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Discussione: la torre di GNICCHE

  1. #1
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    Predefinito la torre di GNICCHE

    canto la storia di un mascalzone
    senza nè servi e senza padroni
    canto la storia di un asso di picche
    da tutti detto... GNICCHE!

    da tegoleto si fece aretino
    conobbe le carte assaggiò il vino
    scoprì l'amore la vita mondana
    lo schioppo la spada e la quintana

    godono gli uomini la libertà
    ma non può goderne chi soldi non ha
    così Gnicche rimasto al verde
    si mise a spogliare signori e serve

    lui da quel giorno si diede alla macchia
    ma la sua vita rimase una pacchia
    scippi rapine e carabinieri
    salsiccie al fuoco e tanti pensieri

    vive la notte chi non ha un tetto
    ma porta nei cuori paura e rispetto
    mille e più dame fa innamorare
    ma non può amarle, deve scappare

    un giorno il sindaco ebbe a ridir
    Gnicche rispose "o voi malfattori
    perchè tassate la povera gente
    io tasso i signori solamente"

    crebbe la fama quanto l'onore
    fu per la gente un nuovo signore
    ma chi ha lo scettro non ha i sentimenti
    e giunse l'odio dei potenti

    spesso gli sbirri e i carabinieri
    al loro dovere vengono meno
    ma non quando sono in alta uniforme
    presero il posto del suo destino

    se nella vita fu tanto odiato
    dopo la morte fu tanto infamato
    sia per il fascino che più non ha
    sia per la voglia di libertà

    canto la storia di un mascalzone
    senza nè servi e senza padroni
    canto la storia di un asso di picche
    da tutti detto... GNICCHE!

  2. #2
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    canzone dei NOI NATI MALE, eletta Inno Ufficiale dell'Associazione Culturale LA TORRE DI GNICCHE.

  3. #3
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    Il brigantaggio nella Toscana contadina del 1800 fu un brigantaggio minore che non ebbe le connotazioni di lotta sociale come quello del mezzogiorno e non divenne mai un banditismo idealizzato.
    Ma anche qui, le condizioni sociali di indigenza e ignoranza, portarono tanta gente, anche se per cause diverse, alla latitanza.
    In questi luoghi il brigantaggio rispecchiò quindi l'individualismo tipico della gente della Toscana interna, i personaggi furono feroci e vendicativi, solitari e spavaldi senza scrupoli, sebbene con un proprio codice d'onore.
    Domenico Tiburzi detto "Il re di Montauto" e poi Enrico Stoppa detto "Lo Sparviere", in Maremma; Raffaello Conti detto "Sagresto lo spauracchio d'Anghiari", in Val Tiberina; e poi, sconfinando in Romagna Stefano Pelloni detto "Il Passator cortese", <Re della strada e della foresta> come canta il Pascoli, sono alcuni dei briganti più noti che operavano tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana.
    Anche nelle campagne dell'aretino, il brigante Gnicche era fino a non molti decenni fa figura popolarissima e le sue gesta si sentivano cantare da qualche popolano e dai contadini mentre attendevano alla cura dei campi.
    Le nuove generazioni poco o nulla sanno di questo personaggio che insieme a tanti altri fa parte della più schietta tradizione popolare e contadina dell'aretino.

    Per la storia, Federigo Bobini detto Gnicche nacque ad Arezzo nel Borgo di Santa Croce il 13 giugno 1845 da Sebastiano e Domenica, oneste persone abituate al lavoro duro e che non avevano tanto tempo da dedicare al loro figlio, al quale comunque avevano provato ad impartire una buona educazione. Ma non riuscirono nel loro intento, anzi Federigo li portò alla disperazione. Un giorno egli rubò dei soldi al padre e così Sebastiano lo denunciò alla polizia. Gnicche fuggì attraverso la campagna con alcuni amici e formò con essi una banda: il più famoso tra i suoi amici era Gigetto di Città di Castello, che veniva da tutti chiamato "Ghiora", "il terribile" e "il Menchiari".
    Cominciò così a rubare e a fare violenze nei vari paesi aretini.
    A tre anni di distanza dal primo censimento della popolazione del regno, ossia nel 1864, Federigo Bobini aveva quindi già problemi con la giustizia, in quanto dovette subire una breve condanna dal Tribunale di Prima Istanza di Arezzo in seguito ad una violenta lite familiare; da sottolineare che frequentò per la prima volta le aule di tribunale all’età, assai bassa, di 19 anni. Il 3 marzo 1865 venne nuovamente condannato per furto; gli sarebbe spettata una piccola pena che diventò tuttavia di alcuni mesi a causa della recidività. Scontato tale periodo di carcerazione, Gnicche caratterizzò i sei anni successivi conducendo una vita all’insegna della violenza, frequentando il furto come fonte di sostentamento e, soprattutto, frequentando con freddezza l’omicidio, numerose volte, caratteristica, comunque, non rara dei briganti dell’aretino .
    Di professione era registrato nel certificato penale conservato presso l'Archivio di Stato di Arezzo, come muratore e imbianchino, ma in realtà il suo vero mestiere fu sin dall'adolescenza quello di ladro di strada e rapinatore o, per usare un termine in voga nelle aule dei tribunali nel secolo scorso, quello di "grassatore".
    Gnicche era un furfante viziato, senza voglia di lavorare, amante dell'osteria, del gioco e delle carte (il coltello di Gnicche è conservato nella casa di una nobile famiglia a Cortona: perché è là? Perché amava andare a giocare a carte con qualche nobile e solitamente teneva il suo coltello sotto il tavolo per eventuali difese. Una sera mentre stava giocando in questa casa Gnicche disse al nobile di essere un gentiluomo e un uomo d'onore. Così glielo dette per dimostrargli che non aveva paura di lui), violento e prepotente, tanto che ancora oggi ad Arezzo si usa dire "Sei peggio di Gnicche!".
    Ecco alcuni episodi particolari che testimoniano del suo carattere e del contesto nel quale si forma, condizionando la sua personalità. Nel 1866 il fratello Giovanni venne condannato, per omicidio, a otto anni, pena che scontò interamente nelle carceri di Volterra, in pratica sarà rilasciato solo dopo la morte di Federigo avvenuta nel marzo 1871. Nello stesso periodo, ossia la metà degli anni sessanta, Donato, il maggiore dei fratelli Bobini, cercò di accrescere i magri proventi dell’attività bracciantile lavorando come custode della casa di prostituzione della città di Arezzo, luogo, per altro, assiduamente frequentato anche dagli altri due fratelli.
    Sul finire del 1868 Federigo venne nuovamente incarcerato, accusato di furto e violenza pubblica continuata; scontò sei mesi ed uscì il 10 marzo del 1869, appena prima che divenisse esecutiva una condanna ben più lunga, otto anni, che gli venne così combinata in contumacia, costringendolo definitivamente alla vita di macchia; fino a quel momento, infatti, non disdegnava di tornare, nottetempo, alla propria abitazione del sobborgo S. Croce, premurandosi di staccare con le proprie mani gli avvisi ufficiali di sentenza che i carabinieri affiggevano sulla sua porta di casa .
    Cresciuto e formatosi in tal modo, Bobini, poco più che ventenne, non teneva ormai in nessun conto le possibili conseguenze delle proprie azioni. Il 6 novembre 1869 venne sorpreso dai carabinieri a casa della fidanzata Borghesi Francesca, presso S. Firmina; per fuggire si portò sul tetto dell’abitazione e sparò alcuni colpi di fucile colpendo mortalmente il militare Luigi Gnudi, ventiquattrenne.
    Commise così il suo primo omicidio. La mattina del 20 novembre 1869, dunque in pieno giorno, sulla via che unisce Cortona a Bettolle, assalì un povero bracciante, Federigo Bonini, perquisendolo violentemente; trovatolo provvisto di niente, lo costrinse ad attendere con lui, sotto il ponte detto “del barcone”, l’arrivo di un altro malcapitato, Domenico Zolfanelli, che venne colpito al volto ripetute volte e derubato di settanta lire e di un fucile. In quella circostanza, fu suo occasionale compagno di grassazione Claudio Nozzi, detto "Baffino".
    La mattina del 17 agosto 1870, incontrò sul ponte alla Chiassa, poco fuori Arezzo, Pasquale Piantini; gli chiese chi fosse e cosa facesse, ma ottenne uno sgarbato invito a non occuparsi di tali questioni. Irritato per la mancanza di rispetto sparò due colpi di fucile al volto ed alla spalla del Piantini, non uccidendolo per puro caso, ma sfigurandogli il viso e ferendolo. La sera del 3 ottobre, sorpreso nel sonno in una capanna, venne nuovamente arrestato. Istruendo un grande processo a suo carico, i giudici lo interrogarono varie volte a proposito di furti e complici. Tuttavia la notte del 17 dicembre del medesimo anno inscenò la fuga, incrociando i propri destini con altri noti briganti come il Vettori ed il Rossi. Annunciò al giudice la sua intenzione di fuggire con una lettera, scritta usando il proprio sangue come inchiostro.
    Era galante e gentile verso le donne, sempre alla loro caccia nei paesi dell'aretino, dove aveva diverse amanti gelose tra loro.
    Gnicche era considerato un grande ballerino e non perse mai l'abitudine di ballare. A quel tempo era costume andare a ballare ai giardini del Prato dove era molto conosciuto, così in una piccola strada egli incontrò una donna e le disse: "Sono Gnicche, non dire niente e dammi i tuoi vestiti!". La povera donna scappò senza i suoi vestiti e molte persone pensarono che fosse pazza. Gnicche trascorse la notte a ballare vestito da donna!
    Tra i malfattori dell'epoca si conquistò la fama di una specie di Robin Hood nostrano ed anche tra il popolo in un momento di lotta disperata e accanita contro il potere, divenne il simbolo del giustiziere, il bandito gentiluomo che rubava ai ricchi per donare ai poveri, insomma quasi un eroe.
    L'aneddotica sul suo conto non può essere del tutto inventata e probabilmente Gnicche giustificò con alcune sue azioni questa fama di protettore del popolo contro l'ordine costituito ed il potere usurpatore, ma in effetti rimase un bandito, un violento e un assassino.
    L'eleganza nel vestire, le armi raffinate che portava (doppietta, revolver a tamburo e pugnale), i suoi successi con le donne, la sua spavalderia, i suoi famosi e romanzeschi nascondigli per la campagna toscana, il sentimento dell'onore ancorché malinteso, furono i suoi più appariscenti connotati e tutto ciò contribuì in maniera determinante a quel mitico alone di bandito gentiluomo che l'immaginario del popolo creò intorno alla sua figura.
    La sua fama si accrebbe dopo che, arrestato una prima volta e condotto nelle carceri di Arezzo (a quell'epoca situate nel Palazzo Pretorio oggi adibito a Biblioteca), riuscì corrompendo un secondino a fuggire in modo rocambolesco.
    Ancor di più la fantasia popolare lo vide come chi era riuscito a beffarsi dell'autorità dello Stato, a ridicolizzare l'imponente spiegamento di forze adoperato per catturarlo.

    Riguadagnata la libertà, Gnicche scelse di rimanere nei luoghi del circondario di Arezzo perché voleva vendicarsi di chi riteneva lo avesse tradito, perché voleva rimanere vicino alle sue donne e perché in questi luoghi, che conosceva come le sue tasche, sapeva muoversi agevolmente, aveva connivenze di ogni genere ed era temuto e rispettato da tutti.
    Gnicche continuò la sua carriera di bandito, si macchiò di altre rapine e di odiosi omicidi a Sargiano (un uomo) e nel cortonese (una donna a Creti) fino a che la notte del 14 marzo 1871 i carabinieri, circondato il casolare dove si era nascosto a passare la notte, nei pressi del Tegoleto, lo uccisero con una fucilata alla schiena mentre cercava disperatamente di darsi alla fuga.
    Sul rapporto dei carabinieri che hanno compiuto l’operazione, si può leggere:
    <Passavamo verso l’ora suddetta [le nove di sera n.d.a.] presso la casa del Casucci, allorché fiutammo odore di carne fritta, per cui l’appuntato Mongatti lasciati fuori appiattati gli altri due militari, entrò nella casa la cui porta era socchiusa, e vide il vecchio Casucci che cucinava una padella di fegato, cibo veramente troppo di lusso per i mezzi suoi ed anche eccedente ai bisogni della famiglia. Scambiate poche inutili parole il Mongatti salutò il Casucci fingendo di partirsene per la sua stazione, ma invece andò ad appiattarsi in una attigua stalla. Subito dopo il vecchio tentò di uscire dalla casa, ma egli glielo impedì facendolo rientrare.
    Pochi minuti dopo sovvennero la moglie del Casucci e la figlia Palmira, le quali appena entrate in casa tentarono di nuovo di uscirne; ma esse furono fatte rientrare. La moglie del Casucci disse allora che voleva solo andare dietro il pagliaio per un suo bisogno e dopo sarebbe andata tosto a letto. Ad arte però tossì due o tre volte come volesse dare un segno di convenzione e fu allora che il Mongatti insospettitosi di più, tanto più se si considera che essa, venuta dal di fuori minuti prima non poteva aver bisogno di andare dietro al pagliajo per cose naturali, e perciò le intimò tosto di rientrare colla figlia in casa.
    Dopo un dieci minuti circa comparve d’improvviso il noto malandrino Bobini armato di tutto punto; cioè carabina a retrocarica a due canne e revolver a sei colpi. Vederlo ed avventarglisi fu per il Mongatti un atto solo afferrandolo al petto. Pronti lo strinsero pure gli altri due suoi colleghi e lo gettarono a terra e dopo accanita lotta riuscirono ad ammanettarlo. Nella lotta il Mongatti per morsicatura dell’assassino ebbe tronca la prima falange del dito indice della mano sinistra e gli altri due riportarono alcune sgraffiature e morsicature alle mani di poca entità.
    Fattolo rialzare ed avviatosi verso la caserma di Badia al Pino, egli giunto a mezza strada, ad un tratto spiccò un salto oltre la siepe laterale al fosso e velocissimo si diede alla fuga. Inseguitolo il Mongatti gli sparò un colpo di carabina, ma non colpì, più fortuna di lui il carabiniere aggiunto Dilaghi dopo esplosa la carabina gli assestò tre colpi di revolver cogliendolo alle reni in modo da farlo cadere esanime al suolo. Trasportato nella caserma di Badia al Pino, egli prima di giungervi, spirò. Perquisitolo, oltre le armi già dette, gli sequestrarono nelle tasche un portafogli contenente 160 lire, uno specchietto, un fischietto ed una chiave per scaricare la carabina.>

    Il nostro "poeta contadino" e cantastorie tra i più richiesti del tempo, Giovanni Fantoni da Ponte Buriano, ci descrive la morte di Gnicche a soli 26 anni, in maniera tanto romanzesca quanto ingenua e commossa nella sua ariostesca ballata in ottava rima, scritta immediatamente dopo la sua morte nello stesso anno 1871. La sciagurata vita di Federigo Bobini era finita, ma Gnicche entrò subito nella leggenda.
    I cantastorie ne cantarono le avventure nei giorni di mercato ed alle fiere paesane fino a qualche decennio fa e i vecchi contadini raccontavano la sua storia nelle feste e nelle veglie, ai figli e ai nipoti.
    Nella memoria del popolo Gnicche ebbe buon gioco a divenire subito un personaggio mitico e favoloso. Nella sua storia ci sono tutti gli ingredienti per colpire la fantasia della gente, a quei tempi per la maggior parte povera e ignorante, ingenua e bistrattata: ci sono l'amore e la morte, il tradimento e l'amicizia, la vendetta e il coraggio, la sfida e le beffe.
    Gnicche impersonificò colui che non subiva, che si era ribellato alla sua misera condizione sociale, che aveva vissuto un giorno da leone. Diventò il vendicatore dei torti subiti, l'eroe sprezzante del pericolo che sfidava tutto beffardamente, l'inafferrabile Robin Hood che si muoveva tra i boschi e la campagna toscana libero come un uccello.
    Del mito di banditi dello stesso calibro ed a lui contemporanei si impadronirono in altre realtà come l'America, i mass media che tanto hanno raccontato delle gesta dei vari Jesse James o Billy the Kid. Ma in America tutto è proporzionato alle sue grandi dimensioni. A casa nostra, dopo che le campagne si sono spopolate per l'ineluttabile sviluppo dell'industrializzazione e tutta una cultura contadina è scomparsa e con essa il cantastorie, vecchie storie di personaggi locali vengono dimenticate.
    In una nuova realtà caratterizzata da ritmi di una vita infinitamente più veloce e dal bombardamento continuo di notizie e informazioni di ogni genere propinateci dalla TV ed altri mass media, immersi nel panorama di avvenimenti mondiali, abbiamo poco tempo e disponibilità per rispolverare piccoli scorci del nostro passato e una vecchia storia dal nostalgico sapore di romanzo d'appendice, la storia del brigante Gnicche, rischia di cadere nell'oblìo anche se ancora oggi il ricordo delle gesta di Federigo Bobini detto "Gnicche" vive nella memoria collettiva del capoluogo aretino attraverso la presenza di un ristorante chiamato “La torre di Gnicche” situato nella centrale piazza Grande, simbolo del capoluogo provinciale, ed anche grazie alla presenza di una vecchia torre diroccata che domina il panorama alla periferia nord della città, detta appunto “torre di Gnicche”, che fu a lungo un rifugio del Bobini secondo la voce popolare.
    Queste pagine sono perché ciò non avvenga, è un desiderio di riappropriarci della nostra identità locale, per un tuffo in una dimensione scomparsa, uno "spizzico d'Arezzo".

  4. #4
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    camerata Gnicche presente!
    nel tuo nome la nostra lotta!

  5. #5
    squadrista nel fantabosco
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    Citazione Originariamente Scritto da lupo1982
    canzone dei NOI NATI MALE, eletta Inno Ufficiale dell'Associazione Culturale LA TORRE DI GNICCHE.

    NOI NATI MALE....zigggail!!!!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Rio81
    NOI NATI MALE....zigggail!!!!

  7. #7
    Nimmo
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    Grande!

  8. #8
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  9. #9
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    nessun commento alle gesta del camerata gnicche?

  10. #10
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