la chiesa pone il veto su d'alema.
prodi qualche giorno fa è andato a chiedere aiuto al cardinal sodano.
oggi l'avvenire sbatte la porta in faccia a d'alema.
la chiesa conta di operare tramite la margherita.
fa male e sbaglia.
la chiesa, o meglio, la cei avrebbe dovuto appoggiare solo la cdl in campagna elettorale.
negli anni di governo la cdl è stata vicina alla chiesa e non ha giocato colpi bassi. per ringraziamento si è consentito di portare un pò di voti alla margherita. questi sono i risulatati.
la chiesa ha sbagliato ed ora paga.
non bisognava dividere i voti.
bisognava far votare compattamente la cdl.
oggi si paga il pegno.
oggi la chiesa si schiera apertamente contro d'alema.
l'avvenire pubblica un articolo e si schiera.
l'avvenire doveva schierarsi come ha fatto il corsera prima delle elezioni.
si doveva schierare con la stessa chiarezza prima del 9 aprile.
si doveva schierare apertamente come hanno fatto tutti.
ha vltuto tenere i piedi in due scarpe.
gli errori si pagano.
se si fanno votare gli alletati dei comunisti, poi è normale che gli excomunisti vadano sul colle.
questo schierarsi a giochi fatti le procurrà ulteriori danni dopo l'elezione di maximo. non ci siamo. non ci siamo proprio. peccato.
riporto un triste e pietoso articolo dell'avvenire.
"Accettare o non accettare il diktat diessino?
La Margherita sulle spine si gioca il futuro"
Sergio Soave
Nella discussione in corso per la designazione del candidato (meglio: della rosa di candidati) per il Quirinale da parte dell'Unione, la Margherita rischia di trovarsi con il cerino acceso in mano. I Ds infatti avanzano la candidatura di Massimo D'Alema in base al criterio di un ragionevole equilibrio nella distribuzione degli incarichi all'interno della coalizione, e se ci si ferma a questo livello, qualche ragione da far valere possono averla. Assai meno ragioni il partito della Quercia ha quando fa aleggiare minacce sul futuro nuovo governo nel caso che le sue aspettative non dovessero essere soddisfatte. Vincenzo Visco, ex ministro diessino del Tesoro, si è anche incaricato, con un senso dell'opportunità piuttosto dubbio, di rendere esplicito il ricatto.
Dall'altra parte, pesa sulla Margherita la preoccupazione - diciamo nobile - che la designazione alla massima carica dello Stato, che ha una precipua funzione di garanzia dell'unità nazionale, non sia liquidata come una dozzinale questione di lottizzazione interna a una coalizione. Non si tratta, ben'inteso, solo di un atteggiamento, per così dire, di buona educazione istituzionale, ma di un tratto caratteristico per una formazione che intende gestire con spirito di trasparenza i rapporti politici. Un passaggio cioè in cui essa avverte che c'è in gioco un po' della sua identità fondamentale.
Lo spazio in cui muoversi per Francesco Rutelli è obiettivamente ristretto. Già non gli era piaciuto il modo in cui l'Unione aveva espresso a Carlo Azeglio Ciampi l'invito a rimanere, quasi che in realtà fosse indisponibile a rivotarlo: una spia della determinazione con la quale i Ds perseguivano il loro scopo. Poi è cominciato il rodeo degli incontri, contatti e vertici, che per quanto definiti "interlocutori" e "istruttori", tutti puntano ad uno stesso irremovibile obiettivo: D'Alema candidato unico al Colle. Intanto però si è arrivati all'anti-vigilia della prima votazione, e il dibattito dentro l'Unione pare incagliat o sempre sul metodo, cioè se si debba proporre esclusivamente D'Alema per poi eleggerlo anche con i soli voti dell'Unione, o avanzare più proposte sulle quali avviare un vero negoziato con il centrodestra. Ipotesi quest'ultima sostenuta - come noto - da Rutelli.
A preoccupare la Margherita però non dovrebbero essere tanto le minacce dei Ds, visto che questi avrebbero in realtà tutto da perdere a creare ritorsioni sul governo. Non conta cioè tanto il contenuto delle minacce, che sono sostanzialmente inapplicabili, quanto lo spirito che esprimono. La Margherita ha nel suo orizzonte la costruzione di un partito unico con i Ds, prospettiva che è stata rafforzata dall'esito elettorale più favorevole per la lista unitaria, presentata per la Camera, che per le due formazioni presentate separatamente al Senato. A questo appuntamento cruciale, però, ha l'interesse ad arrivare con una propria specificità, che verrebbe fortemente indebolita dall'accettazione pura e semplice del diktat diessino sul Quirinale. D'altra parte, ha già costituito nelle due Camere gruppi comuni con i Ds, all'interno dei quali la Margherita rappresenta una minoranza che nell'ordinarietà della vita parlamentare potrebbe essere invitata alla disciplina di voto. E che fa, si consegna fin d'ora, all'inizio della legislatura, mani e piedi all'ingombrante alleato, giocandosi così il futuro?
Conterà molto, per uscire dall'impasse, l'atteggiamento di Romano Prodi, che per ora appare piuttosto prudente, ma che prima di lunedì dovrà decidere se accettare, supino, la logica unidirezionale dei Ds o far prevalere la dignità del suo ruolo, nella ricerca di una soluzione concordata. Solo allora sarà chiaro il destino futuro della Margherita.


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