Oreste Sartore
31/05/2006
L'accenno di Blondet all'Europa delle patrie ha richiamato alla mia memoria un episodio del passato che ritengo paradigmatico della dicotomia tra azione palese e pensiero occulto della burocrazia europea.
Era il 1961, liceo Tito Livio di Padova.
Con alcuni compagni di ventura, provenienti dalle diverse scuole superiori, vengo precettato per «il tema sull'Europa».
Due lugubri funzionari (1) tengono il loro sermoncino sui giovani, sulla loro apertura a recepire le nostre concezioni e proposte sul futuro assetto europeo.
Un po' intrigato dalla vastità del tema e soprattutto felice di poter esprimere liberamente il mio pensiero
(a differenza di quanto accadeva nei temi di letteratura, di storia o di educazione civica, sempre a tesi precostituite), cerco un'idea forte da sviluppare e mi chiedo quale fosse veramente la mia concezione della convivenza in Europa.
Proprio in quei giorni De Gaulle aveva contrapposto l'Europa delle patrie, una federazione tra Stati, all'Europa federale in cui gli Stati erano destinati a poco a poco all'insignificanza: era la questione di dove porre la sovranità, al centro o nelle nazioni. Se mi convinceva la critica del generale alla nuova entità senza fondamenti, non mi convinceva la sua proposta.
Come oggi osserva Ernst Nolte (2) : «un'Europa nella quale la Francia, l'Italia e la Germania fossero soltanto province, sarebbe ben difficilmente ancora 'Europa' in senso culturalmente forte. Charles de Gaulle e la sua concezione di un 'Europa delle patrie' costituirono a questo proposito anche all'interno dell'Europa una forte resistenza contro di essa. Tuttavia se lo stato federale Europa si differenzia troppo fortemente dalle tradizioni europee, la federazione di Stati alla De Gaulle se ne distingue troppo poco».
E, aggiungo, ricalca le situazioni che ci avevano trascinato in sanguinose guerre mondiali e in dilanianti guerre civili.
Mi chiesi cosa io realmente avrei voluto che fosse la nuova entità.
E non ebbi dubbi: l'Europa poteva essere un'occasione per costringere gli Stati nazionali a passare dalla volontà di potenza al rispetto dei popoli.
Decisi di partire anch'io da una contrapposizione: l'Europa dei mercanti e l'Europa delle genti.
Facile descrivere la prima: l'obiettivo (favorire i più produttivi) postulava l'apertura indiscriminata dei mercati, avrebbe avuto come conseguenza il trionfo dei più forti, la concentrazione del capitale e l'omologazione culturale; avrebbe anche provocato la scomparsa di interi settori produttivi, sopraffatti da concorrenze non resistibili.
Per l'Europa delle genti pensai a due fattori di coagulazione, quello linguistico e quello culturale.
Si sarebbero potute formare macro-regioni di eguale tradizione e cultura (esemplificavo con Baviera-Tirolo, area culturale omogenea, di lingua tedesca e religione cattolica).
Ogni area culturale avrebbe potuto scegliere le forme di istruzione e di assistenza sanitaria e di sussidio sociale più consone alla sua popolazione: i tedeschi protestanti e i tedeschi cattolici, all'interno di una superiore unità, avrebbero potuto, se lo volevano, darsi forme di autogoverno distinte.
Le macro-regioni avrebbero potuto riconoscere alle religioni un ruolo consono al loro seguito nel territorio. L'Europa avrebbe tratto profitto dalle differenze (3): lo sviluppo autonomo avrebbe messo in risalto quei sistemi che meglio rispondevano alle esigenze locali, candidandoli, se del caso, a livello europeo.
In questo quadro sarebbe inoltre stato possibile rimediare a storture dettate dalla real-politik: e dunque era doveroso ritoccare quei confini che avevano tagliato dalla propria patria alcune popolazioni, riducendole a minoranze.
Ricordo ancora il mio senso di soddisfazione a fine stesura: questo è veramente il primo tema che esprime opinioni tutte mie, è conciso ed è anche fluente, penso che il mio liceo farà la sua figura.
Una settimana più tardi venni convocato in presidenza.
Tutto pensavo all'infuori che il motivo fosse quel tema.
Fui interrogato sulla fonte delle mie teorie; mi fu chiesto se appartenessi a qualche società segreta o ad associazioni politiche estremiste.
Il preside, anziano targato democristiano che era la mitezza in persona, appariva spaventato e mostrava una inusitata durezza.
Sembrò infine soddisfatto delle mie spiegazioni; in realtà non era così.
Da quella convocazione partì un'opera discreta di sorveglianza sul mio operato.
Per me con quell'episodio l'eurocrazia aveva gettato la maschera: non cercavano né gradivano alcun contributo, fatto salvo un servile controcanto al grande progetto dei poteri reali.
Non vi è dubbio: con quel tema avevo toccato un nervo scoperto.
Senza saperlo, avevo prospettato una soluzione che di quel progetto è l'esatto contrario.
Se ne parlo oggi è perché gli euroburocrati hanno compiuto un salto di qualità.
Non si limitano ad imporre i propri piani politici, vogliono imporre anche un modo di intendere e di volere: per far questo vogliono estirpare dalle coscienze quelle che loro considerano male erbe (il pensiero logico,
la religione cristiana, il diritto e la famiglia naturale).
Ormai ad un passo dall'avere in pugno le coscienze, si prodigano affinché le masse introiettino definitivamente i loro nuovi comandamenti.
Il primo vieta ogni critica a due categorie di persone: gli ebrei e gli omosessuali.
Il secondo, simile al primo, propone le due medesime categorie come esempio della nuova umanità liberata dalla superstizione.
Potrei citare numerosi episodi: è sufficiente leggere le cronache delle sedute e deliberazioni
della Commissione e del Parlamento di Strasburgo-Bruxelles (4).
E fra poco quelle del parlamento italiano.
Il mondo è dei Cohn-Bendit (5) e dei Vladimir Luxuria (6).
E non si creda che l'azione degli euroburocrati e dei servili giornali fiancheggiatori sia priva di efficacia.
I parlamentari nazionali (?) si richiamano incessantemente alle delibere europee; la maggior parte delle persone gaiamente si adegua ed è anzi fiera di ostentarlo (7).
Chi pensa diversamente è dapprima guardato con sufficienza («non ha capito…»), poi emarginato, infine apertamente osteggiato.
Il sistema colpisce duramente chi in qualche maniera tenta di re-agire: incriminazione (Svezia), licenziamento (Inghilterra) e carcere (Austria) sono strumenti già oggi utilizzati.
Per capire gli intendimenti del potere è utile ascoltare una voce autorevole.
Leggiamo in «Lectures Françaises», organo della Gran Loggia di Francia, numero di dicembre 1994:
«i disordini attuali e a venire determinano un atteggiamento e un'azione da opporre alle masse che hanno perduto il settentrione e l'oriente e che chiamiamo, per semplicità, 'masse conservatrici', inadatte ai cambiamenti... La coalizione delle individualità positive deve colpire con un ostracismo morale le masse conservatrici, isolarle e togliere ad esse ogni credito... Il rimedio a lungo termine consiste evidentemente nel massimo riassorbimento delle masse conservatrici. Naturalmente occorre rendersi conto che un resto vi sarà. Un certo numero rimarrà ciò che è. Occorre tuttavia guidarlo. Come? Agendo in modo deciso per privarlo dei propri mezzi di immunità e di nocività» (8).
È evidente la tesi: i reazionari sono visti come lo «zoccolo duro», come coloro per i quali più avanti (non ora, ora è prioritaria la penetrazione nelle masse) sarà necessario prima o poi trovare una soluzione finale.
Oreste Sartore
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Note
1) Avete notato come i Testimoni di Geova viaggino in coppia e come via siano due giudei a capo di ciascun settore commerciale, dall'oro, ai diamanti, alle pellicce?
2) «La civiltà occidentale: questioni e problemi».
3) Ipotesi confermata dal teorema di Ashby: un organismo, per rispondere con successo alle perturbazioni dell'ambiente, deve crescere in complessità e poi stabilizzarsi. La differenziazione è positiva, aumenta l'ordine interno, la capacità di adattamento e la resilienza agli attacchi esterni; l'omologazione, al contrario, limita le capacità di sopravvivenza, è un cammino verso la morte.
4) Confronta il Mandato di cattura europeo e la vicenda Buttiglione.
5) Coinvolto in esibizionismo sessuale con impuberi.
6) Colui che (intervista al Gazzettino) vuole farsi un giro per Venezia con gondoliere, tutto compreso. Confronta S. Lorenzetto, Il Giornale, 28 maggio 2006.
7) Gli esempi sono infiniti: Monica Leofreddi, nel suo programma: «pensate, una volta le relazioni omosessuali erano viste in maniera negativa».
8) Autori vari, «Il mondialismo. Da dove viene e dove porta», Fraternità sacerdotale san Pio X, pagina 64.
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