Domenico Savino
15/06/2006
Li hanno ammazzati come cani.
Non si trattava di pericolosi terroristi, di combattenti di chissà quale Jihad, di miliziani di una delle molte armate islamiche.
Erano 7 persone che stavano distese sulla spiaggia di Gaza a prendere il sole, unico posto in quell’immenso lager a cielo aperto, dove è ancora permesso guardare lontano, sognare uno spazio infinito, lasciar volare la propria fantasia sopra il mare verso un sogno chiamato libertà.
Un sogno di qualche istante, perchè basta girarsi indietro e l’ammasso di case, strade, gente e filo spinato intorno a un fazzoletto di terra serve a far capire immediatamente che questa è l’anticamera dell’inferno, questa è Gaza, unico lembo di terra al mondo dove ai palestinesi è consentito di autogovernare il proprio dolore e la propria morte.
Li hanno ammazzati come cani, mentre prendevano il sole: 7 morti e trentacinque feriti e tra di essi molti bambini.
Un colpo di obice da 155 mm, poi grida, sangue e morte.
Così Israele ha interrotto un sereno pic-nic di palestinesi sulla loro spiaggia, davanti al loro mare, quello di Gaza.
Ma se leggete Il Corriere della Sera di sabato scorso, la «strage sulla spiaggia dei bambini» finisce in quattordicesima pagina, 5 colonne su mezzo foglio e nel sottotitolo l’avvertimento «Hamas: tregua finita».
Facile previsione.
E infatti il giorno dopo il quotidiano di via Solferino, diretto dall’ebreo Paolo Mieli, titola - questa volta in prima pagina: «Gaza brucia, razzi su Israele» e sotto (poteva essere diversamente?): «Hamas rompe la tregua».
Insomma: se la violenza è tornata ad esplodere la colpa è solo di Hamas.
All’interno, tutta la pagina 5, è dedicata agli avvenimenti, anche se nessuno dei razzi Qassam sparati dai miliziani di Hamas ha raggiunto il bersaglio…
Come quasi sempre, peraltro - data la rozzezza con cui sono costruiti e lanciati.
Non a caso l’unico che ha centrato qualcosa ha distrutto la casa di una famiglia palestinese.
La firma dell’articolo è di Davide Frattini, giornalista anche lui di parte ebraica.
Avete per caso sentito una voce levarsi contro Israele?
Avete letto per caso un editoriale sdegnato per i fatti accaduti?
C’è stato un straccio di sottosegretario agli Esteri che abbia invocato (solo invocato!) una nota di protesta ufficiale contro Israele (non dico l’onorevole D’Alema che - al pari di Fini - dovrà non vedere, non sentire e soprattutto non parlare, se vuole accreditarsi presso gli esponenti della lobby ebraica)?
Nessuno.
Silenzio tombale.
Intanto i morti sono diventati otto.
Domenica 11 giugno gli elicotteri con la stella di Davide tornano all’attacco.
Altri due morti.
«Uccisi due estremisti islamici Decine di razzi Qassam sulle città di confine» - precisa Davide Frattini su Il Corriere.
E sottolinea che nella città israeliana di Sderot i bambini ebrei non vanno a scuola dopo l’esplosione di un missile nel cortile di un istituto.
Orrendo, certamente!
Peccato che nelle città palestinesi spesso i bambini a scuola non ci arriveranno mai più, freddati dagli effetti collaterali di qualche omicidio mirato dei soldati di Israele, o che la scuola semplicemente non ci sia… più.
Lunedì 12 giugno tregua: qualche effetto però Israele l’ottiene comunque, visto che i palestinesi di Hamas e di Al Fatah si sparano tra di loro ed appiccano il fuoco al parlamento di Ramallah.
Non bastassero i morti ammazzati da Israele, i palestinesi ci mettono pure del loro: due morti.
A riprova che anche tra i dirigenti palestinesi più d’uno gioca sporco.
Martedì tocca ancora a Israele: esecuzione mirata.
Un furgoncino giallo - secondo le notizie in possesso dell’intelligence israeliana - sarebbe stato in procinto di trasportare razzi Grad, con quattordici chilometri di gittata, per colpire le città israeliane di confine.
Gli elicotteri dello Stato ebraico sparano un primo missile colpendo, ma non annientando,
il furgone.
Dall’elicottero, incuranti della gente che nel frattempo si è accalcata attorno alla vettura per soccorrere i feriti, parte un altro missile: 11 morti, tra cui 2 (o forse 3) bambini e 46 feriti.
La notizia su Il Corriere è relegata a pagina 15.
In prima pagina neanche un accenno.
Dopotutto si tratta «solo» di palestinesi.
In queste condizioni qualcuno magari si indignerà se i palestinesi diranno no al referendum che il presidente palestinese Abu Mazen ha intenzione di indire per sancire il riconoscimento dello Stato di Israele.
Se il rifiuto dello Stato ebraico sarà sancito dalla maggioranza dei palestinesi, sarà l’occasione per ribadire che è impossibile trattare, che i palestinesi sono divisi, che nessuna delle fazioni è affidabile, che Israele deve unilateralmente perseguire una propria strategia di «pace», fissare unilateralmente i confini, far rispettare unilateralmente la tregua.
Insomma fare da solo e a modo proprio.
Ma secondo un sondaggio condotto tra i palestinesi, il 77% di costoro si ostinerebbe a sostenere posizioni «moderate».
Sarebbe cioè, nonostante le violenze subite, disponibile ad un riconoscimento dello Stato di Israele.
Inammissibile per chi ha in mente un piano preciso: sradicare i palestinesi dalla loro terra, trasferirli, cioè deportarli nei territori dei Paesi arabi confinanti.
Occorre far mutare parere ai palestinesi.
Occorre esasperarli: dai e dai si è riusciti a far fuori (forse anche fisicamente?) Arafat, sostenendo che con lui al potere la pace non era possibile.
Arafat era un vecchio arnese della politica mediorientale, ma certo non peggiore del suo rivale storico Ariel Sharon e certo più moderato dei leader di Hamas.
Arafat è stato tolto di mezzo nel modo peggiore, umiliandolo nella Muqata, il palazzo presidenziale, delegittimandolo presso il suo popolo, prima che una strana malattia lo contagiasse e lo ammazzasse nel giro di poche settimane.
La presidenza di Abu Mazen, moderata ma resa impotente dai diktat israeliani, ha convinto la maggioranza dei palestinesi a scegliere Hamas.
Per Israele tanto peggio, tanto meglio.
Lo sanno bene a Gerusalemme: basta calcare un po’ la mano e un po’ alla volta anche i palestinesi moderati si convinceranno a dire no ad Israele.
In fondo per esasperare gli animi di chi già vive al limite della sopportazione basta poco: figuriamoci se poi si spara su qualche famigliola distesa in spiaggia a fare il pic-nic del venerdì!
E’ facile in questa situazione far passare l’idea che, chi ammazza i bambini così, non ha diritto di esistere.
Altri cinque o sei omicidi mirati (ben mirati!) e vedrete che palestinesi si convinceranno che Israele non deve esistere, che ha ragione Hamas.
Allora, come è accaduto per le elezioni che hanno decretato la vittoria di Hamas, tutti ci strapperemo le vesti e deprecheremo che i palestinesi abbiano scelto gli estremisti-terroristi-islamisti-antisemiti di Hamas.
Qualcuno, in Israele, brinderà.
Liberare Israele dalla presenza palestinese è l’obiettivo che i governi israeliani (di sinistra, di destra, di centro, moderati od oltranzisti) perseguono e perseguiranno, fino al giorno in cui tutta la terra di Palestina non cadrà sarà sotto la dominazione di Israele, Gaza e Cisgiordania comprese… non facciamoci illusioni.
Non hanno fretta i governanti ebrei, sono pazienti.
Per ritornare a Gerusalemme hanno aspettato due millenni.
Che sarà mai qualche lustro?
E’ una tecnica sperimentata ed efficacissima.
Si diceva che non si poteva trattare con Arafat, perché era un estremista.
Grazie ad una disumana politica di repressione sono riusciti a far crescere e vincere Hamas.
Non è un destino cinico e baro: è una strategia lucida.
Come diceva Shakespeare. «c’è del metodo in questa follia».
E’ un metodo sperimentato e che ha dato ottimi frutti per Israele nel corso degli ultimi 15 anni.
Ha scritto Michel Warschawski, uno dei maggiori esponenti della sinistra radicale israeliana e lui stesso di origini ebraiche: «ripetendo dalla mattina alla sera - con l’attiva collaborazione dei più noti giornalisti e degli intellettuali rispettati - che il rifiuto, da parte di Yasser Arafat alle ‘generosissime offerte’ degli israeliani dimostrava che i palestinesi non avevano mai avuto intenzione di negoziare un compromesso con lo Stato di Israele, ma che si servivano dei negoziati per indebolire lo Stato ebraico e, a più lunga scadenza, per distruggerlo, Ehud Barak ha sconvolto non solo il discorso politico israeliano, ma l’idea stessa che la società israeliana si faceva del suo posto nel mondo. Da una settimana all’altra, si passava da una prospettiva di pace a una guerra di sopravvivenza. Peggio: il piano di sradicamento dello Stato di Israele si nascondeva, da oltre dieci anni, dietro un discorso di pace che aveva tratto in inganno non solo una parte importante dell’opinione pubblica israeliana, ma l’intera comunità internazionale a meno che questa non fosse stata, in tutto o in parte complice di quel machiavellico stratagemma. Il nuovo Hitler aveva ricevuto il premio Nobel per la pace! Per camuffare il proprio penoso, quanto prevedibile fallimento a Camp David, Ehud Barak decideva di indossare al tempo stesso la toga di Catone e il cilindro di Churchill. Palestina Arafatae delenda est, a qualunque prezzo di sangue, sudore, lacrime». (1)
Ce l’ hanno fatta: la Palestina di Arafat è stata distrutta.
Ora hanno la Palestina che cercavano: quella di Hamas e magari un giorno avranno i palestinesi che vogliono: quelli che non riconosceranno Israele.
C’è davvero del metodo in questa follia!
Finalmente anche Papa Benedetto XVI si è fatto sentire: «la Santa Sede - ha dichiarato oggi il direttore della sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls - segue con grande apprensione e dolore gli episodi di crescente, cieca violenza, che insanguinano in questi giorni la Terra Santa. Il Santo Padre è vicino, in modo particolare con la preghiera, alle vittime innocenti, ai loro familiari e alle popolazioni di quella terra, ostaggio di quanti si illudono di poter risolvere i problemi sempre più drammatici della regione con la forza o in modo unilaterale».
«La Santa Sede – prosegue la dichiarazione - invita la comunità internazionale ad attivare rapidamente i mezzi necessari per la doverosa assistenza umanitaria della popolazione palestinese, e si associa nel sollecitare i responsabili di entrambi i popoli perché sia anzitutto mostrato il dovuto rispetto per la vita umana, specie quella dei civili inermi e dei bambini, e sia ripresa con coraggio la via del negoziato, l’unica che può portare alla pace giusta e duratura a cui tutti aspirano».
Intanto per riprendere l’espressione di Warshawski, con «l’attiva collaborazione dei più noti giornalisti e degli intellettuali rispettati», le stragi di Gaza vengono minimizzate, addirittura negate.
Il Corriere della Sera ha dato ampio spazio alle dichiarazioni del ministro della Difesa Amir Peretz, che ha escluso che la strage di venerdì sia opera di Israele.
Secondo un’inchiesta effettuata dall’esercito israeliano, la strage avvenuta sulla spiaggia di Gaza non sarebbe stata opera di un colpo d’artiglieria della marina Israeliana, ma di una mina depositata dai terroristi sulla spiaggia, riferiscono il quotidiano «Yedioth Aharonoth» e altri organi
D’ «informazione» israeliani.
Ci limitiamo a riportare il commento del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan: «tesi bizzarra».
Domenico Savino
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Note
1) Michel Warshawski, «A precipizio», Bollati Boringhieri, pagina 81.
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