
Originariamente Scritto da
MetaPapero
DICIASSETTE maggio 1996, diciassette maggio 2006. La fotografia del secondo governo Prodi è più sbiadita di quella del primo. La squadra che ieri ha giurato sul Colle nelle mani di Napolitano non è migliore di quella che dieci anni fa, esattamente nello stesso giorno, sfilò al Quirinale davanti a Scalfaro. Anzi, è un po' peggiore. Forse era inevitabile. La riforma della legge elettorale, l'ultima "porcata" calderoliana lasciata in eredità dal berlusconismo, non ha impedito l'alternanza ma ha creato comunque le premesse per un ritorno in piena regola delle logiche proporzionalistiche e partitocratiche da Prima Repubblica. Ma resta un fatto, incontrovertibile: chi si aspettava un colpo di genio, una botta di fantasia del Professore, stavolta è rimasto deluso.
Al contrario del Prodi-uno, che nel segno dell'Ulivo sancì un'innovazione profonda in un sistema politico polveroso e sclerotizzato, il Prodi-due ha tutti i pregi e tutti i difetti di un classico governo di coalizione. È il risultato di una complessa alchimia. Mescola l'autorevolezza dei leader alla dissennatezza degli apparati. Combina insieme una forte impronta politica con un discreto utilizzo dell'intramontabile Cencelli.
I pregi. Il più rilevante riguarda senz'altro l'economia. La carta più alta, che il Professore è riuscito a giocare con oggettiva efficacia, è Tommaso Padoa Schioppa. Se è vero che la legge Finanziaria d'autunno sarà il primo e il più duro dei banchi di prova che aspettano il nuovo governo, la scelta per il ministero di Via XX Settembre non poteva essere migliore. Già stimatissimo vicedirettore generale della Banca d'Italia e apprezzatissimo rappresentante italiano nella Bce, il Padoa Schioppa di oggi può essere per Prodi quello che fu il Ciampi di ieri.
Il grande risanatore della finanza pubblica, forte della sua identità strutturale di "tecnico", e quindi meno incline a farsi piegare dai bisogni congiunturali del politico. Il garante credibile per l'Unione europea e per i mercati internazionali, capace di riportare l'Italia sul sentiero virtuoso che porta a Bruxelles, e di ricreare un clima di fiducia che consenta di chiudere la forbice tra i nostri Btp e i bund tedeschi, riaperta dopo i cinque anni di disinvolture contabili del Cavaliere.
Un altro pregio riguarda la "prima linea". Con la lodevole eccezione di Piero Fassino, che ha scelto di restarne fuori per affrontare una sfida non meno importante come il partito democratico, nell'esecutivo prodiano entrano praticamente tutti i leader del centrosinistra. È l'indizio di una volontà confortante: se i gruppi dirigenti dell'Unione si impegnano nella stessa avventura, vuol dire che ci credono, e che sono determinati a farla durare, nonostante quella rischiosa manciata di seggi di maggioranza di cui dispongono in Parlamento. Non solo. Insieme a Rutelli, vicepremier e ministro dei Beni culturali, i leader più autorevoli presidiano i dicasteri più "pesanti": D'Alema agli Esteri (oltre che vicepremier a sua volta), Amato agli Interni, Parisi alla Difesa, lo stesso Bersani allo Sviluppo. È il segno di una stabilità incoraggiante: se i migliori sono in campo nelle posizioni chiave, vuol dire che l'ossatura del governo è solida, e questo in prospettiva può dare buoni risultati.
Se poi si considera che nella distribuzione degli incarichi 9 sono andati ai Ds e 7 alla Margherita, tra i pregi del nuovo governo se ne può aggiungere un altro: l'Ulivo si riprende nel governo il dividendo, purtroppo colpevolmente postumo, che gli avrebbe fruttato una gestione più unitaria delle liste durante la campagna elettorale. L'asse riformista dell'alleanza, che è apparso a lungo latitante prima del voto, diventa adesso finalmente più visibile dentro l'esecutivo. Il tasso di riformismo, di per sé, non basta ad assicurare le riforme. Ma è già una base di partenza.
Ma qui si fermano i pregi, e cominciano i difetti. Nelle "seconde linee" c'è un problema di quantità, prima ancora che di qualità. Se il Prodi-uno aveva brillato per semplificazione, riducendo a 21 il numero complessivo dei ministeri grazie alla lodevole riforma Bassanini, il Prodi-due si contaddistingue per la ri-moltiplicazione delle poltrone, che risalgono a 25. Oggi vengono "spacchettati" dicasteri che dieci anni fa furono opportunamente unificati. E si fatica a trovare un senso nello splitting tra Welfare e Lavoro, o tra Infrastrutture e Trasporti. La ragione è ovvia: in una coalizione di undici partiti, ciascuno dei quali si percepisce come determinante per blindare una maggioranza di 24.000 voti alla Camera e di due seggi al Senato, il numero di poltrone di governo e di sottogoverno torna ad essere direttamente proporzionale agli appetiti da soddisfare. È vero, ancora una volta, che questo è il frutto avvelenato dell'esecrato "Calderolum" reintrodotto pochi mesi fa. Ma con le scelte sugli altri ministeri, distribuiti a pioggia e senza nessun criterio per ciascun esponente dei cosiddetti "partiti minori", il centrosinistra commette un errore fatale. Invece di sconfessare subito e nei fatti la svolta neo-proporzionale del centrodestra, dopo averla giustamente contestata per tutta la campagna elettorale, la nuova maggioranza se ne appropria a sua volta. La fa vivere, immanente nel governo e permanente nel sistema.
È questo "metodo", che poi porta agli altri difetti di questo esecutivo. Mastella alla Giustizia, per esempio. Nulla da obiettare sull'uomo e sul politico, che ha tra l'altro dimostrato grande lealtà verso il centrosinistra, in una legislatura vissuta pericolosamente e costantemente border-line, alla frontiera con il centro del centrodestra. Dopo il leghista Castelli, tra l'altro, al ministero di Via Arenula avrebbe fatto meglio chiunque, compreso il famoso cavallo di Caligola. Ma forse il segretario dell'Udeur non è la scelta più azzeccata per un altro ministero strategico, e per un leader che ci è arrivato dopo aver reclamato inutilmente la Difesa e dopo essere stato dirottato per qualche giorno alle politiche agricole. E poi Fioroni alla Pubblica Istruzione e Fabio Mussi alla Ricerca e all'Università. O un ex sindacalista Fiom come Damiano al Lavoro, a gestire la complessa eredità della legge Biagi. Sembrano attribuzioni un po' erratiche. Da ufficio di collocamento per le nomenklature, più che da governo dei capaci e dei competenti.
Alla stessa filosofia da burocrati, alla fine, risponde anche la gestione della "quota rosa" compiuta da Prodi. In cifra assoluta, 6 donne in campo paiono tante. Tre volte tante quelle del governo Berlusconi. Ed è significativo che proprio a una donna (la collaudatissima Rosi Bindi) sia stato affidato l'unico, vero ministero autenticamente innovativo di questo governo, cioè quello della Famiglia. Ma come ha riconosciuto persino la moglie del nuovo premier, su 25 dicasteri si poteva fare di più. E soprattutto si poteva evitare di assegnare alle donne (a parte Livia Turco alla Sanità) i ministeri senza portafoglio, cioè quelli di "serie B". Ancora una volta, la conferma di un limite culturale. Una selezione da "riserva indiana" o, peggio, da "specie protetta". Esattamente quello che le donne, a ragione, non vogliono essere.
Ormai è già tardi per recriminare. Dopo dieci anni, ora a Prodi e alla sua nuova compagine non resta che lavorare. L'Italia ha un bisogno urgente di riforme. Farle è l'unico modo per dimostrare che questo centrosinistra ha davvero i numeri per governare. Non solo quelli, risicati, dell'aritmetica. Ma quelli della politica, che valgono molto di più.
da Repubblica.it
Direi analisi serena e condivisibile.