Ecco la storia, molto controversa, di un sovrano buddhista che suscita molte curiosità e che sta purtroppo cadendo nell'oblio:
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Storia di Asoka, il tiranno
che illuminò le sue tenebre
Quando era ragazzo, As'oka - che sarebbe divenuto il più famoso imperatore dell'India - viveva a Pataliputra, la capitale della dinastia dei Maurya. Non molto lontano il Gange formava un estuario, scorrendo tra le palme. La città era difesa da un fossato e da un muro di cinta, con cinquecentosettanta torri e sessantaquattro porte. Nei primi anni del terzo secolo avanti Cristo, le strade fangose della città venivano percorse da folle di indiani: alti, magri, leggeri, spesso bellissimi, con vestiti di lino brillante, un mantello attorno alle spalle e avvolto attorno alla testa. Avevano la barba di ogni colore, bianca, porpora, rosso cupo, verde, e scarpe di cuoio bianco, ornatissime, dalla suola così spessa che li facevano sembrare ancora più alti. Alle orecchie portavano anelli di avorio: i capelli erano raccolti a crocchia o in un ciuffo annodato. Viaggiavano sul dorso di cavalli, asini, cammelli: i più ricchi su elefanti. D'estate tutti, eccetto gli umili, si proteggevano con un parasole.
Oggi, ventitré secoli più tardi, possiamo contemplare quella folla multicolore solo grazie ai racconti dei viaggiatori e ambasciatori greci che, dopo la campagna indiana di Alessandro Magno, lasciavano le corti del Medio Oriente e attraverso la Siria, la Persia, l'Afghanistan, il Pakistan, la strada dal Gandhara a Pataliputra, giungevano dopo mesi nel cuore dell'India, portando messaggi e doni, e cercando di afferrare tutte le cose coi loro occhi curiosi. Molte cose non comprendevano o fraintendevano. Ma, per vedere a nostra volta ciò che accadeva a Pataliputra in un giorno del terzo secolo avanti Cristo, noi abbiamo soltanto i loro appassionati occhi di stranieri. Gli Indiani non registravano le impressioni di viaggio, non tenevano diari, non raccontavano storie, non scrivevano libri, lasciando che il presente, coi suoi colori e dolori, si perdesse negli abissi nebbiosi del tempo.
La nonna di As'oka era probabilmente una principessa greca, figlia di Seleuco Nicatore, uno dei generali di Alessandro Magno, che regnava sulla Siria e a Babilonia. Chissà cosa accadde, in quegli anni, alla corte di Pataliputra. Ma le nonne hanno sempre raccontato favole ai loro nipoti e nessuno può escludere che la figlia di Seleuco raccontasse ai nipoti le avventure di Alessandro Magno in India.
Nessuna avventura è più adatta ai bambini di ogni tempo: così ricca di eroismi, fantasie, colori, inverosimiglianze, violenze, follie, deliri. Forse il piccolo As'oka apprese dalla nonna la storia dell'elefante del re indiano Poro: quando il padrone fu ferito in battaglia, l'elefante si piegò con dolcezza sulle ginocchia, afferrò delicatamente con la proboscide le frecce conficcate nel corpo di Poro e le estrasse una per una. O la storia dei soldati di Alessandro che entrarono in India rappresentando una festa di Dioniso: tra l'edera, l'alloro e la vite vagavano nelle foreste imitando le baccanti, si stendevano sull'erba e su letti di foglie, bevendo, cantando inni in lode del dio, tra una vasta musica di zampogne, flauti e grida femminili. O la storia di Alessandro solo, senza compagni, nella rocca dei Malli, ai piedi di un albero, mentre gli Indiani lo ferivano al petto, fino a farlo cadere, svenuto e con gli occhi sbarrati, sopra lo scudo che aveva portato da Troia.
O l'ultima immagine dell'avventura indiana. Quando lasciò l'Indo, Alessandro si spinse nell'Oceano Indiano, per vedere se ci fosse un altro paese da conquistare. Non c'era niente: solo l'Oceano, afoso e senza forma. Alessandro sacrificò dei tori a Poseidone, li gettò in mare insieme a una tazza d'oro, e pregò Dio di non concedere a nessun altro uomo di oltrepassare quel punto.
Della giovinezza e dei primi anni di regno di As'oka non sappiamo nulla, o quasi nulla, di certo. Tutto ciò che accadeva (solamente accadeva) in India aveva la strana proprietà di venire assorbito come da una spugna o dal mare: ne restava un piccolo frammento; e questo frammento produceva una sovrabbondante vegetazione arborea, una proliferazione di fantasie e di leggende, di possibile e di impossibile, in modo che chi racconta oggi, persino la più onesta studiosa come Romila Thapar, si trova costretto a raccontare senza volerlo storie fantastiche, per la gioia o lo spavento dei suoi lettori.
Sappiamo che il nome di As'oka voleva dire "senza dolore": proprio lui che sprofondò nel dolore, e costruì il suo regno attorno all'esperienza del dolore. Una leggenda tenebrosa avvolge la sua giovinezza. Non era figlio legittimo del padre, il re Bindusara: né il padre né le sue concubine lo amavano, perché era brutto e aveva la pelle ruvida al tocco. Per salire sul trono di Pataliputra, fece assassinare il fratello maggiore, o i suoi novantanove fratelli, e centinaia di donne dell'harem, e costruì un carcere vicino alla capitale, per ricordare sulla terra l'inferno di gelo e di fuoco. Una sola cosa è sicura, perché la proclamò egli stesso nei suoi molti editti incisi sulla roccia. Nell'ottavo anno di regno, As'oka conquistò il paese di Kalinga, sul golfo del Bengala, finendo di consolidare l'impero.
Nessun nemico poteva più minacciarlo. "Di là - egli disse - furono deportate centocinquantamila persone: centomila furono uccise; diverse centinaia di migliaia perirono". Sebbene avesse tollerato con indifferenza i delitti (reali o immaginari) che lo avevano portato sul trono, As'oka non poté sopportare questo spettacolo di morte e di strage. Ciò produsse, in lui, "pena, deplorazione e angoscia". Credo che nessun sovrano della terra abbia mai dichiarato pubblicamente, con tale forza, sincerità e chiarezza, i propri delitti e il proprio rimorso, come se non fosse un potente, ma un qualunque essere umano che rivela a un amico le ombre della propria anima. Da quel momento, As'oka abbracciò la fede buddhista.
Forse la conversione fu lenta, e attraversò momenti di freddezza e di dubbio. Ma in pubblico, sulle rocce dell'India, egli proclamò davanti a tutti che la sua conversione era stata improvvisa e drammatica. Nasceva da un trauma e aveva la violenza di un trauma. La sua vita era divisa in due: prima, aveva regnato come tutti, obbedendo alla violenza; poi, dopo i massacri di Kalinga, era diventato un altro sovrano. Il tempo era cambiato. Come è abitudine dei potenti, la conversione di As'oka prese una forma solenne, diventando uno dei grandiosi spettacoli che la storia inscena in onore dei suoi prediletti. Compì un pellegrinaggio all'albero dell'Illuminazione: l'albero ai piedi del quale il Buddha aveva ottenuto l'onniscienza, rimanendo per sette giorni seduto a gambe incrociate, nella beatitudine della Rivelazione. In quel luogo, costruì un tempio.
Un altro pellegrinaggio lo condusse nel giardino di Lumbini, dove il Buddha era nato: un terzo viaggio di duecentocinquantasei giorni lo portò nell'India centrale e meridionale, per annunciare la sua rivelazione agli Indiani. I tamburi non suonavano più per invitare il popolo a spettacoli profani, ma alla visione di scene celesti. Intanto, nei conventi dei monaci buddhisti, As'oka approfondì la nuova religione. Comprese che "la nascita è dolore, il declino è dolore, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza. Essere uniti a ciò che non si ama significa soffrire. Essere separati da ciò che si ama, non avere ciò che si desidera significa soffrire".
La sostanza di tutte le persone che vedeva, di tutti i paesaggi che ammirava, di tutte le cose che toccava era il vuoto; ed egli doveva avere una compassione sempre più delicata per le forme impalpabili come l'aria, che apparivano e sfuggivano davanti ai suoi occhi non più desiderosi.
Quando As'oka immaginò il suo ideale politico, aveva dietro le spalle una ricchissima tradizione, che gli giungeva dall'antica civiltà indoeuropea, come appare anche nell'Odissea, fino alle idee induiste, buddhiste e a quelle di Alessandro Magno e dei suoi successori ellenistici. Era il sogno del sovrano universale, che si oppone alle violenze della storia. Mentre il sovrano era immerso in preghiera, gli appariva il simbolo della ruota solare. Allora si alzava, lasciava il palazzo, e insieme all'esercito si metteva in marcia dietro la ruota luminosa che splendeva e si muoveva nel cielo. I re rivali si inchinavano, offrendo diademi e tiare: tutti i paesi accettavano la sua supremazia, che presto si estendeva al mondo. Il culmine della storia era toccato.
Come il sole, il sovrano universale irraggiava e beneficava i suoi sudditi, a qualsiasi regione e casta appartenessero, e salvava la natura. Mentre lui era lì, in alto, sulla vetta del mondo, diffondendo giustizia, il suolo produceva frumento e orzo, gli alberi erano pieni di frutti, le greggi figliavano, il mare dava pesci. Tutta la terra diventava un giardino: le querce sui monti erano piene di miele, le "lacrime delle nubi erano acqua di rosa, l'acqua cadeva sui fiori al momento propizio, i ruscelli assomigliavano a fiumi, e i fiori dei frutteti alle Pleiadi". Non c'era più sofferenza né bisogno di medicina.
Nella reggia di Pataliputra, nel cuore del suo immenso regno, As'oka pensò di essere il sovrano universale atteso da tanto tempo, e proclamò ai popoli il suo dhamma. Non sapremmo come tradurre esattamente questa parola, che risvegliava echi molteplici negli orecchi di un re buddhista: perché dhamma è il fondamento nascosto dell'universo, che il sovrano deve scoprire: la legge, che indica a ognuno i doveri morali, religiosi e sociali: la dottrina del Buddha: il dominio di sé; e la compassione, la reverenza, la venerazione verso gli altri esseri umani che ogni buddhista deve provare, sebbene sappia che gli altri (e lui stesso) sono soltanto ombre vuote.
Quando promulgò il dhamma, As'oka cercò di non accentuarne il colori buddhisti. La sua legge era rivolta a tutte le religioni dell'India e del mondo: a tutti i popoli, a tutte le classi e caste, anche le più infime. Il messaggio di As'oka insegnava a rifiutare la violenza: a rispettare ogni fede religiosa: a rispettare la vita degli animali: a comportarsi amabilmente verso i servi e gli schiavi: a venerare il padre e la madre, i familiari e gli amici: a non denigrare gli altri; a dare conforto ai prigionieri, mitigando le punizioni nelle carceri. Ma As'oka pretendeva di più. Quando, come i re Incas, faceva piantare alberi di banyan lungo le strade, per dare ombra agli uomini e agli animali, quando faceva disporre boschetti di manghi e scavare pozzi, voleva conciliare tra loro la natura, gli uomini e gli animali, che la storia aveva diviso. Voleva che tutti, bipedi e quadrupedi, uccelli ed animali acquatici, alberi e fiumi, indiani e stranieri, serpenti e pesci, formassero lo stesso mondo unanime, compatto e solidale. Le creature dovevano vincere l'isolamento, che li aveva tenuti divisi, entrando "in comunione con gli dei".
Nella promulgazione del suo messaggio, As'oka fu mosso da uno zelo incontenibile, che ancora oggi commuove. "Non sono mai pago - egli diceva sulle rocce - di quello che mi sforzo di fare per il bene di tutto il mondo... Quello che io mi sforzo di fare è assolvere il debito che ho verso le creature: agire perché esse siano felici in questo mondo e possano nell'altro attingere i cieli... Tutti gli uomini sono miei figli; e come per tutti i miei figli desidero che ognuno di loro abbondi di benessere e felicità, così io lo desidero per tutti gli uomini". Di continuo, negli editti, si raffigurava come un padre ansioso e benefico. "Ora io ho così disposto: in ogni momento, dovunque io mi trovi, o a pranzo, o nel gineceo, o nei privati appartamenti, o in un luogo sacro, o nel palanchino, o nei giardini, dappertutto gli informatori mi diano notizia dei pubblici affari... Di qualunque ordine dato da me a viva voce, mi sia data notizia dell'esito immediatamente, dovunque io sia e in qualunque momento".
Ma questo zelo generoso non gli bastava: perché sapeva, come gli insegnavano i suoi maestri monaci, che "la generosità non è tutto". Il potente doveva possedere le qualità del santo: "Il dominio di sé, la purezza d'animo, la fermezza della fede". As'oka faceva leggere pubblicamente gli editti del Dhamma nel suo impero, che comprendeva quasi l'intera India. Li faceva leggere "anche a una singola persona", come se fossero messaggi privati, simili al Vangelo di Matteo o di Giovanni, che si rivolgono al cuore di ciascuno di noi. Ispettori, che As'oka definiva "persone civili, pazienti, gentili nei modi", attraversavano l'impero, ogni cinque anni, istruendo i sudditi nella dottrina della Legge e della Pietà.
Ma la voce umana poteva venire dimenticata. Così As'oka ordinò di incidere gli editti sulle rocce e sui pilastri, traducendoli nelle diverse lingue dell'impero e adattandoli alle varie filosofie e religioni. Temeva che si perdessero, o che qualche testo fosse scritto male, "o per difetto della pietra o per errore del lapicida"; e comandò di disporli sotto gli occhi di tutti, vicino alle abitazioni, alle strade e ai luoghi religiosi. A Kandahar, nell'odierno Afghanistan, gli editti vennero incisi in greco e in aramaico, la lingua ufficiale dell'antico impero persiano. Dobbiamo immaginare l'Afghanistan di allora, dove sotto la protezione di As'oka i greci costruivano le loro città come ad Atene o a Corinto, insensibili ad ogni mutamento di civiltà e di clima, perché "dovunque era Grecia". Le strade correvano diritte in un piano rettangolare: c'erano templi con dèi greci, portici greci, ginnasi greci, colonne corinzie, capitelli con foglie d'acanto intagliate; e i figli e i nipoti dei soldati d'Alessandro leggevano l'Iliade come il loro generale, mettevano in scena le tragedie d'Euripide, conoscevano probabilmente la filosofia che nella loro epoca veniva insegnata nella madrepatria.
Quando As'oka fece tradurre i suoi editti in un bel greco sciolto ed elegante, i greci di Kandahar dovettero ammirarlo. Vi trovarono idee da lungo tempo familiari, con un delicato profumo buddhista: "E' padrone di sé chi sa dominare la propria lingua. E gli uomini non esaltino sé stessi, né denigrino gli altri, in nessun caso: perché ciò è vanità; ed è meglio cercar di parlare benevolmente degli altri, e non denigrarli in nessun modo". La illuminazione di As'oka non poteva arrestarsi ai confini dell'impero indiano, o nei limiti del suo tempo. Egli mandò missionari a Ceylon, che secondo la tradizione venne convertita al buddhismo dal figlio o dal fratello cadetto; ed in altre regioni dell'India. Come annunciano gli editti rupestri, inviò messaggeri ai principali sovrani del Mediterraneo ellenistico: Antioco II Theos di Siria, Tolemeo II Filadelfo d'Egitto, Antigono II Gonata di Macedonia, Magas di Cirene, Alessandro II d'Epiro.
Con l'annuncio del dhamma, As'oka non voleva violare la tolleranza: perché comunicare ciò che si sa non è, egli disse, esaltazione di sé, ma rispetto, discrezione e pietà verso gli altri. Di queste ambascerie non è rimasta traccia. A differenza dei Greci, i viaggiatori, ambasciatori e mercanti indiani non componevano libri o diari di viaggio, nei quali descrivere le strade, i palazzi, il porto, le folle brulicanti d'Alessandria d'Egitto. In Occidente, il messaggio di As'oka si perse, forse perché assomigliava a molti altri, che in quel tempo predicavano la pietà e il rispetto verso gli uomini.
As'oka non annunciò agli uomini una nuova epoca della storia, come i fedeli cristiani e musulmani, che numerarono da principio gli anni cominciando dalla nascita di Cristo o dalla fuga di Maometto dalla Mecca. L'idea dell'epoca non era indiana, ma greca. Con la sua coscienza drammatica della storia, As'oka sentì tuttavia che la sua parola aveva prodotto una frattura nel tempo. Da quando aveva massacrato gli abitanti di Kalinga e si era pentito annunciando il dhamma, il tempo era mutato. Non c'è più il fosco passato dei sovrani violenti, ma il presente: la tolleranza, la compassione, gli alberi lungo le strade, i pozzi d'acqua, gli animali salvati, gli schiavi rispettati; e soprattutto si apriva davanti agli occhi un futuro. Nel futuro, che egli intravedeva pieno di speranze, non voleva che il suo messaggio fosse dimenticato. Era certo che i suoi figli, nipoti e pronipoti avrebbero dato nuovo slancio "alla pratica della Pietà, fino alla consumazione del mondo". La sua parola sarebbe durata per sempre.
Queste speranze furono vane. Non ci furono né figli né nipoti né pronipoti degni di As'oka. L'impero Maurya si dissolse in poco tempo. Il dhamma venne dimenticato, fino a quando gli archeologi lo riscoprirono sulle rocce nella prima metà del diciannovesimo secolo. Non sappiamo nemmeno se il dhamma si fosse mai realizzato. Ci furono davvero tolleranza, rispetto, discrezione, amore per gli alberi e gli animali, amore per gli uomini, diffusione della Pietà, come proclamavano gli editti? O tutto fu soltanto l'ossessione di un potente solitario, che aveva conosciuto il dolore, la delusione e il fallimento? Qualsiasi desiderio di incarnare il Bene sulla terra ci induce in sospetto: dubitiamo che sia soltanto un'astuzia del Male per introdursi, più sottilmente, nel tempo. Forse quegli ispettori non erano "civili, pazienti, gentili nei modi", come diceva As'oka, ma spie: mercanti, asceti, studenti, mendicanti, prostitute, che controllavano la puntigliosa applicazione del Bene.
Forse accadeva come in Perù, molti secoli dopo, dove gli Indiani pranzavano e cenavano a porta aperta, perché i messi dell'Inca potessero entrare liberamente a casa loro. Il messo entrava, portava nelle piccole capanne rotonde il ricordo benevolo e astratto dell'imperatore, esaminava l'ordine, la pulizia e il decoro dell'abitazione, la cura e la diligenza di cui il marito e la moglie davano prova, l'obbedienza e la laboriosità dei figli; ed usciva, ritornando a Cuzco. Di lì a poco i contadini venivano premiati con lodi pubbliche, o fustigati pubblicamente alle braccia e alle gambe. Il potere ha molte risorse: persino quella di diventare buono, pur di non venire discusso.
Un libro, tradotto in cinese, ci racconta una bellissima storia sugli ultimi anni di As'oka. Verso la fine della sua vita, i ministri gli tolsero tutto quanto gli apparteneva, lasciandogli soltanto un piatto d'oro e uno d'argento, dove i camerieri servivano i pranzi reali. As'oka ne fece dono a un monastero buddhista. Da quel momento, il cibo gli venne servito in piatti e vasi di terra. Poi i ministri gli portarono la metà di un mango. Allora l'imperatore disse: "Non sono più il padrone. Le parole del Buddha sono veridiche. Ha detto che tutti coloro che si amano hanno il dolore di separarsi. Un tempo, facevo decreti ai quali nessuno poteva opporre ostacoli. Oggi sono come un'acqua impetuosa che urta contro una montagna e finisce di scorrere. Un tempo, ero per tutti, sulla vasta terra, un protettore e un signore. I re pieni di arroganza potevo sottometterli tutti. I miserabili e i deboli potevo soccorrerli tutti. Oggi la mia potenza è abolita. Sono simile a un carro demolito che non possiede nemmeno più la sua barra di sostegno. Sono come l'albero as'oka (un albero dai fiori rossi), quando le sue radici sono disseccate e il suo tronco è senza rami: fiori, frutti, rami e foglie, tutto gli manca. Ho perduto ogni appoggio. I miei editti sono lettera morta".
Quando finì di parlare, As'oka chiamò un dignitario, gli diede il mezzo mango, e gli comandò di portarlo al superiore di un monastero buddhista. Gli dirai: "E' l'ultima elemosina del re As'oka. Da padrone posso disporre soltanto di questa metà di mango. Ho perduto tutto ciò che possedevo. Che il monaco riceva con compassione l'ultima elemosina di un infelice". Il superiore del monastero diede il mezzo mango all'intendente, con l'ordine di grattarlo nella minestra dei monaci, in modo che tutti condividessero l'ultima offerta di As'oka.
Del grande imperatore non rimase più niente. Tutto fu dimenticato: le guerre, i massacri, il dolore, il potere, il pentimento, la legge, la tolleranza, gli editti. Non ci fu più che mezzo mango grattugiato nella minestra dei monaci. Più tardi si sviluppò, in India e in Cina, la leggenda di As'oka, che consolò la sua ombra, perduta chissà dove, per il fallimento e la dissoluzione. Nella leggenda, egli diventò quello che aveva sognato di essere e non era stato: il sovrano universale del cosmo. Conquistò i paesi oltre l'Himalaya: raccolse le reliquie del Buddha, sconfisse i re-dragoni dell'Oceano, visitò l'inferno e il suo sovrano, Yama, dominò gli elementi, la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco, e la folla degli spiriti. Come il Buddha, fece girare la ruota del mondo. Così, almeno nella leggenda, fu simile ad Alessandro Magno, sovrano dell'acqua, dell'aria e del fuoco, di cui la nonna greca gli aveva raccontato la storia quand'era bambino.
http://www.repubblica.it/online/spet...ti/citati.html




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