dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO (Corriere della Sera, 24.06.03)
WASHINGTON - «Nel suo secondo libro, da lui dettato ai dattilografi nel ’28, un libro che non pubblicò mai, Hitler definisce Mussolini "un genio". Testuale. Il Führer aveva un'altissima opinione del dittatore italiano, a differenza di lui al potere da anni, e nel libro ne addita le riforme, se così possiamo chiamarle, a modello per la Germania. Continuò ad ammirarlo anche dopo il loro primo incontro nel '34, sebbene non fosse stato positivo». Gerhard Weinberg ride: «L'Italia fascista e l'Unione Sovietica erano di ispirazione a Hitler e nel libro lo scrive: lo folgorava il fatto che, in un'Europa piena di Parlamenti, avessero instaurato il partito unico, come lui fece poi nel '33. Da come la vedo io, Hitler credeva genuinamente che Mussolini fosse l'uomo del destino, in grado di trasformare gli italiani in tedeschi. Non gli passava per la testa che volessero restare italiani».
Weinberg, professore emerito all’Università della Carolina del Sud e autore di numerosi trattati sulla Germania, è uno dei massimi storici americani del nazismo e l'editore della traduzione inglese de Il secondo libro di Hitler , l'inedito seguito di Mein Kampf , che verrà pubblicata a ottobre dalla Enigma Books. Il secondo libro di Hitler , scoperto dalle Forze armate Usa a Monaco nel '45, apparve alcuni anni fa in tedesco, ma è noto solo agli studiosi.
«Hitler non lo diede alle stampe per due ragioni - dice lo storico -. La prima è che nel '27 il secondo volume di Mein Kampf , il libro che aveva cominciato a scrivere in carcere nel ’23, era stato un fiasco e aveva contribuito alla sua sconfitta elettorale o almeno così lui pensava. La seconda è che l’estrema destra tedesca detestava l'Italia, il fascismo e Mussolini per la questione del Sud Tirolo o Alto Adige e che nel '29 Hitler si alleò a essa: se avesse pubblicato il libro, se la sarebbe alienata».
In America, l'imminente uscita de Il secondo libro di Hitler ha destato enorme interesse. Weinberg spiega perché in un'intervista al Corriere della Sera . «Mentre Mein Kampf fu revisionato per la pubblicazione, questo libro non venne mai ritoccato. Riflette il vero Hitler ed è perciò ancora più importante per lo studio del nazismo». Weinberg ritiene cruciali due punti: «Uno è che fin dal principio il Führer vide nell'Italia il suo alleato naturale, tanto da non contestarle il controllo dell'Alto Adige, affidatogli dal Trattato di pace della Prima guerra mondiale. L'altro è che capì subito che la guerra con l'America sarebbe stata inevitabile e che incominciò a prepararla prima ancora di salire al potere».
Parliamo della politica italiana di Hitler.
«Fin dai primi anni Venti, Hitler asserì che l'Italia, che voleva espandersi nei Balcani e nel Mediterraneo, si sarebbe scontrata con la Francia, la nemica della Germania, e non si sarebbe opposta all’espansione tedesca nell'Europa dell'Est. Considerava quindi logico un asse Berlino-Roma e lo sottolineò nel suo secondo libro, molto più che in Mein Kampf . Ma si trovò in difficoltà sul Sud Tirolo».
In che senso?
«Nel '22, Mussolini avviò l'italianizzazione dell'Alto Adige e l’estrema destra tedesca strepitò. Hitler chiarì la sua posizione nel libro, andando di nuovo oltre Mein Kampf , per evitare che i nemici la strumentalizzassero a suo danno. Disse che l'alleanza con l'Italia sarebbe stata così stretta da costituire un tutto unico e che avrebbe permesso ai 200 mila tedeschi nel Sud Tirolo di scegliere se restarvi o trasferirsi in Germania. Ma dovette glissare su questo punto dopo l'intesa in casa con la destra».
Fu affascinato da Mussolini o dal fascismo?
«Da Mussolini. Riteneva che incarnasse la sua teoria del comando, perché aveva avuto il coraggio e la grandezza - così notò - di rivoluzionare il sistema, di ergersi a leader e gli aveva dato l'esempio. Oggi ci si chiede che cosa vedesse nel Duce ma allora, dal suo punto di vista, il Duce era l'uomo che faceva ciò che doveva essere fatto, che aveva sempre ragione».
E come giudicò il fascismo?
«Non gli dedicò una profonda riflessione. Quello che lo interessava era come si fosse costituito in un movimento di massa inclusivo dei giovani e delle donne e avesse sancito il principio del capo supremo. Negli anni Venti, i fascisti si erano infiltrati in tutti i settori della vita italiana e Hitler decise di copiarli in Germania, nell'ambito delle sue dottrine razziali naturalmente».
C'è una disamina della potenza militare italiana?
«Marginale, l'analisi dell'Italia è quasi solo politica. C'è invece una sorta di dottrina della guerra permanente. Hitler delinea una Germania sempre in armi, che marcia in parallelo con l'Italia sulla strada delle conquiste e in più elimina la cosiddetta piaga del semitismo dall'Europa. Ma non accenna a uno scontro con l'Urss, forse perché ne ammira il regime».
Il libro anticipa un conflitto con l'America?
«Come Mein Kampf , il libro proclama la necessità della espansione territoriale tedesca. Ma nel '28, per Hitler il motivo del conflitto con l'America è un altro. Hitler si sofferma sulle nuove leggi Usa che riducono l'immigrazione dalla Europa meridionale e orientale e che aumentano quella dalla Europa settentrionale e occidentale. Teme che sia una selezione della razza del nuovo mondo - i più colti e i più "ariani" - a scapito del vecchio e che alteri l'equilibrio delle forze. Conclude che uno dei suoi compiti più urgenti è muovere guerra agli Stati Uniti».
Ma passeranno 13 anni prima che la faccia.
«Sì, perché Hitler deve prima concentrarsi sulla guerra alla Francia e all’Inghilterra. Nel '33, il Führer ordina il riarmo tedesco e lo completa nel '37. Quell'anno prepara il conflitto con l'America: pianifica i "bombardieri di New York", aerei che possano colpire la Grande Mela e ritornare senza bisogno di rifornimenti; e corazzate con cannoni da 18 pollici contro quelli da 16 pollici americani. La loro produzione è prevista per il '39».
Non viene però realizzata.
«No, perché l'invasione della Polonia provoca la Seconda guerra mondiale e tutte le risorse tedesche devono esserle dedicate. Hitler non è stupido, sa che le nuove tecnologie militari possono determinare l'esito del conflitto. E' la sua altra sfida all'America e la perde».




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