Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    Redskin
    Ospite

    Predefinito E ora i privati stizzano

    Il rischio di un esecutivo interventista
    Lo stato e i privati
    di
    Francesco Giavazzi

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    La squadra economica del nuovo governo contiene importanti novità. Al ministero dell'Economia arriva un viceministro «pesante», Vincenzo Visco, con ampia delega per le questioni fiscali. Dieci anni fa Visco creò l'Irap e da allora la ha sempre difesa: prevedo una dura battaglia contro l'invito di Bruxelles ad abolire presto quell'imposta. L'altro viceministro, Roberto Pinza, ha dedicato buona parte della sua attività politica alla difesa delle fondazioni bancarie. Oggi le fondazioni, attraverso il loro presidente, Giuseppe Guzzetti, chiedono di essere sottratte alla vigilanza del ministero senza peraltro impegnarsi a mollare la presa sulle banche: Pinza sarà un alleato prezioso.

    Il ministero dell'Economia perde il dipartimento per la Coesione (l'ex-ministero del Bilancio) che si occupa delle politiche per il Mezzogiorno: queste competenze sono trasferite al Ministro per lo sviluppo e affidate al viceministro Sergio D'Antoni. L'unificazione Tesoro-Bilancio era stato un passo importante per superare le tensioni che in passato sorgevano fra il ministro del Tesoro, che deve salvare i conti, e quello per il Mezzogiorno, che preme per spendere.

    Il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), tradizionalmente collocato presso il ministero dell'Economia, viene trasferito alla presidenza del Consiglio e affidato a un nuovo sottosegretario, il professor Fabio Gobbo. L'esperienza professionale di Gobbo — più volte consulente del ministero dell'Industria, poi membro della prima Antitrust e in seguito dirigente di Telecom Italia — e i suoi scritti scientifici, fanno prevedere un ruolo attivo del nuovo sottosegretario nella definizione della politica «industriale» del governo.

    Ricordo che due anni fa, quando discusse con Berlusconi la possibilità di sostituire Giulio Tremonti a via XX Settembre, un'offerta poi declinata, Mario Monti chiese che le competenze del ministero nel campo dell'economia reale venissero rafforzate. Il suo timore, a mio parere giustificato, era che chi gestisce la «politica industriale» del governo non sia la persona più adatta per promuovere concorrenza e liberalizzazioni, e che per la crescita queste siano condizioni ancor più importanti della politica di bilancio.

    In questa squadra il capitano, Tommaso Padoa- Schioppa, si troverà in una situazione più debole rispetto ai suoi potenti predecessori, Carlo Azeglio Ciampi e Giulio Tremonti, e simile a quella di Guido Carli, ministro del Tesoro dell'ultimo governo Andreotti. Stretto fra Rino Formica, ministro delle Finanze, e il potente ministro del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino, Carli fece molto per la credibilità internazionale dell'Italia, ma dovette arrendersi nel progetto cui più teneva, avviare le privatizzazioni.

    La perdita di molte competenze, soprattutto relative all'economia reale e, io temo, al ruolo del ministero quale azionista delle aziende ancora controllate dallo Stato, indebolisce Padoa-Schioppa e segna una svolta importante nella politica economica.

    Da anni esiste, nel centrosinistra, un partito che obietta alla visione «finanziaria» della politica economica. Ritiene che lo Stato non debba gestire le proprie partecipazioni come farebbe un normale azionista (e cercare di venderle al più presto), ma debba invece usare la propria presenza in settori cruciali come l'energia, l'aeronautica e la difesa per promuovere una politica industriale.
    «Non si devono più fare le privatizzazioni per esclusive esigenze di cassa. E anche senza chiamarla golden share, nelle grandi infrastrutture serve un'attenzione pubblica: il mercato di breve termine ( sic!) non fa la politica industriale», diceva Fabio Gobbo a CorrierEconomia solo alcuni giorni or sono, all'interno di un'inchiesta sorprendentemente critica della stagione delle privatizzazioni e del suo ideatore, l'attuale governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.

    Il ministro Pierluigi Bersani ha giudicato positivamente il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti alla quale Tremonti ha trasferito le azioni di molte aziende controllate dallo Stato con false privatizzazioni. E lo stesso presidente del Consiglio nei mesi scorsi ha immaginato di utilizzare le partecipazioni dello Stato per promuovere progetti industriali, quali ad esempio una fusione tra Enel ed Eni.

    Le critiche del centrosinistra alla privatizzazione di Autostrade sono state unanimi, anche da parte di nuovi membri del governo, quali Linda Lanzillotta ed Enrico Letta, dimenticando che il problema non è il trasferimento dei diritti di proprietà ad azionisti privati, ma i molti errori che i governi, sia di centrodestra che di centrosinistra, hanno compiuto nello scrivere l'atto di concessione e poi nel regolare le tariffe.

    Paradossalmente è una visione molto diversa dall'idea di Romano Prodi di uno Stato leggero, regolatore dei mercati, non proprietario di aziende che operano sui mercati. Lontana dal proposito del presidente del Consiglio di chiudere al più presto Sviluppo Italia («un'anacronistica holding di partecipazioni», speriamo sia anche l'opinione del viceministro D'Antoni), dal progetto, ripetuto anche nelle dichiarazioni programmatiche del governo, di rivedere e rafforzare il sistema delle Autorità indipendenti.
    E' certamente vero che i nostri imprenditori privati hanno spesso privilegiato la rendita rispetto ai progetti industriali. Se Fiat non avesse cercato di rifugiarsi prima nelle assicurazioni e nei telefoni e poi nel mondo ben protetto dell'energia e invece avesse investito nell'auto, l'azienda non sarebbe arrivata così vicino al collasso.

    Ma la soluzione non è uno Stato che si sostituisce ai privati mettendosi a scommettere su progetti industriali e a promuovere alleanze tra imprese.
    Questo è il mestiere degli imprenditori privati. Lo Stato non rischia mai nulla, quindi non può essere un buon imprenditore. Per evitare che i privati siano allettati dalle rendite, un governo deve limitarsi ad eliminarle, liberalizzando e regolando i mercati.
    20 maggio 2006

    corriere.it

    -------------------------------------------------------

    Forse l'unica cosa buona che potrà fare sto governo è essere più interventista in economia.....speriamo!!
    SOCIALIZZARE - NAZIONALIZZARE!!!

  2. #2
    Alvise
    Ospite

    Predefinito

    Forse l'unica cosa buona che potrà fare sto governo è essere più interventista in economia.....speriamo!!
    SOCIALIZZARE - NAZIONALIZZARE!!!
    Io non sono d'accordo.

    Chi si aspetta che "socializzare-nazionalizzare" sia un toccasana dimostra altrettanta ingenuità di chi confida ciecamente nel libero mercato.

    Non è che se un governo è interventista in economia allora per forza farà buone cose.

  3. #3
    Redskin
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Alvise Nutti
    Io non sono d'accordo.

    Chi si aspetta che "socializzare-nazionalizzare" sia un toccasana dimostra altrettanta ingenuità di chi confida ciecamente nel libero mercato.

    Non è che se un governo è interventista in economia allora per forza farà buone cose.
    No, è chiaro che molto dipende dal governo. Certo, questo non è un governo socialista nazionale, però sono dell'idea che il libero mercato sia molto più lontano dalle reali necessità della comunità rispetto, comunque, ad uno Stato sociale presente nel tessuto e interventista.
    Tu sei liberista? Io no, assolutamente statalista. Ma come ti ho detto dipende dal governo.

  4. #4
    Alvise
    Ospite

    Predefinito

    Io non sono liberista, ma tantomeno "statalista".

  5. #5
    Redskin
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Alvise Nutti
    Io non sono liberista, ma tantomeno "statalista".
    Io credo che lo Stato (sociale) dovrebbe farsi carico del 60% di quello che riguarda la spesa indirizzata agli interessi dei cittadini. Inoltre le grandi imprese produttive che possono rendere maggiormente dovrebbero essere nazionalizzate(vedi Fiat) e successivamente socializzate.
    Poi, artigianato e piccolo commercio possono anche rimanere come attività di tipo mercantile.

 

 

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