Articolo del prof. Massimo Pittau dall'unione sarda del 26 maggio 2006
Dai poeti in sardo lezioni ai professori.
I poeti sardi hanno acquisito meriti superiori a quelli dei linguisti. La lingua sarda esiste come "lingua letteraria" espressa in due varianti: il logudorese illustre e il campidanese cittadino.
Di Massimo Pittau.
La pubblicazione iniziata da “L’Unione Sarda” di una serie di volumi dedicati ai poeti che si sono espressi in lingua sarda, oltre che costituire una pietra angolare della “Identità Sarda” da salvaguardare e da affermare, rappresenta un giusto riconoscimento dei meriti che quei poeti, anzi tutti i poeti sardi si sono acquistati nella salvaguardia e nel rilancio della nostra lingua.
Io l’ho affermato in parecchi convegni e di recente l’ho anche scritto (Lingua e civiltà di Sardegna, Cagliari 2004, cap. XIV): su questo tema i poeti sardi hanno veramente acquisito meriti di gran lunga superiori a quelli che siamo riusciti ad acquisire noi curatori di linguistica sarda.
Io ho conosciuto personalmente Max Leopold Wagner, il Maestro della linguistica sarda, e con lui sono stato in rapporti epistolari negli ultimi 10 anni della sua vita. Egli aveva fatto la recensione positiva di due miei libri ed inoltre mi ha citato spesso e sempre con deferenza nel suo capolavoro, il Dizionario Etimologico Sardo, chiamandomi perfino “l’amico Pittau”.
Ma, nonostante questa amicizia abbastanza lunga e consolidata, da quando si è imposta la “questione della lingua sarda” mi sono convinto che al grande Maestro si deve pur muovere un forte rimprovero: egli non ha mostrato mai una sufficiente attenzione alla lingua che i poeti adoperano, sia quelli che si esprimono in logudorese sia quelli che si esprimono in campidanese.
Il Wagner, per le precise esigenze della “ricerca sul campo” che effettuava, in realtà ha finito con lo studiare quasi esclusivamente i vari dialetti e sottodialetti sardi (configurandosi pertanto prevalentemente come dialettologo), mentre ha trascurato quasi del tutto la lingua letteraria adoperata dai poeti sardi, per la ragione fondamentale che questa lingua, a suo parere, è carica di cultismi (latini) e di forestierismi (catalani, spagnoli, italiani).
Sta di fatto però – dico io – che pure tutte le altre lingue neolatine (italiano, spagnolo, catalano, francese, portoghese e rumeno) sono anch’esse cariche di cultismi e di forestierismi e ciononostante vengono dai linguisti e dagli storici delle letterature accettate e studiate come tali.
E purtroppo Wagner ha fatto scuola anche su questo piano: anche tutti noi linguisti che ci siamo messi sulla sua scia abbiamo avuto il grave torto di trascurare la lingua letteraria dei nostri poeti. Solamente di recente, nella mia opera Dizionario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico ho fatto entrare anche numerosi cultismi e forestierismi della lingua sarda, che invece il Wagner aveva tralasciato.
Dunque la lingua sarda esiste realmente come “lingua letteraria”, anche se espressa in due varietà fondamentali, il logudorese letterario e il campidanese cittadino, ciascuna delle quali risulta ormai quasi del tutto standardizzata e anche fortemente unificata nel suo rispettivo ambito.
L’uso di una di queste due varianti letterarie ormai è generale da parte dei poeti ed esse sono loro creazioni ampiamente affermate. Ma non si tratta soltanto di sottolineare l’elevato numero di poeti che scrivono in lingua sarda, ma c’è anche l’obbligo di segnalare e sottolineare gli elevati livelli poetici raggiunti da molti di loro.
Ormai in Sardegna per gli insegnanti della scuola dell’obbligo che ne abbiano interesse, esistono componimenti poetici in sardo, in grado di educare i nostri ragazzi al senso della bellezza poetica e di aprirli all’attività letteraria molto più e molto meglio di quanto non facciano i soliti e ormai stantii Valentino di Pascoli e T’amo o pio bove e Davanti a San Guido di Carducci.
Personalmente sono tanto convinto della validità del campidanese e del logudorese come due varianti della lingua sarda ormai unificate e standardizzate, che con tutta serietà ho di recente proposto il loro uso da parte della Regione Autonoma nei suoi documenti ufficiali, adoperate in modo alternativo, un semestre l’una e un semestre l’altra.
Al contrario dico di nutrire molto timore che l’uso della cosiddetta “limba sarda comuna”, che nessuno conosce e ha mai visto, finisca con un fallimento umoristico, che sarebbe di grave pregiudizio per la “questione della lingua sarda” da recuperare e rilanciare.




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