Ammette di avere «un po´ d´ansia», Totò Cuffaro. Perché «entrare in un'aula di giustizia da imputato fa sempre un certo effetto». Per l´appena riconfermato presidente della Regione Sicilia del resto è la prima volta. Il primo interrogatorio dopo un anno e quattro mesi di udienze del processo che lo vede accusato di favorevaggiamento della mafia e rivelazione di notizie riservate. Fino a prima delle elezioni, infatti, aveva preferito tenersi alla larga dai tribunali, facendosi rappresentare dai suoi avvocati.
«Sono qui per portare il mio contributo e per fare chiarezza su questa vicenda», afferma Cuffaro arrivando al Palazzo di giustizia di Palermo. Promette di rispondere «a tutte le domande» dei pm Antonino Di Matteo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino. O almeno, precisa, «a quelle cui saprò rispondere».
Altra cosa per gli inquirenti sarà valutare la qualità delle risposte. Cuffaro smentisce ogni coinvolgimento nella vicenda. A cominciare dai suoi rapporti con l´imprenditore della sanità Michele Aiello al quale nega di aver rivelato notizie sull'esistenza di indagini a carico di Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, due ex sottufficiali coinvolti nell'inchiesta sulle "talpe" nella procura di Palermo. «Non ho mai riferito notizie su indagini a Michele Aiello, anche perché non potevo riferire una cosa non sapevo», dice.
Quella che ha portato alla sbarra il governatore siciliano è un´inchiesta che viene da lontano. Cuffaro è accusato di aver mantenuto un continuo rapporto con il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro attraverso Domenico Miceli, ex assessore comunale di Palermo, dimessosi tre anni fa per il coinvolgimento nell´inchiesta. Una "relazione pericolosa" confermata da numerose intercettazioni. Guttadauro, ex medico, avrebbe gestito costruito insieme ad Aiello, proprietario di due importanti cliniche palermitane, un vero e proprio sistema di controllo della sanità pubblica e privata. Dai tarrifari, ai concorsi, agli appalti. Non senza l´aiuto del potere politic




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