L’elezione di Bertinotti a presidente della Camera è stata giudicata dal PRC come l’approdo di un lungo percorso per affermare la sua “pari dignità” nel candidarsi a gestire l’Italia e per il successo dei progetti di coloro che si battono per la trasformazione dell’esistente.
Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, tra i primi atti della neo-presidenza tre ci paiono allarmanti. Il primo è legato alla vignetta di Apicella su Liberazione e soprattutto alle sofferenze del popolo palestinese. Sotto i colpi sempre più aggressivi della trasversale lobby israeliana in Italia, la cui arroganza e forza cresce di giorno in giorno, anche Bertinotti ha “tirato le orecchie” a Liberazione. La vignetta di Apicella era drammatica, come merita l’attuale situazione in Palestina, e il richiamo al massimo sterminio dell’epoca moderna evidenziava la terrificante situazione di un popolo martoriato, non certo minimizzava l’Olocausto. Non spettava a Bertinotti, piuttosto che unirsi al coro di riprovazioni, lanciare un forte monito al governo italiano e all’Unione europea perché cancellino subito il blocco del sostegno economico alle legittime Autorità palestinesi, e magari, data l’opera sistematica di distruzione di ogni struttura economica palestinese da parte del governo israeliano, incrementino i finanziamenti?
Subito dopo, è arrivata la decisione del neo-presidente di essere presente alla parata militare del 2 giugno. Fino all’anno scorso Bertinotti e tutti i partiti che si dichiaravano “no-war” consideravano, come noi, la parata militare qualcosa di osceno da abolire. Perché la festa della Repubblica deve essere celebrata esibendo truppe di guerra? Non era stata eliminata proprio per tale incongruenza? E non è stata disgraziatamente reintrodotta da Ciampi per legittimare il primo ingresso in un conflitto bellico della nostra storia post-’45, la “guerra umanitaria” di D'Alema che, aggredendo la Jugoslavia, si è fatto beffe della Costituzione italiana? Dunque, perché non trasformarla in una festa di tutti/e, eliminando la presenza militare? Non avete la forza di farlo? Ma allora almeno il presidente della Camera, i parlamentari PRC, PdCI, Verdi e gli altri/e che in questi anni sono stati nelle manifestazioni anti-guerra, se ne tengano lontani. Non c’è alcun obbligo istituzionale che li impegni ad applaudire militari che sono truppe di occupazione in Iraq, Afghanistan, Somalia, Balcani. Perché dovrebbero stare sul palco di una parata che tutto il movimento no-war rifiuta e contesterà?
Infine, ma non in ordine di importanza: il voto sulle missioni militari. I senatori del PRC hanno chiesto di farla finita sia con le truppe in Iraq sia con quelle in Afghanistan. Però Bertinotti ha detto: “non possiamo fare cadere il governo per l’Afghanistan”, aggiungendo che “non è come in Iraq”. Voleva forse sostenere che le truppe italiche sarebbero lì in missione di pace? Ma in Afghanistan la guerra non è meno virulenta che in Iraq (anche là oramai si ha una media di decine di morti al giorno) e per giunta gli italiani dirigono l’occupazione militare, coinvolti più che nella palude irachena. Dunque come può il neo-presidente, i parlamentari PRC ma anche quelli del PdCI, dei Verdi e gli altri/e che hanno partecipato al movimento antiguerra, votare il rinnovo dei finanziamenti a tale missione?
Aspettiamo risposte convincenti, magari una dichiarazione di Bertinotti che chieda al governo di alleviare subito le sofferenze del popolo palestinese, e un impegno solenne dei parlamentari che si dicono contro la guerra a non partecipare comunque alla parata bellica e al rifinanziamento della missione in Afghanistan, oltre che a garantire il ritiro totale e immediato delle truppe dall’Iraq. In ogni caso, la risposta non può essere “non possiamo far cadere il governo”. Perché lo stesso si potrebbe poi dire sulla legge 30, sulla Bossi-Fini, sulle leggi Moratti: lasciamo le cose come stanno perché altrimenti cade il governo. Ma, se per cambiare qualsiasi cosa che conta, “si rischia di far cadere il governo”, i movimenti antiliberisti e antiguerra, che già non considerano “amico” il governo Prodi, arriveranno subito alla conclusione che esso sia piuttosto un avversario, seppur più “presentabile” del precedente.

Piero Bernocchi
Confederazione COBAS