da Lettere al Corriere del 9.6.2006:
http://www.corriere.it/solferino/romano/?fr=tcol
Riforma costituzionale: per favore un po’ di chiarezza
A distanza di pochi giorni dal referendum, laddove fosse accolto, il centro sinistra non ha ancora divulgato il progetto - e tanto meno un elaborato legislativo - atto a correggere il «pasticciaccio» conseguente alle
modifiche dallo stesso apportate nel 2001 al Titolo V della Costituzione. In mancanza molti preferiranno la cabina... balneare a quella elettorale!
Victor Uckmar, Genova ,
RISPONDE SERGIO ROMANO
Caro Uckmar,
ricordo ai lettori che le modifiche del Titolo V a cui lei fa riferimento sono il «federalismo del centro-sinistra» e vennero approvate dal Parlamento con una modesta maggioranza quando il governo era presieduto da Giuliano Amato.
Il referendum confermativo ebbe luogo il 7 ottobre 2001, pochi mesi dopo la costituzione del governo Berlusconi. La percentuale dei partecipanti al voto fu piuttosto bassa (34 per cento), ma il quorum, nei referendum confermativi, non è necessario e i «sì» vinsero con 10.438.419 voti, pari al 64,2 per cento dei votanti.
Da allora tuttavia, anche a sinistra si è constatato che quella riforma ha creato, nei rapporti fra Stato e Regioni, troppe aree «condominiali» e ha scaricato sulla Corte costituzionale un numero considerevole di conflitti di competenza.
La riforma voluta dal centrodestra elimina invece parecchie incertezze, introduce il concetto di «interesse nazionale» e presenta, a questo proposito, qualche vantaggio.
Lei ha ragione dunque quando sostiene che i fautori del no non possono limitarsi a sostenere che la riforma del centrodestra è sbagliata. Dovrebbero anche dire contemporaneamente agli elettori che cosa intendono fare per correggere quella del 2001. La loro posizione ne sarebbe rafforzata.
Credo, tuttavia, caro Uckmar, che occorrerebbe andare più in là. Come lei ha notato, le discussioni e le polemiche degli scorsi giorni hanno dimostrato che esiste fra alcuni settori dei due blocchi una certa convergenza. Molti esponenti del centrodestra si rendono conto che la loro riforma è imperfetta e che ha bisogno di parecchie correzioni. Molti esponenti del centrosinistra sanno che la grande riforma costituzionale auspicata negli anni Novanta è rimasta incompiuta e che l’Italia ha urgente bisogno di riscrivere alcune parti della propria Carta. La differenza fra i riformisti dei due campi è soprattutto tattica o procedurale.
Come ha spiegato Giulio Tremonti nella sua intervista al Corriere , occorre anzitutto dire sì al referendum e mettere in cantiere subito dopo la riforma della riforma. Come ha spiegato Fassino, invece, occorre anzitutto dire no e avviare subito dopo il processo costituente. Ambedue le posizioni sono giustificabili: chi vince il referendum siede al tavolo dei negoziati con una carta in più. Ma Tremonti ha avanzato contemporaneamente un’altra proposta: una mozione congiunta in Parlamento in cui maggioranza e opposizione dovrebbero indicare le grandi linee di un comune programma riformatore. Anche se la proposta mi sembra buona, temo che non ne esistano le condizioni.
Ma credo al tempo stesso che la nuova maggioranza non possa esimersi dall’obbligo di dire chiaramente agli elettori che cosa intende fare il giorno dopo per cambiare la sua vecchia riforma e le altre parti della Costituzione che sono mai ormai, come il bicameralismo perfetto, irrimediabilmente invecchiate.
Sino a quando non lo avrà fatto io, personalmente, continuerò a pensare che il sì presenta almeno un vantaggio: quello di impedire che la maggioranza, nei mesi seguenti, dimentichi, per quieto vivere, l’esistenza del problema.
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