8 maggio 2006
Serie A all'atto conclusivo tra veleni, polemiche e intercettazioni.
La penultima giornata di serie A regala qualcosa di importante alla ormai disincantata platea italica, sempre più distante dall'anfiteatro che una volta rappresentava il più bel premio per una intera settimana di lavoro.
Un duello scudetto che si protrae fino all'ultimo respiro, nonostante l'esito sia quasi scontato a meno di un harakiri stile Perugia 2000 da parte della compagine di Capello; l'emozionante tenzone tra Fiorentina e Roma per aggiudicarsi il preliminare di Champion's, con i viola in vantaggio di due punti e facilitati nell'ultima fatica dall'impegno non irresistibile a Verona contro un Chievo ormai sazio.
A proposito, quella dei mussi volanti è, forse insieme a quelle di Ascoli e Parma, la più bella favola del campionato 2005-06. Un quartierino di due-tremila anime che viene in A, al primo tentativo centra l'Europa,al secondo la manca per un punto, al terzo si salva in tutta serenità, al quarto per il rotto della cuffia ma con pieno merito (l'anno passato subì torti pazzeschi) ed al quinto torna in UEFA con una giornata di anticipo, quando ad inizio stagione era data in partenza verso la B. E tutto ciò senza sgarrare di un euro nel bilancio e senza acquistare mai giocatori da urlo, ma tutta gente seria, generosa e sorprendentemente bravissima a giocare a calcio: i vari Lanna, Semioli, Amauri, Pellissier, Obinna ed il redivivo Luciano,insieme all'esperienza di D'Anna, Moro, Fontana ed alla classe di Giunti hanno permesso al debuttante Pillon di confermarsi tecnico di ottime speranze dopo gli eccellenti risultati ottenuti tra la C-1 e la B. Nota un po' stonata Matteo Brighi: anni fa era considerato, ed a ragione, il futuro del centrocampo della Nazionale. Chissà cosa mai gli sia successo; forse il repentino allontanamento dalla Juve che lo cedette per Di Vaio quando ormai sembrava destinato a giocarsi il posto con Tacchinardi lo ha inconsciamente demoralizzato, ed è un peccato perché sembrava veramente un fenomeno. Dispiace ancora di più se si ricorda come arrivò alla Juve: doveva essere acquistato nella stagione 1999-2000, ma lui preferì rimanere un altro anno a Rimini per finire gli studi superiori. L'ennesimo bravo ragazzo che forse meritava qualcosa di più dalla carriera. Così va il calcio...
Riguardo alla bufera scatenatasi in settimana, avrei da aggiungere solo alcune considerazioni a quanto scritto pochi giorni fa. Moggi e Giraudo avrebbero dovuto dimettersi immediatamente: per la Juve e per evitare che un Agnelli li scaricasse in TV usando però la solita classe di famiglia che purtroppo la Triade, escluso Bottega, ha raramente dimostrato in questi anni.
C'è da evitare, comunque, che il processo a due persone si trasformi in un meschino processo di squadra: tanti episodi, nella stagione in corso e negli anni passati, sono la controprova che gli scudetti vinti dalla Juve non hanno nulla di torbido. Durante il consolato dello sprovveduto Pairetto i titoli sono andati, nell'ordine, a Lazio, Roma, Juve (due volte), Milan ed ancora Juve. I primi due, quelli romani, presentano qualcosa di cui parlare.
La pioggia di Perugia addì 14 maggio 2000 e l'inspiegabile (solo apparentemente) sospensione di settanta minuti per poi far riprendere una partita che la Juve, in debito di ossigeno già da alcune giornate, non riuscì più a gestire non fanno propendere per la tesi della Juve ladrona, semmai il contrario. Così come l'anno successivo, quando due giorni prima della decisiva Juve-Roma furono modificate le regole per l'utilizzo dei giocatori extra-comunitari, ed anche se a segnare un gol ed a propiziare l'altro che regalò alla Roma il titolo fu solo casualmente un giapponese (Nakata), quel giapponese tre giorni prima non sarebbe potuto scendere in campo. Non mi pare che neanche in questo caso si possa dire che la Juve sia stata aiutata. Poi venne la volta dell'Inter, o meglio sembrava che fosse giunta l'ora. Invece, il 5 maggio 2002 i nerazzurri si suicidarono a Roma contro una Lazio tutt'altro che battagliera e consegnarono il titolo alla Juve. Dato che nessun interista mosse critiche all'arbitraggio di Paparesta all'Olimpico, chi grida al latrocinio perenne dovrebbe desumere che Moggi abbia comprato l'Inter stessa, oppure il vituperato Gresko che impacchettò con un erroraccio il pareggio della Lazio. Ancora: un filmato che riprendeva Cannavaro che si “faceva una pera" (di sostanze all'epoca consentite) nel 1999 alla vigilia della finale di Coppa Uefa Parma-Marsiglia venne fuori sei anni dopo e dieci giorni prima di Milan-Juve, ancora una volta decisiva per lo scudetto. Chi urla “ladri" si deve dunque domandare se anche questi dettagli non siano stati pilotati da qualcuno.
Nel particolare di quest'ultima triste vicenda mi rivolgo a Mancini, al grande Mancio da Jesi. Lei, proprio lei, ha detto “Qualcuno si deve vergognare, l'Inter avrebbe due scudetti in più". D'accordo, anche se è arduo dimostrarlo. Di sicuro lei avrebbe dovuto avere una Supercoppa Italiana in meno, considerato che quella di quest'anno l'ha vinta grazie ad un gol regolare annullato a Trezeguet e ad un rigore negato alla Juve per fallo di mano di Ze Maria. E provi un po' a ricordare perché lei oggi allena l'Inter; se non ce la fa la aiuto io: qualcuno in Federazione le aggiustò le regole per permetterle di sedersi in panchina a Firenze, mentre per gli stessi motivi Marco Giampaolo da Ascoli si è beccato una maxi-squalifica e non ha potuto festeggiare in campo una salvezza miracolosa ottenuta sudando e cacciando ardore ed attributi ogni partita, compresa quella di Milano, Inter-Ascoli, che lei vinse grazie ad una punizione inesistente. Se qualcuno si deve vergognare, provi a farlo lei. Vedrà che forse, con un po' di umiltà, qualche scudetto le potrebbe piovere in testa prima o poi.
Vincenzo Carusi
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