Marocco, barzellette sull'Islam Due giornalisti sotto processo
• da Corriere della Sera del 9 gennaio 2007, pag. 16
di Viviana Mazza
Nel Marocco di re Mohammed VI, che dal 1999 ha promosso riforme economiche, sociali e a favore della stampa, conquistando la reputazio*ne di sovrano illuminato, un proces*so contro due giornalisti rischia di riportare indietro l'orologio. Driss Ksikes, direttore del settimanale in lingua araba Nichane (che significa «diretto»), e la giornalista Sanaa al-Aji sono stati processati ieri a Casablanca con l'accusa di offesa al*l'Islam e alla morale pubblica.
Il 9 dicembre, il giornale aveva pubblicato un articolo intitolato «Come i marocchini scherzano su re*ligione, sesso e politica». Voleva es*sere uno studio sociale su come l'umorismo popolare rifletta la men*talità della gente. Una delle barzel*lette sotto accusa al processo, se*condo un giornalista marocchino che ha chiesto di restare anonimo, racconta di uno dei compagni del Profeta Maometto che viene man*dato dopo la morte in Purgatorio anziché in Paradiso. «Deve esserci un errore», dice agli angeli, che però confermano. Alla fine riesce a parla*re con Dio. E allora come nel famo*so show televisivo, gli viene rivelato: «Sorridi, sei su candid camera». Per aver pubblicato barzellette come questa, il 20 dicembre il pre*mier Driss Jettou ha ordinato la chiusura di Nichane fino ai verdet*to, atteso il 15 gennaio. Per i due giornalisti l'accusa ha chiesto la pe*na massima prevista dalla legge sul*la stampa: 5 anni di carcere e una multa che potrebbe arrivare a 8.000 euro. La difesa ha spiegato in tribu*nale che la reporter non ha inventa*to nulla, che le barzellette fanno par*te della tradizione orale marocchi*na, spiega al Corriere Hajar Smouni di Reporters Sans Frontierès. È sta*ta anche presentata alla corte una raccolta delle stesse barzellette pubblicata nel 1981 e regolarmente in vendita in libreria. Oltretutto, Ahmed Reda Benchemsi, redattore del settimanale TeQuel, ha spiega*to che pur parlando di Dio, angeli e profeti, le barzellette non li insulta*no, diversamente da quanto accade*va ad esempio nelle vignette su Ma*ometto pubblicate dal quotidiano Jyllands-Posten a febbraio.
Secondo Smouni, il governo sta in realtà perseguendo i giornalisti per convenienza politica. «Il giorna*le è circolato liberamente per 11 giorni, finché i siti web islamici han*no cominciato a criticarlo. E allora le autorità hanno aperto il proces*so». In Marocco non sono gli islami*sti a dettare legge: il re ha approva*to una legge che garantisce maggio*ri diritti alle donne; dopo gli attenta*ti del 2003 a Casablanca ha lanciato una campagna contro l'estremi*smo. «Ma in vista delle elezioni par*lamentari di settembre, uno studio ha mostrato che i partiti islamici potrebbero avere la meglio — dice Smouni —. Le autorità vogliono pro*vare che anche loro sanno difende*re i valori del Paese».
Ma non è la prima volta negli ulti*mi anni che in Marocco un giornali*sta finisce in prigione. Nel 2002 il re ha riformato la legge sulla stampa, ma restano articoli che prevedono il carcere per i giornalisti che «mi*nacciano» l'istituzione della monar-chia, l'Isiam o «l'integrità territoria*le». Per Sarah Leah Whitson di Human Rights Watch, nonostante la reputazione di Paese liberale conqui*stata dal Marocco, «i casi recenti mostrano che, se la legge non cam*bia e i giudici non difendono la liber*tà di stampa, il governo può revoca*re questa libertà a piacimento».