

La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"


Che il Governo israeliano renda la vita difficile a queste persone mi e' stato confermato qualche mese dalle suore che custodiscono il Monte delle Beatitudini in Galilea.Originariamente Scritto da shambler
Al contrario dei convertiti al cristianesimo (cattolico od ortodosso) che sono numerosi e quasi tutti russi dell'ultima ondata migratoria verso Israele queste persone non hanno rapporto diretto con le Chiese.
Sembra pero' che in America siano in crescita ed e' probabile che le pressioni a loro favore possano venire da oltre Atlantico.
Non ho una grande impressione di questo gruppo, anche se ultimamente hanno ricevuto inviti a tavoli di discussione teologica abbastanza quotati.
Emerge che la conversione in Israele non e' accettata. Certo non si puo' parlare di livello di un paese islamico, ma...


I commenti soprattutto meritano una letta
La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"


In Galilea, i neocatecumenali aprono la loro casa agli ebrei
Da "il Foglio" del 27 gennaio 2004
di Giuseppe Gennarini
A Korazym, sul Monte delle Beatitudini, a solo tre anni dalla visita di Giovanni Paolo II, sembra non sia rimasto nulla a ricordare quell'incontro: neppure una stele o una placca. Solo tanti sassi, gazzelle e iraci.
Anche "Le Monde" ha scritto recentemente: "La voce di Giovanni Paolo II per arrestare la spirale della guerra da molto non è più ascoltata, e forse non lo è mai stata". Eppure, in questi giorni, il papa ricorda "con commozione il pellegrinaggio apostolico del 24 marzo 2000, quando proprio sul Monte delle Beatitudini, non molto lontano da dove Gesù fece la prima moltiplicazione dei pani, ebbi modo di celebrare l'eucarestia dinanzi a tanti fedeli della Terra Santa e numerosissimi giovani del Cammino Neocatecumenale".
Lo ha scritto la settimana scorsa per salutare l¿inaugurazione della chiesa nella "Domus Galilaeae", un centro di formazione e per l¿accoglienza di pellegrini promosso dal Cammino Neocatecumenale, costruito a pochi passi da dove sorgeva il palco della messa del papa.
Da circa due anni, questa parte della collina, solitamente quieta, si anima di una processione di insoliti visitatori. Ogni sabato numerosi ebrei vengono a visitare questo centro cattolico. Vengono accolti con affetto e guidati nella visita in cui si intrecciano temi cristiani ed ebraici: accanto all¿entrata, il santuario della parola dove si erge un "bema", come nelle sinagoghe; a lato del chiostro il decalogo, scritto in grande su marmo in latino ed ebraico; poi le beatitudini, la nuova Torah, anch¿esse scritte nelle due lingue sacre; quindi la biblioteca dedicata allo studio del Sermone della Montagna, al cui centro è posta una Torah del XV secolo; infine la nuova chiesa, con un grande affresco del giudizio universale. Dopo la visita vengono salutati con il canto dello Shemà e quasi tutti, anche se non sono osservanti, si commuovono.
Tutti i giorni poi vè un susseguirsi di comunità neocatecumenali che vengono alla fine del loro cammino di riscoperta del battesimo: ma riscoprire il battesimo significa appunto ritrovare le radici ebraiche del cristianesimo. Il luogo è testimone del terremoto teologico prodotto da questo papa nel magistero e nel pensiero cattolico nei confronti di Israele. Pochi se ne sono resi conto, come poco risalto è stato dato in questi giorni alla visita dei due rabbini capo di Israele in Vaticano.
Il cambiamento era già preparato dal Concilio Vaticano II e poi dalla visita di Paolo VI in Israele nel 1964. Il momento culminante fu la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, quando disse che la "Chiesa scopre il suo ¿legame¿ con l¿ebraismo scrutando il suo proprio mistero. La religione ebraica non ci è estrinseca, ma è ¿intrinseca¿ alla nostra religione". E chiamò gli ebrei "i nostri fratelli prediletti e i nostri fratelli maggiori".
Si trattò di una radicale ridefinizione del rapporto tra cristianesimo e giudaismo. Il papa si rifà a san Paolo che nella lettera ai Romani definisce Israele "la radice": "ricordati che non sei tu, gentile, a portare la radice, ma è la radice che porta te. Tu sei stato tagliato dall¿olivo per natura selvatico e innestato contro natura nell¿olivo domestico"; il parziale rifiuto di Gesù da parte di Israele è avvenuto per permettere che "la totalità dei popoli" potesse entrare nell¿alleanza, ma gli ebrei restano sempre "amati a causa dei padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili".
Con questa affermazione Israele torna ad avere un "luogo teologico" all¿interno del cristianesimo. "Dio dei nostri padri - pregò il papa al Muro del Pianto - noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di quelli che hanno fatto soffrire i tuoi figli. Nel chiederti perdono vogliamo impegnarci a vivere un nuovo rapporto fraterno".
Il "nuovo rapporto fraterno" Karol Wojtyla lo aveva già iniziato a vivere da bambino a Wadowice, quando il suo più caro amico era Jerzy Kruger, figlio del presidente della comunità ebraica. Kruger fu la prima persona che il papa ricevette in udienza appena eletto e che ebbe una grande importanza per aiutare i negoziati volti al riconoscimento dello Stato di Israele. Questo nuovo rapporto venne poi espresso con la visita in Israele nel 2000 e con la messa sul Monte delle Beatitudini.
In quell¿occasione, il papa visitò e benedì il Santuario della Parola del complesso "Domus Galilaeae" e salutò i presenti con queste parole: "Il Signore vi ha aspettato su questo monte".
Questo monte è un luogo centrale nella storia della salvezza ed è come una cerniera tra l¿attesa del Messia e la sua venuta, tra Israele e cristianesimo. Isaia lo aveva annunziato: "Terra di Zabulon e Neftali: in passato coperta di obbrobrio, in avvenire sarà coperta di gloria. La Galilea dei pagani, il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce": poiché questo fu il luogo della terra promessa dove venne sperimentato l¿esilio e dove l¿oscurità si fece più grande, quando verrà il Messia la sua luce brillerà per prima proprio qui, in Galilea.
Per questo gli ebrei di duemila anni fa, gli ebrei cabalisti di Isaac Luria a Safed nel 1500, e ancora oggi gli ebrei osservanti, seguendo le profezie commentate nel Talmud e nello Zohar, aspettano la manifestazione del Messia nella "Galilea dei pagani", immagine storico-geografica che annuncia una speranza quando l¿uomo è arrivato al colmo della tristezza, dell¿umiliazione e della disperazione. Su questo monte Gesù pronunziò il Sermone della montagna, si manifestò dopo la resurrezione a più di cinquecento discepoli dando loro questo mandato: "andate ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. [É] Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo".
Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale insieme con Carmen Hernández e autore del grande affresco della nuova chiesa, spiega perché ha scelto il giudizio universale: Gesù ha inviato i suoi discepoli da questo luogo e, quando alla "fine del mondo" questa missione di andare a tutte le nazioni della terra sarà compiuta, allora il velo sarà tolto anche a Israele; e a tutti ha dato appuntamento per incontrarsi di nuovo, ma quest¿incontro, secondo i canoni della tradizione iconografica orientale, non è tragico ma è come una festa piena di luce e di colore. Kiko ricorda che Theodor Herzl, fondatore del sionismo, intuì che l¿unione tra ebrei e cattolici avrebbe salvato il mondo.
"Essere un ponte di incontro tra giudaismo e cristianesimo", richiamando i cristiani alle loro radici piu profonde e riscoprendo Gesù all¿interno delle tradizioni ebraiche viventi: ecco la ragione di questa casa; e tutto questo in un ambiente in cui "la gente si senta amata attraverso la bellezza", ha detto Kiko alla cerimonia della dedicazione della chiesa, un lungo rituale che prevede una specie di "battesimo" dell¿edificio con acqua, olio e "vestizione" dell¿altare con lino bianco. E a sottolineare questo ruolo di "ponte" c¿erano tutte le autorità cattoliche della Terra Santa riunite per una volta con le autorità civili ebraiche. E duecento catechisti itineranti che si apprestano ad andare in tutto il mondo: nel deserto, la voce del papa continua a risuonare


Messianismi paralleli: gli ebrei Lubavitcher e i neocatecumenali
Si intensificano le amicizie tra ebrei ortodossi e cattolici “rinati”, nel nome della fede nel Messia. Ma in campo ebraico c’è chi grida al pericolo. Un’intervista del Custode della Terra Santa
di Sandro Magister
ROMA, 16 febbraio 2005 – In un’ampia intervista sul primo numero di “Oasis”, la nuova rivista internazionale del patriarcato di Venezia, il Custode della Terra Santa, il francescano Pierbattista Pizzaballa, parla degli “ebrei israeliani che hanno incontrato il Cristo e ricevuto il battesimo”.
In Israele – dice – sono “diverse centinaia di persone”. E prevede che resteranno pochi: “L’ebraismo non ammette la conversione. Certo, lo stato non vieta di fare scelte diverse. Però ci sono incomprensioni, tensioni”. Per questo motivo gli ebrei cristiani mantengono “una certa discrezione” e “non mettono in eccessiva evidenza la loro appartenenza al cristianesimo; non provocano e non costringono l’ambiente circostante a occuparsi troppo di loro”.
Ma questi sono gli ebrei che si sono integrati nella Chiesa cattolica, con un vescovo espressamente per loro. Perché ve ne sono anche altri, più numerosi, che non hanno un rapporto con la Chiesa. Semplicemente credono che il Gesù del Nuovo Testamento è il Messia che tornerà alla fine dei tempi. Sono gli “ebrei messianici” e padre Pizzaballa li valuta in “migliaia”. Sia i primi che i secondi provengono in prevalenza dall’ebraismo religioso, quello generalmente chiamato “ortodosso”.
* * *
Il messianismo è tornato prepotentemente in primo piano, nell’ebraismo. E lo stesso è avvenuto nel cristianesimo, specie in quei suoi settori “evangelical” e pentecostali oggi in forte espansione in tutto il mondo. Questi ultimi fenomeni sono per lo più esterni al cattolicesimo, ma anche la Chiesa romana ne è segnata.
Ebbene, un elemento che caratterizza queste nuove correnti cristiane è proprio l’amicizia con Israele, in controtendenza rispetto alle Chiese storiche protestanti, in genere ostili. Nel periodo più nero dell’ultima intifada, quando i viaggi in Terra Santa si erano quasi azzerati, le Chiese “evangelical” non hanno mai cessato di portarvi i loro pellegrini. E lo stesso hanno fatto, nella Chiesa cattolica, le comunità del Cammino Neocatecumenale, sicuramente il più filoisraeliano di tutti i movimenti di rinascita cattolica dell’ultimo mezzo secolo.
La riscoperta del messianismo avvicina idealmente i neocatecumenali soprattutto a una corrente dell’ebraismo ortodosso: i Lubavitcher.
Lo scorso 22 gennaio, su un’intera pagina del quotidiano italiano “il Foglio” è apparsa una dotta ed entusiastica presentazione del messianismo dei Lubavitcher. L’autore del saggio era Giuseppe Gennarini, uno dei fondatori del Cammino Neocatecumenale in Italia.
* * *
I Lubavitcher prendono nome dalla città bielorussa di Lubavitch, loro centro d’origine. Nacquero nella seconda metà del XVIII secolo da una costola dell’ebraismo hassidico. Rispetto a questa vasta corrente di rinascita religiosa si distinguono per l’attenzione più marcata allo studio dei testi talmudici e cabalistici, sia pubblici che segreti, e per la fortissima spinta missionaria tra i fratelli di fede.
Nel 1944 il loro rabbino supremo Joseph Isaac si trasferì negli Stati Uniti, a Brooklyn, dove tutt’ora i Lubavitcher hanno la loro sinagoga centrale, al numero 770 di Eastern Parkway. Quella migrazione nell’America infedele, con i suoi tanti ebrei secolarizzati, fu vissuta come una discesa nel mondo delle tenebre, preludio voluto da Dio alla manifestazione salvifica del Messia. Che infatti essi videro arrivare nella persona del genero e successore di Joseph Isaac, il nuovo “rebbe” Menachem Mendel Schneerson (nella foto). Questi morì a 92 anni, veneratissimo, nel 1994, dopo una dolorosa malattia. Non designò nessuno a succedergli. I suoi seguaci credono che egli risorgerà da morte e ritornerà a inaugurare il definitivo regno messianico.
I Lubavitcher costituiscono una porzione rilevante e dinamica dell’ebraismo religioso hassidico. Sono attivi in molti paesi con oltre duemilaseicento loro istituti. Circa tremilasettecento loro famiglie sono partite in missione. In Italia sono presenti a Milano e Venezia, e controllano la più importante macelleria rituale di Roma. Centocinquanta rabbini di tutto il mondo hanno sottoscritto un riconoscimento della messianità del “rebbe” Schneerson.
Ma proprio questo loro messianismo ha attirato sui Lubavitcher gli strali di altre componenti del mondo ebraico. David Berger, un famoso rabbino ortodosso, ma legato ad ambienti “liberal”, ha pubblicato nel 2002 negli Stati Uniti un libro molto veemente contro di loro: “The Rebbe, the Messiah, and the Scandal of the Orthodox Indifference”. Berger li definisce eretici e idolatri. Vuole che siano messi al bando. Perché a suo giudizio il loro messianismo sconvolge la dottrina ebraica classica e mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’ebraismo nel mondo.
Berger si occupa da anni dei rapporti tra ebrei e cristiani ed è convinto che il messianismo dei Lubavitcher faciliti l’espansione missionaria dei cristiani tra gli ebrei. Chiama dunque questi ultimi a reagire. Scrive: “Se trattiamo i messianisti come buoni ebrei, concediamo la vittoria al cristianesimo nei punti cruciali di una sfida millenaria”.
In effetti, dopo Gesù, le dottrine messianiche entrarono in ombra, nell’ebraismo. Divennero materia di trattazioni riservate a pochi. I Lubavitcher le hanno dissotterrate e hanno fatto leva proprio sui due passi biblici che nel Nuovo Testamento sono centrali nel riconoscimento di Gesù come Messia, applicandoli al loro “rebbe”. Il primo è di Zaccaria 12: “E guarderanno a colui che hanno trafitto”. Il secondo è di Isaia 53: “È stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità. [...] Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca. [...] Offrendo la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni”.
Non tutti, però, nell’ebraismo, hanno le stesse paure del rabbino Berger. David Singer, direttore di ricerca all’American Jewish Committee, ha pubblicato nel maggio 2003 sull’influente rivista cattolica “First Things”, diretta da padre Richard J. Neuhaus, un commento molto più positivo. Che termina così:
“Molto peggiore della sconvolgente presenza dei messianisti Lubavitcher, sulla scena attuale dell’ebraismo ortodosso, sarebbe la loro totale assenza. Un ebraismo ortodosso nel quale la speranza nel Messia rimanesse ridotta per sempre al livello di una pia affermazione, non sarebbe niente più che un corpo morto religioso. Chiamiamoli pazzi, chiamiamoli eretici, ma i messianisti Lubavitcher portano una potente, anche se strana, testimonianza della inesauribile vitalità della fede ebraica nel Messia”.
* * *
In campo cattolico, il commento di Giuseppe Gennarini è molto simile al precedente. Questa è la conclusione della sua nota sui Lubavitcher:
“Questo dibattito getta una luce nuova sui rapporti tra cristianesimo ed ebraismo, dimostrando che molti aspetti di Gesù e del cristianesimo, che secondo alcuni erano frutto di contaminazioni ellenizzanti o comunque estranee alla tradizione ebraica, sono invece profondamente radicati nella tradizione di Israele. Ma soprattutto, in un’epoca di ‘pensiero debole’ e in un mondo che vede nell’omologazione o nell’assimilazione l’ideale supremo, i Lubavitcher sono testimoni viventi che la fede nel Messia – venuto o venturo – è il centro della fede giudeo-cristiana”.
I neocatecumenali, di cui Gennarini fa parte, sono molto presenti e attivi in Israele. Sopra il monte di Korazym, in vista del Mare di Galilea, hanno costruito una cittadella per la formazione dei loro missionari, chiamata “Domus Galilaeae”, affrescata dal loro fondatore Kiko Argüello e inaugurata da Giovanni Paolo II nel 2000, tra gli applausi di molti rabbini compiaciuti per lo stile anticotestamentario della costruzione.
E al luogo scelto per la loro cittadella i neocatecumenali attribuiscono esplicite valenze messianiche. È la “Galilea dei pagani”, la “terra di Zabulon e di Neftali” annunciata da Isaia come il luogo della venuta del Messia. Ha scritto Gennarini in un altro suo intervento su “il Foglio” del 27 gennaio 2004:
“Gli ebrei cabalisti di Isaac Luria a Safed nel 1500, e ancora oggi gli ebrei osservanti, seguendo le profezie commentate nel Talmud e nello Zohar, aspettano la manifestazione del Messia nella ‘Galilea dei pagani’, immagine storico-geografica che annuncia una speranza quando l¿uomo è arrivato al colmo della tristezza, dell¿umiliazione e della disperazione”.
Inoltre, ogni sabato, una processione di insoliti visitatori anima la collina di Korazym. Sono ebrei ortodossi che bussano alla “Domus Galilaeae”. Accanto all¿entrata trovano un "bimah", un pulpito, come nelle sinagoghe; a lato del chiostro il decalogo di Mosé scolpito in ebraico su marmo; al centro della biblioteca una Torah del XV secolo; dopo la visita vengono salutati con il canto dello “Shemah Israel”, e se ne vanno commossi.
Insomma, tra ebrei ortodossi e cristiani “rinati”, cattolici e non, le amicizie si moltiplicano. Per alcuni sono amicizie felici, per altri sospette, per altri decisamente temute. In Israele, oltre ai giudeocristiani e agli ebrei messianici, vi sono decine di migliaia di immigrati dalla Russia e dall’Europa dell’Est, di identità religiosa debole e incerta, sul confine tra ebraismo e cristianesimo. Potenziali convertiti per i missionari dell’uno o dell’altro Messia.