OMNIA SUNT COMMUNIA
LA VITTORIA DI HAMAS
(Cassandra - nuova serie - n. 16. Marzo 2006)
La netta vittoria conseguita da Hamas alle elezioni politiche palestinesi ha sorpreso l’Europa. Le prime reazioni sono state, anche a sinistra, di forte delusione. E' sembrato cadere il mito della "anomalia palestinese", dato che il popolo più "laico" del Medio Oriente ha scelto di votare per una formazione integralista islamica. E’ necessario sforzarsi di capire il perché e il significato della svolta.
Chi adesso scopre che l'Autorità Nazionale Palestinese è stata sconfitta a causa della sua corruzione o è ingenuo o ha chiuso gli occhi fin dalla metà degli anni ‘70. E chi rimpiange l'assenza di Yasser Arafat, (che forse avrebbe contenuto, ma non avrebbe potuto evitare la sconfitta) chiude gli occhi sulla storia palestinese. La corruzione dell'Olp/Anp, oggi denunciata anche da chi ha sempre fatto finta di niente, non è nuova ed è direttamente collegata alle scelte di questi anni, che in definitiva hanno permesso ad Hamas di arrivare ad essere la prima forza fra i palestinesi.
Fin dagli accordi di Oslo, a voler solo considerare gli anni del governo dell'Anp, i palestinesi residenti in Cisgiordania e a Gaza hanno verificato che l'apparato burocratico dell'Olp si è semplicemente trapiantato all'interno, dopo decenni di esilio dorato consentito dalla valanga di petrodollari versati nelle sue casse dai Paesi arabi, i quali non li versavano per beneficenza, ma per condizionarne le politiche. Dal 1994 (anno in cui nasce l'Anp in Cisgiordania e Gaza) il popolo ha constatato che quegli accordi permettevano a Israele di raddoppiare la colonizzazione con il vantaggio determinante di poter ridispiegare il suo esercito fuori dalle città più densamente popolate, mentre gli apparati di sicurezza e polizia palestinesi si incaricavano di reprimere i tentativi di ribellione; d'altro canto, la burocrazia continuava ad ingrassare subendo accordi che in realtà erano dei diktat israeliani. Hamas denunciava tale situazione ed i suoi esponenti mantenevano un tenore di vita irreprensibile. I leaders vivevano (e vivono) nelle stesse baracche dei campi profughi in cui facevano proseliti. I fondi provenienti dall'estero (in particolare dall'Arabia Saudita) sono stati usati per creare una rete di sostegno assistenziale efficiente (asili nido, scuole, ospedali, etc.). L'Anp, invece, ha impiegato quelli a sua disposizione per costruire carceri, mastodontiche ed inutili sedi di ministeri e di governo, ville per i suoi burocrati di medio ed alto rango. Tutto ciò ha spinto fasce sempre più larghe di popolazione ad identificarsi con Hamas: non per l’ ideologia, ma per la sua coerenza (sotto occupazione militare, non è un dettaglio se un leader viaggia su autoomobili di lusso o va a piedi respirando la stessa polvere di tutti).
I 440.000 voti ottenuti da Hamas non possono dunque essere interpretati come la prova di un'adesione di massa all'integralismo islamico, ma rappresentano un chiaro segnale di rottura con un apparato burocratico che spesso sconfina nel mafioso. I palestinesi pagano così il prezzo della crisi e del grave indebolimento delle tendenze politiche laiche, nazionaliste e di sinistra nella regione mediorientale.
Certo, non tutti gli integralismi sono uguali. Hamas ha assunto tratti di pragmatismo che altri fondamentalismi non hanno (anche se il suo programma rispecchia comunque una regressione in senso conservatore), riuscendo, soprattutto nell’ultimo periodo, a canalizzare a proprio vantaggio l’indebolimento delle organizzazioni laiche, nazionaliste e di sinistra. Ma la crisi esplosa nell'Anp e in Fatah non inizia con la vittoria di Hamas, né Hamas ne è la causa. Ormai da molto tempo, le organizzazioni armate create da Fatah (con il beneplacito di Arafat) all'indomani della rivolta del 2000 si sono autonomizzate. Questa autonomizzazione negli ultimi due anni ha raggiunto l'apice, creando da un lato una sorta di dualismo politico e organizzativo, dall'altro offrendo la possibilità all'Anp ed ai suoi dirigenti di presentarsi ad Israele ed all'Occidente come l'unico interlocutore possibile per il raggiungimento di un accordo definitivo, purché appena accettabile.
La repressione di Israele, l'invasione militare diretta, fin dal 2001-2002 hanno creato e consolidato le basi per l'anarchia interna. Oggi i gruppi armati palestinesi fanno sostanzialmente capo a logiche di scontro per il controllo del potere a livello locale o/e sono pezzi dell'apparato di sicurezza che alzano il tiro ed il livello di pressione verso l'Anp (della quale l’apparato è creatura, ma oggi gli si rivolta contro). Il dato certo è lo scollamento totale dalla popolazione.
I piani di Israele
L'operazione di maquillage del governo Sharon, iniziata nel 2004 e finalizzata ad accreditare ancora una volta l'immagine di un Israele pronto all'accordo, ma costretto a fronteggiare un interlocutore palestinese "estremista", "massimalista", del tutto "inaffidabile", purtroppo è pienamente riuscita. Questo successo è frutto anche e soprattutto della complicità dell’ Europa, degli USA e di istituzioni internazionali come l’Unione Europea e l’Onu, che invece di presentarsi come mediatori, se non super partes, almeno credibili, appoggiano di fatto le posizioni israeliane.
Il piano unilaterale di Israele ha un pilastro fondamentale nel Muro di separazione e tende a determinare sul terreno una situazione irreversibile. Se e quando si aprirà un tavolo negoziale, ciò avverrà, come già è accaduto nel passato, alle condizioni imposte dal governo israeliano, che potrà vantare l’annessione di fatto di larghe porzioni della Cisgiordania.
Israele ha giustificato tutte le sue guerre di aggressione con l'argomento della "sicurezza", con la necessità di difendersi da un mondo arabo-musulmano che vorrebbe la sua distruzione: in realtà, non rispettando nessuna risoluzione internazionale, nessun accordo, vuole impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente, nonostante che ormai da decenni i palestinesi abbiano riconosciuto il diritto all’ esistenza dello Stato israeliano.
Lo Stato d’ Israele è un dato da cui non si può, e non si deve, tornare indietro. Ma chi lotta per la propria indipendenza ed autodeterminazione, i palestinesi (e chi è al loro fianco per il rispetto di un popolo e del diritto internazionale), non può essere accusato di antisemitismo: riconoscere chi è che occupa, reprime, imprigiona non è un’operazione ideologica, ma è l'unico modo per evitare una catastrofe che rischia di coinvolgere tutti.
Nel 2004 un gruppo di intellettuali israeliani, oltre cento, lanciarono dal Kibbutz Olga questo appello alla popolazione israeliana:
"Si supponeva che Israele sarebbe stato una democrazia; ha messo in piedi una struttura coloniale, combinando elementi inconfondibili dell’apartheid con l’arbitrarietà di una brutale occupazione militare. (..) Siamo uniti in una critica del sionismo, basato com’è sul rifiuto di riconoscere la popolazione indigena di questo Paese e sulla negazione dei suoi diritti, sull’esproprio delle sue terre e sull’adottare la separazione come un principio fondamentale e come modo di vivere. Aggiungendo al danno l’insulto, Israele persiste nel rifiutare di assumersi qualunque responsabilità per i propri atti: dall’espulsione della maggior parte dei palestinesi dalla loro patria più di mezzo secolo fa, all’attuale costruzione di muri di ghetto intorno ai palestinesi rimasti nelle città e nei villaggi della Cisgiordania. Così, ovunque ebrei e arabi stanno insieme o si fronteggiano si traccia un confine fra di loro, per separare e dividere fra benedetti e maledetti".
Qualcuno vorrà vedere in queste parole, se non una forma inedita di antisemitismo, l'eterno ebraico "odio di sé". Noi siamo al fianco di questi israeliani, che hanno compiuto un atto di coraggio, ponendosi fuori dalla logica dei Muri di separazione unilaterali che i registi della guerra globale, preventiva e permanente vogliono imporre all'intero pianeta. Siamo al fianco di coloro che rifiutano lo "scontro di civiltà" e perseguono invece l'obiettivo di fare delle frontiere non dei Muri, ma dei ponti di interscambio fra diverse culture, modi di essere, religioni, nel mutuo rispetto e nel mutuo riconoscimento.
Una sfida globale
E’ parso come un fulmine a ciel sereno che proprio dalle strade di Gaza partisse la rivolta contro le caricature di Maometto che ha incendiato interi Paesi. In Occidente, dopo gli attacchi alle ambasciate, si è levato un coro ipocrita contro la "barbarie musulmana". Il fatto che dalla Palestina l'incendio si sia esteso ben oltre i suoi confini, proverebbe che il conflitto è, in ultima analisi, di carattere religioso. Anche questo argomento è stato usato per dimostrare che è "giusto punire i palestinesi" perché hanno votato male e non conta il fatto che nessun osservatore internazionale abbia sollevato obiezioni sulla democraticità delle elezioni. La minaccia israeliana e occidentale di bloccare gli aiuti è un disgustoso ricatto per piegare con la fame un popolo e scatenare il caos.
"Per favore sanzionateci, prima che noi commettiamo qualcosa di irreparabile": queste parole sono state pronunciate, quasi come un’invocazione, dall’insieme delle organizzazioni israeliane che da anni si battono contro l’occupazione di Cisgiordania e Gaza e la militarizzazione delle loro vite e di quelle dei palestinesi conseguente alla costruzione del "Muro della vergogna". Gerusalemme Est ha un valore centrale per i palestinesi in termini politici, economici, sociali e religiosi. La politica israeliana sta riducendo le possibilità di raggiungere un accordo definitivo sullo status della città e dimostra l’intenzione di annetterla. Quando il Muro sarà completato, Israele controllerà l’accesso da e verso Gerusalemme Est, tagliando fuori le città palestinesi di Betlemme e Ramallah e il resto della Cisgiordania. Ciò avrà serie conseguenze in termini economici, politici ed umanitari.
Tramite una rigorosa applicazione delle politiche sulla residenza e sullo status di cittadinanza (ID Status), Israele alla fine sarà in grado di completare l’isolamento di Gerusalemme Est – il centro politico, sociale, commerciale e infrastrutturale della vita palestinese1. Questo lo dicono non dei "pacifisti abituali", ma i capi missione che l’Unione Europea ha inviato nel novembre scorso per verificare sul campo le trasformazioni di Gerusalemme Est, che dovrebbe diventare la capitale del futuro Stato di Palestina, con la costruzione del Muro. Il rapporto, redatto da questa missione diplomatica il 12 dicembre 2005, non è stato reso pubblico, né fatto proprio dalla Ue per l’opposizione del ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini. L’alibi, il dito dietro cui Fini & C. si sono nascosti, sono le prossime elezioni politiche che si terranno a marzo in Israele. In realtà, il rapporto indica le azioni politiche che l’Unione Europea dovrebbe intraprendere per impedire che la situazione precipiti, che accada cioè "qualcosa di irreparabile".
Perché, però, Israele agisce in questo modo? I diplomatici europei affermano: "La motivazione principale è sicuramente di ordine demografico – ridurre la popolazione palestinese di Gerusalemme, congiuntamente agli sforzi realizzati per aumentare la popolazione di ebrei israeliani che vivono nella città – all’Est come all’Ovest. Il piano regolatore di Gerusalemme ha come scopo esplicito di riservare la percentuale di gerosolimitani palestinesi ad un massimo del 30% del totale. La separazione di Gerusalemme Est dal resto della Palestina blocca economicamente le due zone e il ritorno di coloro che possiedono le carte d’identità blu 2 esaspera la crisi degli alloggi – i prezzi di acquisto e di affitto salgono vertiginosamente".
La descrizione collima per molti aspetti con le analisi che provengono dallo schieramento anti-colonialista israeliano e da molti studi palestinesi sul progetto colonialista israeliano. L’Unione Europea è stata indotta a nascondere questo rapporto per i passaggi nei quali viene sottolineato che la politica di Israele si pone al di fuori del diritto internazionale, che le "inquietudini" palestinesi per il futuro di Gerusalemme Est sono più che giustificate e vanno sostenute anche con azioni che impongano, ad esempio, il rispetto della sentenza dell’Alta Corte di Giustizia dell’Aja del luglio 2004 che dichiara illegale il Muro ed intima ad Israele di smantellarlo.
Questa è la sfida che la Palestina ci lancia. Se non riusciremo ad imporre sanzioni verso il governo israeliano, la sconfessione dei "rapporti speciali" che intercorrono tra l'Unione Europea e Israele, l'interruzione della cooperazione in campo militare fra i governi europei e quello israeliano, allora ancora una volta i palestinesi resteranno soli, si sentiranno, a ragione, traditi.
TUTTO E' DI TUTTI