
Originariamente Scritto da
willy
La polemica esplosa nella coalizione di centrosinistra La Margherita sotto tiro contrattacca:
pensano ancora di essere il Pci del 33% Il quotidiano del partito: i dalemiani fanno sfoggio di tattica e di muscoli, ma fino ad ora non hanno ottenuto risultati
ROMA — Un mal di pancia passeggero? Può darsi, in fondo, commenta Renzo Lusetti, «succede sempre così all'inizio e in questo caso il governo non è neanche cominciato». Ma dopo un po' di giorni passati a incassare bastonate e accuse al veleno il nervo della Margherita è scoperto, tanto da far male. Si va dal sospetto di «inciucio» con Pier Ferdinando Casini per bloccare la candidatura di Massimo D'Alema al Quirinale alla più recente frenata sul vicepremierato che sta tanto a cuore a Francesco Rutelli passando per altre più piccole, ma non meno dolorose asperità.
Insomma, c'è qualcosa che non sembra andare per il verso giusto. E se i vertici del partito parlano solo per impostare strategie, se i ministri in pectore non vogliono sbilanciarsi, si sente comunque che il clima è teso. Confessa Maurizio Fistarol: «Non vorrei che i problemi interni ai Ds si scaricassero su di noi che non c'entriamo niente». Niente a che vedere anche con lo stop a D'Alema per il Colle? Qui il responsabile sicurezza della Margherita, nonché ex sindaco di Belluno, ammette che «c'erano motivi» per porre dei dubbi: «Nulla contro la persona, decisamente di valore, ma forse contro il modo con cui era stata proposta: per il centrodestra era troppo un "prendere o lasciare". E comunque in questa storia anche alcuni settori dei Ds hanno fatto la loro parte. Ma, soprattutto, sono preoccupato per il cambiamento di linea sul vicepremierato: con Prodi avevamo deciso l'ingresso dei leader di partito nel governo, non capisco perché ora si debba azzerare tutto».
Anche Europa, quotidiano della Margherita, è sceso in campo con una serie di articoli, interviste ed editoriali. Secondo il direttore, Stefano Menichini, «in questo scontro tra Ds e Margherita c'è qualcosa di comico e al tempo stesso surreale: viene dipinto come uno scontro tra giganti, come si trattasse della battaglia tra l'Spd e la Cdu in Germania. I Ds hanno il 17 per cento, ma ragionano come fossero ancora il Pci del 33 per cento. E ciò comporta una sproporzione negli atteggiamenti. Poi c'è uno specifico che è più dei dalemiani che di D'Alema: un grande sfoggio di capacità tattiche e di muscolatura a cui recentemente non hanno corrisposto i risultati attesi». In altre parole: «Prima puntano sulla presidenza della Camera, poi sul Quirinale senza riuscirci, e ora che faranno?».
Rosy Bindi preferisce non parlare, in attesa che il quadro si chiarisca. Ma non è l'unica fra i dirigenti del partito a osservare nelle dichiarazioni una comprensibile prudenza. Giuseppe Fioroni fa solo una battuta: «Il nostro rapporto con i Ds è al fondo solido e leale. Vogliamo costruire insieme il Partito democratico. Certo però, come accade con i bambini, il neonato progetto può registrare qualche sofferenza di crescita». Ma Renzo Lusetti torna alla carica: «Mi sa tanto che i diessini sono un po' nervosi. Hanno problemi interni, la Margherita non c'entra niente davvero». A un certo punto il responsabile propaganda del partito giustifica le difficoltà del momento: «Non si è mai visto un governo che nasce senza lasciare sul campo morti e feriti». Poi però continua a rivolgersi ai Ds: «Non è vero che siamo stati noi a stoppare D'Alema. La realtà è che alla fine si è profilata la soluzione Napolitano e ha fatto tutti contenti. A proposito: il nuovo capo dello Stato è una figura di alto profilo istituzionale, ma è pur sempre un diessino. Perché la Quercia non dovrebbe essere soddisfatta?».
Roberto Zuccolini
13 maggio 2006
corriere.it