Maurizio Blondet
24/05/2006
Poiché a decretare il successo del film «Il Codice Da Vinci» paiono essere folle di quattordicenni, occorre assolutamente parlarne: per segnalare i pericoli che fa correre all'anima.
In questo senso, trovo illuminante una nota che Vincent Aubin, «agregè» di filosofia francese, pubblica su Le Monde: nel film, dice, «tutto si gioca sull'orrore che deve ispirare il monaco [Silas] che si flagella fino a sanguinare, contro l'estaticità della scena finale dove il professore americano, emblema del progresso, cade in ginocchio perché riconosce nella piramide di vetrodel Louvre il simbolo della Grande Dea». (1)
Il messaggio è chiaro: «no alla religione del maschio (che fa male), sì al culto femminile (che fa bene)».
Quante profonde pulsioni della post-modernità non soddisfa questo messaggio?
Infinite.
E quella centrale salta agli occhi: ciò che «fa bene» in una religione della «donna», in una chiesa futura che dichiarerà sua pontefice la Maddalena e detronizzerà Pietro come impostore maschilista e repressivo, è ovviamente la promessa del sesso felice.
Anzi spirituale.
Lo dice il professore del film, ad un certo punto, di un coito rituale: «questo non è sesso, è spiritualità».
Un cristianesimo non solo senza Chiesa, ma senza peccato originale e quindi senza divieti, risponde sicuramente ad un'ampia «domanda del mercato» attuale.
Una pubblicità recente proclama: «odio le rinunce».
Aubin individua le radici di Dan Brown in un certo ciarpame esoterico tardo ottocentesco.
Lo storico Michelet rivalutò la strega come «sacerdotessa della natura», perseguitata in quanto donna; sorprendentemente, anch'egli sostenne che nella Chiesa vera e originaria vigeva «il pontificato della femmina».
Autori minori seguirono la sciaGèrard de Nerval scrisse odi ad Iside, la dea che si feconda da sè sedendo sul cadavere
itifallico (in erezione cadaverica) del figlio-fratello Osiride.
Ma questo già dice che quella che qui riemerge nella mediocrità post-moderna di Brownè una corrente più antica, insidiosamente incistata nel cristianesimo stesso: la posterità spiritualedi Giacchino da Fiore.
Per questa corrente pseudo-teologica, quella portata da Cristo è solo la penultima rivelazione, imperfetta.
La storia attende ancora il suo definitivo Salvatore: come la religione del Padre, l'AnticoTestamento, è stata sostituita dalla religione del Figlio, così si deve attendere l'avvento dello «spirito», del «liberatore».
Lèon Bloy non esitò a identificare il liberatore supremo in Lucifero (2).
Quando si manifesterà, disse, la Chiesa (di Cristo e di Pietro) gli «prodigherà ciò che è al di là dell'odio»: come gli ebrei non riconobbero Cristo, la Chiesa non riconoscerà il Paracleto.
Da cosa ci deve liberare il Paracleto-Lucifero?
Dalla servitù della legge morale, dall'obbligo di obbedire ai comandamenti.
Perché i figli spirituali di Gioachino sentono come «imperfetta» la salvezza che Cristo ha portato?
Perché anche dopo Cristo, noi siamo ancora soggetti alla legge.
Ora, chi è soggetto a legge è ancora un servo, non un «figlio di Dio».
Gesù ci ha dunque fatto una promessa («non vi chiamo più servi, ma figli») che non si è ancora attuata.
Dio infatti non ha una legge sopra di sé, non obbedisce a nulla di dato.
Egli è e fa la sua legge.
Per questo gli ebrei, dal loro Messia, si aspettavano la «liberazione»: politica, da Roma e dal diritto, ma soprattutto dalla «catena della Legge».
E concepivano la liberazione essenzialmente come l'abolizione dei comandamenti, e soprattutto di uno: il sesto.
Coerentemente, i seguaci dei falsi messia, da Sabbatai Zevi a Jacob Frank, non esitarono a praticare l'orgia, lo scambio delle mogli («spegnimento delle luci») e l'incesto con le figlie e le sorelle.
Perché se è venuto il Messia, non c'è più divieto d'incesto.
E non a caso Gesù - che conosceva i suoi polli giudaici - ammonisce: «non crediate che sia venuto ad abolire la legge. Nemmeno uno iota cadrà».
Questo è, propriamente, lo «scandalo della croce»: che Gesù, dichiaratosi figlio di Dio, anziché comandare, si fa servo.
E servo fino alla morte.
Non c'è dubbio: Lui è il prototipo di Silas, ripugnante perché porta il cilicio fino al sangue, perché mortifica la carne.
Ed è infatti molto strano, Gesù.
Non solo dice di essere il Messia (l'unto, ossia il re), ma addirittura la seconda persona della Trinità, unico Dio, distinta ma uguale al Padre.
Eppure, da pari qual è, continua a comportarsi da «soggetto» al Padre.
Dichiara un rispetto che pare fuori luogo, in Dio.
Addirittura, prega.
Abbiamo lo spettacolo scandaloso di Dio che prega.
Dio che non ha nessuno sopra di sé, compie atti continui di sottomissione e di supplica.
Mistero.
È infatti il mistero della Trinità, della vera essenza di Dio, che è l'amore.
Un pari che si sottomette spontaneamente a un suo pari, che chiede al Padre ciò che può prendersi da sé (e nell'orto, nella notte terribile del sudore di sangue, non viene nemmeno esaudito), è mosso da amore, è fatto di amore.
Nella perfetta uguaglianza della Trinità, Dio non è «anomico», ossia senza legge.
Se ne dà una, ed è l'amore.
Cristo resta infinitamente Figlio, anche ora che «siede alla destra del Padre», anche ora che il Padre gli ha ceduto, per così dire, il suo posto.
La Trinità non è che questa eterna preghiera reciproca, «sia fatta la Tua volontà, non la Mia».
Ma naturalmente, non è questa la religione preferita da Lucifero.
L'idea «giusta» di religione è quella di un Dio-padrone, che non serve, che gode della sua pienezza, insomma del suo «potere», senza alcun limite.
Il motto di Lucifero è, come sappiamo, «non serviam», non voglio servire.
Voglio essere libero, dio e padrone di me stesso.
Lucifero ci ha insegnato.
Nell'Eden, l'antico serpente insinua la sua teologia e la sua pedagogia: trasgredite, e «sarete come dei».
Perché è la violazione della legge che distingue il servo dal padrone; essere dio è, radicalmente, non conoscere alcun potere sopra di sé.
Potete restare mortali, deboli, malati; ma basta che andiate a letto con vostra figlia, e già siete un pochino Dio.
Perché Dio può farlo.
Già siete liberati.
E' questo che predica Dan Brown ai quattordicenni, già guastati quanto basta da Harry Potter, altro best-seller che alimenta la fantasia di un «potere» magico senza limiti.
La sostituzione di Pietro con la «donna» ha questo senso.
Per vedere il pericolo che ciò rappresenta per l'anima, bisogna capire cosa implica la femminilizzazione del divino.
Maschio e femmina sono polarità radicali, sono archetipi.
Ogni cosa manifestata ha un lato virile ed uno femmineo.
Come ogni simbolo, anche questo è infinitamente pregnante.
Per ogni tradizione, «virile» richiama il lato intelleggibile della manifestazione, «femminile» il lato sub-razionale.
Ogni oggetto ha un nome, «nama», e una forma, «rupa», dicono gli indù, ogni cosa è «namarupa».
Esiste la stessa distinzione nella scolastica cattolica: la distizione tra «sostanza» ed «essenza», tra «materia» e «forma», tra «potenza» ed «atto».
Per esempio, un coltello può essere fatto delle più varie «materie», acciaio, bronzo, ossidiana (e plastica); ma ciò che lo rende coltello, la sua «forma intelleggibile», è l'intenzione dell'artigiano, che si è imposta alla materia bruta.
È la volontà efficace dell'artista che dà alla materia ciò di cui essa è solo potenzialmente capace (per questo la si chiama «potenza», un potere indifferenziato).
Questa volontà efficace è, per tradizione e simbolo, la virilità.
Per questo Cristo non fece donne sacerdotesse, per questo il primato di Pietro, il più umile degli uomini.
Perché è dell'uomo dare alla «potenza» il suo «atto», è attività virile rendere la «materia» intelleggibile, imprimere alla «sostanza» la sua «essenza».
Ciò non significa alcuna superiorità di questo o quello specifico uomo sulla donna (ogni uomo è donna di fronte al divino, materia che attende di essere formata); ed è - detto tra parentesi - la sola giustificazione del «comando».
Il comando legittimo spetta solo a chi sa incardinare gli altri uomini nel loro autentico destino, nel più esigente.
Lasciati a sé, senza chi li comandi, gli uomini come le donne tendono infatti ad accomodarsi, ad abbassarsi secondo la loro «materia», a scendere di livello rispetto alla loro proprie possibilità.
E' questo che annuncia una chiesa femminile, dove è Maddalena a comandare.
Significa la scelta deliberata della discesa verso il non-formato, il sub-razionale, l'inconscio.
La «liberazione» a cui l'uso senza limiti del sesso porta, è una inaudita schiavitù.
La schiavitù a Kali, la dea nera.
La dea che danza sul campo dei cadaveri nuda.
Guardatela bene: la collana che si agita sopra i suoi seni mentre danza, è fatta di teschi umani.
La sua gonnellina oscena, è fatta di mani troncate.
Essa è la «materia» senza «forma», la «libido universalis» che non conosce un padrone che la incardini nel suo destino superiore, che la renda trasparente all'intelligenza.
E' la corrente delle pulsioni primarie che domina gli uomini, che ne fa bestie.
Per questo Kali, come le antiche dee cretesi, è chiamata «signora degli animali», «potnia theròn».
Ed anche «signora degli esseri legati», legati ai ceppi delle loro passioni e perciò condannati alla morte biologica, senza riscatto.
Il contrario esatto della liberazione spirituale.
Il culto della dea femmina è la più pesante catena, quella stessa che lega gli esseri zoologici nel desiderio, nella brama, nella sete
che mai si spegne di godimento e passione (come ben sapeva Buddha).
Passione, si intende, deriva da «patire».
Naturalmente, noi conosciamo un'altra Donna.
Ci è stata data sotto la croce: «Madre, ecco tuo figlio».
E' il contrario di Kalì, pur venendo dalla stessa radice.
La grande prostituta e l'altra, la vergine consacrata, sono entrambe possibilità del «femminile».
E' superiore a Pietro, proprio perchè materia-mater infinitamente docile alla volontà superiore, colei che intercede, che invoca la misericordia.
La nostra vera liberatrice.
Ma tutto questo, si capisce, non risponde alla domanda del «mercato».
L'uomo post-moderno ammaestrato ad «odiare le rinunce» non pretende altro che una religione che lo lasci essere quello che già è,
e lo benedica pure, gli dia il permesso di trasgredire.
L'uomo d'oggi infatti non ha nemmeno il truce coraggio della trasgressione, vuole i PACS, vuole che l'anormalità sia dichiarata normale dalle leggi vigenti.
Altrimenti non si sente tranquillo.
Ma il peggio, è che questo fermento verso il sub-formale e il sub-umano cova negli stessi ambienti cattolici.
Un lettore ci segnala una frase pubblicata su L'Espresso da Ignazio Marino.
E' quel «medico cattolico», militante DS, che su L'Espresso ha così piacevolmente conversato con il cardinal Martini.
Ecco cosa scrive il «cattolico» Marino: «le modalità della riproduzione umana sono già cambiate, sarebbe ingenuo negarlo e non tenerne conto. Ma quali sono i confini dell'eugenetica accettabile e di quella non accettabile? Pensiamo per esempio al divieto di incesto, un'antica pratica
di eugenetica oggi accettata in tutto il mondo, che probabilmente nasce proprio dalla necessità di prevenire malformazioni.
Forse tra due o 300 anni sarà possibile impiantare nell'utero delle donne embrioni con un DNA privo di malattie e può darsi che questo sarà accettato come un fatto del tutto normale, come parte dell'evoluzione della specie umana, o per lo meno delle popolazioni più ricche».
Non è già il «credo» della chiesa futura?
Tutti gli atti della nuova fede vi sono dichiarati.
L'incesto è vietato solo per motivi tecnici, per «prevenire malformazioni», e non già per lo spirituale motivo che un sacro interdetto vi pesa, come non degno dell'uomo.
Ma il divieto sarà superato dalla tecnica - ossia dal potere - fra qualche anno, quando si potranno impiantare nell'utero della donna embrioni con DNA perfetto.
Allora, l'incesto sarà accettato come «fatto del tutto normale».
La sessualità sarà definitivamente separata da ogni suo effetto collaterale sgradito, la generazione, nonchè le malformazioni che sogliono seguire ai rapporti carnali tra fratelli e con i figli; potrà dunque espandersi liberamente, nel godimento di tutto ciò che oggi è vietato.
Questo è il progresso, anzi «parte dell'evoluzione della specie umana».
Sarete come dei, gaudenti nella trasgressione felice e senza conseguenze.
E' il ritorno all'Eden.
E' un Eden migliorato, dove non c'è un dio che vieta alcunchè, nessun frutto che non si debba gustare.
Un momento: non tutti sarete come dei.
Solo «le popolazioni più ricche» potranno trasgredire con DNA impiantato, solo coloro che hanno «potere».
Questo Eden futuro ha dunque qualche somiglianza di troppo con l'aldiquà.
Anche allora solo i ricchi potranno permettersi tutto.
Ma che fare?
A dirlo è un militante DS, un progressista: il progresso umano va in questa direzione, già Marx aveva insegnato che è inutile opporsi alle «forze storiche ineluttabili».
E' la sola cosa di Marx che resta alla sinistra, nonostante che a proposito della «direzione della storia», Marx abbia commesso un piccolo errore.
La storia andava da un'altra parte.
Questo «cattolico» mi pare, ad occhio e croce, più pericoloso di Dan Brown e di Harry Potter. Piacerebbe sapere se echeggia idee del cardinal Martini.
Maurizio Blondet
--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) Vincent Aubin, «Sources inattendues du Da Vinci Code», LeMonde, 23 maggio 2006.
2) Ne ho parlato abbondantemente nel mio «Gli Adelphi della dissoluzione», Ares.
Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.




Rispondi Citando