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Discussione: Dispacci al vento

  1. #1
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Dispacci al vento


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    The Energy Wars
    The rise of a new global energy elite means high oil and gas prices are here to stay.

    By Michael HirshUpdated: May 7, 2006

    Newsweek




    Petrolio: l’inizio della fine?
    27.04.06
    Video- FALO'
    Il prezzo del petrolio è al galoppo e la sua crescita sembra inarrestabile. Crisi iraniana e tensioni internazionali stanno alimentando un rincaro che pesa sulle nostre tasche. Ma si tratta di una crisi passeggera o di un una svolta definitiva nella storia energetica mondiale? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe prima capire come si forma il prezzo della benzina e come si spiegano le sue fluttuazioni e fino a che punto potrà aumentare. Un documentario tenta di rispondere a questi interrogativi ricostruendo il viaggio di un barile di petrolio dalla sua estrazione nei pozzi del mare del nord fino al distributore di benzina. Un viaggio che attraversa oceani, continenti e centinaia di intermediari, che ci proietta verso l’ipotesi estrema: un mondo senza petrolio.

    Da Newsweek, picco del petrolio e guerre per le risorse.
    in Geopolitica
    05/05/06
    Due giorni fa, su Newsweek è apparso un inquietante articolo di Michael Hirsh dal titolo Le guerre per l'energia.L'ascesa di una nuova elite energetica significa che gli alti prezzi di petrolio e benzina sono destinati a restare.
    Michael Hirsh si riferisce naturalmente alla nazionalizzazione delle risorse in Bolivia, all'analogo annuncio del futuro Presidente del Peru, e alle mosse di Chavez e Putin decisi a mantenere le ricchezze del loro sottosuolo nelle mani dello Stato.
    "Oggi, gli esperti di gas e petrolio sono sempre più allarmati non solo per future carenze -l'idea che il mondo abbia raggiunto il picco petrolifero sembra guadagnare terreno- ma anche per chi controllerà le preziose risorse. (...) Le multinazionali come la Exxon oggi detengono solo il 6% delle riserve, contro uno stupefacente 77% che è posseduto da compagnie statali."
    Hirsh ci avverte che questa consapevolezza si sta facendo strada anche a Washington, specialmente dopo Katrina e il conseguente crollo di popolarità dell'amministrazione Bush. E le preoccupazioni USA si rivolgono principalmente verso i controllori della ricchezza di cui i Paesi occidentali hanno disperatamente bisogno: Putin che, pur "non essendo notoriamente assetato di denaro o potere, (...) desidera riportare la Russia al suo ruolo di superpotenza", e l'immancabile Ahmadinejad, il presidente iraniano, rispetto al quale il sottosegretario di Stato Marc Grossman si chiede inquieto "Ma cosa ci starà facendo coi soldi (del petrolio)?"
    Il rischio di nazionalizzazione si fa sentire persino in Iraq: si teme che il Paese, pur sotto occupazione americana, finirà col consentire alle multinazionali del petrolio di controllare solo una minima parte delle risorse. La conclusione?
    "Benvenuti nell'epoca dell'insicurezza energetica", dice West, ex dell'amministrazione Reagan e amico di Cheney "la produzione mondiale sta arrivando al picco del petrolio. Il risultato saranno prezzi alle stelle, con un grosso e sostenuto choc economico. Si perderanno posti di lavoro. Senza provvedimenti, la crisi porterà a rivalità energetiche, se non a guerre per l'energia. Negli ultimi 20 anni, la politica USA ha scoraggiato la produzione e incoraggiato il consumo. Se insistiamo così, pagheremo un terribile prezzo, l'equivalente economico di un uragano di categoria 5. Katrina era di categoria 4."




    Il pozzo piange
    La questione Morales prova che è urgente una politica energetica globale.

    Il Foglio
    Sabato 6 maggio 2006
    Il vento delle nazionalizzazioni sta soffiando sull’industria petrolifera. E potrebbe cambiare, fra poco, la scena energetica mondiale, anche se, per ora, si tratta soltanto del primo atto di un dramma di cui non si conosce la trama. [...]
    Con i disordini militari in Nigeria, la tensione in Iran, la situazione di insicurezza dei pozzi in Iraq, la linea nazionalistica di Putin, che gli Stati Uniti deprecano e gli europei affrontano divisi, e la lotta al coltello per i giacimenti dell’India centrale, si riduce sempre più l’area in cui le grandi compagnie petrolifere occidentali possono cercare di assicurarsi nuove riserve di idrocarburi, per rimpiazzare quelle che esse man mano sfruttano. Nella sinistra altermondialista e non solo si era detto che è osceno che gli occidentali pretendano di garantirsi l’approvvigionamento energetico con la politica. Ora siamo al dunque.

  2. #2
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito



    L'asiatica fenice
    di Giulietto Chiesa
    6-5-06

    Megachip

    Mikhail Gorbaciov ha scritto, su La Stampa , recentemente, che la guerra fredda numero due è già cominciata. Possiamo fidarci. Lo è. E' finita la fase in cui Vladimir Putin accettava di fare da – come si dice a Mosca - mladshij partnior (socio subalterno) di Washington. Ed è finita non tanto perché Putin sia diventato baldanzoso e aggressivo all'improvviso, essendosi probabilmente stufato di essere considerato, appunto, un socio subalterno, quanto per il verificarsi concomitante di due fattori nuovi. Uno è la logica dell'Amministrazione americana attuale, che è eminentemente aggressiva su tutti i fronti. E che ha polverizzato sul suo cammino l'illusione (o la tattica sagace, scelga il lettore) di Putin di poter restare ancora a lungo fuori dal mirino di Washington.

    La seconda è il risultato del prezzo del petrolio, che non ha cessato di riversare generosamente sullo zar del Cremino un fiume di dollari di gigantesche proporzioni, tale da consentirgli di risolvere alcuni problemi sociali interni e di avviare un programma di riarmo e di modernizzazione militare di dimensioni cospicue, da grande potenza.

    Vediamo queste due componenti. Dall'11 di settembre in avanti (ma anche prima, appena giunto al potere, nel 2000, zar Vladimir si è comportato, appunto, come socio subalterno, accettando il dato rappresentato dagli Stati Uniti come unica superpotenza. Ne conseguiva l'accettazione della supremazia altrui e il ripiegamento su prudenti posizioni di attesa. Tattica dettata anche, in via secondaria, da ragioni interne, di consolidamento del potere a Mosca, e di rapporti delicati con gli oligarchi filo-occidentali. La guerra afgana fu dunque accettata da Mosca, perfino aiutata, pur rimanendone fuori. Faccia pure l'America, si diceva a Mosca, noi non faremo resistenza. Solo che George Bush, usando l'Afghanistan, si prese mezza Asia Centrale ex sovietica, installò le sue basi in Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, dislocò trentamila uomini là dove mai gli Stati Uniti avevano ficcato il naso. Non ci fu reazione significativa a Mosca, dove la cosa non passò tuttavia inosservata, ma prevalse l'idea di restare “fuori dal mirino”.

    In parallelo Bush seguì la linea di Clinton: erodere le basi dell'influenza russa nei suoi cortili di casa. Bill Clinton aveva liquidato la Jugoslavia, Bush mette al potere a Tbilisi il suo uomo, liquidando perfino un alleato fedele come Eduard Shevardnadze. E qui il nervosismo di Mosca ha cominciato a diventare alto. E' difficile stare fuori dal mirino se il mirino t'insegue in continuazione. Poi venne l'Ucraina e la rivoluzione cosiddetta arancione (ovvero la cosiddetta rivoluzione arancione) e qui fu chiaro che Washington aveva precisamente messo Mosca nel suo mirino e stava sparando bordate molto pesanti.

    La ritirata del Cremlino finisce esattamente nel momento in cui Janukovic è costretto a rinunciare alla vittoria (sicuramente rubata) e si ripetono le elezioni che porteranno alla vittoria di Jushenko. Da quel momento Vladimir Putin comincia la sua politica, silenziosa ma visibile, di roll back nei confronti degli americani. Insomma: oltre non vi lasciamo andare. Verrà l'inverno e Putin presenterà la bolletta del gas all'Ucraina, e tutto diventa improvvisamente più chiaro anche ai polacchi e ai baltici, che avevano soffiato (e ancora soffiano) nelle trombe per conto di Washington.

    Nel frattempo, per gli ex paesi fratelli e cugini del Baltico, Putin preparava la seconda pillola amara. Il gasdotto sotto il mare, che consentirà di portare energia in Germania bypassandoli tutti in un colpo solo. Grande operazione strategica che libererà Mosca dalla necessità di chiedere permesso a vicini assai ostili e molto “americani” per portare il suo gas agli utilizzatori europei. I quali, a loro volta, ne hanno un bisogno assoluto, e non hanno nessuna intenzione di farsi trascinare in una prova di forza dai paesi minori appena entrati in Europa.

    Per fare questa operazione Putin aveva bisogno di un partner: la Germania di Gerhard Schroeder. E l'ha trovato, anzi ne ha trovati due, Germania e Francia, entrambi preoccupati anch'essi della piega troppo antirussa e filo americana della cosiddetta “nuova Europa”, così battezzata da Donald Rumsfeld. Adesso al posto si Schroeder c'è Angela Merkel , ma i bisogni dell'industria tedesca sono gli stessi e l'amico Gerhard è diventato consulente principale del progetto, a riprova che la socialdemocrazia tedesca non è disposta a farsi trascinare dove vorrebbero Varsavia, Riga e Tallin.

    Così si può concludere, sul primo fattore, dicendo che George Bush si è creato con le sue stesse mani, mettendolo con le spalle al muro, un antagonista sempre più riottoso. Tanto più riottoso perché non avrebbe voluto farlo. Per lo meno, non in tempi così ravvicinati.

    E qui veniamo al secondo fattore. Putin ha fatto i suoi conti. Quelli energetici innanzitutto. La Russia è la seconda grande potenza energetica del mondo. La prima se si esamina il combinato composto di gas e petrolio. Gli altri grandi erogatori di energia sono sotto i governi arabi amici degli Stati Uniti, o sotto il dominio americano, se si eccettuano l'Iran e il Venezuela, che l'America non controlla. Ma la Russia è indispensabile all'Europa e sta diventando indispensabile alla Cina, la cui voracità energetica non ha al momento confini.

    Questa posizione cruciale è ancora più decisiva se si tiene conto che siamo ormai nel “picco” del petrolio, il famoso momento in cui il suo prezzo, a causa della scarsezza crescente della merce, non discenderà più in base alle oscillazioni del mercato, ma continuerà a crescere fino a che non sarà sostituibile (ma quando e se non lo sa nessuno) da altre fonti, alternative e rinnovabili.

    Così Putin si trova adesso a poter usare due piccioni con una sola fava: usare le immense risorse monetarie che sta accumulando per armarsi, ma anche per tornare a esercitare la sua influenza politica anche più lontano dai suoi attuali confini. Ovvio che questa linea va in rotta di collisione con quella dell'Impero, sia per ragioni geo-politiche che economiche. Una Russia di questo tipo non solo è pericolosissima dal punto di vista militare, ma lo è anche perché la sua azione indipendente può risolvere i problemi di altri partners mondiali. Vedi Europa, e soprattutto Cina. Quest'ultimo è un protagonista che agisce in completa autonomia rispetto all'Impero. L'Europa potrebbe diventare un altro giocatore assai più indipendente di quanto lo sia stato e lo sia oggi.

    Brutte nuove per Washington che, a sua volta, ha tempi stretti per prendere decisioni, in una situazione in cui il suo debito estero è per quasi il 10% nelle mani della Banca di Stato cinese, mentre il deficit del suo budget sta toccando il tetto vertiginoso dei 9 trilioni di dollari.

    Solo una bella guerra (contro l'Iran), con un bombardamento a tappeto delle strutture atomiche e delle infrastrutture industriali e con gli effetti dirompenti sugli equilibri mondiali, può rinviare la resa dei conti economici del maggior debitore mondiale. Ma per fare questa guerra bisognerebbe avere qualche alleato in più, oltre a Israele e al Botswana.

    Putin ha ormai messo a punto la sua strategia e lo si vede. Non solo in Europa. L'Iran, sotto tiro di Washington, ha già avuto da Mosca missili cruise di nuova generazione, in grado di affondare tutte le petroliere che escono dal Golfo Persico. Il che significa che l'Europa si troverebbe senza benzina nel corso delle due settimane dopo l'inizio dei bombardamenti americani. Una prospettiva assai poco gradita a Bruxelles, sempre che abbiano fatto i loro calcoli. Sul piano diplomatico, Russia e Cina non permetteranno al Consiglio di Sicurezza di dare il via libera ad alcuna azione militare di Washington. Il che riprodurrà, nel momento in cui Washington deciderà l'offensiva, la stessa situazione di completa illegalità (oltre che di isolamento politico) che caratterizzò l'inizio della guerra irachena.

    Il leader russo, che ha ormai sistemato a dovere i suoi oligarchi, trasformandoli da agenti dell'occidente in miti boiari che prosperano sotto la protezione dello zar, ha impedito con grande souplesse il rovesciamento di Lukashenko in Bielorussia e ha ricevuto al Cremino i nuovi governanti del popolo palestinese, eletti a furor di popolo nelle ultime elezioni di gennaio. Mosca torna a svolger un ruolo decisivo nella crisi medio-orientale. E bisognerà tenere conto dei suoi voleri, e dei suoi consigli.

    E, sul fronte più orientale, oleodotti e gasdotti russo-cinesi stanno già attraversando le immense distese delle steppe siberiane, da ovest a est e da nord a sud. Aveva ragione Zbignew Brzezinski, nel 1987, quando scrisse, nella “Grande scacchiera”, che la supremazia dell'America sul mondo avrebbe dovuto passare, inesorabilmente, attraverso la demolizione della Russia (non dell'Unione Sovietica soltanto). E' accaduto però che, nonostante tutti gli sforzi messi insieme da tre presidenti americani, Bush padre, Clinton, e Bush figlio, la Russia non è stata demolita. Il che significa che la supremazia dell'America sul mondo non è stata raggiunta. Brzezinski pensava che, liquidata la Russia , trasformata in una federazione “leggera” di tre stati – Russia Europea senza il Caucaso, Siberia occidentale, Estremo oriente – gli Stati Uniti avrebbero potuto omologare abbastanza agevolmente la Cina , inserendola nel sistema di dominio del “consenso washingtoniano”. Diciannove anni dopo la Russia è di nuovo un giocatore mondiale e la Cina è un gigante al di fuori del controllo di chiunque.

  3. #3
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito che rebelot, Tony Blair, "rivoluziona" il governo britannico

    Non ha avuto pieta' a sacrificare ministri di punta, ma con il rimpasto di governo annunciato ieri Tony Blair non si e' certo messo al sicuro. ...

    ... Una fronda interna al partito ha espressamente chiesto con una lettera a Tony Blair di fissare ''un calendario chiaro'' per l'avvicendamento con il cancelliere ...

    U.K.'s Blair Faces Pressure
    From Labour Party Rebels
    By MARC CHAMPION
    May 6, 2006

    WSJ.online

  4. #4
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Non fa solo «uso politico delle risorse energetiche» ...


    In a meeting with Nursultan Nazarbaev
    U.S. Vice President Dick Cheney (4th left) meets Kazakh President Nursultan Nazarbayev (2nd right).


    Cheney Runs Finger along Caspian Seabed
    May 5, 2006
    Kommersant
    U.S. Vice President Dick Cheney arrived in Kazakhstan yesterday. He refrained from harsh commentary on the state of Kazakh democracy. The main topic of his negotiations in Astana is energy, in particular a natural gas pipeline along the floor of the Caspian Sea bypassing Russia.



    US Vice President Dick Cheney, center, advisor John Hannah, left, and US Ambassador to Croatia...

    USA: appoggio all'adesione della Croazia alla Nato e all'Ue
    2006-05-07
    Associated Press
    Durante l'incontro avuto la sera del 6 maggio a Dubrovnik, città antica della Croazia, con il Primo ministro croato Ivo Sanader, il Vice presidente Cheney ha affermato che gli USA hanno appoggiato energicamente l'adesione croata alla Nato e all'Ue.

    Cheney ha detto che il governo americano ha apprezzato la Croazia per i suoi aiuti forniti agli Usa nelle loro operazioni svoltesi in Afghanistan e appoggiano gli sforzi compiuti dalla Croazia per diventare membro ufficiale delle due organizzazioni.

    In un momento precedente dello stesso giorno, Cheney aveva tenuto un colloquio con il Presidente croato Stjepan Mesic sull'adesione croata alla Nato e sulla lotta al terrorismo.

  5. #5
    Zero Sen
    Ospite

    Predefinito

    USA: appoggio all'adesione della Croazia alla Nato e all'Ue
    2006-05-07
    Associated Press
    Durante l'incontro avuto la sera del 6 maggio a Dubrovnik, città antica della Croazia, con il Primo ministro croato Ivo Sanader, il Vice presidente Cheney ha affermato che gli USA hanno appoggiato energicamente l'adesione croata alla Nato e all'Ue.

    Cheney ha detto che il governo americano ha apprezzato la Croazia per i suoi aiuti forniti agli Usa nelle loro operazioni svoltesi in Afghanistan e appoggiano gli sforzi compiuti dalla Croazia per diventare membro ufficiale delle due organizzazioni.

    In un momento precedente dello stesso giorno, Cheney aveva tenuto un colloquio con il Presidente croato Stjepan Mesic sull'adesione croata alla Nato e sulla lotta al terrorismo.


    Questa notizia ha dell'incredibile! Ora sono gli Usa a decidere chi deve entrare nella UE?

  6. #6
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito



    EU Approves Giant TransCaspian Pipeline Project
    05.05.2006
    MosNews
    Il Commissario per l’Energia della UE Andris Piebalgs ha dichiarato il suo sostegno per il progetto TransCaspian Pipeline, lo segnala l’Interfax-Kazakhstan del giovedì il 4 maggio.

  7. #7
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito


  8. #8
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Ma com’è andata a finire?!

    US and Azeri leaders George Bush and Ilham Aliyev
    White House for a meeting on April 28, 2006

    AzerNEWS

    Mr Aliyev goes to Washington
    By Karl Rahder in Baku
    (05/05/06)

    ISN Security Watch


    Karl Rahder, ISN

    Bush corteggia l’azero, senza successo
    Maurizio Blondet
    06/05/2006

    Layout Giornale
    WASHINGTON - Nulla dipinge meglio la disperazione della Casa Bianca di questo: Bush ha dovuto ricevere
    in pompa magna Ilham Aliyev, «presidente» dell'Azerbaijan (nemmeno 8 milioni di abitanti), proclamarlo «il nostro miglior alleato nel Caucaso meridionale», esaltare la «relazione strategica» tra USA e Azerbaijan.
    E tutto questo senza ottenere nulla in cambio.
    Nella successiva conferenza stampa al Council on Foreign Relations, Aliyev ha chiarito che il suo Paese «non si impegnerà in alcun genere di operazioni potenziali contro l'Iran» (con cui condivide una lunga frontiera).
    E Bush ha definito la discussione con il dittatorello «franca» (candid), che nel gergo diplomatico significa quasi un litigio (1).
    Sembra ieri che Washington finanziava le «rivoluzioni colorate» in Georgia, Ucraina e Kirghizistan, «diffondeva la democrazia» nella zona di influenza ex-sovietica e circondava Mosca di «democrazie» ostili, con l'intento di chiudere alla Russia tutte le strade verso l'Europa.
    Ora, l'America è costretta a fare una corte umiliante ad uno dei più discutibili dittatori locali, che solo pochi mesi fa candidava a qualche rivoluzione dei colori; a rafforzarne la presa sul potere e il prestigio internazionale.




    US-Azerbaijan Chamber of Commerce
    USACC
    The composition of the US-Azerbaijan Chamber of Commerce, The “Honorary Council of Advisors” includes James Baker, Lloyd Bentson, Zbigniew Brzezinski, Dick Cheney (resigned after the Nov 2000 election), Henry Kissinger, Brent Scowcroft and John Sununu. Richard Perle is a Trustee, and Richard Armitage was on the Board until his State Department appointment.
    US official calls Aliyev ‘best Azeri statesman’
    Baku, May 4, 2006 AssA-Irada
    05/05/2006
    President Ilham Aliyev received the US Department of State Special Representative for Commercial and Business Affairs Frank Mermoud on Thursday.
    President Aliyev said the relations between Azerbaijan and the United States are on the level of strategic partnership. With regard to the talks held during his visit to Washington last week, Aliyev said the discussions would promote multi-faceted relations, including economic cooperation.
    The US official, for his part, stressed the importance of the meetings held during Aliyev’s visit, noting that the Azerbaijani president’s statements, including his speech before US businessmen, produced a profound impression.
    “You are the best statesmen Azerbaijan can have. We believe your visit to the United States was very successful,” Mermoud said.*




    Ambassador Reno L. Harnish

    State Dept. Recalling Ambassador From Azerbaijan For Alleged Role In Sex Slave Scandal...
    Slothrop says:
    April 22nd, 2006 at 11:04 am
    firedoglake

  9. #9
    bluedanube
    Ospite

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  10. #10
    bluedanube
    Ospite

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