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Discussione: Semper infideles

  1. #1
    scemo del villaggio
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    Predefinito Semper infideles

    Vorrei aprire su questo tema un thread permanente. Comincio con la...consolante notizia che don Luigi Moncalero ha ringraziato il "vescovo" di Verona per avergli lasciato celebrare una messa funebre secondo il rito tradizionale.

    ****************
    Newsletter Coordinamento di Una Voce delle Venezie
    domenica 19-01-2003/4-03
    ****************


    Novità nel sito:




    A VERONA ESEQUIE IN RITO LATINO ANTICO CON IL PERMESSO DEL
    VESCOVO. CELEBRA DON LUIGI MONCALERO DELLA FRATERNITA' SAN
    PIO X

    Il 10 gennaio 2003 nella chiesa del cimitero monumentale di Verona
    esequie in rito romano antico e messa di requiem con il permesso di
    mons. Carraro per il defunto Andrea Biondetti. Davanti a una folla di
    fedeli ha celebrato don Luigi Moncalero, superiore del Priorato di Rimini
    della Fraternità San Pio X fondata da mons. Lefebvre, il quale ha
    ringraziato pubblicamente il Vescovo di Verona per avere consentito la
    sacra funzione. Si tratta di un importante precedente per tutti coloro
    che desiderano che i loro funerali siano celebrati nelle forme tradizionali
    con cui sono stati sepolti i nostri padri, con il Dies irae e il Libera me
    Domine, la messa antica, il latino e il gregoriano.

    www.unavoce-ve.it/01-03-4.htm


    ***

    VERONA, ECCEZIONALE CONCORSO DI FEDELI PER LA MESSA DI NATALE

    Più di 200 persone gremivano la Rettoria di S. Toscana per la messa di
    Natale secondo l'antico rito, concessa quest'anno per la prima dopo
    anni di richieste dal Vescovo di Verona. La locale sezione di Una Voce
    ha dimostrato che la perseveranza nel sostenere i diritti dei fedeli
    all'antica liturgia secondo la volontà di Giovanni Paolo II ha raggiunto
    l'effetto sperato


    www.unavoce-ve.it/01-03-3.htm


    ***

    TREVISO, IL VESCOVO CELEBRA LA MESSA IN LATINO CON IL RITO
    PRECONCILIARE

    La messa di mons. Paolo Magnani, vescovo di Treviso, secondo il
    Messale del 1962 sabato 4 gennaio 2003 nella chiesa degli Oblati ha
    suscitato forte interesse nei mezzi di informazione. Riproduciamo
    l'articolo apparso nell'edizione di Treviso-Belluno del Corriere del
    Veneto, 5 gennaio 2003:

    www.unavoce-ve.it/01-03-2.htm

    Un articolo con foto è apparso su La Tribuna di Treviso del 5 gennaio
    2003:

    www.unavoce-ve.it/trib-tv05-01-03.pdf


    ***

    SCANDALOSO. NIENTE OSTIA A CHI SI INGINOCCHIA: INTERVENTO
    DELLA SANTA SEDE

    Prendiamo atto con soddisfazione del provvidenziale intervento della
    Santa Sede contro l'abuso di autorità particolamente odioso di negare
    illecitamente la Comunione ai fedeli che desiderano riceverla in
    ginocchio. Ci chiediamo con preoccupazione crescente se, per caso,
    abusi del genere avvengano anche in Italia, per la comunione in
    ginocchio o magari per quella sulla lingua e non in mano... Invitiamo
    tutti coloro che abbiano conoscenza o, peggio, siano rimasti vittime di
    simili abusi a darcene notizia: non mancheremo di denunciare i fatti.
    L'articolo di Andrea Tornielli (Il Giornale, 31 dicembre 2002) cita il
    documento della Congregazione del Culto Divino uscito nel fascicolo di
    novembre 2002 della rivista Notitiae:

    www.unavoce-ve.it/01-03-1.htm


    °°°°°°°°°°°°°°°°°

    www.unavoce-ve.it

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  2. #2
    scemo del villaggio
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    Predefinito Comincia la settimana di preghiera per l'"unità dei cristiani"

    Sabato 18 gennaio 2003 S.Margherita

    Cristiani insieme oltre le nostre fragilità

    Al via la Settimana di preghiera. Al centro dell'attenzione la frase di Paolo «Un tesoro come in vasi di creta», che fotografa l'oggi del cammino ecumenico



    Di Giorgio Bernardelli



    Un cammino fragile, che porta su di sé tutte le incrostazioni della storia. Eppure capace comunque di mostrare tutta la sua ricchezza. Sembra una fotografia dell'attuale fase del cammino ecumenico il tema che fa da guida quest'anno alla Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, l'appuntamento ecumenico in programma da oggi al 25 gennaio. È infatti «Un tesoro come in vasi di creta» (2 Corinzi 4,5-18) l'icona biblica di riferimento per le iniziative di incontro tra i fedeli delle diverse confessioni in programma in questi giorni in tutto il mondo. Anche il Papa, come ogni anno, guiderà uno di questi momenti il 25 gennaio alla basilica di San Paolo Fuori le Mura.

    La Settimana di preghiera è tradizionalmente il momento del già e non ancora. Momento di comunione, ma anche di consapevolezza di quanta strada resti ancora da percorrere nel cammino ecumenico. È quanto emerge anche da una lettera scritta insieme dall'arcivescovo Giuseppe Chiaretti, presidente del segretariato Cei per l'ecumenismo eil dialogo, dal professor Gianni Long, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche d'Italia e dall'arciprete Traian Valdman, del Vicariato ortodosso romeno d'Italia, che introduce l'edizione italiana del sussidio per le celebrazioni. «Ci rendiamo conto - si legge - di portare il tesoro della fede in vasi di terra, fragili e precari, la cui forza di resistenza può venire solo da te, Signore della vita e dell'amore! Non farci scandalizzare per nessuna miseria umana. Né la nostra né quella di un mondo che ti carca a tentoni, o forse non ti cerca neppure più perché pensa di non avere più bisogno di te».

    In questo contesto pesa lo scandalo dell'unità perduta. «Anche sul volto della Chiesa, imbruttito dalle rughe e dalle macchie delle nostre divisioni - prosegue il testo -, c'è da fissare con volontà di conversione il nostro sguardo di cristiani, perché è anche essa volto di Cristo». Eppure il tesoro comunque è già qui. «Oggi - è la conclusione - ci è chi esto di portare con pazienza i segni della morte perché "la vita del Risorto si manifesti nella nostra vita mortale". Anche la pazienza dell'attesa e la speranza contro ogni speranza sono virtù ecumeniche».

    È lo spirito con cui entrare in questa Settimana. Che per l'Italia prepara anche un appuntamento importante: per il 6 febbraio, infatti, è in programma a Viterbo il convegno sulla lettura ecumenica del Vangelo delle Beatitudini. Dopo il Padre Nostro un'altra pagina da imparare della Scrittura da imparare ad aprire insieme.

    NOTATE:"PESA LO SCANDALO DELL'UNITà PERDUTA". qUANDO, DI GRAZIA?

  3. #3
    scemo del villaggio
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    "Avvenire"
    Sabato 18 gennaio 2003 S.Margherita

    Cristiani-ebrei L'evoluzione del dialogo



    San vito dei normanni. Oggi alle 18 nella biblioteca di San Vito dei Normanni l'Ufficio diocesano per l'ecumenismo e il dialogo ha organizzato un incontro che ha per tema «Il dialogo ebraico-Cristiano a quarant'anni dal Concilio ecumenico Vaticano II». Ne parlerà Carmine Di Sante, teologo ed esperto di dialogo ebraico-cristiano. L'iniziativa, che vuole approfondire e rilanciare le occasioni d'incontro tra cristiani ed ebrei è stata promossa in occasione della XVI Giornata per il dialogo tra le due fedi. (A.Sco.)

  4. #4
    scemo del villaggio
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    "Avvenire"

    Sabato 18 gennaio 2003 S.Margherita


    Nelle diocesi l'incontro tra confessioni



    Saranno giorni intensi quelli che le diocesi italiane vivranno dal 18 al 25 gennaio per celebrare la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
    A Milano domani alle 18 nella chiesa di San Marco vi sarà una celebrazione ecumenica a cura Consiglio delle Chiese cristiane, a cui parteciperà il cardinale Dionigi Tettamanzi. Venerdì invece nel Centro culturale San Fedele è in programma una tavola rotonda con Dumitru Popescu (ortodosso), Piero Coda (Cattolico) e Luca Negro (evangelico). L'arcidiocesi di Cosenza-Bisignano aprirà un calendario d'iniziative promosse assieme alla parrocchia italo-albanese di rito bizantino "Santissimo Salvatore", dalla Chiesa cristiana Avventista del Settimo giorno e della Chiesa evangelica valdese. Oggi alle 18 la pastora valdese Debora Bonnis proporrà una meditazione nella chiesa del Carmine. Domani nella chiesa Avventista interverrà alle 18 l'arcivescovo Giuseppe Agostino che il 25 interverrà nella chiesa valdese; seguirà lunedì una riflessione del valdese Giuseppe Butera nella parrocchia italo-albanese.
    A Palermo il momento culminante è atteso per domenica 26 gennaio quando nell'auditorium del Santissimo Salvatore Bruno di Maio, del Centro pastorale per l'ecumenismo parlerà del "Dialogo interreligioso, fondamento della Pace". Nel pomeriggio insieme ai ragazzi dell'Acr l'incontro proseguirà alla presenza dell'arcivescovo, il cardinale Salvatore De Giorgi, che proporrà una riflessione conclusiva.
    In Umbria, aPerugia tra i vari incontri ne è stato promosso uno per venerdì 24 alle 17 nella sede del Palazzo Comunale: interverranno il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani e l'arcivescovo Giuseppe Chiaretti. Nel corso della "Settimana" vi saranno anche celebrazioni liturgiche ed incontri con esponenti delle altre confessioni cristiane.
    In tante realtà la Settimana sarà anche occasione per riflettere sui temi dell'integrazione tra le culture. È il caso di Udine, dove domenica 26 gennaio nella chiesa di Santa Maria Assunta l'arcivescovo Pietro Brollo presiederà una "Celebrazione ecumenica della Parola di Dio", insieme al pastore metodista Andreas Kohn. E i legami tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, verranno sottolineati a Tortona dove il 25 gennaio il vescovo Martino Canessa parteciperà ad una celebrazione con Michail Notarnagelo Janneto, del patriarcato ecumenico di Costantinopoli.
    Nelle Marche le diocesi di Pesaro Fano e Urbino ed i rispettivi vescovi Angelo Bagnasco, Vittorio Tomassetti e Francesco Marinelli, hanno programmato insieme le iniziative per la Settimana di preghiera. E domani alle 17 nella cattedrale di Pesaro le delegazioni delle tre diocesi si ritroveranno insieme per una celebrazione a cui parteciperanno rappresentanti della Chiesa luterana, di quella ortodossa rumena e di quella luterana. Assai fitto anche il calendario messo a punto a Padova, che promuove alcuni convegni sugli aspetti liturgici e dottrinali delle confessioni cristiane. Sabato 25 l'arcivescovo Antonio Mattiazzo presiederà la Messa che concluderà la Settimana di preghiera, fra l'altrro vissuta anche grazie a liturgie delle diverse confession i cristiane.
    E sarà Youssef Ibraim, vescovo de Il Cairo dei Caldei, l'ospite principale delle attività promosse a San Severo. Domani alle 18 il presule egiziano presiederà la Messa in rito caldeo. Mentre ieri la Settimana è stata aperta dal vescovo di San Severo, Michele Seccia, che ha incontrato la Commissione diocesana per l'Ecumenismo e il dialogo interreligioso.

  5. #5
    scemo del villaggio
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    Le date




    1740. Un movimento pentecostale della Scozia, con collegamenti nordamericani, invita per la prima volta a pregare «per e con tutte le Chiese». Esattamente un secolo dopo Ignatius Spencer proporrà d'istituire «L'Unione di preghiera per l'unità»

    1894. Papa Leone XIII incoraggia la pratica dell'Ottavario di preghiere per l'unità nel contesto della Pentecoste

    1926. Il movimento ecumenico Fede e costituzione inizia la pubblicazione dei «Suggerimenti per l'Ottavario di preghiere per l'unità dei cristiani»

    1935. L'abate Paul Couturier, in Francia, promuove la «Settimana universale di preghiere per l'unità dei cristiani» basata sulla preghiera per «l'unità voluta da Cristo, con i mezzi voluti da Lui».

    1964. Il «decreto sull'ecumenismo», del Concilio Vaticano II, sottolinea che la preghiera è l'anima del movimento ecumenico e incoraggia las pratica della Settimana di preghiera.

    1968. Per la prima volta la preghiera per l'unità viene celebrata in base al testo elaborato in collaborazione tra «Fede e costituzione» e il Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani.





    ECCO LO SCIAGURATO TENTATIVO DI PRESENTARE IL FALSO ECUMENISMO ATTUALE IN CONTINUITà CON QUELLO AUTENTICO DELLA TRADIZIONE (VEDI ENCICLICA MORTALIUM ANIMOS DI PIO XI, 1928). CONSIGLIO DI LEGGERE A TAL FINE LE ILLUMINANTI PAGINE DI AMERIO IN "IOTA UNUM" (BENCHè, HO APPRESO, IN ODORE DI ESOTERISMO ANCHE LUI).

  6. #6
    scemo del villaggio
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    14 novembre Il "Papa" in Parlamento

    Il testo integrale del discorso di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano in seduta pubblica comune nel Palazzo di Montecitorio

    Già negli anni degli studi a Roma e poi nelle periodiche visite che facevo in Italia come Vescovo, specialmente durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, è venuta crescendo nel mio animo l’ammirazione per un Paese in cui l’annuncio evangelico, qui giunto fin dai tempi apostolici, ha suscitato una civiltà ricca di valori universali e una fioritura di mirabili opere d’arte, nelle quali i misteri della fede hanno trovato espressione in immagini di bellezza incomparabile. Quante volte ho toccato, per così dire, con mano le tracce gloriose che la religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo italiano, concretandosi anche in tante figure di Santi e di Sante il cui carisma ha esercitato un influsso straordinario sulle popolazioni d’Europa e del mondo. Basti pensare a san Francesco d’Assisi e a santa Caterina da Siena, Patroni d’Italia.

    Davvero profondo è il legame esistente fra la Santa Sede e l’Italia! Ben sappiamo che esso è passato attraverso fasi e vicende tra loro assai diverse, non sfuggendo alle vicissitudini e alle contraddizioni della storia. Ma dobbiamo al tempo stesso riconoscere che, proprio nel susseguirsi a volte tumultuoso degli eventi, esso ha suscitato impulsi altamente positivi sia per la Chiesa di Roma, e quindi per la Chiesa cattolica, sia per la diletta Nazione italiana.

    A quest’opera di avvicinamento e di collaborazione, nel rispetto della reciproca indipendenza e autonomia, hanno molto contribuito i grandi Papi che l’Italia ha dato alla Chiesa e al mondo nel secolo scorso: basti pensare a Pio XI, il papa della Conciliazione, e a Pio XII, il papa della salvezza di Roma, e, più vicini a noi, ai papi Giovanni XXIII e Paolo VI, dei quali io stesso, come Giovanni Paolo I, ho voluto assumere il nome.

    Tentando di gettare uno sguardo sintetico sulla storia dei secoli trascorsi, potremmo dire che l’identità sociale e culturale dell’Italia e la missione di civiltà che essa ha adempiuto e adempie in Europa e nel mondo ben difficilmente si potrebbero comprendere al di fuori di quella linfa vitale che è costituita dal cristianesimo.

    Mi sia pertanto consentito di invitare rispettosamente voi, eletti Rappresentanti di questa Nazione, e con voi tutto il popolo italiano, a nutrire una convinta e meditata fiducia nel patrimonio di virtù e di valori trasmesso dagli avi. È sulla base di una simile fiducia che si possono affrontare con lucidità i problemi, pur complessi e difficili, del momento presente, e spingere anzi audacemente lo sguardo verso il futuro, interrogandosi sul contributo che l’Italia può dare agli sviluppi della civiltà umana.

    Alla luce della straordinaria esperienza giuridica maturata nel corso dei secoli a partire dalla Roma pagana, come non sentire l’impegno, ad esempio, di continuare a offrire al mondo il fondamentale messaggio secondo cui, al centro di ogni giusto ordine civile, deve esservi il rispetto per l’uomo, per la sua dignità e per i suoi inalienabili diritti? A ragione già l’antico adagio sentenziava: Hominum causa omne ius constitutum est. È implicita, in tale affermazione, la convinzione che esista una “verità sull’uomo”, che si impone al di là delle barriere di lingue e culture diverse.

    In questa prospettiva, parlando davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite nel 50° anniversario di fondazione, ho ricordato che vi sono diritti umani universali, radicati nella natura della persona, nei quali si rispecchiano le esigenze oggettive di una legge morale universale. E aggiungevo: «Ben lungi dall’essere affermazioni astratte, questi diritti ci dicono anzi qualcosa di importante riguardo alla vita concreta di ogni uomo e di ogni gruppo sociale. Ci ricordano che non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso, ma che, al contrario, vi è una logica morale che illumina l’esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XVIII/2, 1995, p. 732).

    Seguendo con attenzione amica il cammino di questa grande Nazione, sono indotto inoltre a ritenere che, per meglio esprimere le sue doti caratteristiche, essa abbia bisogno di incrementare la sua solidarietà e coesione interna. Per le ricchezze della sua lunga storia, come per la molteplicità e vivacità delle presenze e iniziative sociali, culturali ed economiche che variamente configurano le sue genti e il suo territorio, la realtà dell’Italia è certamente assai complessa e sarebbe impoverita e mortificata da forzate uniformità.

    La via che consente di mantenere e valorizzare le differenze, senza che queste diventino motivi di contrapposizione e ostacoli al comune progresso, è quella di una sincera e leale solidarietà. Essa ha profonde radici nell’animo e nei costumi del popolo italiano e attualmente si esprime, tra l’altro, in numerose e benemerite forme di volontariato. Ma di essa si avverte il bisogno anche nei rapporti tra le molteplici componenti sociali della popolazione e le diverse aree geografiche in cui essa è distribuita.

    Voi stessi, come responsabili politici e rappresentanti delle Istituzioni, potete dare su questo terreno un esempio particolarmente importante ed efficace, tanto più significativo quanto più la dialettica dei rapporti politici spinge invece a evidenziare i contrasti. La vostra attività, infatti, si qualifica in tutta la sua nobiltà nella misura in cui si rivela mossa da un autentico spirito di servizio ai cittadini.

    Decisiva è, in questa prospettiva, la presenza nell’animo di ciascuno di una viva sensibilità per il bene comune. L’insegnamento del Concilio Vaticano II in materia è molto chiaro: «La comunità politica esiste (...) in funzione di quel bene comune nel quale essa trova significato e piena giustificazione e dal quale ricava il suo ordinamento giuridico, originario e proprio» (Gaudium et spes, 74).

    Le sfide che stanno davanti a uno Stato democratico esigono da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, indipendentemente dall’opzione politica di ciascuno, una cooperazione solidale e generosa all’edificazione del bene comune della Nazione. Tale cooperazione, peraltro, non può prescindere dal riferimento ai fondamentali valori etici iscritti nella natura stessa dell’essere umano. Al riguardo, nella Lettera enciclica Veritatis splendor mettevo in guardia dal «rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità» (n. 101). Infatti, se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, annotavo in un’altra Lettera enciclica, la Centesimus annus, «le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (n. 46).

    Non posso sottacere, in una così solenne circostanza, un’altra grave minaccia che pesa sul futuro di questo Paese, condizionando già oggi la sua vita e le sue possibilità di sviluppo. Mi riferisco alla crisi delle nascite, al declino demografico e all’invecchiamento della popolazione. La cruda evidenza delle cifre costringe a prendere atto dei problemi umani, sociali ed economici che questa crisi inevitabilmente porrà all’Italia nei prossimi decenni, ma soprattutto stimola - anzi, oso dire, obbliga - i cittadini a un impegno responsabile e convergente, per favorire una netta inversione di tendenza.

    L’azione pastorale a favore della famiglia e dell’accoglienza della vita, e più in generale di un’esistenza aperta alla logica del dono di sé, sono il contributo che la Chiesa offre alla costruzione di una mentalità e di una cultura all’interno delle quali questa inversione di tendenza diventi possibile. Ma sono grandi anche gli spazi per un’iniziativa politica che, mantenendo fermo il riconoscimento dei diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, secondo il dettato della stessa Costituzione della Repubblica Italiana (cfr. art. 29), renda socialmente ed economicamente meno onerose la generazione e l’educazione dei figli.

    In un tempo di cambiamenti spesso radicali, nel quale sembrano diventare irrilevanti le esperienze del passato, aumenta la necessità di una solida formazione della persona. Anche questo, illustri Rappresentanti del popolo italiano, è un campo nel quale è richiesta la più ampia collaborazione, affinché le responsabilità primarie dei genitori trovino adeguati sostegni. La formazione intellettuale e l’educazione morale dei giovani rimangono le due vie fondamentali attraverso le quali, negli anni decisivi della crescita, ciascuno può mettere alla prova se stesso, allargare gli orizzonti della mente e prepararsi ad affrontare la realtà della vita.

    L’uomo vive di un’esistenza autenticamente umana grazie alla cultura. È mediante la cultura che l’uomo diventa più uomo, accede più intensamente all’“essere” che gli è proprio. È chiaro, peraltro, all’occhio del saggio che l’uomo conta come uomo per ciò che è più che per ciò che ha. Il valore umano della persona è in diretta ed essenziale relazione con l’essere, non con l’avere. Proprio per questo una Nazione sollecita del proprio futuro favorisce lo sviluppo della scuola in un sano clima di libertà, e non lesina gli sforzi per migliorarne la qualità, in stretta connessione con le famiglie e con tutte le componenti sociali, così come del resto avviene nella maggior parte dei Paesi europei.

    Non meno importante, per la formazione della persona, è poi il clima morale che predomina nei rapporti sociali e che attualmente trova una massiccia e condizionante espressione nei mezzi di comunicazione: è questa una sfida che chiama in causa ogni persona e famiglia, ma che interpella a titolo peculiare chi ha maggiori responsabilità politiche e istituzionali. La Chiesa, per parte sua, non si stancherà di svolgere, anche in questo campo, quella missione educativa che appartiene alla sua stessa natura.

    Il carattere realmente umanistico di un corpo sociale si manifesta particolarmente nell’attenzione che esso riesce a esprimere verso le sue membra più deboli. Guardando al cammino percorso dall’Italia in questi quasi sessant’anni dalle rovine della Seconda Guerra mondiale, non si possono non ammirare gli ingenti progressi compiuti verso una società nella quale siano assicurate a tutti accettabili condizioni di vita. Ma è altrettanto inevitabile riconoscere la tuttora grave crisi dell’occupazione soprattutto giovanile e le molte povertà, miserie ed emarginazioni, antiche e nuove, che affliggono numerose persone e famiglie italiane o immigrate in questo Paese. È grande, quindi, il bisogno di una solidarietà spontanea e capillare, alla quale la Chiesa è con ogni impegno protesa a dare di cuore il proprio contributo.

    Tale solidarietà, tuttavia, non può non contare soprattutto sulla costante sollecitudine delle pubbliche Istituzioni. In questa prospettiva, e senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l’impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società.

    Un’Italia fiduciosa di sé e internamente coesa costituisce una grande ricchezza per le altre Nazioni d’Europa e del mondo. Desidero condividere con voi questa convinzione nel momento in cui si stanno definendo i profili istituzionali dell’Unione Europea e sembra ormai alle porte il suo allargamento a molti Paesi dell’Europa centro-orientale, quasi a suggellare il superamento di una innaturale divisione. Coltivo la fiducia che, anche per merito dell’Italia, alle nuove fondamenta della “casa comune” europea non manchi il “cemento” di quella straordinaria eredità religiosa, culturale e civile che ha reso grande l’Europa nei secoli.

    È quindi necessario stare in guardia da una visione del Continente che ne consideri soltanto gli aspetti economici e politici o che indulga in modo acritico a modelli di vita ispirati a un consumismo indifferente ai valori dello spirito. Se si vuole dare durevole stabilità alla nuova unità europea, è necessario impegnarsi perché essa poggi su quei fondamenti etici che ne furono un tempo alla base, facendo al tempo stesso spazio alla ricchezza e alla diversità delle culture e delle tradizioni che caratterizzano le singole nazioni. Vorrei anche in questo nobile Consesso rinnovare l’appello che in questi anni ho rivolto ai vari Popoli del Continente: «Europa, all’inizio di un nuovo millennio, apri ancora le tue porte a Cristo!».

    Il nuovo secolo da poco iniziato porta con sé un crescente bisogno di concordia, di solidarietà e di pace tra le Nazioni: è questa infatti l’esigenza ineludibile di un mondo sempre più interdipendente e tenuto insieme da una rete globale di scambi e di comunicazioni, in cui tuttavia spaventose disuguaglianze continuano a sussistere. Purtroppo le speranze di pace sono brutalmente contraddette dall’inasprirsi di cronici conflitti, a cominciare da quello che insanguina la Terra Santa. A ciò s’aggiunge il terrorismo internazionale con la nuova e terribile dimensione che ha assunto, chiamando in causa in maniera totalmente distorta anche le grandi religioni. Proprio in una tale situazione le religioni sono invece stimolate a far emergere tutto il loro potenziale di pace, orientando e quasi “convertendo” verso la reciproca comprensione le culture e le civiltà che da esse traggono ispirazione.

    Per questa grande impresa, dai cui esiti dipenderanno nei prossimi decenni le sorti del genere umano, il cristianesimo ha un’attitudine e una responsabilità del tutto peculiari: annunciando il Dio dell’amore, esso si propone come la religione del reciproco rispetto, del perdono e della riconciliazione. L’Italia e le altre Nazioni che hanno la loro matrice storica nella fede cristiana sono quasi intrinsecamente preparate ad aprire all’umanità nuovi cammini di pace, non ignorando la pericolosità delle minacce attuali, ma nemmeno lasciandosi imprigionare da una logica di scontro che sarebbe senza soluzioni.

    Illustri Rappresentanti del Popolo italiano, dal mio cuore sgorga spontanea una preghiera: da questa antichissima e gloriosa Città - da questa «Roma onde Cristo è Romano», secondo la ben nota definizione di Dante (Purg 32,102) - chiedo al Redentore dell’uomo di far sì che l’amata Nazione italiana possa continuare, nel presente e nel futuro, a vivere secondo la sua luminosa tradizione, sapendo ricavare da essa nuovi e abbondanti frutti di civiltà, per il progresso materiale e spirituale del mondo intero.
    Dio benedica l’Italia!

    Marcello Pera
    Presidente del Senato
    Il primo dei valori cristiani è la dignità della persona. Se, come il cristianesimo insegna, la Parola si è fatta carne, allora l’uomo è immagine di Dio e ha valore in sé, quale che sia la sua condizione. Da questo messaggio rivoluzionario - lo “scandalo e follia” di cui parla san Paolo - segue che l’uomo è fratello all’altro, è solidale con l’altro, ha compassione per l’altro, ha rispetto dell’altro. (...) Noi abbiamo la consapevolezza che questa civiltà occidentale sia figlia della cultura greco-romana, che ci ha dato il concetto di polis e delle sue istituzioni, e della cultura giudaico-cristiana, che ci ha fornito il concetto di persona e del suo valore intrinseco. Come spiegare l’odierna democrazia senza il concetto greco della boulè? Come spiegare la nostra società libera di uomini solidali senza il concetto cristiano di agàpe? Per questo - come ci ha ammonito la Veritatis splendor - anche noi non vorremmo che la nostra democrazia, alla quale siamo così legati, si alleasse con il relativismo etico, del quale invece temiamo le conseguenze. Come potremmo apprezzare, sostenere, difendere le nostre conquiste se a esse fosse estraneo ogni concetto di verità o di approssimazione alla verità? (...) Mantenere istituzioni che siano rispettose di tutti i valori, di singoli o gruppi che in esse regolano la propria vita è la garanzia più forte per conservare la libertà dei loro credo ideologici, filosofici, religiosi. Noi sappiamo che ciò che diamo a Cesare ha un limite in ciò che molti ritengono appartenere a Dio, così come sappiamo che nessuna istituzione può dirsi neutra rispetto ai valori sui quali essa stessa si fonda. Ma proprio per questo - per fare delle istituzioni un bene di tutti e per proteggere i credo di ciascuno - noi agiamo nel rispetto dei principi di autonomia e laicità. Anche questi principi li consideriamo eredità del cristianesimo. (...)

    Pier Ferdinando Casini
    Presidente della Camera dei Deputati
    Siamo onorati che Ella parli oggi al nostro popolo, rivolgendosi direttamente a coloro che lo rappresentano. Qui c’è tutta intera la nostra nazione, quell’Italia, che Lei, un Papa polacco, ha saputo conquistare fin dai primi tempi del suo pontificato, per l’umanità e l’amore che ha sempre dimostrato alla nostra Patria, scegliendo di condividerne le sofferenze e le gioie. (...) Il suo elevato Magistero ci richiama alla nobiltà della politica, a ritrovare la parte migliore di noi stessi per metterla al servizio della comunità nazionale. L’uomo sente il bisogno di riflettere sul profondo senso della sua esistenza di fronte alle incognite del domani e ha timore per il futuro e del futuro. Non ci sono più comode certezze ideologiche, né le promesse della scienza e della tecnica sono sempre così rassicuranti. (...) Ella ha contribuito in modo determinante al faticoso ma esaltante lavoro di costruzione dell’Europa. Ascolteremo il Santo Padre, consapevoli che nell’esercizio delle nostre responsabilità di legislatori, ciascuno di noi deve farsi guidare dalla propria coscienza e dalle proprie convinzioni, rispondendo anzitutto al popolo che ci ha eletti. Ma La ascolteremo, Santità, anche come parte di quella umanità senza confini cui Lei si è sempre voluto rivolgere, non escludendo nessuno dalla Sua generosa opera pastorale, e per tutti spendendo le parole della fede in Dio e della fiducia nell’uomo.

  7. #7
    scemo del villaggio
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    Da "Tracce" di dicembre 2002
    cultura

    I simboli dei no global

    L’icona di Gesù Cristo accanto a quella di Che Guevara. Così al Social Forum di Firenze si è fatta largo l’anima religiosa del movimento antiglobalizzazione. Che agita il crocifisso come simbolo di un’istanza sociale, come utopia che fa camminare gli uomini. I testimonial? Tre sacerdoti che non hanno spiegato come Cristo salva il mondo

    di renato farina

    I giorni del Social Forum Europeo di Firenze (6-10 novembre) hanno avuto per simbolo Ernesto “Che” Guevara. E il referente politico più applaudito - nel corso delle assemblee - è stato Fausto Bertinotti di Rifondazione Comunista e - durante la manifestazione finale - Sergio Cofferati, il sindacalista della Cgil. Questo a un primo sguardo. E in fondo in tal modo sarebbe molto semplice risolvere la faccenda secondo categorie politiche di pronto consumo: comunismo o giù di lì. A chi scrive è capitato di esprimere queste considerazioni in un dibattito televisivo. Al che il giornalista dell’Unità, Piero Sansonetti, che è un osservatore serio, ha completato il pensiero. E ha detto più o meno: «C’è del vero, e del resto Che Guevara è una figura bellissima. Ma non bisogna dimenticare che accanto a questa icona rivoluzionaria c’è stato un altro logo che esprimeva lo spirito di questo raduno e di questi giovani. Ed era Gesù Cristo. Uno dei più applauditi è stato padre Tonio Dell’Olio di Pax Christi, che aveva sul petto un grande crocifisso». Ho controllato, è un crocifisso da mezzo chilo, per così dire. Ma era davvero un “simbolo” tipico?

    Capi ideologici
    Ho fatto accertamenti presso altri colleghi. Tutto vero. Anzi, a una riconsiderazione più attenta degli atti e dei testimoni è saltato fuori che i veri grandi capi non solo morali ma anche ideologici e persino pratici della kermesse fiorentina sono stati loro: i preti. Essi venivano citati in tivù come partecipanti amatissimi, qualcosa di suggestivo, insieme a suore e a militanti cristiani. Ma che fossero i leader - non occulti o anonimi cristiani, ma proprio palesando la fede e la Croce - questo non si era capito, ma era proprio così. La prova? Ne do una sola. Aldo Cazzullo de La Stampa ha tenuto il verbale dell’assemblea più affollata ed espressiva. Il momentum delle giornate di lavori ideologici. E i protagonisti e capi sono stati tre sacerdoti: don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli e il già citato padre Tonio Dall’Olio. Sia chiaro: non il ben noto amico dei disobbedienti don Vitaliano Della Sala, che passa per un estremista e dunque alla fine - giusto o sbagliato che sia - è recepito come un elemento di colore, come frate Tuc nella foresta di Sherwood. Ma quei tre sacerdoti che hanno un credito formidabile presso tanta gente anche per le opere che hanno costruito.

    Trascrivo la cronaca arida, non smentita neanche per un rigo.

    Don Luigi Ciotti alla platea: «Per fortuna in Sicilia non c’è il petrolio, altrimenti per prendere Bernardo Provenzano bombarderebbero la Sicilia. Il nuovo killer è la sicurezza. Nel suo nome si commette tutto e il contrario di tutto». I ragazzi in piedi ad applaudire.

    Padre Alex Zanotelli: «Roma usava le croci, gli americani le bombe. Le bombe sono puro terrorismo militare. I diamanti sono insanguinati, i microchip dei telefonini sono insanguinati. La guerra deve diventare un tabù come l’incesto». Padre Zanotelli parla sottovoce. Evoca i “morti viventi”: La Pira, padre Balducci, don Milani, padre Turoldo, Falcone, Borsellino, don Puglisi. «Fu bellissimo, quando arrivarono i killer, e don Puglisi disse: “Vi aspettavo, me l’aspettavo”. Tutti dovrebbero poterlo dire. Io, dopo la legge Bossi sull’immigrazione, mi vergogno di essere italiano. Bossi vuole appendere i crocifissi morti nelle classi e schiaffeggia i crocifissi viventi!». Boato. Due ragazze sedute sul gradino scoppiano a piangere. «Io ho una cosa da chiedere a Romano Prodi: chiedo che l’Europa si dissoci dall’America… Se spargiamo la morte non possiamo dire di credere nel Dio della vita!». Di nuovo tutti in piedi, battimani ritmati, padre Zanotelli piange in singhiozzi, altri con le lacrime. Le due ragazze si abbracciano. Gino Strada: «Alex mi hai fatto venire la congiuntivite». Risate. Altri pianti.

    Padre Tonio Dall’Olio di Pax Christi, crocifisso ligneo al collo: «La trasmissione di ieri sera su Raidue (Excalibur; ndr) era vomitevole. Sono partiti da Seattle per arrivare a Pol Pot. Che cazzarola c’entro io con Pol Pot? Boicottiamo “la Stampa”» (non è chiaro se il riferimento sia alla testata o a tutte) «il Giornale, Libero, la Padania, e ora aggiungiamo anche il Riformista!». Applausi. Padre Zanotelli: «Boicottiamo pure il Corriere della Sera!». Boato.

    Padre Dall’Olio evoca «padre Cavagna, che fa lo sciopero della fame contro la finanziaria» e chiude con citazione a memoria di Eduardo Galeano: «L’utopia è una donna bellissima che vedo sullo sfondo. Io avanzo di due passi, lei arretra di due. Io avanzo di tre, lei arretra ancora. A cosa serve allora l’utopia? A camminare».

    Emozione e moralismo
    Ecco, questi sono leader dei new global, come preferiscono essere definiti. E qui c’è il modo come si palesa il cristianesimo in queste assemblee. Si rilegga. Cristo è la soluzione del problema sociale, e non è certo una piccola cosa questo. Ma il modo? Il modo è quello dell’emozione e alla fine della precettistica. I diamanti, i microchip sono bagnati di sangue, attenti ai telefonini. Non comprate questo giornale e quest’altro. Bell’idea di rispetto e di libertà, e quanta sfiducia nella capacità dei ragazzi di ragionare. Fate, non fate. Come in certi oratori degli anni 50, cambiando l’ordine dei comandamenti, ma il moralismo non cambia. E in più l’utopia da inseguire. Non una Presenza che afferra, ma un sogno da inseguire, una specie di farfalla che ti fa correre. No global, no logic - verrebbe da dire. C’è pietà per gli uomini, ma solo per quelli che scelgo io come degni di questo. E i giovani presenti a Firenze, non i militanti tosti, ma i ragazzi che ci sono finiti come si va a una interessante gita o a un corso di formazione spirituale e ideologica, sono semplicemente travolti dall’emozione. E hanno successo dentro e fuori il Social Forum Europeo queste figure di sacerdoti. E di certo molti sono colpiti per quanto fanno per i poveri (di recente Antonio Ricci, l’autore numero uno di Mediaset - Striscia la notizia, Paperissima -, uomo simbolo della televisione, ha donato a don Ciotti un cospicuo premio giornalistico), ma in che modo Cristo sia salvezza, centro qui e ora della vita, non si capisce. Almeno a Firenze il messaggio è stato questo: morale ed emozione, attraverso l’individuazione del nemico. In fondo, Che Guevara e Cristo come interscambiabili pedine dell’ideologia di lotta e compassione.

    Certo, fuori dal Forum cosa trovano i ragazzi? Oriana Fallaci ha indicato il Nemico, l’islam che nega il cristianesimo e la nostra civiltà, e i suoi soci tra noi. Chi scrive ha sempre dato sostegno al grido di questa grande donna e scrittrice. Qui però come si fa a non vedere che alla fine offre un bel nulla? Chiama alla “passione”. Ma perché uno deve avere passione, se non c’è proposta, salvo ancora una volta l’emozione di qualcosa di nemico che avanza? I simboli del passato, anche cristiano, se non sono appunto segni di una Realtà vivente, della Verità sull’uomo, portano solo alla guerra e alla contemplazione dei propri sentimenti. Quello che manca in tutto questo bailamme fiorentino è quel che proprio la criticata (da padre Dall’Olio e da molti altri) trasmissione tivù Excalibur faceva emergere come domanda per tutti: la possibilità, che la nostra tradizione documenta, che il Mistero che ci circonda si sia fatto avanti nella storia, sia una risposta alle domande che assediano il cuore. Insomma: c’è un grande compito per i cristiani, ben oltre l’esibizione di grandi crocifissi.

  8. #8
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    Da"Tracce" di novembre 2002

    Cultura

    Il tempo è denaro. O no?

    Esiste un’etica capitalista? E se sì, è proprio vero che le sue basi affondano nel calvinismo? Dopo gli ultimi terremoti finanziari americani sorge qualche dubbio. Alla faccia di Max Weber

    DI LUCA PESENTI

    Il pianto del capitalismo arriva dal centro dell’impero. È un lamento doloroso per quella malattia virale che ha contagiato osservatori economici di mezzo mondo dopo gli scandali finanziari degli ultimi mesi (vedi il caso del colosso Enron). E giù tutti a scartavetrare paginate sul tema “etica e capitalismo”. Come se il problema fosse tutto del sistema e non degli uomini che l’etica devono incarnare. Tonnellate di codici deontologici e generici richiami all’ordine morale: è il nuovo “calvinismo politico economico”, come lo ha definito Giorgio Vittadini, in cui contano solo gli esperti e la tecnica, in un quadro di regole sempre più rigide. Un brutto affare.

    Ma almeno un dato è diventato certo: la mitica “autonomia etica” del capitalismo è, appunto, un mito e niente più. Se dietro all’impresa non c’è un’idea di uomo e di bene, se dietro al capitale non c’è una responsabilità profonda del capitalista, se la responsabilità dell’uomo non passa anche attraverso la santificazione del lavoro (come ci è stato ricordato grazie alla beatificazione di Josemaría Escrivá), non è che il sistema economico diventi più cattivo. Semplicemente, non può funzionare per troppo tempo senza intoppi. Con buona pace di Carl Marx, il rapporto tra struttura e sovrastruttura è bello che invertito: prima viene il mondo dei significati (religiosi, morali, etici), poi quello economico. Se il primo vacilla, il secondo inizia a crollare.

    In questo clima da fine dei sogni, quasi per riflesso condizionato, torna alla mente quell’aforisma fin troppo citato: «Ricordati che il tempo è denaro». Benjamin Franklin iniziava così la sua più famosa perorazione contenuta nei Suggerimenti necessari per quanti desiderano diventare ricchi (1736). Giusto un semplice aforisma, che lo avrebbe, però, reso famosissimo. Fu, infatti, Max Weber, padre della sociologia, a indicare proprio Franklin come l’exemplum del perfetto capitalista, l’asceta mondano di un puritanesimo fatto di passione per il guadagno e disciplina del lavoro. Ovvero, il fondamento su cui si sviluppò il capitalismo occidentale moderno, secondo la classica teoria del sociologo tedesco. Perché, spiegava Weber, il calvinista cerca in terra, nel profitto economico, la conferma dell’evangelico “centuplo”, come segno inequivocabile della propria “elezione”.

    Critiche a Weber
    La tesi, come noto, fu proposta ne L’Etica Protestante e lo spirito del capitalismo, parte della monumentale Sociologia delle religioni, alla cui stesura lavorò con ardore fino alla morte (1920). Un lavoro, quello sullo spirito del capitalismo, che fin dal suo apparire sollevò non poche polemiche. La ristampa dell’opera, proposta quest’anno dalle Edizioni di Comunità, contiene per la prima volta in traduzione italiana le famose Antikritiken, ovvero le repliche che Weber scrisse tra il 1907 e il 1910 per difendere la sua opera dalle dure critiche rivolte da Karl Fischer e da Felix Rachfahl alla prima edizione del suo lavoro. In particolare Fischer mise in discussione che il capitalismo potesse discendere dal solo protestantesimo, ricordando come pari dignità storica potesse essere accordata al cattolicesimo. Non solo: Fischer contestò anche l’idea che Franklin potesse rappresentare il tipo ideale del capitalista. Dal canto suo Rachfahl criticò soprattutto l’idea secondo cui il carattere protestante fosse realmente improntato a quella particolare forma di “ascetismo vocazionale” rintracciabile nel beruf calvinista.

    Weber non cambiò idea e tirò dritto, rintracciando nel corso di un viaggio negli Stati Uniti anche una serie di “pezze giustificative” alla sua ipotesi. Ma le critiche che gli furono mosse ne hanno inseguito la memoria, sviluppando un vero filone di ricerca che ancora oggi appare ricco e fiorente. Segno evidente che Weber aveva comunque toccato un punto decisivo nella coscienza dell’Occidente, perennemente alle prese con il problema etico applicato all’economia.

    Esiste, dunque, un’etica capitalista? E se esiste, è proprio vero che fu il protestantesimo a definirla compiutamente? In una recente intervista (che compare in E perché no?, a cura di I. Kevai e Y. Messarovitch, ed. Marietti) il re del pneumatico François Michelin ha ricordato come l’etica economica non possa che essere il prolungamento di una posizione personale. E che l’etica capitalista è un fatto che c’entra, eccome, con il cattolicesimo: «La suddivisione dei pani e dei pesci - dice Michelin - non è una parabola, ma un fatto storico. Prima di suddividerli, è stato necessario moltiplicarli. Non è questo un mestiere da industriale? Il cristianesimo ha ricondotto l’uomo al cuore del mondo».

    Medioevo capitalista
    Ma al di là delle opinioni di uno e cento imprenditori piccoli e grandi capaci di proporre una via cristiana al capitalismo, le tesi di Max Weber entrano radicalmente in crisi semplicemente leggendo la storia dell’Europa. Perché le vicende precedenti la Riforma di Lutero e Calvino, cioè quelle del Medioevo cristiano, sono state storia capitalista, sviluppata soprattutto in Italia, nelle Fiandre, nella Germania meridionale. Gli imprenditori dell’epoca provenivano da Lisbona e da Siviglia, da Augusta, da Como e da Milano, mentre già alla fine del Trecento in molte città sud europee (tra cui Pisa, Venezia, Firenze e Genova) erano comparse le prime Borse. Zone cattoliche, in cui i capitalisti fiorirono senza aver bisogno di quell’humus culturale che, nell’ipotesi di Weber, era impastato di individualismo e di una vocazione al lavoro fondata sull’etica della responsabilità. Il giurista Ubaldo Giuliani-Balestrino in Il capitalista questo sconosciuto (ed. Fògola) sostiene addirittura di aver rintracciato la data di nascita del moderno capitalismo: è il 1171, pieno Medioevo cristiano, anno in cui il Constitutum Pisanum per la prima volta legifera attorno al fallimento.

    Siamo di fronte a fatti storicamente incontrovertibili, che raccontano di un’economia capitalista sviluppatasi molto diversamente rispetto alle tesi weberiane. Già il grande Fernand Braudel, nella sua durissima critica a L’etica protestante (definì Weber «un asino in cattedra», tanto per gradire), notava come lo spostamento del centro gravitazionale del capitalismo europeo dal sud cattolico al nord protestante fu originato da motivi strettamente economici e non ebbe niente a che vedere con la natura profonda dello spirito economico.

    Erasmo e i mercanti
    Secondo il sociologo della religione Hugh Trevor-Roper quei mercanti, che durante il Cinquecento furono costretti a emigrare dalle tradizionali zone di sviluppo del capitalismo medievale, avevano trovato nella santificazione della vita secolare proposta da Erasmo da Rotterdam il nesso profondo con la loro vita produttiva. E quando Erasmo fu additato come eretico, i mercanti scelsero di andarsene (o forse furono costretti a farlo), spostandosi nelle grandi città in cui il calvinismo si poneva come successore diretto di Erasmo. Come dire: i capitalisti erano sempre gli stessi, ma erano mutate le condizioni nelle quali erano costretti a operare.

    Insomma, secondo i suoi critici semplicemente Weber non aveva capito la storia (e forse nemmeno tanto la religione, dal momento che egli stesso negò di aver mai avuto una qualsiasi sensibilità religiosa).

    Come dire: il capitalista di Weber già allora era davvero un (illustre) sconosciuto. E Benjamin Franklin, tirato in ballo suo malgrado, era forse soltanto l’eccezione che confermava la regola. Anche perché, secondo Oscar Nuccio, docente di Storia economica alla Sapienza di Roma e autore di un libro risolutamente avverso a Weber e alle sue tesi (Falsi e luoghi comuni della storia, ed. Alberti), tra le grandi bugie che hanno costruito la storia della modernità c’è anche la immeritata fama di Benjamin Franklin e del suo fortunato aforisma. Cinquecento anni prima di lui, infatti, anche il giudice Albertano da Brescia, prolifico erudito frequentatore del francescanesimo, ebbe a scrivere: «Arricchisciti ché tu non offendi Dio». Era l’inizio del pensiero economico moderno.

  9. #9
    scemo del villaggio
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    EDITORIALE di "30 giorni" ottobre 2002


    Attualità di La Pira

    Il 5 novembre 2002 sono trascorsi 25 anni dalla morte di La Pira


    Fu La Pira in persona ad avviare nella chiesa romana di San Girolamo della Carità la Messa del povero, che aveva ideato qualche anno prima in Firenze. Era una esperienza nuova che completava per noi quella della Conferenza di San Vincenzo (con le visite settimanali, due a due, nella borgata periferica di Pietralata). Preghiera in comune, omelia brevissima, un caffè e latte con lo “sfilatino” e il resto della mattina a parlare con questi sfortunati della vita. Compagni più coraggiosi si improvvisarono anche barbieri, acquistando man mano una certa professionalità nel rimettere a nuovo gli ospiti che per il resto della settimana non conoscevano rasoio e – non tutti – neppure sapone. Ma più di tutto questi poveretti ci erano grati perché li ascoltavamo, potevano sfogarsi, sognare insieme possibili inversioni di rotta nella loro vita disagiata. Quando veniva il professore tutti cercavano di avvicinarlo e il suo sorriso illuminava i volti di tanti che non avevano altri momenti di attenzione e portavano il peso di complicate storie familiari.

    Fu La Pira in persona ad avviare nella chiesa romana di San Girolamo della Carità la Messa del povero, che aveva ideato qualche anno prima in Firenze. Era una esperienza nuova che completava per noi quella della Conferenza di San Vincenzo (con le visite settimanali, due a due, nella borgata periferica di Pietralata). Preghiera in comune, omelia brevissima, un caffè e latte con lo “sfilatino” e il resto della mattina a parlare con questi sfortunati della vita
    Facile era in questo convento, dove aveva abitato il fiorentino Filippo Neri, avvicinare l’immagine di La Pira a quella leggendaria di “Pippo buono” che incolonnava i romani per la visita delle Sette Chiese, intonando strane canzoni per dire che ogni cosa è vanità e che a nulla sarebbe valso se avessero avuto “più soldati che non ebbe Serse armati”. Il pio pellegrinaggio, quando non v’era più il fascino personale del santo, si era andato degradando, e con malizia romanesca si ironizzava su le “Sette chiese e quattordici osterie”. Nessuna confusione o retorica nella lapiriana Messa del povero, che per tanti di noi fu un elemento essenziale della formazione.
    La Pira veniva anche ai nostri convegni e congressi fucini, ottenendo il silenzio iniziale della indisciplinata platea ed un crescente entusiasmo. Aveva uno stile inimitabile. Ad Assisi nel 1942 il suo inno alla pace fu così convincente che il podestà Arnaldo Fortini, che nel dare il saluto della città aveva parlato della guerra come purificazione, andò ad abbracciarlo con vigore. Di quel congresso accanto a memorie incisive – come l’intervento di Ignazio Vian che pochi mesi dopo fu fucilato dai tedeschi a Boves – rimangono piccoli ricordi lapiriani singolari. Per fare il riassunto del suo discorso, ad esempio, pretese fogli di carta patinata, che non fu facile trovare, stanti le restrizioni di cellulosa in quel momento.

    Facile era in questo convento, dove aveva abitato il fiorentino Filippo Neri, avvicinare l’immagine di La Pira a quella leggendaria di “Pippo buono” che incolonnava i romani per la visita delle Sette Chiese, intonando strane canzoni per dire che ogni cosa è vanità e che a nulla sarebbe valso se avessero avuto «più soldati che non ebbe Serse armati»
    Non pensavamo allora a La Pira sindaco, deputato, uomo di governo. Assolse a questi nuovi compiti con la stessa semplicità, identico spirito, volontà di ferro, eleganza toscana su uno sfondo duro di siciliano. Dalla parte dei poveri non si discostò mai, arrivando anche a contestare in pubblico la tesi difensiva di De Gasperi che la socialità trova i suoi limiti nei mezzi disponibili. Il momento più ardito di applicazione della sua tesi si ebbe quando non potendo provvedere diversamente a dare alloggio ad una famiglia senza tetto decretò la requisizione degli uffici dell’imposta sull’entrata. Fummo costretti a difenderli con i picchetti della Guardia di Finanza e reagì con un durissimo telegramma di protesta. Ma la sua santa ostinazione fu anche provvidenziale, come nella difesa della Pignone, contrastando indomito i potenti dell’industria ed anche certe normative obiettivamente disumane. Gli sviluppi successivi gli avrebbero dato ragione.
    Negli anni tragici della morte di Aldo Moro la vicinanza fraterna di Giorgio La Pira e le sue riserve di ottimismo cristiano furono per tutti noi di grande sostegno. Ma quel che resta dei suoi insegnamenti – anzi, con il tempo se ne rafforza il valore profetico – è la sensibilità per l’Oriente in una serena composizione delle attese del mondo arabo e della difesa dello Stato di Israele. Vi sono per questo anche radici più lontane, ma l’Italia deve a La Pira un credito specifico di cui fruisce; ed un modello di conciliazione che dobbiamo difendere e far sviluppare anche da chi ruvidamente ne è ancora lontano.

  10. #10
    scemo del villaggio
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    Predefinito Devolution petrina?

    Da "Jesus" n.1/2003


    Il dibattito sul Primato

    Devolution petrina?
    di Franco Ardusso


    Nella Ut unum sint, il Papa si era rivolto a protestanti e ortodossi per avere indicazioni su come esercitare il ruolo di successore di Pietro nel terzo millennio: «Aprirsi a una situazione nuova», senza «rinunciare all’essenziale». Da questa intuizione profetica è nato un ampio dibattito anche in casa cattolica, su cui fa il punto un volume appena pubblicato.

    La notizia, a suo tempo (1995), fece scalpore. Il Papa stesso, nella enciclica Ut unum sint, rivolgeva, specialmente ai pastori e ai teologi, l’invito a «trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova» (n. 95). Le parole di Giovanni Paolo II hanno avuto una vastissima eco, soprattutto in àmbito ecumenico dove il ministero di Pietro è oggetto di secolari controversie. Dal 1995 in poi da più parti le parole del Papa sono state prese in attenta considerazione dando luogo a congressi, tavole rotonde, pubblicazioni e altre cose ancora che sarebbe lungo recensire in questa sede. Divenne chiaro per tutti che era necessario, in base a una approfondita conoscenza delle Scritture e della Tradizione ecclesiale, distinguere con cura tra le caratteristiche essenziali del primato, destinate a permanere, e le forme più idonee del suo esercizio, la cui convenienza non può non dipendere, almeno in parte, dalle circostanze storiche.

    Significativo è stato al riguardo il simposio sul primato, promosso nel dicembre 1996 dalla Congregazione per la dottrina della fede, con l’intento di mettere in risalto gli elementi irrinunciabili della dottrina cattolica. Gli atti di tale simposio sono stati pubblicati nel 1998 dalla Libreria editrice vaticana col titolo Il primato del successore di Pietro. A margine del simposio la stessa Congregazione aveva ritenuto opportuno proporre un testo intitolato Il primato del successore di Pietro nel mistero della Chiesa. Tale testo, la cui edizione venne autorizzata dal Papa, venne pubblicato in appendice agli atti del volume sopra citato e in edizione a parte. Esso venne pure reso noto dall’Osservatore romano del 31 ottobre 1998. Ora il medesimo testo viene riproposto, con qualche ritocco e qualche lieve precisazione, in un recente volume della Libreria editrice vaticana con i commenti di R. Pesch, R. Minnerath, P. Rodriguez, F. Ocáriz, P. Goyret, A.M. Sicari e N. Bux: Il primato del successore di Pietro nel mistero della Chiesa. Considerazioni della Congregazione per la dottrina della fede - Testo e commenti.

    I commenti rivisitano i fondamenti biblici del primato, la tradizione del primo millennio, i due Concili Vaticani, l’identità del primato e le forme storiche del suo esercizio, i rapporti tra primato ed episcopato e tra Eucaristia, primato ed episcopato, nonché la questione ecumenica. La messe di dati, di indicazioni e di precisazioni che si possono raccogliere è ingente, ed è frutto di approfonditi studi dei quali i vari autori offrono delle buone sintesi. Ci limitiamo ad addurre qualche esempio.


    Giovanni Paolo II con la mitria in occasione di una celebrazione
    nella basilica di San Pietro (foto AP/G. BORGIA).

    Cominciamo con l’esegesi. Con intenti apologetici, essa si è concentrata, da parte cattolica, su alcuni luoghi classici, quali Matteo 16,18, Luca 22,31, Giovanni 21. Lo studioso tedesco R. Pesch, senza negare la grande importanza di questi testi, parte da una lettura canonica del Nuovo Testamento, così come ci è stato consegnato dalla tradizione. In base a questa lettura, è agevole cogliere nel canone un impressionante intreccio di testimonianze apostoliche che vengono tenute insieme da Pietro come loro centro. L’intenzione della raccolta degli scritti canonici nel II secolo era quella di favorire l’unità della Chiesa, componendo alcune tensioni: Antico e Nuovo Testamento, la Chiesa giudeocristiana con le colonne di Gerusalemme, e in particolare Pietro, con la Chiesa dei Gentili e Paolo.

    Garante visibile dell’unità è Pietro, apostolo dei Giudei e dei Gentili, apostolo a Gerusalemme e martire a Roma. Pietro prende parte a tutti i momenti e decisioni importanti della Chiesa nascente, ma mai gli altri senza di lui. È significativo che Giovanni 21, dove la morte di Pietro è già presupposta (Gv 21,18s), narri, al termine del canone, l’istituzione di Pietro nel ministero di pastore al posto di Gesù. Il canone, al dire di R. Pesch, ha un orientamento implicito che va nel senso di un successore di Pietro. Né vale appellarsi alle lettere a Tito e a Timoteo che indicano come garante della tradizione apostolica il solo Paolo. Osserva Pesch: «Il corpus paulinum non costituisce un canone autonomo, ma è stato inserito nel canone complessivo del Nuovo Testamento, e così proprio anche nella sua serie di testi petrini, che ora incorniciano il corpus paulinum».

    Giustamente Pesch fa osservare che il canone del Nuovo Testamento propone alla Chiesa del tempo post-apostolico un Pietro che è prefigurazione del ministero apostolico, e, «quel che più conta, di un ministero apostolico nel quale non è eliminata la feconda tensione tra il primo degli apostoli e i suoi compagni di apostolato». In buona sostanza, il celebre esegeta tedesco ci dice: smettiamola di contrapporci al primato di Pietro e alla sua successione in nome del Nuovo Testamento!

    La storia del primato papale è piuttosto complessa e conosce uno sviluppo. Lo storico R. Minnerath traccia le vicende del primo millennio aiutandoci a comprendere che la tradizione apostolica, elemento basilare dell’identità della Chiesa nel tempo, precede e include la successione apostolica, compresa la successione petrina.

    Ogni ripensamento del futuro esercizio del primato petrino richiede si facciano i conti con la definizione del Vaticano I (1870) che affermò il primato di giurisdizione del Papa, qualificandolo come potestà «piena, suprema, ordinaria, immediata e veramente episcopale». Una lettura non corretta di tali affermazioni fece sì che talora il ministero del Papa venisse inteso come governo diretto della Chiesa universale, per cui il Papa dovrebbe fare tutto ciò che può fare. P. Rodriguez ci aiuta a leggere la Costituzione Pastor aeternus del Vaticano I alla luce del Proemio, quale sua chiave ermeneutica. Qui è indicata con chiarezza la finalità del primato, che è l’unità di fede e di comunione della Chiesa, che in modo diretto concerne l’unità dei vescovi. Ne deriva che l’esercizio del primato non si colloca nell’àmbito dell’arbitrarietà.

    Scrive Rodriguez: «Questo è il paradosso e il mistero del successore di Pietro: che il Papa, proprio per il fatto di essere Papa, non può tutto. Detto in altro modo: può tutto ciò che sia richiesto dal servizio dell’unità di fede e di comunione della Chiesa inviata ad evangelizzare il mondo. Se agisce mosso da un altro motivo, anche se ciò che fa fosse materialmente buono, è un abuso in senso teologico, è un travalicamento del suo ufficio». L’oggetto diretto del primato del Papa sono pertanto i vescovi. Ciò non significa però che i vescovi siano – per così dire – i prefetti del Papa, il quale diventerebbe il vescovo universale di tutta la Chiesa. Questa possibile deriva venne già scongiurata da una Dichiarazione dell’episcopato tedesco del 1875, che venne riconosciuta da Pio IX.

    È stato però soprattutto il Vaticano II a mettere fine ad una possibile interpretazione massimalista del primato, affermando: «I singoli vescovi sono il visibile principio e fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari».

    Il primato papale ha conosciuto varie forme di esercizio nel corso della storia. La conoscenza di queste varie forme costituisce un aiuto per discernere l’essenza permanente del primato, che non implica un unico modello di governo della comunione delle Chiese. Trovare un nuovo modello non è soltanto un desiderio di Giovanni Paolo II, ma è anche esigito dal cammino del Vaticano II, che giustamente può essere descritto come un cammino dall’ecclesiologia della Chiesa universale all’ecclesiologia della comunione delle Chiese.

    Quale modello prospettare per il futuro? Qualcuno ha avanzato l’idea di attenersi all’esercizio del primato del primo millennio. Ciò però solleva degli interrogativi: quale conto si deve tenere dello sviluppo dottrinale del primato durante il secondo millennio? Gli ortodossi auspicano un esercizio del primato sul modello del primo millennio. Commenta N. Bux: «Applicando il criterio del "primo millennio" al primato, stranamente viene ritenuta assoluta e normativa la comprensione che ne avevano gli orientali; invece, quella dei cattolici, sempre nel primo millennio, sarebbe eterodossa». Pur traendo utili suggerimenti dal primo millennio, sembra opportuna una ricerca basata su una fedeltà creativa. È ciò che auspica Bux scrivendo: «Non si può ritornare né al primo né al secondo millennio, ma, con l’esperienza fatta, bisogna procedere nel terzo millennio».

    Franco Ardusso


    Tra i recenti studi sul ruolo del Papa, si segnalano I fondamenti biblici del primato, di R. Pesch (Queriniana, 2002), e Il primato del Papa. La sua storia dalle origini ai nostri giorni (Queriniana, 1996), di K. Schatz. Negli Stati Uniti, il dibattito aperto nel ’96 da monsignor John Quinn è stato portato avanti; vari interventi sono stati raccolti nel libro The exercise of the Primacy. Continuing the dialogue (1998).

 

 
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