Un ambasciatore e un nunzio alla corte di Khomeini
Gradirei conoscere la sua opinione in merito alla teoria secondo la quale, al di là della guerra anglo-americana con l'Iraq, il conflitto tra Occidente e civiltà islamica è cominciato con la presa del potere da parte di Khomeini.
Egidio Zambrelli,
Caro Zambrelli, l’espressione da lei usata («conflitto tra Occidente e civiltà islamica») ricorda gli «scontri di civiltà», molto discussi in questi anni, e sembra configurare una sorta di naturale contrapposizione fra due mondi incompatibili e inconciliabili. Il guaio di queste teorie è che finiscono per oscurare le specifiche ragioni di un avvenimento e renderlo incomprensibile. Per comprendere l’importanza dell’Ayatollah Khomeini nella storia iraniana degli ultimi decenni occorre tornare agli anni Settanta, quando lo Scià decise di accelerare il processo di modernizzazione del Paese. Reza Pahlevi era un sovrano laico, nello stile del fondatore della Repubblica turca Kemal Atatürk, e intendeva usare la ricchezza petrolifera dell’Iran per costruire infrastrutture, lanciare grandi progetti industriali, rinnovare le forze armate, creare un ceto dirigente d’ispirazione occidentale. Si scontrò con l’opposizione del clero e in particolare con la leadership religiosa della città santa di Qom, ispirata dalla figura ieratica dell’Ayatollah Khomeini, allora esiliato a Parigi. Ma il sentimento religioso non avrebbe abbattuto lo Scià se la brusca modernizzazione del Paese non avesse permesso agli Ayatollah di sfruttare e manovrare una ondata crescente di malumore popolare.
Un libro recente, pubblicato dall’editore Rubbettino nella sua Collana di studi diplomatici («L’avventura diplomatica. Ricordi di carriera») contiene, a questo proposito, riflessioni interessanti. L’autore, Francesco Mezzalama, fu ambasciatore a Teheran dal 1980 al 1983 e assistette all’esordio della Repubblica islamica durante due grandi crisi: il caso degli ostaggi americani detenuti nell’ambasciata degli Stati Uniti e l’invasione irachena dell’Iran. Quando giunse a Teheran nel novembre del 1980 (poco meno di due anni dopo il ritorno di Khomeini dall’esilio), capì che lo straordinario successo dell’Ayatollah era il paradossale risultato del grande progetto di Reza Pahlevi. La brusca modernizzazione degli anni precedenti aveva creato corruzione, grandi movimenti di popolazione dalla campagna alla città, espansione incontrollata degli spazi urbani, ineguaglianze sociali e una nuova povertà, ancora più miserabile dell’indigenza che i contadini avevano pazientemente tollerato nel tempo immobile dei loro villaggi. Il clero seppe impadronirsi di questo disagio sociale e fare leva, tra l’altro, sul sentimento nazionale, esasperato dall’eccessivo infeudamento dell’Iran agli Stati Uniti. Ma il regime, in ultima analisi, non fu abbattuto dagli Ayatollah. Fu abbattuto dalla rabbia popolare per riforme che sembravano produrre, in quel momento, soltanto effetti negativi.
Khomeini, naturalmente, ebbe in tutto questo una parte decisiva. I suoi occhi fiammeggianti, la barba, il turbante bianco, la tonaca nera e la foga oratoria dei discorsi fecero di lui l’idolo delle folle iraniane. Ma questo sant’uomo era anche capace, in alcune circostanze, di scaltrezze diplomatiche. Francesco Mezzalama racconta a questo proposito un episodio rivelatore. Dopo l’occupazione dell’ambasciata americana, Giovanni Paolo II chiese al nunzio apostolico monsignor Annibale Bugnino di intervenire personalmente a favore degli ostaggi. Bugnino chiese udienza a Khomeini e fu trasportato in elicottero a Qom dove l’Ayatollah aveva fissato la sua residenza e riceveva i visitatori accovacciato contro il muro nell’angolo di una stanza disadorna. Il nunzio riferì le parole del Papa, ma Khomeini, in assenza di un interprete, rispose a braccio in farsi. Quando Bugnino, dopo l’udienza, chiese il testo inglese della risposta, il suo accompagnatore glielo promise, ma «gli assicurò che Khomeini si era espresso apprezzando l’interessamento del pontefice e le ragioni che lo avevano ispirato». Ma il giorno dopo, scrive Mezzalama, «la stampa dava grande risalto all’incontro riportando le reazioni colleriche dell’Imam che respingevano l’interferenza papale e deploravano che il pontefice si fosse schierato a fianco del "grande satana"».
Qualche tempo dopo, un intervento del nunzio ebbe migliore fortuna. Quando scrisse a Khomeini per chiedergli di essere autorizzato a recare un conforto religioso agli ostaggi americani in occasione del Natale, Bugnino, insieme al vescovo caldeo e a tre pastori protestanti fu portato, con gli occhi bendati, in una grande sala dove i prigionieri erano stati raccolti. «Fu un incontro commovente. Scoppiarono in lacrime abbracciando il nunzio che a stento frenava l’emozione. (...) Monsignor Bugnino ne approfittò per contarli e con il permesso dei pasdaran fece firmare a tutti il cartoncino natalizio per ricordo. Era anche un espediente abilmente escogitato per avere i loro nomi».




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