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Discussione: I Luoghi Del Sacro

  1. #1
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    I Luoghi Del Sacro

    Duomo di Oristano

    Arrivando a Oristano ho nel cuore e negli occhi le navate austere, la trachite nera, le volte lignee di rustica semplicità di San Nicola a Ottana e di San Palmerio a Ghilarza. La misura e la sobrietà dello stile romanico di Sardegna mi hanno conquistato. Non ci voleva molto: mi affascina tutto quel che è semplice, lineare, funzionale, modesto; fa agevolmente breccia nel mio sistema di idee e di immagini, mi incanta e mi seduce.
    Dal Duomo di Oristano mi attendo maggiore grandiosità, spazi più ampi, ma altrettanto rigore, altrettanta austerità. Maggior grandiosità, certo: era la cattedrale di Arborei, e Arborei era capitale di giudicato, ai tempi gloriosi di Ugone, Mariano e Eleonora. E altrettanto rigore: mi sono fatto un’immagine di come è il romanico sardo e non sospetto tradimenti.
    Sosto ai piedi del campanile: è un ottagono, slanciato verso l’alto ma, nello stesso tempo, robusto, come ben piantato sulla terra; ha più della quercia che del salice.
    Il luogo mi è noto. Nella via, proprio di fronte al campanile, appendono la stella de sa sartiglia; qui ho visto galoppare i cavalieri dalle bianche maschere femminee, eredi di una millenaria tradizione di balentìa cavallerizza; li ho visti galoppare fra due ali di folla fitta e partecipe, e da mille bocche ho udito l’urlo levarsi a ogni prova riuscita, a ogni stella infilzata dallo stocco, l’urlo che canta la gloria del cavaliere, e nel quale si nasconde il sorriso cupido di chi crede che ogni stella infilzata sia segno di buona fortuna futura.
    Ma una volta spinto il portale del Duomo, che delusione!
    Non fraintendetemi. La chiesa è bella, ampia, ricca di finestre che dall’alto fanno cadere torrenti di luce sull’altare, sulle colonne, sui banchi dei fedeli. Credo che altri potrebbero amarla. Ma io cerco invano i segni della semplicità romanica dietro i marmi bianchi, oltre le cascate luminose, sotto la scorza fulgorea degli affreschi. E non trovo quel che cerco. Penso che non sempre le incrostazioni della storia abbelliscono. Non sempre è affascinante il lento depositarsi di successive modifiche sull’opera dell’uomo, strato dopo strato, negli anni e nei secoli.
    L’antica Sardegna rustica, piena di fede robusta nella sua semplicità, è scomparsa da questa cattedrale, lasciando il posto a una civiltà più complessa e tumescente ma anche più leziosa e artefatta.
    Forse penso pensieri sbagliati. Pensieri ingenerosi verso gli artisti che hanno lavorato nei secoli a ingentilire questa casa del Signore.
    Poi, da un angolo della chiesa che ancora non ho visitato, da una cappella a sinistra dell’altare, s’alza a un tratto un canto di molte voci. I fedeli pregano. C’è la messa.
    Mi fermo. Siedo su un bancone della navata centrale, lontano dal rito, invisibile al sacerdote e ai fedeli. Arrossisco: mentre non li udivo, forse sono stati disturbati dalle mie scarpe scricchiolanti. Senza forse.
    Il canto si conclude. Sento la voce del sacerdote dire parole sconosciute, il cuore del rito.
    Mi allontano in punta di piedi. Non voglio disturbare.
    Mi chiudo il portale alle spalle, e mi pare che il Duomo rifatto, il Duomo settecentesco, rida sornione di me. Come un contadino campidanese. Uno di quei contadini di pasta buona che amano gli scherzi allusivi, non pesanti, e amano farli soprattutto a chi giudica a vanvera, senza sapere, senza conoscere. Chi non ha mai udito un Duomo sorridere leggermente beffardo, vada a Oristano.
    A passi lenti vado verso l’antico palazzo dei giudici. La facciata di pietra del palazzo è l’ultima testimone della passata grandezza, quando i giudici di Arborei ancora scrivevano le leggi, ancora guidavano la lotta secolare contro l’invasore.
    Finito il tempo dei giudici, i sardi sono diventati oggetti di storia, non più protagonisti. Sono stati comprati e venduti da re e ministri anzenos.
    Anche la memoria è scomparsa. I giovani sardi di oggi conoscono, forse, le canzoni di Vasco Rossi (e in sé non è certo un male), ma prova a chiedergli se sanno chi era Mariano d’Arbarei.
    Gli invasori hanno corrotto i nomi, per confondere le tracce, ingarbugliare i percorsi, rendere ardua la riscoperta: Arborei è diventata Oristano, e il Duce ha utilizzato l’antico toponimo, l’ha affibbiato a un insediamento veneto sulla costa. Oggi Arborea è famosa per le angurie. E siccome anche noi abbiamo fatto nostro e acquisito il gergo corruttore, Eleonora è una ragazza procace dai capelli biondi che lavora nel caseificio del dolcesardo. Eleonora d’Arborea.
    Sabbia sulla memoria. Coltri di sabbia che nessun vento solleverà?
    Levo gli occhi e in alto sulla facciata vedo l’antico simbolo degli ultimi sardi indipendenti: l’albero diradicato di Arborei.
    Strano simbolo. Chi ha strappato quell’albero alla terra? E a quale terra? Si riferisce alla condizione isolana, isolata? La terra feconda a cui siamo strappati è il continente, i popoli che crescono in cultura e scienza grazie agli scambi continui e proficui?
    Nessun albero può vivere con le radici per aria: questo il motivo che spinge le radici di quell’albero a protendersi in ogni direzione? Cercano contatti vivificanti?
    O il simbolo esprime un antico e folle orgoglio? Come significasse: siamo capaci di vivere soli, e radicarci in aria, in cielo, siamo della stessa stirpe degli angeli?
    Tremenda oscurità dei simboli sardi.
    Mi allontano pensando a quei bronzetti che ritraggono ominidi quaterbracciuti e cornuti. C’è qualcosa di mostruoso, nel nostro immaginario, fin dalle origini?
    Forse questo è il senso delle modifiche subite dal Duomo di Oristano: i mostri sono stati domati, ora siamo uomini come gli altri.



    Da “Gli anni della grande peste” di Sergio Atzeni, Sellerio editore Palermo
    [Raccolta di testi. In particolare “I luoghi del sacro” testo trasmesso per la prima volta da Radio3 nel programma <<Exaudi nos>>, agosto-settembre 1990, poi successivamente in <<L’unione sarda>>, 2 luglio-7agosto 1996]

  2. #2
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    Complimenti per la segnalazione di questo pensiero, molto toccante e veritiero, che si può ricollegare a tutta la nostra storia. Unu saludu Jaku



    Citazione Originariamente Scritto da Ken Saro-Wiwa
    I Luoghi Del Sacro

    Duomo di Oristano

    Arrivando a Oristano ho nel cuore e negli occhi le navate austere, la trachite nera, le volte lignee di rustica semplicità di San Nicola a Ottana e di San Palmerio a Ghilarza. La misura e la sobrietà dello stile romanico di Sardegna mi hanno conquistato. Non ci voleva molto: mi affascina tutto quel che è semplice, lineare, funzionale, modesto; fa agevolmente breccia nel mio sistema di idee e di immagini, mi incanta e mi seduce.
    Dal Duomo di Oristano mi attendo maggiore grandiosità, spazi più ampi, ma altrettanto rigore, altrettanta austerità. Maggior grandiosità, certo: era la cattedrale di Arborei, e Arborei era capitale di giudicato, ai tempi gloriosi di Ugone, Mariano e Eleonora. E altrettanto rigore: mi sono fatto un’immagine di come è il romanico sardo e non sospetto tradimenti.
    Sosto ai piedi del campanile: è un ottagono, slanciato verso l’alto ma, nello stesso tempo, robusto, come ben piantato sulla terra; ha più della quercia che del salice.
    Il luogo mi è noto. Nella via, proprio di fronte al campanile, appendono la stella de sa sartiglia; qui ho visto galoppare i cavalieri dalle bianche maschere femminee, eredi di una millenaria tradizione di balentìa cavallerizza; li ho visti galoppare fra due ali di folla fitta e partecipe, e da mille bocche ho udito l’urlo levarsi a ogni prova riuscita, a ogni stella infilzata dallo stocco, l’urlo che canta la gloria del cavaliere, e nel quale si nasconde il sorriso cupido di chi crede che ogni stella infilzata sia segno di buona fortuna futura.
    Ma una volta spinto il portale del Duomo, che delusione!
    Non fraintendetemi. La chiesa è bella, ampia, ricca di finestre che dall’alto fanno cadere torrenti di luce sull’altare, sulle colonne, sui banchi dei fedeli. Credo che altri potrebbero amarla. Ma io cerco invano i segni della semplicità romanica dietro i marmi bianchi, oltre le cascate luminose, sotto la scorza fulgorea degli affreschi. E non trovo quel che cerco. Penso che non sempre le incrostazioni della storia abbelliscono. Non sempre è affascinante il lento depositarsi di successive modifiche sull’opera dell’uomo, strato dopo strato, negli anni e nei secoli.
    L’antica Sardegna rustica, piena di fede robusta nella sua semplicità, è scomparsa da questa cattedrale, lasciando il posto a una civiltà più complessa e tumescente ma anche più leziosa e artefatta.
    Forse penso pensieri sbagliati. Pensieri ingenerosi verso gli artisti che hanno lavorato nei secoli a ingentilire questa casa del Signore.
    Poi, da un angolo della chiesa che ancora non ho visitato, da una cappella a sinistra dell’altare, s’alza a un tratto un canto di molte voci. I fedeli pregano. C’è la messa.
    Mi fermo. Siedo su un bancone della navata centrale, lontano dal rito, invisibile al sacerdote e ai fedeli. Arrossisco: mentre non li udivo, forse sono stati disturbati dalle mie scarpe scricchiolanti. Senza forse.
    Il canto si conclude. Sento la voce del sacerdote dire parole sconosciute, il cuore del rito.
    Mi allontano in punta di piedi. Non voglio disturbare.
    Mi chiudo il portale alle spalle, e mi pare che il Duomo rifatto, il Duomo settecentesco, rida sornione di me. Come un contadino campidanese. Uno di quei contadini di pasta buona che amano gli scherzi allusivi, non pesanti, e amano farli soprattutto a chi giudica a vanvera, senza sapere, senza conoscere. Chi non ha mai udito un Duomo sorridere leggermente beffardo, vada a Oristano.
    A passi lenti vado verso l’antico palazzo dei giudici. La facciata di pietra del palazzo è l’ultima testimone della passata grandezza, quando i giudici di Arborei ancora scrivevano le leggi, ancora guidavano la lotta secolare contro l’invasore.
    Finito il tempo dei giudici, i sardi sono diventati oggetti di storia, non più protagonisti. Sono stati comprati e venduti da re e ministri anzenos.
    Anche la memoria è scomparsa. I giovani sardi di oggi conoscono, forse, le canzoni di Vasco Rossi (e in sé non è certo un male), ma prova a chiedergli se sanno chi era Mariano d’Arbarei.
    Gli invasori hanno corrotto i nomi, per confondere le tracce, ingarbugliare i percorsi, rendere ardua la riscoperta: Arborei è diventata Oristano, e il Duce ha utilizzato l’antico toponimo, l’ha affibbiato a un insediamento veneto sulla costa. Oggi Arborea è famosa per le angurie. E siccome anche noi abbiamo fatto nostro e acquisito il gergo corruttore, Eleonora è una ragazza procace dai capelli biondi che lavora nel caseificio del dolcesardo. Eleonora d’Arborea.
    Sabbia sulla memoria. Coltri di sabbia che nessun vento solleverà?
    Levo gli occhi e in alto sulla facciata vedo l’antico simbolo degli ultimi sardi indipendenti: l’albero diradicato di Arborei.
    Strano simbolo. Chi ha strappato quell’albero alla terra? E a quale terra? Si riferisce alla condizione isolana, isolata? La terra feconda a cui siamo strappati è il continente, i popoli che crescono in cultura e scienza grazie agli scambi continui e proficui?
    Nessun albero può vivere con le radici per aria: questo il motivo che spinge le radici di quell’albero a protendersi in ogni direzione? Cercano contatti vivificanti?
    O il simbolo esprime un antico e folle orgoglio? Come significasse: siamo capaci di vivere soli, e radicarci in aria, in cielo, siamo della stessa stirpe degli angeli?
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    Mi allontano pensando a quei bronzetti che ritraggono ominidi quaterbracciuti e cornuti. C’è qualcosa di mostruoso, nel nostro immaginario, fin dalle origini?
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    Da “Gli anni della grande peste” di Sergio Atzeni, Sellerio editore Palermo
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  3. #3
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    Mi è sempre piaciuto quello scritto di Atzeni.. le chiese romaniche sarde sono stupende, la cura dei materiali usati per inserire dolcemente la struttura nel paesaggio, i colori e i piccoli segni che aiutano a capire chi le ha costruite.

    Anche la ricchezza di particolari scolpiti, che ricordano storie particolari, molto sentite, o frammenti di tradizioni pagane e popolari.

    A volte si scoprono rapporti e dialoghi che fanno pensare a quanto allora erano possibili azioni che paiono impossibili di questi tempi.. in bassa Marmilla moltissime chiese son opera di maestranze arabe.

    C'è una chiesetta campestre a Siddi, che a me piace molto, è piccolina, costruita per San Michele che in zona è molto venerato fin dai tempi dei bizantini. Ha solo due navate, con due rispettivi ingressi; quello più piccolo, a sinistra, ha un architrave scolpito in altorilievo, con delle figurine che non si sa con certezza cosa stiano facendo.
    La figurina più a sinistra è la più curiosa, raffigura una persona messa a testa in giù.
    Alcuni dicono che la scena rappresenti un ballo sardo, ma è strana la presenza di quella figurina. Infatti c'è anche la teoria che raffiguri qualcosa di molto più grande, cioé il percorso della vita e poi la morte vista come ritorno alla terra, secondo quello stesso pensiero di cui abbiamo testimonianza in Sardegna fin dai tempi de is pedravìtas sadras, cuin cuss'omi furriau a francas a susu.

    L'architrave:


    E un menhir con l'uomo capovolto:
    Il Sardismo è una esigenza, è un fattore determinante. E’ la componente valida di quel vasto e dinamico movimento comunitario che oggi si allarga in tutti i paesi della terra, verso conquiste certe, durature, assolute. In nome della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Il Sardismo è esigenza di giustizia, è simbolo dl pace, è pegno per l’avvenire del popolo sardo e di tutti gli altri popoli oppressi.(A. S. Mossa, 1967) ------ Il sardismo non è soltanto il principio autonomistico universale applicato alla Sardegna, ma anche e soprattutto il principio del Socialismo rivoluzionario mondiale applicato al Popolo Sardo... Ma soprattutto rappresenta il principio universale della lotta contro l’oppressione coloniale che ha posto la Sardegna al margini dello sviluppo e del progresso civile. (A. S. Mossa, 1971)
    http://www.indipendentzia.net/deandregif.gif

  4. #4
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    E se l'umo testa in giù rappresentasse la nascita e non la morte? sE LA VITA VIENE DALL'UNIVERSO DOVE SI TROVA DIO? O megli su creadori increau de s'Universu?
    Basti pensare alle domus di Oniferi e al significato simbolico che questi disegni hanno, per capire il metoi di tramandazione di conoscenze cosmologiche e dei segreti della vita. Ma di questo ne possiamo parlare più avanti sempre che la cosa sia di vostro interesse.
    Unu saludu Jaku.

  5. #5
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    Provo ad azzardare una traduzione dell'architrave, seguendo un metodo particolare. Da prendere con il beneficio di inventario, ma giusto per provare.

    Da questa porta un giorno entrò una donna con un suo dono, era sola, dopo di essa, dalla stessa porta entrò un uomo era pure lui solo, portava il suo dono.
    Passato un po di tempo sempre da questa porta entrò una coppia, uomo e donna per chiedere a S'universu increau Creadori il dono più grande e dalla porta che collega questo luogo con l'universo, scese una bambina che attraverso le due colonne e così si formò una nuova famiglia ed una nuova vita, segno di stabilità, forza è solidità.ù
    Osservate bene i riquadri e vedete che in ogni quadro compare una figura ben precisa, Una bambina sola tra due colonne, una donna sola tra due colonne, un uomo solo tra due colonne e una coppia tra due colonne.
    Ora chiudete il cerchio e vedete cosa ne salta fuori, prima percorretelo in senso orario, poi in senso antiorario, secondo la regola 3-7-13-17.

    Questo è un metodo nuragico tramandato oralmente.
    A voi l'ardua sentenza.

  6. #6
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    Le colonne sono la rappresentazione del DNA legato con un qualcosa di divino, forse un soffio divino nella nostra vita

  7. #7
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    Da dove si inizia a leggere la figura e ad aprire il cerchio? Guardate la seconda colonna, è diversa dalle altre e porta un simbolo particolare, una sorta di chiave di inizio della scrittura figurata.

    Unu saludu mannu a tottus Jaku Pisu

  8. #8
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    …bella metta s’architrave de sa creja de Santv Mikelli de Sinni, unu grazie a Sandino

    pro s’interpretazione o lettura de Jakku…la cumprenno e non la cumprenno

    non isco umbe idet sa pizzinnedda in mesus a sas colonnas?...
    deo ido: a sinitra in su primo riquadro una emina a conca in josso chin sa manu in conca comente chi tenet cosa in conca , in su sicunnu e terzu riquadro duos omines , in su de battor una coppia, non isco si sono una emina (mi paret chi tenet comente unu pizzinneddu in brazzos e un’omine…ma potene esser duas feminas
    a narrer su veru non isco comente la leghere, ca tocat de ischire s’istoria de sa creja, non isco si est unu ispezie de ex voto, e duncas s’istoria de chie l’atta donatu, escludo s’idea de su ballu sardu ca non torrana sos contos , metta “curioso” sono sas concas chi essini dae sa “cornice” e fachere ispezia de semiarchi, curiosos pure sono sos duos omines (2, 3 riquadri) chi tenene brazzos e manos longas , itte potet cherer narrer? Omines super? O chi travagliana de manos e brazzos?

    Rispetto sa chestione “omines ortulatos” chi ana tradotto almeno pro s’etate metta antica comente sa morte….est veru pure chi canno naschimus naschimus de conca…raro sono sos chi naschini de pedes
    Una brulla, a sa lettura de Jaccu, naras chi intrat una emina, e a pustis un’omine e poi s’accoppina, inoche sos omines sono duos e sa coppia una …su contu non torrat , a meno che si ponene impare sos omines e s’emina “isconvolta” si ortulat, e si ponet sa manu in conca!

 

 

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