Posto questo articolo di qualche tempo fa che descrive bene l’implosione dei progetti politici leghisti: dalla secessione al parlamento del nord, fino ad arrivare al contentino, con la fine della contrapposizione nord contro itaglia per entrare in quella destra-sinistra.
Tratto da: I Quaderni Padani, Anno XI, N. 57-58 - Gennaio-Aprile 2005
Carlo Stagnaro
La devolution “prima maniera”: un Parlamento per il Nord
Forse anche in virtù del suono “esotico” che un termine straniero sembra evocare, fin dal suo ingresso nel dibattito italiano la “devolution” è circondata dall’incertezza. Inizialmente, tuttavia, l’idea di fondo (in seguito tramontata e poi tornata in auge per eclissarsi definitivamente non appena la devolution si è tradotta in un disegno di legge concreto) sembra ricalcare il progetto scozzese: costituire un Parlamento padano che abbia competenza esclusiva su alcuni temi quali la sanità, la scuola (in realtà organizzazione sanitaria e scolastica) e l’ordine pubblico (polizia locale). Il primo passo lungo questa strada sembra consistere nella creazione, mai avvenuta, di un coordinamento tra le regioni del Nord. All’indomani della vittoria del centro-destra in diverse regioni settentrionali (Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria), Roberto Maroni annunciava trionfante che “le regioni del Nord potranno risolvere i loro problemi a loro modo, senza dover dipendere da Roma”(6). L’idea del coordinamento è, di per sé, dirompente, e ricalca l’antico sogno di Gianfranco Miglio di un’unificazione della Padania, tesa a farne un unico soggetto politico dotato di una grande forza contrattuale. “L’essenza del federalismo – spiega il professore – sta nella contrapposizione tra un potere federale e alcune unità territoriali, uguali in
dignità e per ordinamento, le quali competono con l’autorità centrale”(7). L’unificazione delle amministrazioni regionali, mai percorsa durante la storia della Repubblica italiana, è resa possibile
dall’articolo 132 della Costituzione: “si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali,
disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione
d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un
terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza
delle popolazioni stesse”. Per quanto il processo sia farraginoso, è fattibile, almeno in linea teorica.
Se d’altronde fosse il Parlamento a opporsi a una richiesta unanime delle regioni, dovrebbe ben renderne conto agli elettori. Tentare una strada diversa, attribuendo poteri e funzioni “a tutte le regioni, grandi e piccole, indifferenziatamente, senza previamente raggrupparle, è insensato perché produrrebbe una eccessiva frammentazione degli obbiettivi, e la fuga delle regioni più deboli, incapaci di svolgere il loro compito, fra le braccia protettive del vecchio e inefficiente Stato nazionale”(8). Il pessimismo del costituzionalista lariano forse è esagerato: l’esperienza spagnola, ad esempio, mostra come un federalismo “asimmetrico” possa funzionare e dare buoni frutti. Anzi: in un contesto come quello italiano, probabilmente un’assunzione asimmetrica di responsabilità è l’unica via al federalismo compiuto. Tuttavia, Miglio ha ragione nel temere che un’eccessiva frammentazione non sia foriera di danni in sé, ma rischi di porre le regioni in posizione di sudditanza rispetto al potere centrale, finendo per replicare i problemi che oggi si tenta di affrontare e risolvere. Da questo punto di vista, l’idea di creare un coordinamento delle regioni del Nord come primo embrione di una loro unificazione era azzeccata. Purtroppo, Bossi aveva fatto i costi senza l’oste. O, meglio, senza gli osti: la forte personalità dei governatori, la riottosità dei partiti a base elettorale nazionale, la fragilità culturale e politica del suo stesso partito, e soprattutto l’incapacità di risolvere il conflitto politico in un conflitto territoriale. Il grande fallimento della Lega, cioè, è stato quello di non aver saputo spostare lo scontro dall’asse destra-sinistra all’asse Nord-Sud. Le campagne e le scommesse elettorali sono dunque sfuggite di mano ai colonnelli del Carroccio, che peraltro raramente hanno tentato di imporre un registro al dibattito. Difficilmente essi hanno saputo sottrarsi a divisioni che poco hanno a che fare con la “ragione sociale” di un “movimento per la Padania”, e più spesso hanno assunto una posizione su temi che certo hanno un’importanza cruciale, ma rispetto a cui chi punti al federalismo ha poco da dire
se non “lasciamo che siano le regioni a decidere”. Si è raggiunto l’apice quando la Lega, che da
un lato brandiva la devolution e la dipingeva come una sorta di “vestito buono” del secessionismo, ha
invocato l’intervento di Roma per invertire la marcia di alcune regioni che avevano preso decisioni,
sia pure discutibili, su immigrazione, nozze omosessuali e altro. Oltre tutto, anziché seguire l’unica
via coerente (“fate quel che volete, ma non a spese degli altri”), il partito di Via Bellerio ha sfoderato
argomenti polemici pienamente comprensibili solo se passate attraverso il prisma del dibattito politico
nazionale(9). L’assunzione di una collocazione politica da parte della Lega, assieme alla marcia indietro dalla secessione alla devolution, ha contribuito a innescare in Italia un fenomeno già presente in altre parti d’Europa: “la spinta verso più intensi livelli di autonomia che ha connotato le istanze ‘federaliste’ presenti in Italia, analogamente a quanto avvenuto in altre nazioni europee (Spagna, Belgio e, più di recente, Francia), assume progressivamente una minore incidenza sul piano strettamente politico (e in tal senso si iscrive il declino dei ‘partiti regionali’) e una sempre più incisiva tendenza a esaltare i profili sociali, economici e finanziari”(10). Ciò ha parallelamente rafforzato l’opposizione alle riforme costituzionali da parte dei democristiani “di sinistra” (quelli di “destra” essendo contrari per ragioni più comprensibili, a partire da una più forte forte presenza nel Mezzogiorno). “Nelle loro componenti di ‘sinistra’, perlopiù settentrionali – rileva Robi Ronza – i post-democristiani hanno una tradizione di subalternità alla cultura marxista e postmarxista, naturalmente centralista a motivo della sua matrice giacobina”(11). Il centralismo, etichetta scomoda per chi si richiami alla dottrina sociale della Chiesa, ha trovato un alibi nella scelta di campo leghista.
La devolution “rivista e corretta”: un contentino politico.
Quasi 4 anni al governo sembrano aver del tutto sopito le aspirazioni autonomiste della Lega. Il disegno di legge sulla devolution licenziato dalla Camera sembra del tutto sterilizzato rispetto alle aspettative iniziali. I punti fondanti (il coordinamento delle regioni del Nord, il federalismo simmetrico, la soluzione del dilemma delle “competenze concorrenti” a favore delle regioni, il conferimento alle regioni di competenze esclusive su scuola, sanità e ordine pubblico) sono naufragati in un enunciato confuso e minimale. Intanto, sembra che la devolution sia entrata nel mirino della Corte Costituzionale, perché la possibilità per le regioni di legiferare, in particolare, su istruzione e salute parrebbe ledere il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini della Repubblica. Infatti, il corollario sarebbe la garanzia di livelli minimi differenti da regione a regione(12). Si tratta di un’accusa pretestuosa. Per aggirarla dall’interno della logica statalista e centralista di cui la Costituzione è formata, sarebbe sufficiente definire un “livello minimo nazionale” di servizio per la garanzia del quale attingere a un fondo di perequazione tra regioni (la cui esistenza, purtroppo, non è messa in discussione da nessuno). Se poi qualcuno vuole fornire standard superiori, a spese dei propri cittadini o grazie a contributi raccolti in altro modo, questo non viola la lettera o lo spirito della carta del ‘48 a meno che non si voglia scolpire nella legge un incentivo a peggiorare la qualità dei servizi. Del resto, paradossalmente, tra i “pregi” che alcuni giuristi riconoscono alla devolution v’è questo: “reintroducendo l’interesse nazionale come parametro di controllo di merito della legge regionale, la richiamata disposizione risponde in modo positivo alle preoccupazioni di una parte della dottrina che aveva ritenuto inadeguate le formule utilizzate dal vigente Tit. V Cost”(13). La clausola dell’interesse
nazionale, certo non voluta ma neppure ferocemente osteggiata dal ministro delle Riforme, mette il cappio al collo di ogni velleità autonomista. Anche per quel che riguarda le competenze esclusive attribuite alle regioni, sottolineano Massimo Bordignon e Giuseppe Pisauro, “la norma è sufficientemente vaga da non permettere di capire se queste competenze esclusive possono essere attivate soltanto a patto che tutte le regioni siano d’accordo, oppure se una regione può andare avanti
da sola”(14). Di più: la devolution, aggiunge Bordignon, prefigura “un drastico ridimensionamento
dell’entità del decentramento di funzioni ipotizzato dal Titolo V e, forse, perfino del livello attuale”(15). In ogni caso, con la discussione e poi l’approvazione della devolution il livello del dibattito si è letteralmente abbattuto. Non solo il lato fiscale è stato completamente accantonato (con ciò ponendo le premesse per un aumento della fiscalità locale per finanziare le nuove competenze regionali), ma pure il principio, malamente enunciato dalla riforma costituzionale del 2001, delle competenze residuali ha subito un’inversione. Forse l’unico merito dell’opera ulivista, infatti, è quello d’aver fissato, invertendolo rispetto al passato, il “verso” delle responsabilità: tutto ciò che non è esplicitamente oggetto di politiche nazionali appartiene alle regioni. “La politica – dice Antonio Martino – dovrebbe avere un ruolo ‘residuale’ rispetto alle libere scelte dei privati, occuparsi cioè solo di quei pochi, importanti obiettivi che non possono altrimenti essere realizzati. All’interno della politica, nulla dovrebbe essere attribuito alla responsabilità di un livello di governo ‘più alto’ quando può essere realizzato da uno ‘più basso’: quasi tutto a livello locale, poco a livello nazionale, pochissimo a livello sovranazionale. Questo per l’ovvia ragione che quanto più è alto il livello di governo tanto minore è il controllo che i cittadini possono esercitare su di esso”( 16). La devolution, invece, riporta tutto al punto di partenza: le regioni possono legiferare solo in quei settori che sono loro apertamente delegati (devoluti). La stessa scelta della terminologia è infelice: se si “devolve” un potere, si mantiene pure aperta la possibilità di richiamarlo a sé: come del resto fa la riforma bossiana tracciando un tratto di biro rossa sulle competenze concorrenti individuate dalla revisione del Titolo V della Costituzione. Riforme Costituzionali: quali prospettive L’attuale stato delle riforme costituzionali non sembra lasciare spazio a grande ottimismo. Anzi, l’insipienza di molti rappresentanti delle istanze
padaniste ha finito per cortocircuitare la discussione. Da un lato una riforma che sostanzialmente lascia
immutato l’esistente (o lo peggiora a favore del centralismo) è dipinta dai sostenitori, e attaccata
dai detrattori, come l’anticamera della secessione; dall’altro, chi nutra sinceri sentimenti federalisti si
trova nell’imbarazzo di dover difendere una riforma indifendibile perché con essa non vadano persi
i principi giusti, o criticarla col rischio di trovarsi in compagnie sgradevoli, pericolose e malintenzionate. Probabilmente, e paradossalmente, meglio sarebbe se la devolution decadesse in maniera tale da riaprire il dibattito a proposte più serie e ragionate. Per esempio, la Lega e i settori più dinamici di altri partiti (da Forza Italia ad Alleanza Nazionale ai DS) potrebbero ripescare la vecchia idea di estendere alle regioni del Nord una forma di autonomia analoga a quella di cui gode la Sicilia: che vanta legislazione esclusiva, tra l’altro, su industria e commercio, agricoltura, istruzione elementare, musei, biblioteche e accademie, e può intervenire con proprie norme (nel rispetto dei principi generali) su comunicazione e trasporti, sanità, istruzione media e universitaria, disciplina del credito, legislazione sociale (inclusi rapporti di lavoro, previdenza e assistenza), e “tutte le altre materie che implicano servizi di prevalente interesse regionale”(17). Non sarebbe una rivoluzione, ma certo si tratterebbe di un passo avanti nella direzione giusta. Un’altra strada da percorrere, peraltro parallela a
questa, potrebbe passare per l’unificazione delle principali regioni settentrionali (specie se governate dalla stessa parte politica: e in questo potrebbe stare l’utilità del sostegno a una delle due coalizioni,
se i contrappesi derivanti dalla base elettorale nazionale dei partiti non fossero troppo forti).
(5) http://www.grtv.it/2001/ottobre2001/1ottobre2001/
grtv5.htm.
(6) Gianluca Savoini, “Regioni, coordinamento al via”, La Padania,
5 maggio 2000, http://old.lapadania.com/2000/maggio/
05/05052000p03a1.htm.
(7) Gianfranco Miglio e Marcello Veneziani, Padania, Italia, a
cura di Marco Ferrazzoli (Firenze: Le Lettere, 1997): p.64.
(8) Gianfranco Miglio, L’asino di Buridano (Vicenza: Neri
Pozza Editore, 1999): p.90.
(9) Si veda Gilberto Oneto, “Quei diritti degli altri scaricati
sul nostro conto”, Il Federalismo, 23 agosto 2004.
(10) Gaetano Armao, “La strada istituzionale per fare come la
Scozia e il Galles”, élites, n.1/2001, http://www.liberalfondazione.
it/archivio/elite/numero1/strada.htm.
(11) Robi Ronza, “Italia, come si traduce devolution”, Il Giornale
del Popolo, 3 dicembre 2002.
(12) “Tiro al bersaglio sulla devolution”, Panorama, 20 agosto
2004, http://www.panorama.it/italia/indiscrezioni/articolo/
ix1-A020001026296.
(13) Silvio Gambino, “Sulla devolution all’italiana”,
http://www.associazionedeicostituzionalisti.it/dibattiti/revisione/
gambino.html.
(14) Massimo Bordignon e Giuseppe Pisauro, “I misteri della
devoluzione”, LaVoce.info, 28 novembre 2002, http://www.lavoce.
info/news/view.php?cms_pk=226.
(15) Massimo Bordignon, “Devolution senza le regioni”, La-
Voce.info, 17 aprile 2003, http://www.lavoce.info/news/
view.php?cms_pk=413.
(16) Antonio Martino, “Federalismo fiscale: una proposta radicale”,
IBL Occasional Paper n.2, pp.4-5, http://brunoleoni.
servingfreedom.net/OP/2_Martino.pdf.
(17) Statuto Speciale della Regione Sicilia, artt. 14 e 17.




Rispondi Citando