Ritengo sia doveroso intervenire su un tema che –nonostante il suo forte impatto sociale - normalmente viene sottovalutato quando non trattato con sufficienza o con autentico disprezzo dal c.d. “nostro ambiente”, la cui
supponenza quasi sempre procede di pari passo con l’ignoranza. Per anni si è assistito alla criminalizzazione delle
tifoserie – ed in particolare di alcune “curve” politicamente non corrette – senza che una sola voce, ad eccezione
di “Giustizia Giusta”, abbia tentato di fare un’analisi e, quindi, fornire una spiegazione al perché di quella criminalizzazione. Eppure il far apparire i curvaroli non-conformi quali brutti, sporchi e cattivi, insomma dei teppisti,
rispondeva ad una logica politica ben precisa: quella della distrazione dell’opinione pubblica dai problemi reali.
E dalla gestione criminale del potere da parte non soltanto dei “camerieri dei banchieri” ma anche degli usurai e dei
cleptomani del “sistema calcio”. Oggi l’esplosione dello “scandalo” conduce opinionisti e gazzettieri a denunciare i comportamenti di personaggi sempre riveriti dai leccaculo mediatici. Gli stessi che hanno massacrato Di Canio: l’unico colpevole, il solo ad essere condannato da quella giustizia sportiva dove si annidava il verminaio della corruzione. Come soltanto oggi si scopre. Un saluto romano ed una croce che incontra il Sole. E l’epica purificatrice dello sport? Roba da trogloditi, da devianti, da fascisti. E tutti gli evoluti, i corretti, i democratici hanno per anni consapevolmente accettato quel “sistema calcio” di cui tutto era noto. Tutti costoro hanno deriso e linciato un Boemo che si era permesso di parlare fuori dai denti denunciando l’etica del danaro e, quindi, la dissacrazione dello sport. Nel 2000 scrissi su “Primato” (n.3 anno- 2000) un articolo che ripropongo all’attenzione dei supponenti
della sedicente “area”. DALLA METAFISICA DELLO SPORT ALL’ETICA DEL DANARO
Una rilettura dell’ “Homo ludens” di Huizjnga potrebbe offrire spunti interessanti di analisi e di riflessione sul gioco
e, quindi, sullo sport. Potrebbe in particolare consentire di stabilie ben precisi limiti di valore di comportamento dell’uomo – non idealizzato ma storicamente operante – in rapporto con l’ attività ludica. Non credo che Zdnek Zeman conosca Huinzjnga: eppure nell’intervista rilasciata da questi al quotidiano sportivo francese “L’Equipe” compaiono
concetti che sembrano evinti dall’opera dello scrittore fiammingo. Concetti che parlano di “sacralità dello sport” e di
“primato” rapportati ad un mondo e ad un tempo in cui tutto è stato desacralizzato ed in cui il primato è ormai riferibile soltanto alla logica del profitto. Una logica che non appartiene solo agli affaristi che gestiscono le società sportive ma anche – e sciaguratamente – agli atleti che pure dovrebbero costituire il “metallo nobile” dell’agonismo. Considerazioni che si rifanno allo sport in genere, ma più in particolare al gioco del calcio che, quanto meno in
Italia, monopolizza attenzione e passioni di Popolo. Non più bandiere ma quotazioni in borsa. Tant’è che “provvidi” interventi dell’omnipresenzialista ministro di polizia Enzo Bianco e dell’ineffabile ministressa Melandri hanno fatto scomparire dalle curve le “croci che incontrano il Sole”; e prendendo a pretesto la comparsa di uno striscione inneggiante alla “Tigre Arkan” (ma se si fosse inneggiato alla “Jena Schwarzkopf” massacratore di bambini irakeni cosa sarebbe accaduto?) si è proceduto amilitarizzare gli stadi. Non più bandiere né attaccamento alla maglia.
Ma pellegrinaggi in Sinagoga, businnes e droga: laddove questa non è – per dirla con Zeman – CALCIO E USURA l’anabolizzante ma il danaro. Che scorre a fiumi in campionati decisi a tavolino in base a logiche economiche e geopolitiche. Con giocatori che non gettano in campo il cuore ma che impinguano i loro portafogli. Mercenari provenienti da ogni angolo della terra che si preoccupano di “massimalizzare” i loro introiti nei dieci o poco più anni di attività per potersi poi concederemiliardarie rendite di posizione. Viziati “eroi” che non fanno neanche finta di
atteggiarsi a modello di atleta e di lealtà sportiva, che già potrebbe rappresentare un qualcosa d’importante (anche sotto il profilo educativo) per i più giovani. Ne sono testimonianza gli insulti, gli sputi e le risse che fanno ormai da
corollario domenicale agli incontri di calcio. E poi a sera i “moviolisti” e i gettonatissimi opinionisti di turno stanno lì a recitare a farsa dei “rigori non dati” e dei “fuorigioco millimetrici”: uno spettacolo penoso imposto per distrarre quel prodottomediatico-finito chiamato opinione pubblica dalla gestione affaristica del “sistema calcio” che tutto è
andato manipolando e corrompendo. E non si venga a dire che le cose vanno così perché sono i trends del tempo ad
imporlo. A noi delle società quotate in borsa e dei managers che usano le squadre di calcio a fini dimercato non ce ne frega niente. Noi continueremo a batterci da irriducibili per fare in modo che lo sport si riproponga come modello
di educazione e, quindi, di formazione per le nuove generazioni. Un ritorno al metafisico, alla “sacralità dello sport”
che deve tornare a riaffermarsi con il valoreuomo. Che cosa è il Primato se non l’affermazione del migliore che è tale
perché è il più forte e non perché viola le regole del gioco”? Non è Platone che parla ma un Boemo “allontanato”
da Roma perché considerato scomodo, non “politically correct” come va esoticamente oggi di moda definire i ruffiani e gli infami.
Paolo Signorelli




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