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Discussione: Missione di pace

  1. #1
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  2. #2
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  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da alex86
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    TRATTO DA : "VENTI SIGARETTE A NASSIRYA" DELLA EINAUDI EDITORE

  4. #4
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    Sì, avevo letto, chiedevo un link

  5. #5
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    .

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da alex86
    Sì, avevo letto, chiedevo un link
    non c'è nessun link, comprati il libro

  7. #7
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  8. #8
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    http://www.educational.rai.it/railib...ogie.asp?id=25

    Aureliano Amadei
    Venti sigarette a Nassirya

  9. #9
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    Mi serviva sapere quale fossero gli autori Sono stato accontentato con la copertina. Inutile dire che è qualcosa di parte e non è neanche provato che sia vero. Spirito giornalistico inquisitore, come al solito. C'è chi ci campa con questo genere di giornalismo...Rispetto il lavoro di costoro, ma non posso condividerlo.

  10. #10
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    Fonte: http://www.educational.rai.it/railib...ste.asp?id=225



    Aureliano Amadei
    A tu per tu con la guerra
    Esistono parole per dire la guerra, l’orrore, la morte? Quanto può fare un’opera letteraria per sanare questioni di ordine sociale e morale? È a domande come queste che Aureliano Amadei e Francesco Trento hanno cercato di dare una risposta, con il loro "Venti sigarette a Nassirya".
    a cura di Francesca Garofoli

    Si dice sempre che quando stai per morire ti passa davanti agli occhi il film della tua vita. Dalle pagine del libro, invece, si evince che sono i particolari, spesso quelli più insignificanti, a prendere il sopravvento. Secondo te, perché?

    Aureliano: Perché la vita non è un film. Se devo dire la verità, non c’è stato un solo ricordo, non una sola immagine della mia vita precedente che mi sia tornata in testa nei minuti dell’attentato. Dopo l’atterraggio, dopo il volo seguito all’esplosione iniziale, mi sono reso conto di essere vivo e ho pensato soltanto a rimanerci. Poi, sotto l’autocisterna, il mio cervello si è scisso in decine di pensieri differenti e autonomi uno dall’altro, più o meno contemporanei. Pensavo a salvarmi e contemporaneamente pensavo: l’assicurazione, pagherà? Oddio, dove ho messo il foglio col contratto? E pensavo: ora verranno a finirci. E: no, è assurdo, non posso morire qui, io non ho fatto nemmeno il servizio militare...

    Nel continuo andare e tornare, tra l’efferatezza degli episodi di guerra e i ricordi di vita quotidiana, si gioca alla dilatazione dell’istante. Quanto effettivamente è durato, nella tua memoria, l’attacco alla caserma?

    Aureliano: l’attentato in sé, soltanto pochi secondi. Poi la “santabarbara” ha continuato a deflagrare per una quindicina di minuti. Sentendo le esplosioni, però, pensavamo di essere ancora sotto attacco. Nella mia memoria istintiva, nella mia percezione alterata, mi è sembrato di stare lì sotto per un tempo lunghissimo. Però, ricostruendo razionalmente a posteriori gli eventi, credo di non esserci rimasto per più di 12-15 minuti.

    Credo che il valore di questo libro stia nel testimoniare che si è trattato di vera guerra e non, come volevano farci credere qui in Italia, di un episodio inatteso. Quando esattamente ti sei reso conto che non sarebbe stata una passeggiata?

    Aureliano: Come raccontiamo nel libro, alla dogana di Tallil il dialogo con dei militari mi ha dato la netta impressione che in Italia avessimo una visione distorta, molto edulcorata, della realtà irachena. Della possibilità di un attacco del genere non avevo, ovviamente, alcun sentore. Quello che mi preoccupa è che molti, molte persone il cui lavoro è prevenire simili cose, questo sentore lo avevano e forse anche qualcosa di più di un sentore. A giudicare dai racconti di alcuni feriti, la minaccia di un attacco è stata sottovalutata.
    Francesco: Senza dubbio il pericolo non è stato tenuto nella debita considerazione. Un articolo del Washington Post, uscito subito dopo la strage, rivelava come il Sismi, un mese prima dell’attentato, avesse lanciato un allarme sulla possibilità di attacchi alle truppe italiane in Iraq. Malgrado ciò, non è stata predisposta nessuna misura di sicurezza aggiuntiva (barriere, serpentine di cemento, aree chiuse al traffico) intorno alle basi...

    È stata scelta una forma scarna, quasi diaristica, dove tutto avviene nell’arco di venti sigarette. Perché?

    Aureliano: beh, è molto semplice: perché tutto è avvenuto nell’arco di venti sigarette. Cioè, nella concezione temporale di un fumatore, più o meno 24 ore. Sono arrivato a Nassirya, e dopo nemmeno un giorno sono saltato in aria.
    Francesco: Da un punto di vista stilistico, abbiamo scelto una forma il meno possibile retorica. Il nostro primo intento, nel raccontare le 22 ore di Aureliano in Iraq, è quello di far rivivere al lettore la sua esperienza. Sin dall’inizio ho molto insistito perché Aureliano si sforzasse di raccontarmi tutto “con gli occhi di allora”, cercando di rendere l’immediatezza delle sue impressioni, senza ri-pensarle alla luce degli eventi successivi. Abbiamo deciso di mantenere il suo sguardo scanzonato e disincantato, senza censure. Credo che soltanto così un lettore possa andare in Iraq con lui, subire l’attentato con lui, immaginarsi morto, cercare di salvarsi, tentare disperatamente di avere notizie dei suoi amici...

    Nel libro c’è una grande attenzione ai particolari, particolari che contribuiscono a tratteggiare l’umanità dei personaggi. Ma qual è l’esigenza narrativa che vi ha spinto ad annotare tutto?

    Aureliano: innanzi tutto entrambi abbiamo lavorato nella televisione e nel cinema, e questo ci ha probabilmente dato una speciale attenzione ai dettagli. Spero di non avere esagerato: in qualche modo, raccontare a Francesco la mia storia duecento volte mi ha spinto a ricostruire ogni volta un aspetto diverso e credo di averlo sommerso di informazioni. Ma credo che lui abbia tagliato tutto il superfluo, lasciando appunto spazio ai particolari che servivano a rendere l’umanità dei personaggi...
    Francesco: secondo me, molti particolari sono assolutamente “significanti”. Aver riportato alcuni pensieri assurdi o buffi di Aureliano nei momenti di maggior pericolo non è ad esempio, come si diceva prima, un “giocare” a dilatare l’istante. Non è, insomma, un escamotage letterario per tenere in sospeso il lettore, ma la pura traduzione di quel che Aureliano e i suoi compagni di sventura intrappolati sotto l’autocisterna hanno vissuto. È il tempo dell’ansia e della paura che si dilata fino a sembrare infinito, è il cervello umano che reagisce al terrore cercando nei pantaloni lacerati dall’esplosione le chiavi di casa e il pacchetto di sigarette...

    Raccontare la propria esperienza è un’esigenza dell’essere umano, che a volte ha bisogno di una voce, di un interprete. Francesco è stato l’interprete della tua esperienza. Come nasce la voglia di confrontarsi nella scrittura di un libro “a quattro mani”?

    Aureliano: ho vissuto una prima fase di scrittura che non sempre riusciva ad esprimere l’emotività della situazione, e mi sono reso conto di non avere l’esperienza sufficiente per confrontarmi con la stesura di un romanzo. Con Francesco ci conosciamo da quindici anni, e io lo stimavo già come saggista e soggettista. A casa sua avevo anche visto, prima che passasse sulla Rai, il bellissimo documentario scritto con Volfango De Biasi, “Matti per il calcio”. In quella e in altre occasioni mi aveva dispensato consigli e incitamenti sul libro. Alla fine gli ho chiesto di lavorarci, e l’amicizia ha fatto il resto.

    Venti sigarette a Nassirya non ha toni pomposi, non indulge in sentimentalismi. Non celebra eroi, ma uomini. E lo fa con toni, appunto, umani, semplici, a volte ironici e scanzonati.

    Aureliano: La retorica è lo strumento con cui la politica si è appropriata della strage di Nassirya. una delle maggiori preoccupazioni che ho avuto nei mesi di scrittura del testo è stata quella di presentare un prodotto non strumentalizzabile. Ho le mie idee politiche, ma quello che leggete in questo libro sono le cose come sono accadute. O, ancora meglio, come mi hanno toccato. Le mie impressioni, i miei sentimenti di quei giorni abbiamo voluto tentare di restituirli intatti, in qualche modo “originali”, perché generino nel lettore un sentimento anch’esso “originale” e non mediato da abbellimenti retorici.
    Francesco: è molto importante capire che i morti di Nassirya non sono eroi. Sono uomini. Uomini e ragazzi che sono andati lì convinti di trovarsi in una “missione di pace” e che invece, come scriveva un carabiniere sopravvissuto alla strage, si sono scoperti impegnati in una “missione umanitaria di guerra”. Abbiamo voluto celebrarli parlando della loro umanità. Raccontare il sorriso di Silvio Olla, la gentilezza e la disponibilità del “quasi civile” Ficuciello, la vitalità di Rolla, ci è sembrato molto più importante che milioni di tirate sul tricolore.

    Un pacifista finito a condividere la sorte dei soldati. Uno scherzo del destino, una contraddizione in termini. Oppure, la sorte di ogni civile coinvolto in una guerra.

    Francesco: Paradossalmente, i pacifisti condividono sempre la sorte dei soldati. In Iraq c’era e c’è una guerra a cui la maggioranza degli italiani era contraria. Silvio, Massimo, Stefano e tutti gli altri sono stati mandati a rischiare la pelle mentre qui tutti dicevano: non c’è pericolo. La situazione è sotto controllo. E ripeto, paradossalmente gli unici che avrebbero potuto salvare i 19 morti di Nassirya sono proprio i pacifisti. Più di un milione di persone si è recato a rendere omaggio alle bare degli italiani uccisi nell’attentato. Ma se avessimo evitato d’infilarci in una guerra ingiusta, se il nostro governo avesse ascoltato il parere della maggioranza della popolazione, quelle bare non le avremmo avute.
    Aureliano: non mi sento a disagio nell’aver condiviso, da pacifista, la sorte dei soldati. C’erano persone che si dedicavano alla pace, in buona fede, anche fra loro. Per esempio Massimo Ficuciello, una persona davvero di valore. Non è l’operato dei soldati, quello che un pacifista contesta. È la scelta di seguire gli Stati Uniti in una loro guerra, una guerra che sta devastando un paese con la scusa di destituire Saddam e la falsa motivazione della guerra al terrorismo.

    Cosa vi aspettate dalla pubblicazione di questo libro?

    Aureliano: Di far conoscere una parte della vera storia dell’attentato. A Nassirya sono morti 19 italiani, io ho rischiato di essere il ventesimo. Questo se lo ricordano tutti. Ma quanti sono stati i civili iracheni uccisi? Alzi la mano chi lo sa... magari non ci facciamo troppo caso, ma lì stanno morendo a migliaia. Decine di migliaia di morti. Purtroppo, il nostro è un paese che si accorge soltanto dei suoi morti. Non ci rendiamo conto che c’è una guerra in atto finché qualcuno nato entro i nostri confini non va lì a rimetterci la pelle. E subito diventa un eroe. Mentre i bambini uccisi dai bombardamenti sono “danni collaterali”.
    Francesco: Danni collaterali. Perdita civile. Margine di errore. Dietro tutti questi eufemismi ci sono bambini dilaniati dalle bombe. Ci sono morti a mazzi, a ceste. Migliaia di persone che da un momento all’altro rimangono senza un tetto, un padre, una madre. Rimangono senza figli. Sono innocenti e non me ne frega un cazzo di tutti i discorsi che Bush e il suo staff possono mettere uno in fila all’altro: non c’è nessun margine di errore ammissibile.
    L’unico modo di non colpire un bambino è non sparare.
    L’unico modo di non uccidere un innocente è non uccidere.

 

 
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