gridando: "Sono menzogne!").
Lei ha usato un linguaggio inappropriato per un’Aula parlamentare! Non interrompa!
BONATESTA (AN). La verità è che non volete stare alla verità.
D'ONOFRIO (UDC). Credo che in questo dibattito e nei mesi che seguiranno saranno ripetutamente letti da parte mia il testo dell’Assemblea costituente e gli interventi dei colleghi del Partito Comunista Italiano.
ANGIUS (DS-U). È un delinquente politico!
D'ONOFRIO (UDC). Leggerò i testi per far capire di cosa ci stiamo occupando, perché il tentativo di mistificare ciò di cui ci stiamo occupando è finito…
ANGIUS (DS-U). Chi ha firmato la Costituzione italiana? Chi l’ha firmata?
PRESIDENTE. Senatore Angius, la devo richiamare all’ordine!
D'ONOFRIO (UDC). Altro che intesa costituzionale all’epoca! Ci fu un durissimo scontro dei partiti della libertà (partito della Democrazia Cristiana, partiti laici e socialisti) contro il partito dell’oppressione costituzionale. (Applausi dai Gruppi UDC, AN, FI e LP).
PAGANO (DS-U). Ma stai zitto!
D'ONOFRIO (UDC). Altro che storie. (Dai banchi delle opposizioni si levano forti proteste).
MONTAGNINO (Mar-DL-U). Buffone!
D'ONOFRIO (UDC). Abbiamo assistito ad alcuni illustri studiosi che esaltavano il Duce allora e hanno esaltato il Partito Comunista poi e come tali li abbiamo continuati a rispettare. Mi riferisco ad illustri personaggi che hanno preteso di dare lezioni di democrazia.
PAGANO (DS-U). Fai parlare Andreotti, stai zitto.
PRESIDENTE. Senatrice Pagano, anche lei.
Il senatore D’Onofrio ha diritto ad esprimere le sue opinioni. Non è possibile interromperlo; lo state facendo deliberatamente. Colleghi, per favore. Non è mai successo finora, tutti hanno parlato con libertà. Ne ha diritto lui, come ne avete diritto voi.
VOCE DAI BANCHI DELL’OPPOSIZIONE. Berlusconi ti candida lo stesso!
TURCI (DS-U). Vergogna! (Commenti del senatore Fabris).
PRESIDENTE. Senatore Fabris, la richiamo all’ordine.
Colleghi, volete che sospenda la seduta? Questa è la sostanza della questione?
Si può fare. Volete questo?
FLORINO (AN). Li deve espellere!
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, leggo nella Costituzione vigente - che tale rimane con questa riforma costituzionale - all’articolo 1: "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Noi abbiamo applicato l’articolo 1 della Costituzione, dando la sovranità al popolo. Capisco che il popolo faccia paura ad alcuni: noi abbiamo dato il potere al popolo. (Vive proteste dai banchi dell’opposizione).
PAGANO (DS-U). Il popolo fa paura a voi, perché vi manda a casa. Siete già a casa!
PRESIDENTE. Senatrice Pagano, non è da lei!
FABRIS (Misto-Pop-Udeur). D’Onofrio, sei patetico!
PRESIDENTE. Senatore Fabris, per favore!
D'ONOFRIO (UDC). Vorrei ricordare che questo è scritto nella Costituzione, applicata per quarantacinque anni attribuendo il potere non al popolo, ma alla partitocrazia, che certamente è un’istituzione molto delicata, ma cosa diversa.
PAGANO (DS-U). Ma dove eri tu? Vergognati!
D'ONOFRIO (UDC). Capisco che gli esponenti della partitocrazia si irritino. Non mi meraviglia. (Vive proteste dai banchi dell’opposizione).
FABRIS (Misto-Pop-Udeur). Hai fatto il Ministro, ma di cosa stai parlando?
PRESIDENTE. Colleghi, se continuate così sospendo la seduta. Poi la sospenderò una seconda volta quando verrete interrotti voi, e poi ancora, e ancora, ma dobbiamo portare a conclusione i lavori. È chiaro? (Commenti del senatore Fabris). Senatore Fabris, la richiamo all’ordine!
DI SIENA (DS-U). Sta minacciando!
PRESIDENTE. Come sto minacciando? Come si permette di dire che sto minacciando? Sto invitando alla serenità. Il senatore D’Onofrio deve svolgere il suo intervento. Prego, senatore D’Onofrio. (Vivaci commenti dai banchi dell’opposizione).
PASSIGLI (DS-U). D’Onofrio, non ti hanno voluto nemmeno come relatore!
PRESIDENTE. Senatore Passigli, un compassato senatore come lei non si dovrebbe lasciar trascinare.
PASSIGLI (DS-U). Invito il senatore D’Onofrio a godersi la sua rivincita. Ci sono occasioni in cui bisogna abbandonare la compassatezza.
D'ONOFRIO (UDC). Se posso riprendere, la Costituzione vigente recita, all’articolo 2… (Forte brusio in Aula). Signor Presidente, avrei piacere che ci fosse silenzio.
All’articolo 2 è scritto: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Ebbene, signor Presidente, è scritto che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili. Per quarantacinque anni non è stato possibile ottenerlo. (Vivaci proteste dai banchi dell’opposizione). Capisco che il collega Malabarba…
GIARETTA (Mar-DL-U). Sei stato Ministro!
CAVALLARO (Mar-DL-U). Ma basta!
PRESIDENTE. Senatore Cavallaro, dopo ne parlerà lei, se desidera.
FABRIS (Misto-Pop-Udeur). Ma governava lui!
PRESIDENTE. Senatore Fabris, la richiamo all’ordine per la seconda volta!
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, mi permetto di ricordare ai più giovani, che non lo sapevano, che nel 1977 - quindi, non duecento anni fa - l’allora segretario del Partito Comunista…
FABRIS (Misto-Pop-Udeur). D’Onofrio, ma governavi tu!
PRESIDENTE. Senatore Fabris, lei ha parlato e non l’ha interrotta nessuno. Se lo rifà, dovrò usare il Regolamento contro di lei.
D'ONOFRIO (UDC). Il segretario del Partito comunista, in polemica con il vescovo di Ivrea Bettazzi, sostenne che c’era il pluralismo nelle istituzioni e non, come giustamente ritengo volesse monsignor Bettazzi, il pluralismo delle istituzioni. Di questo si trattava.
Oggi, per la prima volta, nel testo costituzionale che scriviamo - e sono sorpreso che questo non sia mai stato posto in risalto da nessun autorevolissimo commentatore della Costituzione - è scritto che le autonomie locali riconoscono le formazioni sociali. È il principio "più società, meno statalismo": di questo si tratta. Capisco che ci sia paura di un tale cambiamento. (Applausi dai Gruppi UDC, AN, FI e LP). È la prima volta che ciò viene detto in una Costituzione vigente.
Terzo punto, sempre dei princìpi fondamentali della Costituzione. Dice l’articolo 5 (che riguarda, poi, quello che oggi è diventato ed è stato definito "federalismo", secondo me in modo improprio, ma bisogna capire il cambiamento radicale che vi è stato): "La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali". (Commenti del senatore Brutti Massimo).
PRESIDENTE. Senatore Brutti, anche lei? Per cortesia! Dopo tocca a lei.
D'ONOFRIO (UDC). Nel riconoscimento delle autonomie locali non si era mai dato vita ad un testo nel quale si pensava ad una potestà legislativa esclusiva in alcune materie a fronte della quale vi fosse una diversa tutela dell’interesse nazionale. Lo dico soprattutto ai colleghi del Gruppo Per le Autonomie. L’interesse nazionale, nella Costituzione del 1947, era un vincolo ex ante ai poteri legislativi delle Regioni. Capisco che talune Regioni, con i loro statuti, si erano chiamate fuori da questo vincolo.
Con il nuovo testo non c’è più il vincolo in anticipo, c’è la risposta negativa dopo, che è questione totalmente diversa ed è il principio essenziale dell’unità della Repubblica: non possono esservi Regioni che si chiamino fuori, rispetto a questa reazione di fronte alla potestà esclusiva delle Regioni, proprio perché prevediamo per la prima volta la potestà esclusiva delle Regioni. Forse non c’è stata sufficiente attenzione nel discutere ieri dell’ordine del giorno dei colleghi del Gruppo Per le Autonomie.
Avrei piacere, allora, di venire a parlarne con molta tranquillità a Bolzano o a Trento, in modo da far capire in che senso la nuova Costituzione è diversa da quella precedente, modifica l’assetto dell’interesse nazionale, lo reintroduce - essendo stato cancellato, nella precedente legislatura, dal Titolo V - e ne fa oggetto di una cosa totalmente diversa dalla precedente. Occorre capirsi, ma comprendo che se si sbraita è difficile. Mi auguro che da oggi in poi si possa cominciare a discutere più liberamente. Però, ho grande disponibilità a venire a parlare esplicitamente lì.
Questi sono, dunque, i tre princìpi fondamentali della Costituzione. Quello che si approva è uno sviluppo di questi tre princìpi fondamentali rispetto al modo con il quale la Costituzione del 1947 aveva ritenuto di poterli applicare. Non c’è niente di particolarmente sconvolgente.
C’è una questione di fondo: si ritiene non più percorribile la strada del bicameralismo perfetto. Quell’anomalia italiana della prima Repubblica, che prevedeva due Camere con eguali poteri e deputati e senatori con eguali poteri, unica al mondo, sulla quale non ho letto straordinari articoli a contestazione di questo fatto assolutamente aberrante, giustificata dalla storia politica degli anni dal 1947 al 1992 e non più giustificata oggi, oggi termina, con il nostro voto che viene dopo quello che abbiamo già espresso e dopo quello della Camera. Termina il bicameralismo perfetto. Siamo in grado di farlo terminare? Vogliamo che termini?
Certo, quelli che hanno paura del cambiamento vorrebbero che le cose rimanessero come stanno; quelli che hanno la cultura dell’innovazione dicono che possiamo cambiare, ma non per una mera volontà di cambiamento, bensì perché non ci sono più ragioni al mondo: non c’è più l’Est sovietico, non c’è più la guerra fredda, non c’è più il Partito comunista, non c’è più il fattore K; i due schieramenti si possono alternare al Governo, introducendo la nuova regola di moralità costituzionale.
Davanti agli elettori si stipula un contratto quinquennale, questo è il cambiamento radicale, non si va per chiedere un consenso e poi gestirlo come si vuole. Non ci sono le condizioni che impediscono di governare. Si chiede di governare per una legislatura sulla base di un programma elettorale. Questa è la norma antiribaltone: la gente la capisce quando la spieghiamo. Vogliamo che i deputati e i senatori, una volta eletti, non possano, cambiando schieramento - cosa legittima - diventare la base di un altro Governo che non ha avuto l’investitura popolare.
Questa è la sovranità del popolo: la si vuole o no? Noi vogliamo la sovranità del popolo. Chi non la vuole, fa bene a dire che non vuole la Costituzione! (Applausi dai Gruppi UDC, AN, FI e LP). Questo è il punto centrale della riforma costituzionale. Tutto il resto sono argomentazioni tecnicamente pregevoli, che però non hanno al fondo la comprensione del cambiamento radicale che si intende realizzare in questo momento. (Commenti del senatore Passigli). Passiamo dalla sovranità dei partiti in Parlamento alla sovranità del popolo.
ACCIARINI (DS-U). Di Berlusconi!
D'ONOFRIO (UDC). Questo è il cambiamento radicale che si vuole con la forma di governo del premierato. Si possono disciplinare i poteri in modo diverso, si può discutere su come si formano i Governi, sono tutte cose ragionevoli, ma è questa la ragione per la quale non ha più senso un Capo dello Stato con poteri di Governo, come è stato dal 1947 al 1992. Noi siamo vissuti in un regime nel quale la maggioranza di Governo esprimeva uno fra i tanti possibili Presidenti del Consiglio e vi era un Capo dello Stato con funzioni in qualche modo di co-governo. Questa è stata una necessità storica, la capisco e la condivido…
FABRIS (Misto-Pop-Udeur). Meno male!
D'ONOFRIO (UDC). …ma non ha più senso mantenerla.
Il Capo dello Stato deve svolgere, come la nuova Costituzione chiede, funzioni di garanzia costituzionale. Quali funzioni di garanzia? Quelle del nuovo ordinamento costituzionale aperto al federalismo. Deve garantire l’unità nazionale; deve garantire il rispetto della Costituzione; deve garantire l’autonomia degli organi esterni rispetto alla maggioranza: di qui i poteri sulle Authority, i poteri sulla magistratura, i poteri sul passaggio della competenza legislativa dal Senato federale alla Camera.
È una diversa idea di Capo dello Stato; si può condividere o meno, può piacere o non piacere. Noi vogliamo un Capo dello Stato garante dell’unità della Repubblica e non più cogestore della maggioranza di Governo. Lo si può volere o meno; noi vogliamo ritenerlo in questo modo e da tale punto di vista vogliamo una riforma costituzionale seria.
I tre anni che sono trascorsi, signor Presidente, hanno consentito molto raramente di spiegare questi aspetti con molta attenzione. I mesi che avremo di fronte, prima del terzo voto della Camera e del quarto voto del Senato, consentiranno, riprendendo i lavori della Costituente, leggendo il testo della Costituzione, di andare al confronto elettorale con grande tranquillità. È bene che l’opposizione sappia che è inutile questo continuo appello al popolo che deve disfare la riforma. Il popolo è previsto regolarmente nella riforma costituzionale. Non solo è ovvio che sarà il popolo a decidere: a decidere, non a far finta di decidere. Abbiamo scritto una Costituzione per modificare la quale in futuro occorrerà comunque la maggioranza degli aventi diritto al voto, cosa che non c’era nel Titolo V. Questa è la norma di garanzia centrale.
Ultima considerazione sulla Corte costituzionale. Non è vero che aumentano i giudici di nomina politica. Oggi sono cinque eletti dal Parlamento in seduta comune. Soltanto tre saranno eletti dalla Camera politica; i quattro del Senato federale non sono più figli della maggioranza di Governo. Lo si vuol capire o no che il Senato federale non è la stessa cosa del Senato della Repubblica? O si fa finta di non capirlo? (Proteste dai Gruppi dell’opposizione. Applausi dai banchi della maggioranza).
MANCINO (Mar-DL-U). No, proprio no.
D'ONOFRIO (UDC). Avremo giudici costituzionali eletti da un organo che non è figlio della maggioranza di Governo. La maggioranza di Governo ne esprimerà, insieme all’opposizione, tre su quindici e c’è una riduzione dei giudici politici. Questa è la garanzia massima che riteniamo di offrire anche al nuovo ordinamento costituzionale. (Vivi applausi dai Gruppi UDC , FI, AN e LP. Molte congratulazioni).




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