la vendetta dei poteri forti.
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Non ce lo vediamo, Massimo D’Alema, a interpretare il ruolo del grande sconfitto della situazione. E, crediamo, non ci si vede bene neppure lui ad atteggiarsi a vittima sacrificale. Per cui, è giunto il momento che il presidente della Quercia di battere cassa e di ottenere qualcosa di consistente per sé e per le sue truppe. Il che vuol dire: caro Prodi, inizia a preoccuparti e aspettati diverse gatte da pelare.
Le richieste del lìder Massimo sono semplici quanto complesse da esaudire. Un ministero di peso, ovviamente la Farnesina, e la vicepresidenza unica del Consiglio. Inoltre, la possibilità di convogliare nell’esecutivo anche alcuni dei suoi fedelissimi come Livia Turco e Luciano Violante. A questo punto, il problema che si profila è duplice. Da una parte bisogna pensare alla coalizione.
Il Professore ha voluto far sapere che D’Alema nel suo governo ci sarà: “Voglio fare un esecutivo politicamente forte – ha spiegato ieri – e quindi con D’Alema”. Ovviamente, non ne può fare a meno e, anche se ha smentito “l’esistenza di un fattore D.”, è consapevole che sarà chiamato a gestire una situazione complessa. Che riguarda la cosiddetta “congiura dei cinquantenni”. Di che si tratta?
Chiedetevi a chi fa piacere l’elezione di Napolitano. Si contano sulle dita di una mano. Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Francesco Rutelli e Walter Veltroni. I quali hanno macchinato e trattato affinché Massimo rimanesse con un palmo di naso. Casini temeva il potente Baffino sul Colle. Fini lo ha seguito, anche se non troppo convinto, tirando un colpo al cerchio e uno alla botte. Infine, i due leader della sinistra.
Francesco Rutelli si era esposto Oltretevere, promettendo in Vaticano che D’Alema non sarebbe divenuto il nuovo inquilino del Quirinale. A rivelare il ruolo del bello de Roma nel siluramento di D’Alema ci ha pensato anche una risentita Velina rossa. “Non si può dire che gli alleati abbiano agito con correttezza” ha spiegato. “Quando venne avanzata la candidatura di D’Alema, le riserve vennero innanzitutto da Rutelli e soci della Margherita”. Per quel che riguarda Veltroni, beh, lui e Massimo sono acerrimi nemici, e non da oggi.
Dopo aver giocato un ruolo nell’eliminazione di D’Alema nella corsa al Colle, i “congiurati” si stanno movendo anche per impedire ai dalemiani di esercitare influenza nell’esecutivo. Francesco Rutelli infatti non accetterà mai un ruolo pesante di Baffino sul governo, come sarebbe nel caso di una vicepresidenza unica. Il massimo che è disposto a concedere, è che D’Alema se ne stia agli Esteri e condivida il ruolo di vicepremier. Anzi, pensandoci bene, forse neppure quello. L’ipotesi perfetta sarebbe che a fare il vicepremier fosse Piero Fassino, con una delega leggera, proprio come quella che otterrà Rutelli (per lui sono sicuri i Beni culturali con delega al Made in Italy).
Era un vecchio accordo: i due leader dei partiti maggiori devono risultare pari. Ma avevano fatto i conti senza l’oste Massimo. Che preme con forza, assieme ai suoi, per ottenere quel che desidera. Ovvero: tenere Piero Fassino fuori dal governo, un po’ per limitarne l’influenza un po’ per fargli pagare lo scarso impegno profuso a sostegno del presidente Ds nella corsa al Quirinale. E, soprattutto, fargli scontare l’errore clamoroso commesso nei giorni precedenti l’elezione di Napolitano.
Quale? Va ricordato che il segretario dei Ds rilasciò al Foglio di Giuliano Ferrara (fra i maggiori sponsor della candidatura di D’Alema assieme a Libero) un’intervista che si diffuse alla svelta negli ambienti che contano. Nel corso della conversazione, Piero suggeriva alcune questioni fondamentali che avrebbero dovuto giocare a favore della scelta di Massimo. Per prima cosa, “l’assicurazione che se il governo di Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al principio tipico delle democrazie dell’alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini”.
Poi, tra le altre ragioni, il fatto che “sulle grandi scelte di politica estera serve un presidente che favorisca la massima intesa possibile”. Parole buone e giuste, che però hanno spaventato un po’ tutti. Lo disse anche qualche opinionista: caro Piero, la tua non è una proposta di candidatura, ma una riforma costituzionale.
In sostanza, Fassino disegnò in quell’intervista una figura di presidente forte, poco adatta ad un sistema come quello italiano dove il capo dello Stato non ha grandi funzioni politiche. L’uscita di Piero ha intimorito molti, anche all’interno dei Ds, che hanno preferito orientarsi su un presidente tutto sommato inoffensivo sul piano tattico. Quindi, ora l’ideale per i dalemiani sarebbe che Piero rimanesse a capo del partito, senza ministeri. Chiaramente lui non apprezza e potrebbe chiedere un posto alle Attività produttive, ma in quel caso rientrerebbe in gioco l’ipotesi Pierluigi Bersani alla segreteria.
E le carte verrebbero nuovamente confuse. Vista la situazione, Prodi potrebbe anche decidere di eliminare del tutto il ruolo di vicepremier. Oppure di affidarlo a una figura terza. Ovvero Giuliano Amato, il quale è furente per aver perso il Colle. Raccontano che ieri Prodi e il Dottor Sottile si siano incontrati e che il secondo, dopo il colloquio, fosse fuori dalla grazia di Dio. Certo, lui è molto meno pericoloso a livello politico di D’Alema, ma Romano ha già detto di volerlo nel governo.
Per lui, qualcuno ha suggerito l’ipotesi di una collocazione al ministero della Giustizia. Altri hanno parlato addirittura della Farnesina, incarico per il quale, effettivamente, il Dottor Sottile godrebbe di ottime amicizie e referenze. Ma vorrebbe dire costringere Massimo D’Alema a un’ulteriore rinuncia. E sembra un’ipotesi poco praticabile. Alla fine dei conti, può darsi che le cose vadano così. Amato vicepremier. D’Alema alla Farnesina. Fassino a bocca asciutta, ma ancora alla guida del partito. Pierluigi Bersani alle Attività Produttive. Padoa Schioppa - che nel pomeriggio ha incontrato il Professore a piazza Santi Apostoli - all’Economia. Tiziano Treu al Welfare (in corsa anche Ferrero di
Rifondazione), Rutelli ai Beni culturali (scavalcando Giovanna Meandri).
Livia Turco all’Istruzione, Paolo Gentiloni alle Comunicazioni. La Salute a un diellino (Bindi o Fioroni), la Bonino alle Politiche comunitarie, Pecoraro Scanio all’Ambiente (conteso con Fabio Mussi, che negli ultimi giorni è in crescita, ma potrebbe finire anche ai Rapporti col Parlamento, scalzando Vannino Chiti). Il rebus difesa è complesso: restano fuori le Politiche agricole, per cui è in corsa (segretamente) anche Clemente Mastella, e il nome di Linda Lanzilotta, che è contesa fra l’Innovazione e la Funzione pubblica. Una bella confusione, insomma. Romano Prodi si trova ora a districare la matassa. Ma pare fiducioso e dice di avere già in mano una lista. "Ce l'ho in tasca" ha dichiarato. Convinto lui...


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