29/05/1985 Juve-Liverpool
Stadio "Heysel" Bruxelles - Articoli
L’Heysel e la coppa maledetta - “Ma quella sera si doveva giocare”
di Maurizio Crosetti (“La Repubblica” 22 Maggio 2003)
La Juventus si avvicinò alla finale di Bruxelles ovattata in un’atmosfera svizzera. Sette giorni di ritiro a Ginevra, gli allenamenti su un prato che sembrava dipinto col pennarello tanto il verde era netto e nitido, e ogni filo d’erba sembrava fatto a mano. Un mattino arrivò una comunicazione : il principe Emanuele Filiberto avrebbe tanto voluto salutare i giocatori.
Il principe era un bambino biondo, rispetto a oggi non viaggiava, non parlava, non guidava moto d’acqua, non pubblicizzava cetrioli e nessun comico lo imitava.
Ma il contesto parve ugualmente buffo. Calciatori, dirigenti e giornalisti vennero caricati sui torpedoni e condotti alla residenza dei Savoia, dove li attendeva un bambino con zazzera pettinata da un lato e la giacca blu abbottonata fino al colletto alla coreana. Tutti gli strinsero la mano, in fila, una manina bianca e fredda. Alla fine, un funzionario della Real Casa consegnò a tutti i presenti un dono prezioso: la fotografia autografa del bambinello.
L’aria era fresca e dolce. Attorno al lago di Ginevra piroettavano le papere, e quello era più o meno il clima mentale della Juventus : gioiosa, consapevole, rasserenata, niente a che vedere con le due lunghissime vigilie che precedettero le sconfitte di Belgrado ed Atene.
“Il Liverpool era forte, ma noi sapevamo di poterlo battere”, ricorda Platini. “Ci eravamo già riusciti a Gennaio, al Comunale di Torino, quando si giocò col pallone rosso dopo un’incredibile nevicata. Boniek fu magnifico, quella sera. Due a zero per noi e doppietta di Zibì, così vincemmo la Supercoppa. Alle dieci di mattina del 29 maggio 1985, la Grande Place di Bruxelles era già una moquette di vetri spezzati.
Gli inglesi bivaccavano, molti dormivano usando come cuscini i cartoni di birra, scatoloni ormai mezzi vuoti dopo una lunga notte di bevute e pisciate, e le bottiglie scolate venivano lanciate in terra come bombe a mano, oppure in aria, per gioco.
“Prima di mezzogiorno facemmo il sopralluogo allo stadio e ci mettemmo le mani nei capelli: era vecchio, decrepito, e pareva un cantiere. C’erano legni dappertutto, sembravano clave”, ricorda Giampiero Boniperti.
Non è vero che lui abbia pensato solo alla coppa, alla vittoria, alla bacheca. “Io li ho visti i morti, tutti in fila all’obitorio come in guerra. Me li ricordo i Casula, papà e figlio, uno vicino all’altro. Me li ricordo tutti. E non volevo giocare: mi dissero che non si poteva, che altrimenti sarebbe stato un disastro anche peggiore”.
Il cielo dietro il settore Z era color aranciata, e pareva il riverbero del rosso delle bandiere inglesi, delle maglie, delle canotte, delle pitture sui volti stralunati.
Alle 7 di sera si stava benissimo, c’era un fresco primaverile.
La prima onda sembrò quasi un’illusione ottica, come se L’Heysel fosse un setaccio e qualcuno lo stesse agitando. I rossi si spostavano verso i bianconeri, ritmicamente, a orda, dal punto più lontano a quello più vicino alla tribuna centrale. E nell’aria volavano clave, aste e persino qualche mattone che la polizia belga non aveva pensato di rimuovere.
“Ci mettemmo un po’ di tempo a capire cosa stesse succedendo : all’inizio sembravano solo spintoni”, dice Boniperti. Invece Boniek la ricorda così : “Eravamo negli spogliatoi, a un certo punto arrivarono notizie confuse, di scontri tra la folla, però nessuno parlò di morti. Davvero non ci fu l’esatta percezione della tragedia, e in quel momento sarebbe stato impossibile averla”.
La seconda e la terza ondata fecero crollare il muretto alla base del settore Z (gli inglesi attaccavano dal V), e le persone si rotolarono addosso. Tutti morirono per schiacciamento, soffocando, calpestati.
“Ci sono dei morti” fu la prima frase che cominciò a circolare in tribuna stampa. Allo stadio arrivò l’Avvocato Agnelli : fermarono l’auto sotto la tribuna, gli dissero cos’era successo, lui tornò in macchina e ripartì Invece suo figlio Edoardo era rimasto sul prato, come inebetito.
”Non riuscivamo a distoglierlo dall’orrore, alla fine l’ho fatto rientrare negli spogliatoi urlando di non muoversi di lì”, ricorda Boniperti.
Poi si udì dall’altoparlante una specie di sospiro. La voce di Gaetano Scirea “la partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi”.
Mancavano appena quattro anni allo schianto di Gaetano su una strada polacca. “Io parai tutto, come in trance”, dice Stefano Tacconi. Non ricordo niente, solo una concentrazione che non era normale, era di più. Dentro avevamo cose che non si spiegano, non si raccontano e non si conoscono”. Vinse la Juve grazie a un rigore inesistente : fallo su Boniek fuori area, gol di Platini. Davanti alla tribuna stavano i morti in fila, i morenti, i feriti.
Le transenne vennero usate come barelle da medici che tentavano tracheotomie. C’era tanto sangue, e gole aperte.
Assurdi gendarmi a cavallo andavano su e giù roteando i manganelli come in una comica di Ridolini. La tv diede l’esatta misura della mostruosità, ma sul posto le cose erano diverse : i tifosi avevano capito, però non potevano sapere dei 39 cadaveri.
Neanche i giocatori lo sapevano, tutto aveva i contorni sfumati del sogno. Tanta gente metteva bigliettini con numeri di telefono in mano ai giornalisti, implorando che chiamassero casa per dire “suo figlio è vivo, suo marito sta bene”. E così andò. Dalla tribuna partirono telefonate in tutta Italia. Ancora non esistevano i cellulari e le e.mail. Alla fine tutti si sentirono vuoti, sfiniti, perduti.
La coppa dei Campioni venne consegnata alla Juventus negli spogliatoi. Platini e qualche altro fecero il giro del campo. Potevano evitarlo.
Il macabro trofeo scese dall’aereo, a Torino, sventolato da Sergio Brio. “Fu una partita vera” disse e ripete Boniperti, e non ha neanche torto. Perché c’era una lastra di vetro tra le squadre e il mondo, un vetro imbrattato di sangue e molto molto spesso.
Si stava là dietro come per proteggersi, per illudersi che non fosse vero. ”Quando al circo muore il trapezista, entrano i clown” disse Michel Platini. Allora sembrò una bestemmia, invece era qualcosa di assai più orribile e definitivo. Era la verità.
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Heysel, il ricordo di una follia
“Il Corriere della Sera ” 28 Maggio 2005
Il 29 maggio di venti anni fa morirono allo stadio Heysel, in un’orgia di violenza imbestialita, trentanove persone. Allora ero un tifoso accanito della Juventus ed ero andato a Bruxelles per assistere – così speravo – alla prima vittoria della mia squadra in una Coppa dei Campioni.
Sono stato dunque tra gli spettatori di quella partita, ma soprattutto un testimone di ciò che si è vissuto direttamente fuori e dentro lo stadio dalla prospettiva di una tribuna, senza vedere naturalmente le immagini che invece passavano alla tivù.
Ho assistito, ben prima dell’esplosione tragica della violenza nella “curva Z”, a episodi minori, dentro e fuori l’Heysel. Ho passeggiato nel pomeriggio per le strade di Bruxelles: intieri marciapiedi erano coperti da cocci di bottiglie di birra, gruppi di inglesi già ubriachi intonavano i loro canti di allegria fiduciosa nelle piazze. Parevano “normali” episodi di cattiva educazione: non davano un triste presagio.
A sera, entrando ai cancelli dello stadio, ho assistito a perquisizioni di poliziotti che lasciavano passare inglesi con bottiglie di liquori. Entrato ho incominciato a capire che qualcosa non funzionava. A sbarrare l’ingresso a chi non avesse il biglietto per la partita, oltre a un sistema di transenne, non c’era che un muretto di cinta fatiscente.
Per entrare era sufficiente dare un calcio a questo muro sottile e aprire un varco: i pochi poliziotti, armati con bastoni di legno, lunghi e sottili, potevano fare ben poco per contrastare l’invasione di questi “portoghesi”. Credo che il disastro abbia la sua origine nella scelta, da parte dell’Uefa, di uno stadio non protetto da strutture di minima sicurezza. Non mi pare che questa responsabilità sia stata ben individuata.
Dal mio punto di osservazione si è avuta l’impressione che la «curva Z», divisa – ad alto rischio – a metà tra i tifosi dell’una e l’altra squadra, sia «esplosa» perché non sopportava tutta la gente che – con biglietto o no – ha cercato di prendere posto. I pochi poliziotti belgi che erano sulla curva, per tenere separate le tifoserie, al primo scontro si sono dileguati: anche questa è una colpa a cui i processi non credo abbiano dato il necessario peso.
Quando nella «curva Z» è esplosa la violenza si è avuta la sensazione di una lotta furibonda per mantenere il posto conquistato. Non si è avuta la percezione della tragedia. Si sono viste rotolare persone ai lati, si sono viste queste persone scendere sul terreno di gioco, sollecitate con la forza dai poliziotti a riprendere il loro posto sugli spalti o a lasciare lo stadio. Questo, credo, è ciò che ha visto la maggioranza dei presenti all’Heysel.
Ciò che stupiva era che la partita non iniziasse, anche quando il campo di gioco era stato sgombrato e tutto sembrava pronto.
Che la partita sia stata giocata, che chi ha vinto abbia «recitato» la gioia del trionfo, è stata una necessità per tenere dentro lo stadio il pubblico, in modo da dare il tempo alle forze dell’ordine, finalmente allertate in massa, di far defluire i tifosi delle opposte parti in corsie ben separate. Personalmente ho saputo che c'erano stati dei morti, tanti morti, solo quando ho raggiunto il pulmann che doveva portarmi all’aereoporto.
L’unico ricordo positivo che ho di quella tragica esperienza è stato lo spettacolo che riuscirono a dare, con una professionalità troppo poco onorata dai commentatori, i ventidue giocatori della Juve e del Liverpool: disputando con la morte nel cuore una partita di calcio “vera” e responsabilmente corretta, come ben di rado si vede negli stadi.
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Io, testimone della mattanza dell'Heysel
di Domenico Lazzarotto - “Il Quotidiano del NordEst ” 29 Maggio 2005
29 maggio 1985. Vent'anni fa esatti.
Ero lì come tantissimi altri, juventini e non, a Bruxelles per prendere parte a una grande festa di sport: la finalissima della Coppa di Campioni. Sono ritornato letteralmente sconvolto dall'orrore e confesso che per qualche tempo mi sono quasi sentito in colpa per non aver fatto nulla perchè la tragedia dell'Heysel potesse essere evitata.
Per lungo tempo mi sono ronzate le urla di disperazione che giungevano da quella maledetta "curva Z" dello stadio Heysel, dove il terrore aveva spinto decine e decine di persone a cercare salvezza calpestando chiunque incontrassero nella disperata fuga, ostacolate da una sparuta presenza di impotenti poliziotti belgi.
Ad inseguirli un'orda di barbari, gli hooligans, eccitati dall'odio e in preda all'alcol: chi lanciava bottiglie, chi brandiva spranghe di ferro, chi scagliava mattoni e sassi. Immagini indelebili. Un fuggi fuggi che ha tramutato la festa in un eccidio senza precedenti in uno stadio obsoleto della civile Europa.
Una mattanza che ho ancora negli occhi, incapace di esprimere, allora come adesso, la mia mortificazione di sportivo che per molto tempo si è rifiutato di entrare in uno stadio: un blocco psicologico che con il trascorrere del tempo sono riuscito a superare pungolato dal mio lavoro.
Nella tragedia dell'Heysel si gioca la partita come nulla fosse. E mentre Boniek cade in area e Platini realizza il rigore, la radio annuncia i primi nomi dei morti.
Ad angoscia si aggiunge angoscia, perchè due di loro, Amedeo Spolaore e Mario Ronchi, sono di Bassano. Sono rimasti schiacciati dalle transenne in cemento che facevano da base alle reti di recinzione travolte nel momento della grande fuga.
Tanti i bassanesi che ricordano pezzi di quella giornata irreale. La testimonianza del pasticcere Danilo Tassotti dà la misura del dramma: «Guardando choccato fra tanta confusione, tra urla di sperazione dei feriti e le invocazioni dei moltissimi alla ricerca di un amico o di un proprio caro, il mio sguardo s'imbattè su Mario Ronchi. L'ho immediatamente riconosciuto dal maglione a rombi colorati. Quando l'ho visto adagiato su quella transenna, mi sono precipitato a soccorrerlo: respirava ancora. Ma quando stavo per liberargli la faccia dal pullover un poliziotto, dopo avermi gridato "via, via", mi assestò una manganellata alla nuca. Persi i sensi e quando mi ripresi la barella di Mario era sparita».
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MAI PIÙ UN NUOVO HEYSEL
di Bruno Pizzul
Ci sono, sedimentate nel ricordo, esperienze che lasciano tracce profonde, che si vorrebbe poter cancellare. Ma non si può, non si deve. Heysel: per me la sola parola evoca sensazioni angosciose, un disagio che riguarda la sfera della coscienza, l'aspetto umano.
Sono passati vent'anni da quella terribile notte in cui, per una partita di pallone, ci furono 39 morti e un'infinita scia di dolore. Confesso un costante senso di imbarazzo quando vengo sollecitato a ricordare ciò che accadde, anche perché, in piena buona fede, mi si chiede una testimonianza di carattere professionale: quali difficoltà incontrai nel raccontare quella tragedia, che problemi ebbi per comunicare nel modo meno traumatico la drammatica realtà.
E invece dentro di me è restato solo lo sgomento per l'assurda tragedia, l'inaccettabile sensazione che ci fossero morti e feriti, lutti e lacrime in un contesto che, nonostante la sovraeccitazione che spesso caratterizza il tifo sportivo, avrebbe dovuto essere di festa, di condivisione di un momento ludico.
Certo, l'aspetto professionale non fu facile, anche perché le notizie arrivavano in maniera contradditoria e c'era l'ovvia esigenza di comunicarle quasi centellinando il flusso informativo, nel tentativo di preparare un po' alla volta quanti stavano ai teleschermi e magari avevano parenti e amici in quello stadio, a una realtà che andava facendosi di momento in momento più dolorosa.
Ricordo, per esempio, quanto mi costò decidere di non far parlare al microfono i pochi che, raggiunta la postazione, mi chiedevano di poter far sapere ai parenti che erano vivi, che se l'erano cavata: è stato molto duro vietare quel naturalissimo desiderio di tranquillizzare mamme, mogli o amici; ma decisi, non so se a ragione o a torto, che se avessi attivato quella specie di improvvisato e comunque parziale ponte radio-televisivo, avrei involontariamente contribuito a gettare nella costernazione e nell'angoscia le migliaia di mamme, mogli o amici cui non poteva pervenire alcun messaggio personale rassicurante.
Molto poi mi colpì il racconto commosso di monsignor Pierino Carnelli, indimenticato testimone della Chiesa nel mondo dello sport professionistico: mentre la terribile serata volgeva ormai al termine, incontrò l'allora presidente della Juventus Boniperti il quale, tra le lacrime, gli confidò che, subito dopo il fatale crollo di quel muro, si era precipitato tra i feriti e i moribondi e tutti gli chiedevano di trovare un prete, per l'ultimo conforto. «E io non ho saputo trovarlo», si rammaricava.
Di quella tragica notte molto si è parlato, spesso in termini di cruda ricostruzione giornalistica. Sono state individuate responsabilità, formulate accuse di ogni genere. Ma, ripeto, credo che sarebbe opportuno soprattutto utilizzare quei dolorosissimi ricordi per comprendere come sia indispensabile accompagnare la propria passione sportiva con il corredo della tolleranza, della buona educazione, della consapevolezza che gli stadi sono luoghi a rischio.
Da ultimo non posso non riferire un altro motivo di profonda amarezza: mi ero convinto che l'enormità di quanto accaduto avrebbe, almeno per un po', indotto i tifosi a comportamenti più riflessivi e maturi. Invece nulla cambiò, anzi ci furono addirittura insopportabili strumentalizzazioni dettate dal mai abbastanza deprecato “tifo contro”.
Brutto da dire, doloroso da ricordare. Ma dobbiamo comunque avere la forza e la costanza per urlare «mai più un nuovo Heysel».





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