La scacchiera è pronta i giocatori cominciano a fare le prime mosse.
La settimana scorsa Bush incontra il padrone, Olmert, ieri incontra il primo dei servitori, Blair. A breve, i servi dei servi, i governanti italiani, incontreranno i loro superiori per ricevere ordini. Vedremo... Qualcuno direbbe "piove".
WASHINGTON - Schivano, l'una dopo l'altra, tutte le domande sulla riduzione delle truppe in Iraq, rimandando il discorso al momento indeterminato in cui gli iracheni saranno capaci di garantire da soli la sicurezza del loro Paese.
E avvertono che ci saranno da affrontare altri sacrifici e che insorti e terroristi, nei prossimi mesi, metteranno a dura prova il governo iracheno d'unità nazionale e i contingenti militari alleati.
Il presidente Usa George W. Bush e il premier britannico Tony Blair sono stati protagonisti, in serata a Washington, di una conferenza stampa durata quasi un'ora, al termine di un'ora e mezzo scarsa di colloquio, in quella che, come un giornalista britannico ha ricordato a Blair, potrebbe essere una delle sue ultime visite a Washington da premier in esercizio (era l'ottava da quando Bush è presidente).
I due leader hanno insistito sui progressi fatti in Iraq e sull'ottimismo giustificato dall'insediamento, una settimana fa, del governo del nuovo premier Nuri al-Maliki, che ha - parola di Bush - "un'agenda aggressiva" per conseguire la riconciliazione nazionale: la formazione dell'esecutivo d'unità rappresenta "un nuovo inizio per l'Iraq e per le relazioni tra l'Iraq e i nostri Paesi".
Ma, per il momento, gli Stati Uniti e i loro alleati devono continuare a fornire al popolo iracheno "pieno appoggio" e impegnarsi "a sconfiggere i nemici", perché un insuccesso renderebbe "il mondo un posto estremamente pericoloso".
Blair, reduce da una missione a Baghdad lunedì scorso, avverte che il compito che attende il governo di Al Maliki e la coalizione internazionale "é ancora immenso", pur manifestando ottimismo sulla democratizzazione dell'Iraq: "Saremo fermamente accanto agli iracheni per sconfiggere le forze della reazione".
Il presidente e il premier hanno riconosciuto "errori e passi falsi" nella campagna irachena e hanno anche ammesso divisioni e contrasti suscitati dall'invasione del Paese, sottolineando, però, che ora non c'é alternativa al continuare ad aiutare gli iracheni.
A chi gli chiedeva quali fossero gli errori di cui più si pente, Bush ha prima risposto "di avere pronunciato frasi come 'fatevi sotto' o 'vivo o morto', che sono solo servite ad eccitare gli uomini"; poi, ha ricordato gli orrori e gli abusi commessi nel carcere di Abu Ghraib, che - ha detto - "pagheremo molto a lungo".
Nelle loro domande, i giornalisti sono tornati più volte sulla questione del ritiro dall'Iraq, dei tempi e dei modi di una 'exit strategy', senza ottenere soddisfazione. A chi gli chiedeva se si può pensare che a fine anno vi siano 100 mila militari americani in Iraq contro gli attuali 132mila, Bush ha risposto: "Sono voci che leggo sui giornali. Ma il Pentagono non me ne ha parlato". E lui deve ancora consultare il comandante del contingente in Iraq, il generale George Casey, cui spetta fare le proposte di riduzione delle forze: "Casey - ha osservato il presidente - non ha ancora un interlocutore iracheno, perché manca il ministro della difesa".
Sia Bush che Blair hanno ripetuto più volte che il ritiro delle forze sarà funzione dell'andamento della situazione sul terreno e del livello di addestramento e d'efficacia delle forze di sicurezza irachene.
La conferenza stampa - dopo la quale i due leader hanno avuto una cena di lavoro, proseguendo le consultazioni - è stata quasi interamente dedicata all'Iraq. Ma Bush e Blair hanno pure discusso a lungo del contenzioso nucleare iraniano e di come fare in modo che Teheran rinunci ai suoi programmi militari e non acquisisca la capacità di produrre la bomba atomica.
Un giornalista ha chiesto a Bush perché non abbia risposto alla lettera inviatagli, all'inizio del mese, dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad: "Non affrontava il problema" dei programmi nucleari militari e dell'arricchimento dell'uranio, è stata la risposta.




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