IL QUORUM MINIMO (50% DEGLI AVENTI DIRITTO) E' GIA' STATO RAGGIUNTO
Il Montenegro vota l'indipendenza
In gioco l'ultimo legame con la Serbia. Si vota dalle 8 alle 21
21/5/2006
Montenegro al voto
BELGRADO. «Volete voi che il Montenegro diventi indipendente, uscendo dall'unione con la Serbia?» Rispondendo oggi a questa semplice domanda, i montenegrini decideranno il destino dell'unione tra Belgrado e Podgorica. Lo faranno nel referendum che potrebbe portare alla sovranità della piccola repubblica adriatica, esprimendo un voto dal risvolto storico: una vittoria del sì squarcerebbe infatti definitivamente l'ultimo legame ancora in vita di quel paese chiamato Jugoslavia.
Poco meno di mezzo milione. Anzi, 484.718 per la precisione. Il futuro del Montenegro è nelle mani dei suoi aventi diritto al voto. Dalle otto alle 21 di oggi, la loro preferenza potrebbe cambiare il corso della storia, ridisegnando - forse - per l'ennesima volta la carta politica dei Balcani. L'affluenza alle urne ha già superato la soglia del 50 per cento dei votanti, che rea la minima richiesta, dunque il referendum sarà comunque valido. Bruxelles ha cercato così di stemperare le polemiche che hanno accompagnato la campagna elettorale. Una campagna elettorale che - come sempre accade nelle terre balcaniche - è stata combattuta più a colpi di storia, epica e mitologia, che sul piano politico-economico. Tra sospetti di compravendita di voti e denunce di pressioni sugli elettori - sia a carico dell'establishment montenegrino, favorevole al sì, sia del governo di Belgrado, schierato per il no - tutti hanno tirato in ballo le glorie e i fasti dei propri condottieri e scrittori del passato.
Al bailamme del ricorso alla storia, si contrappone però la nettezza delle posizioni in campo. A favore dell'indipendenza è schierata compatta la nomenklatura del governo locale di Podgorica (ex città di Tito, Titograd). In testa ai partigiani della sovranità c'è l'uomo forte della repubblica: quel Milo Djukanovic, premier ancora nel mirino della magistratura di Bari per traffici di sigarette. Malgrado queste «vecchie storie» però, il primo ministro può contare su un sostegno quasi incondizionato sul fronte interno e su un sistema di potere ben strutturato. E grazie a numerosi viaggi diplomatici e con la benedizione dell'ex segretario di Stato Usa, Madeleine Albright, «Milo» è riconosciuto oggi anche come un valido interlocutore da diverse cancellerie occidentali.
Sul fronte unionista. L'opposizione all'indipendenza fa leva su interessi piuttosto diffusi e sulle spaccature profonde che la questione legame con la Serbia suscita nell'opinione pubblica montenegrina. E su questi sentimenti atavici punta la classe politica di Belgrado e la Chiesa serbo-ortodossa. A capitanare la squadra del no è quel Predrag Bulatovic, leader del partito socialista e ex uomo di Milosevic.
E da giovedì notte tutto tace. La campagna referendaria si è chiusa con un crescendo di comizi e con lo spettro di un arrivo al fotofinish: gli ultimi sondaggi diffusi danno infatti i paladini dell'indipendenza a ridosso della fatidica soglia del 55%, forti soprattutto del voto dei montenegrini etnici e del sostegno della minoranze albanese e di quella bosniaca. E per rafforzare la loro posizione, Djukanovic e i suoi hanno tenuto fuori dalla consultazione i montenegrini residenti stabilmente in Serbia, ovvero circa seicentomila persone. Belgrado, dal canto suo, ha ribadito più volte che accetterà il risultato delle urne. Tuttavia, la classe politica serba resta convinta che la secessione «non possa portare nulla di buono a nessuno». Stessa convinzione che il ministro degli esteri serbo-montegrino, Vuk Draskovic, ha sottolineato in una recente intervista concessa ad Apcom.
Si teme la «zona grigia». L'unico elemento di tensione potrebbe essere rappresentato da una vittoria del sì con una percentuale compresa tra il 50 e il 55%. Un risultato che per la Serbia significherebbe partita chiusa, ma per gli indipendentisti sarebbe solo la premessa di «ulteriori negoziati». E mentre il conto alla rovescia al voto scandisce le sue ultime ore, Bruxelles guarda al referendum con spirito quasi «ecumenico» e conferma la sua linea politica. «Non esiste nessuna zona grigia, ma solo un accordo preciso: indipendenza con il 55% più uno dei consensi, mantenimento dell'unione sotto questa soglia». Ma il pensiero dell'Alto rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana, si scontra con la mentalità di questa terra. Una striscia di terra stretta tra le montagne impervie delle Alpi dinariche e il mar Adriatico, che ha conosciuto solo il linguaggio della spada per difendere la propria libertà dalla costante minaccia turco-ottomana. Ma anche in questo angolo di mondo segnato da secoli di sangue e violenza, oggi la Serbia e il Montenegro potrebbero dirsi addio democraticamente. Per un pugno di voti.
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0 e attorno a un inedito 90% secondo le proiezioni relative al dato finale. 