Giovani, carini e ... disoccupati?
Da "Jesus" n.1/2003
I nuovi teologi
Giovani, carini e... disoccupati?
di Marco Ronconi
Quali sono i temi di cui si sta occupando la generazione più giovane dei teologi italiani? Prima di rispondere, occorre fare almeno tre precisazioni. In primo luogo, l’età, che in questo caso non è un dato rilevante: per fare teologia, si richiede infatti tempo, disponibilità e strutture adeguate. Quando una Chiesa locale decide di formare un teologo, o una teologa, sa perfettamente che questo costerà grande quantità di risorse. Forse per questo, non tutte le diocesi si permettono di avere teologi a tempo pieno.
In secondo luogo, la parola "teologi" non indica sempre una categoria chiara. Spesso, ad esempio, si confonde un professore di Storia del cristianesimo o un catechista o un insegnante di religione con chi "fa teologia" in senso pieno. Zoltan Alszeghy, professore di Teologia sistematica alla Pontificia università gregoriana, spiegava che la prima categoria di persone è più interessata ai contenuti della tradizione. I secondi, i teologi propriamente detti, sono invece più interessati all’aspetto formale della tradizione: come essa è strutturata, quali sono gli stadi dell’evoluzione dottrinale che ha portato la Chiesa al suo attuale insegnamento, e quali sono i criteri secondo i quali questo insegnamento dev’essere aggiornato. Il Concilio Vaticano II invita infatti i teologi a «ricercare sempre modi più adatti di comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca» (Gaudium et spes, n. 62).
In terzo luogo, c’è da precisare qualcosa sulla teologia nazionale. Quali temi predominano? Secondo don Giacomo Canobbio, presidente dell’Ati (Associazione teologica italiana) «il dibattito, come nei tempi passati, è segnato dalle istanze che vengono dalla vita ecclesiale. Si possono così trovare percorsi di riflessione sulla missione della Chiesa, sul dialogo interreligioso, sull’antropologia e sulla salvaguardia del creato. Sui temi di fede è inoltre sviluppato il confronto con alcuni filosofi: si pensi a Vattimo, Natoli, Vittiello, Cacciari, Severino».
Poste queste premesse, abbiamo ascoltato – senza nessuna pretesa di esaustività – alcuni fra i più significativi "giovani" teologi italiani. Angelo Maffeis, classe 1961, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha conseguito licenza e dottorato alla Pontificia università gregoriana, risiedendo anche a Monaco di Baviera e Ginevra per frequentare i corsi dell’Istituto ecumenico di Bossey, che fa capo al Consiglio ecumenico delle Chiese. «Il mio principale interesse», dice, «va alle questioni ecumeniche, in particolare alla relazione tra la Chiesa cattolica e quelle luterane. Ho scritto la tesi di dottorato sul ministero ordinato; successivamente mi sono occupato della dottrina della giustificazione, su cui nel 1998 è stata firmata una Dichiarazione congiunta cattolico-luterana. In generale, le aree di cui mi sono occupato maggiormente sono quelle dell’ecclesiologia, della dottrina dei sacramenti e dell’antropologia teologica».
Percorso geograficamente inverso per don Rino La Delfa, 44 anni, docente di Ecclesiologia alla Facoltà teologica di Sicilia, a Palermo: dopo aver studiato teologia negli Stati Uniti, al St. Bernard’s Institute di Rochester (New York), ha completato gli studi in Gregoriana, dove ha conseguito il dottorato con una tesi sul pensiero del cardinale Newman. Al centro della sua ricerca stanno «il tema dell’appartenenza alla Chiesa e quello della "ricezione". Credo infatti che nella Teologia dogmatica manchi uno studio accurato e completo su questi argomenti, che vengono spesso affidati ad altre scienze».
Yves Congar (foto PERIODICI SAN PAOLO/M. DONDERO).
Gesuita è Paolo Gamberini, 42enne, della Facoltà teologica di Napoli, che, dopo una laurea in Filosofia sul pensiero di A. J. Heschel, ha conseguito il dottorato in Teologia a Tubinga, in Germania. «Il tema del pathos di Dio è stato fin dagli anni di università al centro delle mie riflessioni», racconta. «Dall’esperienza di fede, e dal modo con cui avevo incontrato Gesù nella mia vita, mi chiedevo se anche Dio partecipi affettivamente e con passione alla nostra storia. Il metodo fenomenologico e l’incontro con il pensiero di Heschel mi hanno aiutato a mettere a tema la relazione tra Dio e la vita degli uomini. Grazie allo studio di teologi come Moltmann e Jüngel, ho approfondito questa prospettiva, maturando quindi anche in chiave ecumenica un’"ontologia di relazione" che trova il suo principio e fondamento nella rivelazione cristiana: nella cristologia e nella comprensione trinitaria di Gesù Cristo».
A proposito del collegamento fra riflessione e vita, don Massimo Naro, docente di Teologia trinitaria a Palermo, dice: «I teologi tornano a scrivere, insieme a trattati e manuali, anche le proprie autobiografie, facendo comprendere quanto i loro studi abbiano ispirato le loro scelte, e viceversa quanto la loro esperienza spirituale abbia orientato il loro pensiero. Mi pare che questa tendenza autobiografica sia il segno che si sta rivalutando il valore della fides qua (l’atteggiamento di fede, ndr) nel fare teologia. Il teologo non si limita più a studiare la fede intesa nel senso "dottrinale" del termine. Torna invece a pensare con fede, coinvolgendosi personalmente».
Sempre a Napoli insegna il francescano Eduardo Scognamiglio, del 1970, che, dopo aver studiato l’opera di Khalil Gibran e aver approfondito il metodo della teologia simbolica, ha affrontato lo studio dell’escatologia – le realtà "ultime" – fondandosi sul tema dello sguardo di Dio nella vita eterna.
Su questo tema si è mossa anche la riflessione di don Giovanni Cesare Pagazzi, 36 anni, della diocesi di Lodi e insegnante allo Studio teologico accademico bolognese: «Mi interessa lo sguardo di Gesù sui fenomeni universali come il bisogno (fame, sete...) e i sensi (vista, udito, tatto...). Mi interessa come Gesù evangelizzi queste realtà così universali, dicendo una parola che le sciolga dalla loro ambivalenza, facendo così emergere il Vangelo già inscritto in esse. Ho definito Gesù "il pastore dell’essere", perché il suo è uno sguardo che riconosce, co-istituisce e restituisce il senso di tutto ciò che è».
Per don Alberto Cozzi, 39 anni, di Milano, il dialogo va esteso alle altre religioni: «Penso che oggi la teologia debba rivedere il proprio metodo e i propri concetti mettendosi in dialogo con le scienze umane, per arricchire il suo approccio alle verità di fede. Ma occorre anche aprirsi sul versante delle scienze delle religioni. Questo è un àmbito molto interessante. La necessità di dialogare con altre fedi deve portare la teologia a ripensare al suo "statuto scientifico". Intendo dire: è bene conoscere le altre religioni per garantire un miglior dialogo. Ma con quale metodo ne affronto lo studio? Quale approccio mi offre una garanzia di scientificità? Posso assumere metodi e risultati delle scienze delle religioni? In quale prospettiva? Qui c’è spazio per un dialogo anche con gli istituti culturali italiani».
Tornando al dialogo interconfessionale, all’Istituto di studi ecumenici "San Bernardino" di Venezia la ricerca si muove dichiaratamente in quest’ottica. Tra i giovani teologi di questo istituto, il 41enne Simone Morandini, dopo una laurea in Fisica e il dottorato in Teologia alla Pontificia università "San Tommaso" di Roma, centra la sua attenzione sulla creazione, con particolare riferimento agli attuali temi dell’ecologia. Mentre Placido Sgroi, classe 1960, dottorato al Pontificio ateneo Antonianum di Roma, punta sulle prospettive di un’etica ecumenica. In particolare, in quest’ultimo periodo studia il tema dei matrimoni misti, «per cercare di cogliere la ricchezza che deriva da una pluralità di approcci, e l’esperienza profetica delle coppie interconfessionali».
Piero Coda (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).
Apprezzato docente di Escatologia ormai da alcuni anni alla Gregoriana è don Antonio Nitrola, nato nel 1958. Sempre all’università dei gesuiti, il prestigioso premio internazionale "Bellarmino" nel 2000 è stato assegnato alla tesi di dottorato di don Giampiero Ziviani, 39 anni, della diocesi di Rovigo, sul tema: "La Chiesa Madre nel Concilio Vaticano II". Maestro di don Giampiero, come di quasi tutti coloro che hanno studiato ecclesiologia negli ultimi anni, è stato il padre Angel Antón, che con Ghislain Lafont e Pierangelo Sequeri sono stati spesso indicati dai teologi da noi intervistati come punti di riferimento fondamentali.
Tra coloro che più specificamente approfondiscono il tema dei sacramenti va ricordato Andrea Grillo, laico, 41 anni, docente al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma. Inoltre don Pierpaolo Caspani, del 1960, docente alla Facoltà teologica di Milano, autore di un complesso e articolato studio sul tema dell’"iniziazione cristiana".
Fra i teologi dell’ultima generazione, infine, possiamo annoverare anche alcune donne. Di ecclesiologia, infatti, si occupano Sandra Mazzolini, classe 1956, docente presso diversi istituti romani, e Serena Noceti, 36 anni, della Facoltà teologica dell’Italia centrale. A ricordare l’importanza della storia nella teologia pensa invece Stella Morra, del 1956, assistente presso la Gregoriana: il suo centro d’interesse è costituito dal linguaggio degli autori mistici del XVIXVII secolo, riletti alla luce dell’opera di Michel de Certau: «La cosiddetta mistica classica è un punto chiave dell’autocomprensione della cristianità, che condiziona in modo radicale ciò che siamo oggi. È come se il Cinquecento avesse inaugurato una parabola discendente, che ha il suo punto più basso nella manualistica dell’800, e risale solo con il Concilio Vaticano II, che tenta di rispondere finalmente a molte delle domande poste dalla crisi del ’500. È dunque utile delineare, a partire di lì, paradigmi di pensiero che possano suggerire itinerari per l’oggi. In particolare, mi interessano le questioni che emergono dal rapporto tra la mistica classica e il "dire" della fede».
Pensieri complessi e panorami difficili da sintetizzare, come è giusto che sia per la teologia, che si prefigge di far avvicinare alla Realtà più complessa e incomprensibile... Percorsi e progetti che per maturare avranno bisogno di tutto il tempo che le diocesi vorranno dedicare ai loro teologi.
Marco Ronconi
Dalla voce "CREAZIONE"
di Saturnino Muratore
Di recente è stata avanzata l’accusa che la grave situazione di aggressione della natura, i disastri ecologici che sono ormai dinanzi agli occhi di tutti (effetto serra, piogge acide, inquinamento, buco dell’ozono, deforestazione selvaggia, megalopoli invivibili, nucleare insicuro...), affondano le loro radici nella stessa tradizione religiosa della nostra società industriale, quella tradizione giudaico-cristiana che ha operato la reificazione della natura e giustificato lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di un uomo che si è atteggiato a vice-dio, padrone e signore del creato. Presenti nello stesso codice genetico del cristianesimo, questi germi hanno poi proliferato a dismisura con la nascita, sempre in ambito culturale cristiano, della scienza moderna, cui ha fatto seguito un’esplosione tecnologica che sta procedendo ormai al deterioramento delle condizioni di vita del pianeta. Questa critica radicale viene oggi da parte di ambienti che considerano estremamente pericolosa ogni pretesa da parte dell’uomo di costruire il proprio mondo asservendo e sfruttando, piuttosto che cercando di entrare in comunione profonda col tutto, di sentirsi e viversi come "parte", nel riconoscimento non solo dell’altro, ma di ogni presenza, in un abbraccio cosmico totale. Questa critica va considerata con attenzione, perché mentre può consentire un recupero di elementi preziosi, presenti nella stessa tradizione religiosa e culturale dell’Occidente, può aiutare a mettere in luce elementi che non favoriscono l’assunzione di responsabilità e, quindi, la possibilità di far fronte adeguatamente alle sfide in atto. Il punto decisivo, infatti, non è quello di trovare un capro espiatorio, cui accollare la colpa, né quello di affidarsi a dinamiche puramente naturali, ritenute risolutive di ogni problema e conflitto.
Dalla voce "DIO"
di Piero Coda
Ci troviamo in una situazione storica inedita, in cui le religioni mondiali sono diventate contemporanee sia storicamente che geograficamente. Sino ad oggi, infatti, esse non convivevano, in genere, in una stessa area geografica: tanto che si potevano distinguere, con una certa precisione, l’area cristiana, l’area islamica, l’area indù, buddhista, ecc., tra di loro quasi impermeabili l’una rispetto all’altra, o se non altro semplicemente contigue. In questi ultimi decenni, e in modo crescente, grazie soprattutto ai mezzi di comunicazione e agli ingenti movimenti migratori, le religioni sono messe direttamente a confronto tra di loro. Ma oggi si dà anche una contemporaneità che possiamo definire storica: nella cultura occidentale prevalente sino ad alcuni decenni or sono (di stampo eurocentrico, illuminista, evoluzionista, o genericamente progressista) ci eravamo quasi abituati a interpretare le religioni più antiche come una tappa superata dello sviluppo religioso dell’umanità, per giungere poi all’ebraismo e al cristianesimo (tanto che Hegel definiva quest’ultimo «la religione dei tempi moderni») e infine all’"inveramento" del cristianesimo nella celebrazione dell’umanizzazione dell’uomo (Feuerbach, il positivismo e il neo-marxismo di E. Bloch). Oggi ci rendiamo conto, invece, che queste religioni coesistono l’una accanto all’altra e che non di rado mostrano una vitalità insospettata: basti pensare alla rinascita e all’espansionismo islamico, al risveglio indù, al ritorno fascinoso alle origini del buddhismo. In questa situazione di pluralismo religioso, Gesù Cristo rischia di non essere più visto, anche da parte cristiana, come la misura definitiva e universale della verità di Dio, ma soltanto come una delle tante strade che portano a Lui. La tentazione è quella di affermare che ogni esperienza religiosa ha valore assoluto in sé stessa. È una forma di relativismo religioso che può diventare anche sincretismo in una prospettiva esoterica. In fin dei conti – si sostiene – vi sarebbe una religione universale che riassume tutte le religioni, pur non essendo nessuna di queste: ma piuttosto la loro verità interiore ed eterna, la loro comune sorgente che poi si esprime ed è captata in diverse forme culturali e storiche, e il loro comune destino. Tutto ciò rappresenta una sfida formidabile all’immagine cristiana di Dio, che è chiamata a ritrovare nell’originalità dell’evento stesso della rivelazione cristologica la possibilità di dialogare e di interpretare teologicamente il significato del pluralismo delle religioni nell’unico disegno divino della salvezza che ha il suo centro escatologico in Gesù Cristo. Tutto ciò comporta, muovendo con coerenza e creatività da questo centro, la dilatazione su scala più universale e più aderente all’evento Gesù Cristo delle categorie di comprensione del cristianesimo, sinora prevalentemente modellate nel confronto con la filosofia greca e le culture dei popoli dell’Occidente.
«In teologia», dice Severino Dianich, «c’è stato un passaggio di interesse. Mentre negli anni ’60 e ’70 prevalevano i temi sociali e politici, negli anni recenti è arrivata la "nuova ondata" del dialogo interreligioso. È un dibattito molto vivo: si pensi alle manifestazioni anche pubbliche intorno al libro di Jacques Dupuis, e alle discussioni che si sono aperte sul tema del rapporto tra cristianesimo e altre religioni. Discussioni che, a mio parere, continueranno».
"La teologia è una scienza, perché deriva da princìpi noti grazie alla luce di una scienza superiore, vale a dire la scienza di Dio e dei beati. Per cui, come la musica si basa sui princìpi che riceve dal matematico, così la teologia si basa sui princìpi che le rivela Dio (san Tommaso d’Aquino)".
"L’insegnamento della teologia deve essere impartito anche sotto l’aspetto ecumenico... È molto importante che i futuri vescovi e sacerdoti conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo, e non in maniera polemica, soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei "fratelli separati" con la Chiesa cattolica (Concilio Vaticano II, decreto Unitatis redintegratio)".
Medjugorje: si scoprono gli altarini
Ricevo dall'amico Raffaello Minimi
Da:Antonio Casini (samuele.maria@libero.it)
Soggetto:Medjugorje, si scoprono gli altarini.
Newsgroups:it.cultura.cattolica
Data:2003-01-10 12:56:04 PST
Ho cominciato a dubitare di Medjugorje da quando ho conosciuto
quella risposta presunta della "Madonna" sui libri della Valtorta: "si
possono leggere", risposta che contraddiceva la Congregazione per la
Dottrina della Fede e non dava ulteriori particolari a discolpa di uina
posizione cosi' contro la Chiesa.
Ed oggi mi sono reso conto che gia' da pochissimo dopo la prima
apparizione il Vescovo locale chiese che tutto si tacesse, perche' si era
davanti ad una truffa.
La Madonna aveva detto comunque che avrebbe smesso di apparire il 3
Luglio, se mai era apparsa, ma dopo di questo ora sono venti anni.
Intanto: la Madonna puo' contraddirsi?
E fra le altre cose ci sono molte volte risposte della "Madonna"
tramite i "veggenti" che vanno contro il Vescovo locale ed a favore di
alcuni frati sospesi a divinis.
Si' perche' in occasioni precedenti alcuni frati avevano rifiutato
di obbedire ad un decreto di Papa Paolo VI trascinando per anni, invece che
obbedire, una restituzione delle parrocchie del luogo ai diocesani.
E chissa' perche' questa "Madonna" parla sempre a favore dei frati e
contro il Vescovo. E parla parla e parla, e a volte e spesso parla contro il
Vangelo e la Chiesa.
Questo ho saputo da tanti siti che hanno riportato i documenti
ufficiali che evidentemente non sono mai stati resi pubblici in "perfetta"
disobbedienza ad ogni richiamo del Vescovo Zanic, morto poi nel 2000 e il
successore non e' meno determinato di lui nel condannare tanti comportamenti
dei frati del luogo.
Addirittura recentissimamente sono stati sopsesi ed espulsi alcuni
fra i frati francescani del luogo e per risposta hanno chiamato a celebrare
una Cresima un vescovo non validamente ordinato, che era stato espulso dai
cattolici ed anche da un seminario di vetero cattolici.
Inaffidabile al massimo quindi eppure questi frati sospesi, guarda
caso, hanno scelto lui, e non se ne sono andati dalle parrocchie che a volte
hanno murato ed hanno compiuto questo sacrilegio in sfregio ed a
dimostrazione dei frutti che vengono da Medjugorje.
Mi chiedo come mai tutti i vari apologeti non hanno mai tenuto conto
di questi pronunciamenti del Vescovo ben presenti in rete.
Mah, certo il fanatismo c'e', si capisce, ma in mezzo a tutto questo
ci mangiano forse troppi quindi lettere ufficiali come queste:
http://mypage.bluewin.ch/cafarus/Medjugorje.html
seguite da articoli come questo:
http://www.stpauls.it/vita/0110vp/0110v120.htm
distruggono ogni cosa. Dando la chiave di lettura ufficiale della
Chiesa e l'analisi dettagliata di fatti nascosti fino allo spasimo da chi
aveva interesse a far credere che fosse tutto soprannaturale.
Non dubito che il Signore vuole che Sua Madre sia onorata ed
ascoltata, ed ora sta suscitando un risveglio delle coscienze perche' si
metta fine al traffico di falsita' e si ridia la giusta visione al Suo
popolo di come si onora la Madre di Dio nel modo che Lui vuole.
Spesso i veggenti viene detto, lo leggete proprio su questi articoli
e lettere, che hanno parlato contro la Chiesa o
meglio hanno detto che la "Madonna" diceva loro cose in contrasto con la
Chiesa.
Leggete nolto bene oltreche' i pezzi che aggancero' a questo thread
ai link indicati.
Davvero, grazie a Dio, una ricerca sulle ultime vicende che hanno
visto coinvolto Claudio Gatti che si diceva ordinato vescovo da Dio, ed ora
ridotto allo stato laicale dalla fine dell'anno, mi hanno portato a far
chiarezza in me e spero in tanti, su una viocenda che vedendola come e', fa
capire quanto il Signore dal male tragga il bene.
Ci sono state infatti vere conversioni a Medjugorje perche' il
Signore non ha permesso che il male vincesse e l'inganno si e' tramutato in
occasione vera di riscatto per molti suoi figli.
Che dire di tutti i gruppi che si rifanno a Medjugorje? Continuino a
venerare in particolare Maria ed accanto a Lei continuino a camminare per
arrivare a Gesu' Cristo, non e' male pregare, e la serenita' e l'equilibrio
che ho visto in tanti gruppi di preghiera nati da Medjugorje sono la
garanzia se ce ne fosse bisogno ancora, che il Signore non ci lascia mai
soli.
I fanatici dei veggenti e dei frati, cioe' quelli che andavano li'
per i messaggi e per il prurito del soprannaturale hanno avuto soddisfatta
la gola spirituale e distrutto il loro interiore, ma di questo solo minima
colpa e' di chi ha ingannato.
E ne continuero' a parlare, di questi fatti e spiegazioni, in corso
thread.
Intanto leggete e meditate bene i frutti di Medjugorje, frutti
nascosti, non per umilta', no, per tutt'altro!
http://mypage.bluewin.ch/cafarus/roma2.html
Ed anche e' utile conoscere un po' gli ultimi sviluppi anche per
mezzo di una rivista qualificata ed importante:
http://www.stpauls.it/jesus/0107je/0107je18.htm
La Chiesa locale mostrava da subito i segni di un non soprannaturale
ed anzi di manovre poco chiare e di frati che ora scoprono le loro carte, e
sono espulsi dall'ordine francescano e sopsesi a divinis.
Mi scuso se qualche volta ho spinto a credere a Medjugorje, ero
all'oscuro di tutto questo. Perdonatemi.
E grazie al Signore che mi sta guidando alla chiarezza interiore ed
alla pace su tante cose importantissime.
Antonio Casini
--
Ed a rompere senza piu' gl'indugi ci spinge
anzitutto il fatto, che i fautori dell'errore gia' non
sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati;
ma, cio' che da' somma pena e timore, si
celano nel seno stesso della Chiesa, tanto
piu' perniciosi quanto meno sono in vista.
(Papa San Pio X)
Soyinka: le Baccanti e la mia Africa
Da "Avvenire" del 1° febbraio:
recensione di Andrea Bisicchia a "Le baccanti di Euripide, un rito di comunione" di Wole Soynka, premio Nobel per la letteratura 1986.
"(..) La trama è quella ben nota dello scontro tra Dioniso e Penteo che si conclude con la morte di costui, fatto a pezzi dalle Baccanti e con Agave che, diventata folle, porta come trofeo la testa del figlio.
Penteo rassomiglia a certi generali nigeriani arroganti, venitosi, presuntuosi, ottusi, che confondono il dio con lo stregone, il mago, l'imbroglione, l'intruso che non temono, fino a quando il dio non si vendica e non impone le leggi del suo culto che aboliscono la differenza tra schiavo e padrone e propongono un potere saggio ed equilibrato. Dioniso, dopo aver girovagato per anni, forse come Soyinka, è tornato in patria per ristabilire l'ordine, magari attrraverso la trasgressione"
Siro Mazza, editoriale dell'ultimo numero di "Certamen" ("Lo spirito shivaita all'inizio del Terzo Millennio (Nel nome di Dioniso)":
"(...) E proprio nel 1968 il regista 'd'avanguardia' Luigi Squarzina allestiva a Genova un'"edizione-sfida"delle Baccanti di Euripide (406 a.C.), il dramma in cui il re di Tebe, Penteo, si oppone con forza a Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, e al suo culto, finendo così sbranato dalle donne tebane, forzate dal Dio a trasformarsi in Menadi in preda al delirio bacchico, e capeggiate da Agave, madre di Penteo e sorella di Semele. La regia di Squarzina sottolineava la ribellione delle masse (che trovavano voce nel Coro della tragedia, composto dalle Tebane, che esalta l'"innocente" rituale di Dioniso in risposta alle accuse del 'mostro' Penteo, contro il quale vorrebbe che si scatenasse la furia devastante del dio dell'ebbrezza), l'emergere di forze represse, l'intrecciarsi drammatico di istinti violenti e di vaghe aspirazioni alla "giustizia". (...) Elémire Zolla (...) affermava chiaramente che oggi la lotta fra chi combatte la droga e quelli che vogliono drogarsi è l'eterna lotta tra Penteo e Dioniso. Penteo è il re assennato, l'orgoglioso campione della ragione umana, che tenta di cacciare Dioniso in quanto vede nei suoi baccanali un'infezione morale e sociale; il re è innocente perché difende l'ordine, quindi va eliminato (...) Nel 1988 (vent'anni dopo la rappresentazione genovese), a Delfi, il regista peruviano J. Guerra Castro collocava in primo piano assoluto Penteo, rappresentato come un uomo dalle morbose fissazioni (quali l'ordine, la logica, la legge, 'orrorifici' per i figli del '68!): un sovrano maniaco che vuole tutto candido, pulito, un fanatico dell'ordine che va frequentemente a lavarsi mani e viso in una vaschetta (con chiara allusione all'acquasantiera) e che chiama dei disinfestatori per sterilizzare i luoghi contaminati dalle baccanti, per esorcizzare il pericolo, il male, il diavolo".