Documento letto da un compagno di sardigna Ruja in occasione dell´iniziativa "Sgrana e traballa" organizzata dal CPA-Firenze Sud in Italia.
Buona lettura![]()
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BREVE ANALISI SULLA SITUAZIONE IN SARDEGNA[1]
Cari compagni, oggi siamo qui al CPA per una festa dei popoli che vuole naturalmente essere anche un momento di riflessione sulle lotte affrontate da questi popoli contro l’oppressione militare, liberista e quant’altro tutti noi sappiamo assai bene.
Noi stessi, come associazione Sardigna Ruja, l’anno scorso ci siamo trovati a organizzare un convegno dal titolo Le nazioni senza stato nella fortezza Europa, peraltro con la stessa partecipazione del CPA.
Ma non voglio dilungarmi sui preamboli: tutti noi che siamo qui presenti sappiamo bene di cosa si tratta!
Forse un po’ meno ovvio può invece risultare, soprattutto per i non sardi o per coloro che seguono dalla penisola la realtà sarda, quella che ora chiamo la “questione sarda”.
Eh già, perché per colui che vede certe manifestazioni, in senso ampio, nate in Sardegna in questi ultimi anni, ma che, invero, affondano in epoche ben più remote e che, da coloro che le hanno studiate, sono state incluse sotto la categoria di “resistenziale sarda”, esse possono apparire frutto di un localismo, di un particolarismo opportunistico che ben poco ha a che fare con lotte condotte dai popoli che tutti noi abbiamo in mente e che vediamo ben rappresentati qui oggi.
La Sardegna, infatti, da un punto di vista esterno e del “diritto internazionale” non si può definire oppressa da un regime militare straniero, non subisce le razzìe indiscriminate delle multinazionali, non corre il rischio di vedere il proprio popolo vittima di un genocidio o di discriminazione razziale.
Eppure, se analizziamo nel dettaglio quanto accade in Sardegna da almeno mezzo secolo, ci accorgiamo che esso è ciò che accade nei paesi latinoamericani, africani, asiatici, sebbene declinato in forme meno violente ma più subdole. Ma, come sappiamo, oggi il capitale, soprattutto nelle cosiddette “democrazie occidentali da esportazione”, preferisce forme di controllo politico ed economico meno apertamente conflittuali, le quali, colpendo indiscriminatamente, potrebbero creare movimenti di lotta dal basso largamente condivisi. Nell’occidente “a stelle e strisce”, l’antica massima del dividi et impera funziona ancora bene! Salvo rari “incidenti di percorso” come quello accaduto in Francia pochi mesi fa!
Ma osserviamo un po’ da vicino la realtà sarda, per scoprire come anche l’Isola, di fatto, sia occupata militarmente, subisca le razzìe delle multinazionali del turismo, abbia subìto, il tentativo, in parte riuscito, della distruzione della cultura, della lingua e della memoria.
ECONOMIA
Come noto, nelle società capitaliste, il primo passo compiuto per controllare una realtà territoriale è quello del controllo economico: si deve indurre, in quella che dovrà divenire, in senso lato, colonia, una dipendenza economica verso una realtà esterna. Tutti noi sappiamo quali metodi siano stati perseguiti dall’imperialismo e tutti noi abbiamo sotto gli occhi quanto permane negli stati post-coloniali dell’antica dipendenza, ma meno chiaro, anche per noi sardi, è cogliere quanto succede in Sardegna.
La Sardegna, fino all’immediato dopoguerra, come la gran parte del Meridione, basava la propria economia sull’agro-pastorizia, sull’artigianato e su poche altre attività praticate da secoli in loco, secondo un equilibrio creato nei secoli a séguito di una naturale selezione. Ecco dunque che, mentre lungo le coste si erano sviluppate attività connesse al commercio e alla pesca, nell’interno, l’agricoltura, nelle zone pianeggianti, e la pastorizia, in quelle collinari e montane, davano sostentamento alle popolazioni locali, sempre in numero contenuto, come peraltro nel resto della Sardegna e ancora oggi.
Col dopoguerra e col presunto Piano di rinascita, che, in forme e con nomi diversi ha colpito –è il vero caso di dirlo!- numerose zone d’Italia, il governo centrale, fortemente coadiuvato da quelli locali, e, aspetto che forse ci dovrebbe interessare maggiormente e che dovremmo tenere a mente, anche oggi, come monito, dai partiti della sinistra, desiderosi di creare un proletariato di fabbrica, e dai sindacati, bramosi d’inserirsi in una realtà che, per la sua stessa natura, non era molto permeabile alle loro pressioni –i pastori del Supramonte, degli anni Cinquanta, non erano molto sensibili ai discorsi di CGIL, CISL e UIL!-, decise di distruggere questa realtà e di imporne una basata sul settore secondario. Era chiaro, l’industria, soprattutto pesante, di base, come quella creata in modo assolutamente artificioso in Sardegna, dava maggiori garanzie di controllo, economico ma anche politico e sociale, di una realtà sfuggente, frastagliata, difficilmente comprensibile, e, aspetto certamente non secondario, per gran parte autosufficiente, come quella, per certi versi ancestrale, agro-pastorale.
Si crearono dunque delle vere e proprie cattedrali nel deserto, finanziate naturalmente dallo stato e controllate a suoi uomini di fiducia: raffinerie, industrie chimiche, petrolchimiche. Durarono, nei casi più fortunati, una trentina d´anni: distrussero l’ecosistema –pensate che la raffineria SARAS, della famiglia Moratti, prima di venire impiantata a Sarroch, a venti km da Cagliari, doveva essere impiantata, se non ricordo male, in Uganda, o in altro Stato dell’Africa, ma non venne accolta poiché non conveniente nel rapporto benefici economici-inquinamento!-, lasciarono migliaia di operai in cassa integrazione, ma, soprattutto, scardinarono un sistema economico, nel suo complesso funzionale ed equilibrato, per uno di dipendenza dallo Stato centrale. Traditi dal miraggio propagandato da politici e mezzi d’informazione del “pastore in tuta blu”, che avrebbe potuto, finalmente, godere del progresso della società dei consumi, ai sardi non rimase altro che “riciclarsi” nelle mansioni più umili, offrendo forza lavoro a buon prezzo alle industrie del Nord. Per non parlare della nascita dei problemi sociali che colpiscono tutte le realtà sottoproletarie del mondo –droga, etc.-.
Se questo accadeva nell’interno, lungo le coste non avvenne di meglio. Ma su questo, probabilmente, un po’ tutti sono meglio informati. Coloro che andassero lungo le nostre coste si accorgerebbe che la “rinascita” è consistita in villaggi turistici, seconde case, e, nelle grosse città –che, per la Sardegna, si riducono a Cagliari, Sassari, Olbia e Quartu Sant’Elena (distante, appunto, 4 miglia romane da Cagliari-, centri commerciali. Il che, tradotto in termini economici, significa: contratti capestro come lavapiatti, camerieri e cassieri, speculazione edilizia e degrado ambientale, evasione fiscale. E, ancora una volta, dipendenza dall’esterno: grandi gruppi economici italiani o stranieri o, più semplicemente, “palazzinari” di piccola, media e grande taglia!
La luminosa vetrina del turismo, ancora una volta, si è rivelata per quella che è: un’industria che, sovente, produce poco, che convoglia quel poco o tanto che produce in poche mani, e che porta fuori dalle regioni interessate dal fenomeno i guadagni e lascia sul posto solo il degrado, indirizzandosi verso altri lidi, più convenienti o più attraenti, quando il sito è ormai deturpato o “non tira più”!
EGEMONIA CULTURALE
Non è necessario essere un cultore dell’antropologia per sapere che le regioni poste geograficamente in periferia o ai margini dei centri d’irradiazione culturale conservano tracce di culture precedenti molto più lungo che gli altre.
La Sardegna, isolata geograficamente dal resto del continente europeo, fin da epoca arcaica conservò elementi altrove spariti. Solo per fare un esempio, alla fine del VI secolo il papa Gregorio Magno si trovò a redarguire gli amministratori isolani poiché permettevano che in alcune zone della Sardegna si adorassero sassi e alberi. Niente di così grave, per noi cresciuti nel XXI secolo, a meno che non ci chiamiamo Marcello Pera: tracce di animismo che permangono ovunque in società ancora assai legate, e dipendenti, dalla natura. Ma questo è solo un esempio, peraltro non proprio recentissimo. In tempi più vicini ai nostri, nell’Ottocento e nel Novecento, insigni studiosi di tradizioni popolari, glottologia, musicologia, rimasero stupefatti dall’atavicità e dalla ricchezza del patrimonio culturale sardo. Nessuno di loro pensò a forme di espressione rozze o insignificanti, ma tutti espressero lusinghieri giudizi nei loro confronti. Ancora oggi, come credo sappiate, la lingua sarda –perché, lo ricordiamo ancora una volta, per i glottologi, il Sardo è una lingua!-, il canto a tenores, i mamuthones e gli altri carnevali del nuorese, vengono studiati ovunque nel mondo!
Ebbene, di questo enorme patrimonio, ora rimane ben poco.
Ovunque è stata imposta la lingua italiana, nonostante una diglossia naturale, affermano tutti i linguisti, aiuti nell’acquisizione di altre lingue. Ma questo, che, a ben pensare, è estremamente ovvio, non è mai riuscito a convincere i numerosi ministri che si sono succeduti in un secolo e mezzo in Italia. Ma, scusate, avete mai pensato d’impedire a un bambino che vuole imparare a nuotare, di praticare anche l’atletica poiché questa lo rallenterebbe nel nuoto? Ma poi, anche volendo tornare alle lingue, come ce lo spiegano, i solerti ministri banditori del sardo, l’insegnamento dell’inglese fin dalle elementari? O quella non è una lingua. Proscritta da tutti i luoghi pubblici, divenuta bersaglio di una campagna di denigrazione sociale –«Che fai, parli in sardo come i pastori? », erano le frasi che si sentivano fino a poco tempo fa!-, confinata nei confini della chiacchiera informale, o peggio ancora, degli insulti, sopravvive fra i vecchi e nell’interno dell’Isola. Pensate che, ormai, numerosi sardi sono costretti a seguire dei corsi per imparare quella che dovrebbe essere la loro lingua madre, o almeno la loro seconda lingua. Non vi prendo in giro: le università, gli enti locali, le scuole, tengono dei corsi d’insegnamento del sardo, vengono scritte delle grammatiche -alcune sono anche in CD rom: passato e presente, eh!-, compilati dei dizionari. Insomma, si cerca di rianimare il cadavere.
Ma perdita della lingua, ovviamente -lo sanno bene coloro che studiano la glottologia ma anche i “non addetti ai lavori” ne possono avere chiaro sentore-, comporta perdita di un intero patrimonio di fiabe, leggende, canti, usi –agricoli, sociali, etc.-: come è possibile comunicare certi sentimenti, certe consuetudini con parole di una lingua straniera. Molti di voi saranno toscani: ebbene, come potreste esprimervi in ottave utilizzando il tedesco? Una follia!
Ma se questo accade alla lingua, non meglio sta lo studio della storia di Sardegna. Invero, negli ultimi decenni, sono stati pubblicati numerosi -forse anche troppi!- testi sulla storia, in tutte le sue declinazioni –evenemenziale, ma anche economica, artistica, etc.-, ma, tutte o quasi, hanno peccato di due vizi: uno, che ora in parte, ma solo in parte, è stato superato, comportò che la storia della Sardegna venisse letta con gli occhi di coloro che stavano al potere in quel momento in Sardegna. Nella sostanza, per un po’ di tempo, si è fatta più storia della Corona spagnola o dei Sabaudi in Sardegna che storia di Sardegna! Il secondo problema, in questo caso ancora ben vivo, riguarda l’assoluta incapacità di analizzare lucidamente la storia sarda del Novecento: fino a quando c’è da parlare della Sardegna “granaio di Roma” sotto Cesare o Tiberio, o, meglio ancora, dei nuraghi e dei Giudicati, i regni sardi che si affermano e governarono l’Isola dal 900 circa al 1400, tutti sono pronti a prendere carta e penna –o mouse, anche in Sardegna sono arrivati i computer!- e, soprattutto, contributi regionali, e scrivere dottissime disquisizioni, ma quando c’è da stendere pagine sul fallimento del “Piano di rinascita” di cui abbiamo appena detto o dell’installazione di decine di basi militari o dei problemi arrecati dal turismo selvaggio a livello ambientale ma anche sociale, nessuno si propone. Eppure non sarebbe male capire come sia stato pensabile di impiantare raffinerie e aziende petrolchimiche o cartiere lontane dai centri industriali che sarebbero stati i loro naturali clienti e, peraltro, in zone di enorme pregio naturalistico!
Ma suppongo che a qualcuno di voi sia sorta una domanda: cui prodest? Insomma, va bene, i libri di storia di Sardegna o mancano o fanno cagare, ma questo secondo aspetto riguarda anche quelli della storia d’Italia: non è che i manuali scolastici in uso valgano granché, basta vedere come viene trattato tutto il dopoguerra! Sì, avete ragione, ma per rispondere alla domanda, giova alla classe politica al potere. Cerco di spiegarmi. Dai libri in uso presso le scuole e anche da quelli specificamente di storia sarda, emerge che la Sardegna non è mai stata capace, o almeno negli ultimi secoli (!!!), si opporsi alle decisioni, alle imposizione esterne, venute dal continente. Ora capite bene che convincere un milione e mezzo di persone che i loro avi, e così indietro nei secoli, non hanno mai dimostrato alcuna resistenza significa già formare in loro una coscienza debole, malata. Forse non avete idea di quanti sardi ripetono ancora che a noi sardi manca la capacità organizzativa, non abbiamo la mentalità imprenditoriale –ebbene sì: il tarlo del berlusconismo avanza!-, non sappiamo sfruttare le nostre risorse naturali –il termine che vi diranno è proprio sfruttare: non valorizzare, ma sfruttare!-, e via dicendo. Non sapere che in Sardegna sono state condotte delle lotte, vittoriose, contro l’installazione di basi militari fa sì che si crei una passività, una sfiducia nelle lotte! Ecco perché, anche col CPA, abbiamo organizzato iniziative su una di queste lotte vittoriose.
ALIENAZIONE DEL TERRITORIO
Naturalmente, una costante dei popoli in lotta è la lotta per riappropriarsi del proprio territorio e delle sue risorse. Anche la Sardegna ha subìto la rapina del proprio territorio.
In Sardegna quasi 40.000 ettari di territorio sono sotto controllo militare, fra demanio e servitù militare, il 40% del totale del territorio italiano. In queste basi, come credo sappiate, si svolgono guerre simulate, si sparano proiettili all’uranio impoverito, si testa il fosforo bianco, attraccano sommergibili nucleari... E così i pastori, gli agricoltori e i pescatori vengono privati delle loro possibilità di reddito –gli indennizzi, che, quando arrivano, giungono dopo anni, sono irrisori. Per dare soltanto qualche dato: nell’isola di La Maddalena, in 25 anni, il disavanzo fra perdite e benefici economici –come economia indotta e indennizzi- è stato di 45 miliardi di lire, mentre l’indennizzo che il comune di Teulada ha ricevuto nel 1999 per l’uso del suo territorio, per il quale gli scienziati del CNR hanno dichiarato non essere più possibile la bonifica ambientale, è stato di 5.787 lire all’ettaro! Cifra da capogiro!
In Sardegna una parte enorme delle coste è stata deturpata, in alcuni casi definitivamente, dai villaggi turistici, dagli alberghi, dalle seconde case, dalle lottizzazioni. E, parte di questi, sono peraltro abusivi. Salvo poi venire condonati! Pare quasi superfluo osservare che i proprietari non sono sardi!
Ultima, ma non l’ultima, la questione dell’eolico. Come credo sappiate, è stato stabilito che la Sardegna, in virtù della sua notevole ventosità, ospiterà la quasi totalità delle centrali eoliche che verranno edificate nei prossimi decenni. Niente da dire, se non fosse che nel raggio di alcuni chilometri sarà impossibile coltivare o portare le greggi al pascolo, che ancora non si hanno risposte certe sulla possibilità che piloni conficcati per decine di metri nel suolo e centinaia di chilometri di cavi sotterranei non arrechino danni idrogeologici e che le aziende, come si legge nella normativa approvata, nel momento in cui l’impresa non dovesse più risultare conveniente, potranno lasciare l’iniziativa senza l’obbligo di smantellare gli impianti. Qualcosa non quadra, soprattutto agli occhi di una comunità che da decenni ha visto sorgere sul proprio territorio basi militari, industrie altamente inquinanti, villaggi turistici, tutto sotto i migliori auspici, per poi scoprire che si trattava di enormi fregature! È giusto contribuire al miglioramento dell’ambiente e, facendo parte dello Stato italiano, farsi carico anche di produrre più energia di quanta ce ne occorra –come intuirete, vi sono più industrie che necessitano di energia in Lombardia e Veneto che in Sardegna!-, ma, come sempre, la soluzione del sito unico, che sia per stoccare scorie o per porre termovalorizzatori, come ora si chiamano gli inceneritori, puzza sempre un po’ di bruciato.
CONTROLLO DEL TERRITORIO
Mi permetto una parentesi. Alcuni mesi fa, quando la popolazione di Bengasi si sollevò in massa contro le rivoltanti cazzate di nostri lungimiranti ministri, la Mussolini –ebbene sì: Mussolini!- disse che il suo caro nonnino aveva costruito per questi beduini –così li chiamò la delicata signora- una fantastica strada, che loro non sarebbero mai riusciti a costruire. Il preziosissimo Angelo Del Boca, al quale dovremmo erigere un momento per le sue magistrali ricerche, osteggiate in tutti i modi dai ministeri italiani, ricordò però che la poche strade che erano state costruite non collegarono centri utili per la popolazione, ma servirono ai fascisti per meglio controllare il territorio.
In Sardegna è accaduto qualcosa di simile, però in negativo. Ovviamente penalizzata nei contatti con la Penisola a causa della sua insularità, la Sardegna presenta probabilmente il peggiore sistema di comunicazione d’Italia: mancano le autostrade, e poco male, visto lo scempio delle grandi opere, ma, ahinoi, mancano anche le arterie che dovrebbero collegare i paesi dell’interno con quelli delle coste e gli stessi paesi dell’interno fra di loro. Per non parlare del sistema ferroviario, ridotto a pochissime tratte, ovunque a un solo binario e con materiale rotabile –come viene chiamato dalle Ferrovie- vecchissimo, stazioni che chiudono i battenti, e tutto ciò che è indispensabile per convincere l’opinione pubblica che il pubblico è sempre fallimentare e che solo il privato può garantire efficienza e standard europei, che, come stiamo scoprendo, significa precarietà lavorativa, scarsa manutenzione, taglio del costo del lavoro, e quant’altro è necessario per raggiungere il massimo profitto.
Avrà qualche fine recondito quello di rallentare o impedire i collegamenti fra Sardi? Si vuole forse cercare di tenere separate e isolate le comunità? Magari anche rallentando lo sviluppo economico per conservare una sacca di disoccupati dalla quale attingere manodopera a basso prezzo? Mah, ai posteri –o agli storici di cui parlavamo prima- l’ardua sentenza!
CONCLUSIONI
Dunque, tirando le fila del discorso:
§ depauperamento dell’Isola
§ conseguente formazione di un sottoproletariato facilmente manovrabile e sfruttabile negli impieghi più svantaggiosi, ovvero emigrazione. In Sardegna, peraltro, dopo decenni di “fuga di braccia”, da alcuni anni si assiste alla “fuga di cervelli”, per impiegare la volgarissima terminologia dei giornalisti. Come se i manovali degli anni Sessanta non avessero avuto il cervello! Nel concreto, tuttavia, si osserva un’altra perdita economica per la Sardegna: persone verso le quali i genitori e le collettività avevano convogliato, per decenni, risorse economiche, lasciano la terra per cedere il proprio plusvalore a coloro che non avevano speso un soldo per favorire la loro formazione. La Sardegna, intesa in senso ampio, aveva speso delle risorse, e ora che quelle risorse potevano compiere il percorso inverso, esse dànno i propri frutti in un’altra regione o all’estero!
§ naturalmente una situazione di impoverimento, generale e diffuso, unita a una forte emigrazione, crea anche disgregazione sociale, perdita culturale, fenomeni di illegalità.
Ecco perché l’obiettivo che ora dovrebbero porsi le associazioni e le numerose organizzazioni politiche anticolonialiste ed indipendentiste di sinistra che operano dentro e fuori dell’Isola dovrebbe essere, prima di tutto, quello di creare consapevolezza, coscienza critica nei Sardi, far capire loro che la Sardegna non nasce povera ma è stata impoverita. E non è propriamente la stessa cosa!
Le nostre lotte, come spero di essere riuscito a spiegare, non sono soltanto dei Sardi, ma sono di tutti: di voi Toscani quando lottate contro il rigassificatore o Camp Darby, dei Piemontesi quando si oppongono alla TAV, dei Lucani quando rifiutano le scorie nucleari di tutta Italia.
Sardigna Ruja – Associazione dei sardi emigrati-, ringrazia ancora una volta il CPA per lo spazio e la cordialità con la quale sempre ci accoglie e voi tutti per l’attenzione e la pazienza.
Coloro che volessero ulteriori informazioni, possono avvicinarsi al banco ove è in vendita un po’ del nostro materiale o visitare il nostro sito dove sono pubblicati i nostri comunicati, i documenti e dove sono inventariate le nostre iniziative.
[1] La relazione è stata letta il 27/5/2006 al CPA di Firenze, in occasione di «Sgrana & traballa», 3 giorni di musica popolare, 26- 28 maggio 2006.




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