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Pronunciamento della Presidenza diocesana
dell’Azione cattolica ambrosiana
VOTARE PER LA COSTITUZIONE, VOTARE NO
Il 25 e 26 giugno alle urne per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nota come “devolution”. Una riforma che appare troppo contrassegnata da una volontà di parte, tanto che essa si presenta a tratti come la semplice giustapposizione e sistemazione delle richieste delle singole forze politiche che componevano l'ex maggioranza. Dove più marcato è l’orientamento riformatore, il risultato appare problematico, se non pericoloso, soprattutto là dove enfatizza la figura del primo ministro, con una concentrazione di poteri non riscontrabile in altri modelli democratici e parlamentari, e con la parallela restrizione delle attribuzioni e del ruolo che spettano agli organismi di controllo e garanzia. Il nostro invito è esplicito: riteniamo opportuno salvaguardare la Costituzione del 1948 attraverso un voto negativo al Referendum. Non perché siamo contrari per principio a qualsiasi riforma della Costituzione stessa, ma perché crediamo che sia opportuno promuoverla attraverso un metodo che preveda intese più ampie rispetto a un voto a maggioranza e pensiamo che l'attuale ipotesi di riforma presenti più lati problematici che positivi.
Il 25 e 26 giugno saremo nuovamente chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nota come “devolution”.
E’ subito bene precisare che si tratta di un referendum diverso rispetto a quelli sulla fecondazione assistita della primavera 2005. Quelli, in quanto referendum abrogativi, prevedevano un quorum del 50% degli elettori, mancando il quale (come è accaduto) non sono stati considerati validi.
L'ormai prossimo referendum di giugno è invece un referendum confermativo e non prevede alcun quorum: la consultazione è valida qualunque sia il numero dei votanti, per assurdo anche uno solo. Ogni voto sarà dunque estremamente importante e pesante e l'astensione non potrà, questa volta, configurarsi come una precisa scelta di campo. Da qui il nostro invito a partecipare al voto del 25 e 26 giugno.
Vorremmo ora offrire qualche considerazione sul metodo e sul merito della riforma.
UN METODO DISCUTIBILE. Ci troviamo di fronte a una sostanziale riscrittura della Costituzione del 1948, visto che sono più numerosi gli articoli in qualche modo emendati rispetto a quelli lasciati invariati.
Negli anni '90 ci fu un tentativo di promuovere riforme condivise, attraverso il lavoro della Commissione Bicamerale, che però fallì il suo compito. Nel 2001, alla fine della legislatura che vide al governo il centrosinistra, fu approvata (con una maggioranza esigua e frettolosa) la riforma del titolo V della Costituzione con un metodo che sembrò fin dall'inizio poco rispettoso delle larghe intese che dovrebbero accompagnare la modifica di una legge fondamentale per la collettività come la Carta costituzionale.
Proprio dal metodo giungono le prime perplessità riguardo la devolution: la Costituzione può senz’altro essere adeguata e aggiornata, ma con un sostanziale consenso sociale e politico su obiettivi e regole della convivenza. Non è opportuno che la legge fondamentale dello Stato sia esposta alle controversie della polemica politica o, peggio, che diventi oggetto di cambiamento partigiano ad ogni tornata elettorale.
Anche entrando nel merito della riforma le perplessità non mancano.
IL RAPPORTO STATO REGIONI: UNA DEVOLUTION POCO SOLIDALE? Non è un mistero che intorno alla «devoluzione» alle Regioni delle competenze legislative in alcuni campi si sia condotta una battaglia identitaria senza esclusione di colpi, ma la modifica non è stata radicale.
La riforma attuale si limita ad aggiungere alle materie «esclusivamente regionali» alcuni capitoli, non secondari ma nemmeno rivoluzionari: «a) assistenza e organizzazione sanitaria; b) organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche; c) definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione; d) polizia amministrativa regionale e locale».
A questo bisogna però aggiungere che vengono riconfermate le norme sulla possibilità del governo di sostituirsi alle strutture amministrative locali quando siano in gioco questioni generali di equilibrio finanziario o di rispetto di accordi internazionali.
Si introduce un ulteriore articolo che prevede che il governo possa far abrogare dal Parlamento una legge regionale giudicata in contrasto con «l'interesse nazionale della Repubblica». Insomma, gli spazi delle autonomie locali non sono drasticamente modificati o ampliati rispetto alla riforma targata centrosinistra. Più di qualche dubbio sollevano però le competenze esclusive in materia di sanità e la genericità del riferimento alla parte dei programmi scolastici di interesse regionale.
Il rischio è di avere regioni in grado di garantire servizi di prim'ordine e regioni che faticano a fornire quello di cui il cittadino non solo hanno bisogno, ma anche diritto.
UN BICAMERALISMO PASTICCIATO. Collegata al modesto ampliamento del federalismo è la ristrutturazione del tradizionale bicameralismo perfetto della nostra Costituzione: il Senato viene eletto a suffragio universale, su base regionale, in tempi però concomitanti all’elezione dei rispettivi consigli regionali e avrebbe competenze diverse da quelle della Camera, che resta l’unica Camera «politica» (implicata nella fiducia al governo).
Sarà unicamente la Camera a legiferare sulle materie di esclusiva competenza statale. Esiste però un tipo di leggi, quelle relative alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che riguardano i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, oppure la legislazione elettorale locale, su cui Senato e Camera legiferano alla pari.
Ma se non trovano l'accordo su testo entra in campo una terza assemblea «derivata», i cui 60 componenti sono indicati dai presidenti delle due Camere: questa Camera di compensazione avrà il compito di scrivere un testo unificato dal sottoporre al voto di Senato e Camera. Insomma, i processi di formazione delle leggi rischiano di essere farraginosi e complessi, forse più di quanto è già accaduto finora.
Non mancano anche punti positivi, ad esempio il numero di deputati e senatori che scendono rispettivamente da 630 a 500 e da 315 a 252, ma con calma, visto che la norma entrerà in vigore solo nella seconda legislatura dopo l’eventuale approvazione del referendum e dunque non prima del 2011. Positiva anche la norma che prevede di affidare a membri dell’opposizione la presidenza delle commissioni parlamentari di controllo o di inchiesta.
UN PRESIDENZIALISMO STRISCIANTE CHE RISCHIA DI ESAUTORARE IL PARLAMENTO. Il punto più delicato della riforma è però quello relativo al governo e al suo capo, il primo ministro. Questa figura è innanzitutto nuova nel nostro ordinamento costituzionale e risulta fortemente accresciuta nei suoi poteri: sulla base del risultato elettorale il Presidente della Repubblica nomina primo ministro il candidato della coalizione vincente.
La Camera non deve più votare la fiducia, ma si esprime solo con un voto sul programma. Il primo ministro è un vero capo del governo, determina (e non più soltanto «dirige») la politica dell'esecutivo, ha il potere di nomina e revoca dei ministri e di chiedere sempre la fiducia della Camera e la priorità sulle cosiddette leggi di programma.
Il primo ministro può chiedere quando voglia e senza limiti al Presidente della Repubblica lo scioglimento della Camera. Se egli venisse sfiduciato, invece, la Camera stessa sarebbe sciolta e si andrebbe a nuove elezioni. Questo vincolo indebolisce di molto l’autonomia del parlamento e dei singoli deputati. Si può davvero parlare di «premierato assoluto», come è stato definito da Leopoldo Elia.
LA LIMITAZIONE DEI POTERI DI GARANZIA. Altro punto critico della riforma è quello relativo agli organi di garanzia. Il Presidente della Repubblica esce fortemente ridotto nei suoi poteri, essendo stato espropriato delle funzioni di garanzia della forma parlamentare di governo, con la sottrazione del potere di scioglimento e di quello della nomina del primo ministro.
Altre perplessità sollevano le previsioni per la Corte costituzionale, i cui 15 membri sarebbero molto più politicizzati, in quanto ben 7 di loro sarebbero di nomina politica (4 dal Senato federale e 3 dalla Camera), contro gli attuali 5 su 15.
PERCHÈ VOTARE NO. In conclusione, la riforma che sarà oggetto di referendum alla fine di giugno, appare troppo contrassegnata da una volontà di parte, tanto che essa si presenta a tratti come la semplice giustapposizione e sistemazione delle richieste delle singole forze politiche che componevano l'ex maggioranza.
Dove più marcato è l’orientamento riformatore, il risultato appare problematico, se non pericoloso, soprattutto là dove enfatizza la figura del primo ministro, con una concentrazione di poteri non riscontrabile in altri modelli democratici e parlamentari, e con la parallela restrizione delle attribuzioni e del ruolo che spettano agli organismi di controllo e garanzia.
Il nostro invito è esplicito: riteniamo opportuno salvaguardare la Costituzione del 1948 attraverso un voto negativo al Referendum. Non perché siamo contrari per principio a qualsiasi riforma della Costituzione stessa, ma perché crediamo che sia opportuno promuoverla attraverso un metodo che preveda intese più ampie rispetto a un voto a maggioranza e pensiamo che l'attuale ipotesi di riforma presenti più lati problematici che positivi.
Riteniamo condivisibile l'auspicio di modifiche dell'assetto istituzionale che diano risposte alla domande emergenti degli ultimi anni: regole e diritti democratici sicuri, governabilità in un contesto di rapidi cambiamenti, vicinanza della politica ai cittadini, valorizzazione effettiva di tutte le componenti della società.
Tutto ciò può passare solo attraverso riforme capaci di rinnovare le fondamenta della convivenza democratica, in continuità con i principi fondamentali della Carta costituzionale e a partire da un corretto e continuo confronto democratico e a una mediazione tra le diverse anime civili e sociali del nostro Paese.
Per questo, pur in un sano contesto politico di bipolarismo e accanto ai distinti ruoli di maggioranze ed opposizioni, occorre innanzitutto ristabilire tra tutte le parti il dialogo necessario a riaffermare insieme le ragioni e le fondamenta della democrazia.
Solo così potremo dare, insieme, nuova vitalità alla nostra Costituzione evitando di trasformare il dibattito su di essa in materia di pura e strumentale polemica politica di parte.
La Presidenza dell'Azione cattolica ambrosiana




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