I principi ispiratori
della politica estera americana
di Leonardo Tirabassi
Ragionpolitica
30 maggio 2006
In un articolo interessante e documentato di Lucio Caracciolo su Limes a proposito della Cina («In Africa il nuovo colonialismo ha gli occhi a mandorla - La Cina prende risorse in cambio di soldi e protezione politica - L'America non sa cosa fare») riportato dal Foglio di lunedì 16 maggio, si nota appunto come davanti all'iniziativa cinese di penetrazione in quel continente, gli Stati Uniti siano senza iniziative precise. In una parola, manchino di una politica estera unitaria e coerente. Davanti al Celeste Impero che sa che cosa vuole, innanzitutto materie prime e petrolio di cui ha una sete senza fine, che ha appeal in quel continente in nome di una comune appartenenza al club dei paesi in via di sviluppo (!), che non pone nessuna attenzione allo stato dei diritti umani, vi è un'America in stallo. Anzi che reagisce all'invasione cinese «in ordine rigorosamente sparso» e, anzi, «con le mani legate dai suoi stessi principi» codificati dalla dottrina Bush dell'espansione della libertà.
Quello che qui ci interessa non è però affrontare il tema dell'espansionismo cinese, bensì il modo di agire in politica estera degli Stati Uniti. Caracciolo solleva tre osservazioni: l'azione americana è confusa, in ritardo e ispirata da motivi ideali che ne limitano la forza e la spregiudicatezza. Non sono accuse di poco conto, anche perché riguardano le relazioni tra tre soggetti fondamentali: un continente, il Paese più popolato del mondo e l'unica super potenza mondiale. E la conclusione che emerge, anche se accennata in modo implicito, è chiara: gli Stati Uniti dovrebbero essere più disinvolti, meno moralisti, più realisti. Partiamo da quest'ultima osservazione. Sembra la più forte: davanti ad un avversario spregiudicato che gioca a tutto campo e con tutti gli strumenti, bisogna essere altrettanto spregiudicati, altrimenti i contendenti giocano nello stesso campo a due giochi diversi con regole diverse: rugby contro calcetto a cinque. Ecco, credo che questa obiezione sia assolutamente insulsa e dimostri un tipico modo di ragionare italiano. Essa cioè è caratteristica e rappresenta una sorta di trappola del «doppio legame», come avrebbe detto Paul Watzlawick citando, a mo' di esempio, una storiella, mi sembra, yiddish. Una mamma regala al figlio due camice scozzesi, una rossa e una blu, il ragazzo ne indossa una, quella rossa. E la madre allora in lacrime, «perché non hai messo quella blu, forse non ti piaceva, ho sbagliato a comprarla?». Cioè, se sono cinico e realista, sbaglio perché sono immorale; se al contrario le mie azioni si ispirano a saldi valori, allora risulto inefficiente e manco di sano realismo machiavellico. Non c'è scampo al mio destino di soccombente! E questo tipo di ragionamento è un leit motiv degli intellettuali di sinistra post comunisti: «se Berlusconi fosse realmente liberista lo voterei, ma, essendolo poco, allora voto Unione, cioè chi sicuramente è statalista! Ma se in Italia ci fosse davvero Margaret Thatcher, scapperei». E così verso gli Stati Uniti: una volta accusati di essere dei bonaccioni moralisti e un po' sempliciotti e quindi disposti a sparare troppo in fretta in nome dei principi; un'altra di essere dei loschi figuri che tramano con tutte le dittature.
E' circa cento anni che la loro politica si muove sul sentiero sottile tra realismo-idealismo, veri principi ispiratori di ogni loro agire; è chiaro, non sempre bilanciandoli bene, ogni tanto o per lunghi anni squilibrando l'azione verso l'uno o l'altro termine - si veda durante la guerra fredda l'appoggio a dittature di destra impresentabili in nome dell'anticomunismo, per non parlare del sostegno a regimi non solo disgustosi ma anche senza nessun sostegno popolare, si veda il Vietnam del Sud. Ma non si può notare come, nel corso degli anni, questo «errore» di realismo sia stato corretto. Fu l'«attore» Reagan a raddrizzare la barra, sostenendo nel Terzo Mondo, negli anni Ottanta, partiti e personaggi democratici contro gli avversari filo sovietici, dal Nicaragua alle Filippine.
Oggi, con la formula dell'«idealismo realista», sembra che l'elaborazione della politica estera Usa sia giunta, per lo meno sul piano dei principi, a maturità. Diverso, come sempre, è il discorso dell'applicazione concreta. Per tornare alle accuse di Caracciolo, vediamo adesso il primo punto di debolezza, a cui accennavamo in precedenza, relativo alla «confusione» nella politica estera statunitense dovuta a linee di comando in contraddizione tra loro. Davanti a questa obiezione, c'è poco da controbattere. E' sempre stato così. Questo perché gli Usa sono un Paese complesso e democratico e molteplici gli attori che si muovono autonomamente sull'arena internazionale, perché molteplici sono i centri di potere. Mass media, opinione pubblica, gruppi di pressione, lobby economiche, attori semi istituzionali, dalle Camere di Commercio ai sindacati, alle ONG, think thank, chiese di vario tipo e così via. Questi gruppi formano una rete che guida l'establishment e il processo formale di decisione politica, che a sua volta non risulta certamente lineare. A partire dal ruolo del Presidente che, in modo speciale dopo il Vietnam, vede i propri poteri estremamente limitati dal Congresso e dalle sue commissioni, che in caso di maggioranze diverse da quella che ha eletto il Presidente fanno una loro propria politica estera anche in contraddizione con quella portata avanti dal responsabile istituzionale. La massima carica dello Stato deve, difatti, coordinare i suoni del Segretario di Stato, di quello alla Difesa, del direttore della Cia, del Capo di Stato maggiore, del portavoce del National Security Council (che riunisce tutti i personaggi di cui sopra, compreso il vice presidente) e, infine, dello staff della Casa Bianca.
Il processo decisionale che produce la politica è perciò fluido, dinamico, non sistematico e non razionale. Tutti fattori che creano difficoltà alla concentrazione necessaria del potere per reggere e governare sfide diverse dagli interessi nazionali consolidati nel tempo o quelle impellenti che minacciano la sicurezza immediata della Nazione, come l'Urss ai tempi della Guerra Fredda o il terrorismo dopo l'11 settembre. Non stupisce quindi, e arriviamo al punto di partenza del ragionamento di Caracciolo, che gli Stati Uniti abbiano tempi di reazione lenti, che appunto reagiscano a fatti esterni ex post, che in una qualche modo siano passivi, che intervengano nell'arena internazionale superando una sorta di forza d'inerzia isolazionista che, al pari della vocazione «missionaria», viene da lontano. Ecco allora l'intervento nella Prima guerra mondiale in seguito all'affondamento del Lusitania, quello nella Seconda guerra mondiale dopo l'attacco a Pearl Harbor, lo sviluppo di una politica contro il terrorismo islamico dopo l'11 settembre. Se a questi tre punti si aggiunge che gli Stati Uniti sono l'unico attore su cui ruota l'intero sistema internazionale, cioè l'unica potenza che abbia interessi in tutto il mondo, diventa per noi osservatori lontani più semplice capire e apprezzare, garanzia della nostra libertà, la presunta lentezza e confusione d'azione dell'America.