Ho scritto questo libro per te, pensando a te e a tutti i ragazzi di vent’anni. È da più di due decenni che scrivo, che tengo conferenze, che faccio reportages sul conflitto israelo-palestinese. Ho discusso ardentemente dei diritti dei Palestinesi, del carattere dello Stato d’Israele, della pace che verrà. Convinto della forza della ragione e della logica, della necessità di superare i pregiudizi, mi sono sforzato di capire, di far capire questo Oriente che si vuole complicato. L’ho fatto sempre con passione, perché ho il Medio Oriente nel cuore, perché ci sono nato e cresciuto. E spero di trasmettere, a te e ai tuoi fratelli, almeno un po’ di questa inclinazione, benché il mio itinerario non sia né il tuo né il loro.
Col fallimento degli accordi di Oslo, con la spirale della violenza in Medio Oriente, per un certo periodo sono stato colto dallo scoraggiamento.
Ancora una volta la pace si allontanava, ancora una volta la regione si trovava preda della follia e degli scontri. Peggio ancora, il conflitto dilagava fino in Francia. Migliaia di ebrei francesi, spesso giovanissimi, manifestavano davanti all’ambasciata d’Israele, qualcuno gridando “Morte agli Arabi!”. Del resto, altri giovani francesi, spesso di origine magrebina, urlavano la loro indignazione per la repressione in Cisgiordania e a Gaza, qualcuno gridando “Morte agli ebrei!”. Qualche sinagoga è stata assaltata e bruciata. Per parecchie settimane, lo spettro di una guerra comunitaria ha aleggiato sulla “douce France”. Al di là della condanna di principio di ogni manifestazione di antisemitismo, i responsabili politici sono sembrati paralizzati. Nelle scuole di ogni ordine e grado, insegnanti pietrificati spiegavano che preferivano tacere piuttosto che aprire il dibattito: le solidarietà “comunitarie” — i “giudii” con Israele, i “marocchini” (*) con i palestinesi, i francesi veraci facendo finta di niente — sembravano così forti, così “naturali”, così insuperabili; meglio evitare di esacerbarle.
Come permettere lo spalancarsi di un simile abisso? Dal mio punto di vista, avrebbe significato abdicare ai principi su cui si fondano da sempre il mio lavoro, il mio impegno, le mie convinzioni. Io appartengo a una generazione approdata alla politica — come dire “venuta al mondo” — negli anni Sessanta grazie al formidabile movimento di decolonizzazione e schierata con la lotta, che allora definivamo invincibile, del popolo vietnamita contro l’aggressione degli Stati Uniti. Gli spartiacque, a quel tempo, erano politici, ideologici oserei dire, se la parola non godesse oggi di cattiva stampa. Né le origini degli uni, né la religione degli altri avevano un peso nelle nostre analisi, nelle nostre lotte, nelle nostre certezze. Noi ci volevamo parte integrante dell’umanità, al di sopra dei pregiudizi, delle etichette di “razza” o perfino di nazione. Ecco che cosa ci aveva sedotto nel messaggio universalista del marxismo: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!».
Certo, il conflitto arabo-israeliano era più complicato della guerra in Vietnam. La vittoria israeliana sull’Egitto, la Siria e la Giordania durante la guerra del 1967 aveva suscitato in Francia un entusiasmo delirante. Il peso del genocidio degli ebrei, il mito del kibbutz (sfruttamento agricolo collettivo) socialista, ma anche il sentimento di “rivincita” anti-araba ad appena cinque anni dalla fine della guerra d’Algeria erano tutti fattori che spiegavano bene certe prese di posizione unilaterali a favore di Israele. Ma essenzialmente gli scontri restavano politici. E nelle organizzazioni comuniste e d’estrema sinistra, dove gli ebrei militavano in gran numero, noi difendevamo, ancora una volta, delle posizioni internazionaliste.
Tuttavia, eravamo pur sempre gli eredi di una tradizione nazionale. Eravamo affascinati da quei francesi considerati traditori della patria per il fatto di essersi schierati al fianco del Fronte di liberazione nazionale algerino; venivano chiamati “facchini”. Contrariamente ad Albert Camus, essi avevano preferito la giustizia alla loro “madre”. Nato in Egitto da madre di origine ebrea russa e padre copto, ateo ma rispettoso dei credenti, io mi riconoscevo in pieno nel paese dei Lumi. Te l’ho già detto, figlia mia: io ho il privilegio immenso di aver potuto “scegliere” la mia nazionalità. Il liceo del Cairo mi aveva fatto francese di cultura e d’animo, anche se non lo ero di sangue. Ammiravo Voltaire: si era impegnato a fondo nell’affaire Calas, difendendo questo calvinista accusato, nel 1761, di aver ucciso il figlio ritenendolo convertito al cattolicesimo, e giustiziato l’anno dopo a Tolosa. Il caso divise la Francia. Bisognò attendere il 1765 perché Calas fosse riabilitato, dopo che Voltaire ebbe perorato la sua causa con tutto il talento e l’energia che metteva, del resto, nel combattere i fanatismi religiosi, ivi compreso il protestantesimo, e i privilegi delle Chiese.
«Con mio fratello contro mio cugino, con mio cugino contro gli stranieri»: l’adagio, a quanto pare, riassume la spirale di massacri conosciuta dal Libano precipitato in piena guerra civile, negli anni Settanta. Questa logica io l’ho sempre rifiutata. Bisogna accettarla oggi, nel momento in cui si celebrano il villaggio globale, i diritti universali della persona e l’uguaglianza fra gli esseri umani? Bisognerebbe considerare legittimo che gli ebrei siano solidali con Israele e i musulmani con i palestinesi? Le contiguità familiari, affettive, religiose sono comprensibili. «Quasi tutti gli ebrei di Strasburgo — notava un responsabile del Consiglio rappresentativo delle organizzazioni ebraiche di Francia (CRIF) dopo alcuni incidenti antisemiti verificatisi in loco nell’autunno 2000 — hanno dei familiari laggiù. Il sentimento di fondo è una reazione di ansietà per i propri congiunti. Nel momento in cui un pericolo minaccia Israele, la solidarietà ha buon gioco». Quanto ai giovani di origine musulmana, s’identificano con quelli che lanciano pietre per ragioni sociali — «Diseredati della terra, unitevi» — o in virtù di un sentimento, più o meno diffuso, di appartenenza culturale e religiosa. Una nota dei Renseignements généraux del mese di dicembre 2000 sottolineava che le aggressioni antisemite, decisamente isolate, esprimevano soprattutto il disorientamento di pochi ragazzi di città e che non era il caso di attribuire loro un carattere politico. Ma durerà?
Giacché la sinistra resta stranamente in disparte sui fatti di Palestina. Paralizzata dal timore di possibili eccessi, mentre fa appello alle autorità religiose per placare le tensioni abbandona al loro destino quei ragazzi che sono cresciuti al di fuori della sua influenza, della sua cultura, della sua visione del mondo. Essa non ha saputo rivolgersi a loro, rispondere ai tormenti incontrati nelle città, trovare le parole giuste, guidare le azioni che avrebbero potuto conferire agli accadimenti in Palestina e in Israele un contenuto universale. Scoraggiati, a chi si rivolgeranno quei ragazzi? Verso coloro che dànno a questa lotta una spiegazione, e una soluzione, religiosa o comunitaria?
Tuttavia delle voci coraggiose, benché minoritarie, rifiutano sia questa cecità della sinistra che la deriva delle solidarietà “comunitarie”. Il 18 ottobre 2000, “Le Monde” pubblicava un appello: «Cittadini del paese in cui viviamo e cittadini del pianeta, non abbiamo i motivi né l’abitudine di esprimerci in quanto ebrei», scrivevano decine d’intellettuali, fra cui il combattente della resistenza Raymond Aubrac, l’ex presidente di “Médecins sans frontières” Rony Brauman, il filosofo Daniel Bensaid, il medico Marcel-Francis Kahn, l’avvocatessa Gisèle Halimi, il matematico Laurent Schwartz, lo storico Pierre Vidal-Naquet. «Certo, proseguivano, noi combattiamo il razzismo al quale appartiene l’antisemitismo in tutte le sue forme. Condanniamo gli attentati contro le sinagoghe e le scuole ebraiche qui hanno di mira una comunità in quanto tale e i suoi luoghi di culto. Noi rifiutiamo l’internazionalizzazione di una logica comunitaria che si traduce, proprio qui, in scontri fra giovani di una stessa scuola o di uno stesso quartiere. Ma, pretendendo di parlare in nome di tutti gli ebrei del mondo, appropriandosi della memoria comune, ergendosi a rappresentanti di tutte le vittime ebree del passato, i dirigenti dello Stato d’Israele si arrogano anche il diritto di parlare, senza consultarci, a nome nostro. Nessuno ha il monopolio dell’ebreicidio nazista. Anche le nostre famiglie hanno la loro parte di deportati, di scomparsi, di resistenti. Proprio per questo non possiamo tollerare il ricatto alla solidarietà comunitaria, poiché serve a legittimare la politica di santa alleanza dei dirigenti israeliani».
Poche settimane dopo, insieme a degli intellettuali arabi o di origine araba, essi creavano un comitato per la difesa di una pace giusta in Medio Oriente. I due gruppi — non furono i soli, fortunatamente — tentavano di superare le logiche identitarie in nome dei principi universali e malgrado le condanne: Roger Ascott, ne “L’Arche”, il mensile del giudaismo francese (luglio-agosto 2001), denunciò come «un pugno di mezzi traditori» quegli ebrei che non erano solidali con Israele. Va detto, però, che non ne ha richiesto la fucilazione.
Come accade ad ogni nuova crisi nella regione, sono stato invitato a partecipare a dei dibattiti. Le discussioni sono state spesso accanite. Ho incontrato parecchi ragazzi della tua età, liceali o universitari. Ho preso coscienza del fatto che non siamo capaci di trasmettere questa esperienza “internazionalista” che ho menzionato prima. Mi piacerebbe, contro tutti i venti contrari e senza voler idealizzare il passato, assumere il ruolo di «traghettatore» e passare il testimone. Questo desiderio è all’origine di questo libro. Ho voluto ristabilire un certo numero di fatti senza i quali nessuna discussione seria è possibile e, al tempo stesso, esporre i principi sui quali si fonda il mio modo di vedere il conflitto. Lo scontro in Palestina è uno dei più antichi del pianeta. Esso risale a quasi un secolo fa, con l’emergere del movimento sionista in Europa e le prime ondate di colonizzazione in Palestina. A partire dalla Prima guerra mondiale fino a oggi, questo scontro ha coinvolto, in ogni epoca, tutte le grandi potenze, dall’Impero ottomano alla Russia zarista, dall’Unione sovietica alla Germania nazista, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna. Esso si è tradotto in cinque guerre, alcune delle quali c’è mancato poco che degenerassero in conflagrazioni di portata mondiale. Nel programma di storia dell’ultimo a di liceo, che studia il mondo contemporaneo, il Medio Oriente è frammentato in numerosi capitoli, e in tematiche differenti. In più, siccome per le ragioni già accennate parecchi insegnanti rifiutano di affrontare questo soggetto “delicato” — che raramente è materia d’esame —, la confusione regna sovrana.
Ora, la conoscenza è una condizione indispensabile per ogni dibattito. Punti di vista diversi possono confrontarsi se giovani e meno giovani possiedono, caso che generalmente non si dà, gli elementi storici di base. Richiamerò dunque i fatti e le concatenazioni che mi sembrano indispensabili per ogni dibattito serio.
Ma queste precisazioni sono insufficienti. Dopo tutto, esistono già centinaia di opere che fanno l’anatomia del problema, la sua storia e i suoi conflitti. Ma non per questo gli “specialisti” trovano un accordo. Perché? Perché ciascuno legge, coscientemente o no, questo conflitto attraverso delle griglie interpretative che danno un “senso” agli avvenimenti. Che cosa rispondere a chi proclama che la terra d’Israele è stata data agli ebrei da Dio? Si può contestare Dio? Una visione religiosa, fondata su di un messaggio divino, non è negoziabile. Come convincere degli scolari musulmani che pensano che la Palestina è un waqf (bene di manomorta) islamico e che non può essere merce di scambio od oggetto di compromesso?
Cerca di capirmi bene. La linea di demarcazione, per quanto concerne la Palestina o per ogni altro scontro, non passa sempre fra i religiosi e gli altri. Certi laici difendono posizioni nazionaliste estremiste, che attribuiscono una superiorità ai “loro”contro gli “altri” — l’abbiamo visto in Serbia o in Croazia.
D’altro canto, certi religiosi raccomandano una lettura umanista. In un dibattito pubblicato sul quotidiano “Le Monde” del 9 gennaio 2001, il rabbino David Meyer ricordava che, nella tradizione ebraica, l’idea di “terra santa” o di “promessa incondizionata” sulla terra d’Israele non esiste. E citava il capitolo IV del Deuteronomio (uno dei primi libri della Bibbia: «Ora, dunque, Israele, da’ ascolto alle leggi e alle prescrizioni che io v’insegno perché le mettiate in pratica, affinché viviate ed entriate in possesso del paese che il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, vi dà. [...] Ecco, io vi ho insegnato leggi e prescrizioni, come il SIGNORE, il mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nel paese nel quale vi accingete a entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra sapienza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli [...] Quando avrai dei figli e dei figli dei tuoi figli e sarete stati a lungo nel paese, se vi corrompete, se vi fate una scultura che sia immagine di una cosa qualsiasi, se fate ciò che è male agli occhi del SIGNORE, il vostro Dio, e lo irritate, io chiamo oggi come testimoni contro di voi il cielo e la terra, che voi ben presto perirete, scomparirete dal paese di cui andate a prendere possesso di là del Giordano. Voi non ci vivrete a lungo, ma sarete interamente distrutti» (Deut 4, 1-25) (**). E il rabbino s’interroga su questo culto insensato «costituito dall’idolatria per la terra d’Israele, il “Grande Israele”, che antepone le nozioni di santità e di sacro a quella del rispetto della vita umana». Alcuni dei nostri intellettuali laici dovrebbero prenderlo a modello.
Per conto mio, non appartengo a nessun “partito di Dio” — mi accontento, come Götz il bastardo, il personaggio centrale della commedia Il Diavolo e il buon Dio di Jean-Paul Sartre, di appartenere a quello degli uomini, o piuttosto a quello degli esseri umani. Non riconosco alcuna gerarchia fra loro, non più di quanto potrei ordinare su scala ascendente o discendente le comunità religiose o nazionali. Anche se capisco che, per ragioni talvolta familiari, talvolta religiose, spesso culturali, possiamo sentirci più vicini a questo o a quel popolo... A condizione di non idealizzarlo, a condizione di non assolvere i crimini commessi in suo nome. Claude Lanzmann è il direttore di “Temps modernes”, una rivista fondata da Sartre che ebbe — ma molto prima della tua nascita — un peso nel dibattito intellettuale francese. Lanzmann ha messo insieme un film pietoso e apologetico sull’esercito israeliano. Ne aveva il diritto, siamo in un paese libero. Ne ha realizzato un altro, memorabile, sul genocidio degli Ebrei. Ne ha girato un terzo, intitolato Pourquoi Israël?, nel quale non cita mai gli Arabi. Interrogato sul perché di questa assenza, risponde, in un dibattito del “Monde” (7 febbraio 2001): «Tocca a loro farlo». Sofférmati un minuto sull’aberrazione di queste parole. I Neri dovrebbero scrivere sui Neri, gli Arabi sugli Arabi, gli ebrei sugli ebrei... Logica etnica, tribale, logica della guerra, estranea ad ogni ideale umanistico. In Palestina, per me non esiste nessun diritto “naturale” o “religioso”. Risalire a tremila anni fa o anche a mille anni per definire quale palmo di terra appartiene a chi è un esercizio assurdo, illegittimo, ma anche sanguinoso. Una simile argomentazione è stata utilizzata dalla direzione di Belgrado per giustificare un “diritto” sul Kosovo, “culla della Serbia”. Noi sappiamo che le nazioni moderne risalgono al XVIII secolo e alla Rivoluzione francese. [...] Ma l’occupazione di questa o quella regione francese da parte delle tribù germaniche, o dell’Aquitania da parte degli “Inghilesi” (sic!) non crea alcun diritto...
Allora, come riconoscersi in opposte rivendicazioni? Attraverso l’affermazione del primato del diritto internazionale. Che dicono, in sostanza, le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina e su Israele? Esse riconoscono che, oramai, sulla terra storica della Palestina sono installati due popoli, uno ebraico israeliano, l’altro palestinese, e che questi due popoli hanno diritto ciascuno al proprio Stato indipendente. Sfumiamo pure questa simmetria. Tanto per cominciare, il popolo israeliano dispone già di uno Stato da più di cinquant’anni, mentre i palestinesi ne sono sempre privi e vivono nell’esilio forzato o sotto occupazione. D’altra parte, la situazione attuale è nata da un’ingiustizia originaria: i palestinesi sono stati cacciati da casa loro, particolarmente nel periodo 1948-1950, dalle milizie ebraiche prima e poi dall’esercito israeliano [...]. Questa espulsione, per molto tempo negata o repressa sia in Israele che in Occidente, è ormai un fatto assodato, grazie soprattutto ai lavori dei “nuovi storici” israeliani. Viviamo in un’epoca e in un contesto, l’Europa, in cui si invoca a sazietà il “dovere di ricordare”. Molto bene, ma non diamo prova di selettività.
L’ingiustizia fatta ai Palestinesi merita, al pari di altre — molteplici durante il periodo coloniale —, risarcimento e prima di tutto riconoscimento. Questa dimensione morale non può essere occultata perché condiziona la riconciliazione tra Israeliani e Palestinesi. Su questo conflitto pesa gravemente il genocidio degli ebrei. Le prese di posizione, in Francia come in Medio Oriente, sono marchiate a fuoco da ciò che costituisce uno dei crimini più abominevoli di questo secolo. L’annientamento degli ebrei da parte del nazismo e dei suoi alleati, l’incapacità delle grandi potenze dell’epoca di fermare questo crimine, hanno creato una colpevolezza nelle opinioni occidentali ed un’inclinazione in favore di quanti si rivendicano eredi della storia e della memoria degli ebrei. Questo martirio ha favorito il voto dell’assemblea generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 in favore della divisione della Palestina, e dunque della nascita dello Stato d’Israele. Ma sono i palestinesi che hanno pagato il prezzo di un crimine che non avevano commesso. [...]
Quando si evoca il Medio Oriente, non è possibile tenersi al di sopra della mischia. La neutralità è un’illusione. Tuttavia, rifiuto la solidarietà astratta con uno dei due campi. Non penso che un popolo, qualunque esso sia, possa essere “buono”, “giusto” o “superiore” per natura o per una qualsiasi grazia divina o immanente. Nessun popolo è investito di una “missione superiore”. In compenso, esistono delle “cause giuste”. Questa distinzione sfugge talvolta ai commentatori. Richard Liscia, in un articolo su — o piuttosto contro — la stampa pubblicato da “L’Arche” nel novembre 2000, denunciava uno dei “meccanismi” dei media e del pubblico, la solidarietà coi “ribelli”: «L’ammirazione del pubblico per gli scioperanti della SNCF e del RATP, o per i trasportatori stradali — che peraltro gli avvelenano l’esistenza —, non è forse senza rapporto con la difesa frenetica della causa palestinese. Adesso ci si schiera, quasi sistematicamente, dalla parte dei ribelli». Bisogna veramente offendersi che l’opinione pubblica sia, spontaneamente, dalla parte delle vittime? Nel “Figaro”, lo psicanalista Daniel Sibony spiega che «l’opinione pubblica occidentale “ama” soltanto le vittime. Ama gli ebrei vittime dei campi (li ama soprattutto dopo i campi), e ama i Palestinesi vittime degli ebrei». Frase ambigua sui campi ma, ancora una volta, è così anormale sentirsi solidali con le vittime?
No, a patto di trattenere questa lezione della storia: le vittime di ieri possono, purtroppo facilmente, trasformarsi nei boia di oggi. Gli esempi abbondano, come quello, recentissimo, del Ruanda.
I Tutsi sono stati vittime di un genocidio da parte degli Hutu, ma una delle loro organizzazioni è riuscita a conquistare il potere e ha commesso massacri terribili. Bisogna allora assolvere i responsabile del genocidio dei Tutsi? Pierre Vidal-Naquet, storico e fierissimo nemico della tortura durante la guerra d’Algeria, combattente instancabile delle cause giuste, cita questo vecchio commento rabbinico della Bibbia, che dedico a credenti e miscredenti: «Dio è sempre dalla parte di chi è perseguitato. Si può trovare un caso in cui un giusto perseguiti un giusto, e Dio è dalla parte del perseguitato; quando un ingiusto perseguita un giusto, Dio è dalla parte del perseguitato; quando un ingiusto perseguita un ingiusto, Dio è dalla parte del perseguitato, e anche quando un giusto perseguita un ingiusto, Dio è dalla parte di chi è perseguitato».
Gli intellettuali francesi, dal canto loro, non sempre lo sono. Il silenzio di parecchi di loro dallo scoppio della seconda Intifada è assordante. E poi, qualche volta, sarebbe stato meglio che tacessero.
In un allucinante dibattito (“Libération”, 10 luglio 2001), tre di loro, Marc Lefèvre, Philippe Gumplowicz e Pierre-André Taguieff, sostenuti da una decina di loro colleghi, denunciarono la visita di solidarietà nei territori occupati di una delegazione della quale faceva parte segnatamente José Bové. Il sottotitolo riassumeva il concetto: «Le disgrazie dei palestinesi nascono dalla loro direzione politica corrotta e non dai coloni israeliani, come afferma il leader sindacale [José Bové]». I 400.000 coloni? Soltanto una piccola minoranza fra loro – 30.000 – è costituita da fanatici religiosi; perché preoccuparsi, allora, visto che al momento giusto saranno evacuati? La repressione israeliana? Non è nemmeno menzionata, e i firmatari denunciano unicamente gli attentati “barbari”.
«Le basi di un accordo definitivo a saldo di tutto»? Sono state definite a Taba nel gennaio 2001, scrivono gli autori, il che è vero; soltanto Arafat non ha voluto cogliere questa opportunità, il che è falso. A meno che non si tratti di pura ignoranza eretta ad argomento teorico. Una soluzione fondata su due Stati è l’unica possibile? Siamo felici di sentire che Ariel Sharon «la ammette anche quando i microfoni sono spenti». Probabilmente come l’Africa meridionale dell’apartheid accettava l’indipendenza del Bantustan... Il giorno in cui questo testo è apparso, l’esercito israeliano distruggeva una ventina di case palestinesi a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza. Una quantità di famiglie si ritrovava in mezzo alla strada. Ma perché preoccuparsi? Un giorno queste case saranno ricostruite...
Non c’è dubbio che a questo piccolo territorio Palestina-Israele si applicano altri principi, altre regole di analisi che non quelli che si utilizzerebbero altrove. Sono sempre confuso nel constatare che eminenti intellettuali, pronti a mobilitarsi per innumerevoli cause, sbuffano quando si tratta della Palestina. Anche un filosofo come Jean-Paul Sartre, le cui posizioni generose sono ben note, dalla guerra d’Algeria alla lotta dei Neri americani, era perlomeno timoroso in questo campo. Spesso in modo inconsapevole, applichiamo al Medio Oriente la regola “due pesi e due misure”.
«Significa ragionare, chiedersi da dove venivano questi bambini e chi li aveva sbattuti in prima linea, nel quadro di chissà quale lugubre strategia di martirio? [...] Significa sbagliarsi, suggerire che la brutalità dissennata dell’esercito sud-africano, questa dissolutezza e questa sproporzione dei mezzi impiegati erano una risposta a ciò che bisogna chiamare una dichiarazione di guerra dei Neri?». Queste parole, se fossero state scritte all’indomani delle sommosse di Soweto del 1976, che videro sollevarsi la gioventù dei distretti dell’Africa meridionale, avrebbero definitivamente screditato il loro autore...
Ora, questo testo Bernard-Henri Lévy l’ha scritto su “Le Point” del 13 ottobre 2000. Si leggeva così: «Significa ragionare, chiedersi da dove venivano questi bambini e chi li aveva sbattuti in prima linea, nel quadro di chissà quale lugubre strategia di martirio? [...] Significa sbagliarsi, suggerire che la brutalità dissennata dell’esercito israeliano, questa dissolutezza e questa sproporzione dei mezzi impiegati erano una risposta a ciò che bisogna chiamare una dichiarazione di guerra dei Palestinesi?». Decine di ragazzi meno che diciottenni, talvolta dei bambini, furono uccisi durante le prime settimane della seconda Intifada. E Bernard-Henri Lévy si domanda che ci facevano in prima linea. Si sarebbe posto il problema se questi giovani fossero stati bosniaci o ceceni?
Poche settimane più tardi, Bernard-Henri Lévy “rettifica” leggermente il tiro, se così si può dire, in seguito ad un viaggio in Palestina: «Un argomento che non utilizzerò più, riconosce, dopo aver sentito delle madri palestinesi dirmi, come tutte le madri del mondo, la loro pazza angoscia quando, all’ora dell’uscita dalla scuola, non vedono rientrare loro figlio: “i bambini deliberatamente mandati avanti, coscientemente trasformati in scudi umani, ecc.”». Ma aggiunge che il piccolo Mohamed El Dourra, quel bambino la cui morte è stata filmata in diretta dalle telecamere, è stato ucciso da «una pallottola vagante», non dal «tiro mirato di un soldato ebreo assassino di bambini» (“Le Point”, 24 novembre 2000). Così, Bernard-Henri Lévy ha bisogno di fare il viaggio in Palestina per capire che le madri palestinesi non urlano di gioia quando muoiono i loro bambini, e che i palestinesi sono, semplicemente, degli esseri umani?
Talvolta la Storia gioca dei tiri divertenti, come prova questa notizia. La manifestazione è stata durissima. Gli scontri si sono prolungati. Alla fine di una giornata di sommosse, si contano 9 morti e 44 feriti gravi. Di questi ultimi, diciotto hanno dagli 8 ai 16 anni, quattordici dai 16 ai 20 anni. La stampa denuncia allora quei genitori che si servono dei figli come scudi umani o che li mandano alla guerra mentre loro se ne restano tranquillamente a casa. Questi fatti accadono sì in Palestina, ma nel... novembre 1945 a Tel-Aviv. I manifestanti erano, all’epoca, degli ebrei che protestavano contro le restrizioni sull’immigrazione. “Davar”, il quotidiano della centrale sindacale ebraica (la Histadrout), pubblicò allora una vignetta che gli costò una settimana di censura: un medico, in piedi accanto a dei bambini feriti, stesi nel loro letto d’ospedale, dice a un collega: «Che bravi tiratori, questi Inglesi! Pensa: bersagli così piccoli, e non ne mancano uno!».
Questo episodio è stato riportato da Charles Enderlin, corrispondente di “France 2” a Gerusalemme, la cui équipe ha filmato in diretta la morte del piccolo Mohamed El Dourra. Bernard-Henri Lévy a-vrebbe scritto all’epoca che i giovani manifestanti erano stati uccisi da una «pallottola vagante»? E che significa la sua espressione «soldato e-breo assassino di bambini»? Un rimprovero a tutti quelli che criticano l’esercito israeliano: sareste portatori di un antisemitismo camuffato, propaghereste i peggiori cliché dell’antisemitismo, degli ebrei omicidi di bambini. Se il nostro “filosofo” avesse, semplicemente, letto la stampa israeliana, avrebbe appreso che, sì, dei soldati israeliani uccidono deliberatamente — anche i bambini.
La giornalista israeliana Amira Hass ha pubblicato questo dialogo insensato con un tiratore scelto dell’esercito israeliano: «“Ci è vietato uccidere i bambini”, spiega parlando degli ordini dei suoi superiori. Ma aggiunge: “Non sparate su un bambino che ha 12 anni o meno. Al di sopra dei 12 anni, è permesso. Ecco cosa ci dicono”» (“Le Monde”, 24 novembre 2000).
L’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’Tselem, appoggiandosi sulle cifre fornite dallo stesso esercito israeliano, ha mostrato che nei tre quarti degli incidenti più mortali, fra l’inizio dell’Intifada e il 15 novembre 2000, non si era scoperta nessuna presenza di tiratori palestinesi (“International Herald Tribune”, 14 dicembre 2000). La stampa ha menzionato i numerosi casi in cui dei Palestinesi, sì, dei bambini, erano stati deliberatamente uccisi mentre la vita dei soldati non era assolutamente in pericolo. Il rifiuto dell’esercito di aprire delle inchieste sulla maggior parte di questi casi incoraggia evidentemente un simile comportamento. E un’inchiesta del giornalista israeliano Joseph Algazy, del quotidiano “Haaretz”, ha rivelato l’incubo di decine di Palestinesi di 14, 15 o 16 anni picchiati, maltrattati, torturati nelle prigioni israeliane.
Il caso di Mohamed El Dourra ha colpito un punto sensibile, provocando altre reazioni sbalorditive. Claude Lanzmann, ancora lui, ha spiegato su “Les Temps modernes” che cosa lo “disgusta” nella faccenda: «È che questa morte è stata filmata in diretta dal cameraman arabo di una rete televisiva francese. A me, se vedo un bambino che rischia di essere ucciso sotto i miei occhi, viene piuttosto l’idea di correre lì e di provare a salvarlo, invece che di cedere a quella che Lacan chiamava la pulsione “scopica” (o “scoopica”, come si vuole)». Charles Enderlin, da cui dipendeva Talal, il cameraman chiamato in causa, si chiedeva in una lettera a “Le Monde”, nella quale si definiva ironicamente «giornalista ebreo della rete televisiva francese “France 2”»: «Dobbiamo firmare i nostri servizi segnalando ai telespettatori la nostra appartenenza nazionale o religiosa: giornalista ebreo, cameraman arabo, fonico cristiano, montaggista vietnamita?». E precisava: «Sotto il fuoco per quaranta minuti, [Talal] ha temuto di lasciarci la pelle lui stesso, e mi ha chiamato parecchie volte dal suo cellulare per chiedermi di occuparmi della sua famiglia se fosse stato ucciso. Gli altri cameramen presenti sul posto hanno filmato la scena, Talal ed il suo assistente che si proteggevano dietro un camioncino bianco in mezzo all’incrocio. Un autista di ambulanza ha tentato di soccorrere il piccolo Mohamed e suo padre. È stato ucciso. Ma bisogna sottolineare che era arabo, palestinese e musulmano?».
Una sola domanda merita di essere posta: come può un soldato prendere di mira dei bambini e ucciderli? Qualunque altra domanda è oscena, si commuove lo psichiatra palestinese Eyad Serraj. È da questa oscenità che dobbiamo guardarci immergendoci nella storia di questo conflitto. Io non entrerò nel dettaglio, i libri sull’argomento sono innumerevoli; farò la scelta delle concatenazioni che mi sembrano indispensabili per comprendere il conflitto. «Verso l’Oriente complicato, spiccavo il volo con idee semplici», ha scritto Charles de Gaulle. Questa espressione ripetuta di continuo serve spesso a giustificare delle prese di posizione in contraddizione coi valori universali. Piuttosto, spicchiamo il volo verso questo Oriente complicato con la bussola della ragione umana.
Trad. dall’originale francese
di Alessandra Colla
Note del Traduttore
(*) Ho tradotto così i termini francesi, altrettanto dispregiativi, feujs e bours.
(**) È interessante notare la differenza di senso fra la versione italiana e quella francese dell’Antico Testamento — in Deut 4,26 il testo italiano riporta infatti «[...] Voi non ci vivrete a lungo, ma sarete interamente distrutti», mentre quello francese recita: «vous n’y prolongerez pas vos jours, vous en serez proscrits», laddove “vous en serez proscrits” significa “ne sarete proscritti”, cioè allontanati, e non certamente “distrutti”.




Rispondi Citando