Ho seguito alcuni interventi di lettori sul significato politico del termine “destra” e, dato anche l’ameno intervento (sul giornale di un partito che si finge di destra) del grande timoniere Paolo Clemente Wicht, il Mao Tse Tung dell’Udc, che promette con qualche palata di aria fritta un”nuova destra” , penso valga la pena, non certo per rimbeccare l’evanescente presidente dell’Udc, soffermarsi sul senso della destra e sulle sue diramazioni oggi.
Norberto Bobbio, che non era un filosofo come la sinistra ama far credere ma un notevole studioso di dottrine politiche, dopo ampia riflessione ( lo confessò lui stesso) scrisse: “ sono arrivato alla conclusione che l’essenziale discrimine fra destra e sinistra sia il concetto di eguaglianza: rifiutato dalla destra ed essenziale per la sinistra”.
Giusto, anche se modestamente ci eravamo arrivati anche senza Norberto Bobbio. Ma una tale autorevole conferma non può che essere gratificante.
Dunque non vi è dubbio che la destra non possa accettare il concetto di eguaglianza fra gli uomini.
Vale anche per i cristiani o i mussulmani: gli uomini sono eguali solo davanti a Dio.
Da ciò , piaccia o meno ai teologi alla Küng, una visione religiosa può essere solo di destra: la sinistra coerente resta in effetti materialista.
Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano.
Il rifiuto del concetto di eguaglianza dà sempre la stura ai Savonarola della sinistra per lanciare l’accusa classica: la destra è per le classi privilegiate, la destra è egoismo , la sinistra solidarietà, la sinistra se sbaglia lo fa a fin di ben, la destra sempre per garantire l’oppressione e lo sfruttamento e via elencando.
Il postulato centrale della destra – l’ineguaglianza fra gli uomini – non è in realtà un teorema politico ma una legge della natura. Politica invece è la scelta tra due vie: la destra - pragmatica -accetta la realtà e cerca di modificarla senza cancellarla.
La sinistra – utopista – è convinta che modificando l’ambiente si cambi l’uomo e la realtà che lo circonda.
Da qui potremmo trarre un primo dogma: la destra, nonostante tutte le fandonie che ci hanno raccontato, non può essere totalitaria. Può essere feroce , dispotica, autoritaria ma mai totalitaria nella sua essenza.
Checché se ne dica non lo fu neanche il nazionalsocialismo: non poteva essere poiché al suo interno sopravvivano innanzitutto la famiglia ( il più potente antidoto ai totalitarismi) poi la la proprietà privata ( e nessun regime totalitario può tollerare la libertà privata) infine forme diverse di movimenti religiosi e la stessa aristocrazia militare prussiana: dalle cui file, alle fine, uscì l’unica reazione armata al nazionalsocialismo, seppur solo per tentare di salvare in extremis la patria tedesca dalla totale rovina.
La sinistra invece lo è stata si dalla Rivoluzione francese. Lo è stata con il marxismo leninismo applicato nell’URSS e lo è stata al massimo grado in quello spaventoso laboratorio politico che fu il comunismo cambogiano. Che fu sommamente coerente, bastino alcuni esempi: la famiglia fu fatta sparire, i bambini furono sottratti ai genitori e consegnati alle organizzazioni statali, tutti coloro che avevano avuto un’educazione “borghese” erano condannati, doveva nascere l’uomo nuovo forgiato dal partito comunista, senza passato, senza famiglia: l’uomo uguale agli altri per eccellenza.
Il sistema cambogiano fece dai sei ai dodici milioni di morti, nessuno lo saprà mai esattamente anche perché nessuna giornata della memoria viene imposta per ricordarlo.
Paradossalmente il sistema comunista fu anche il meno egualitario nella realtà: il potere assoluto dei Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Ho Chi Minh, Fidel Castro, della Nomenklatura a loro asservita non ha certo bisogno di conferme storiche.
La giustificazione era ed è sempre la stessa: il fine giustifica i mezzi e il fine delle sinistre è buono mentre quello delle destre – tendente al mantenimento di uno stato di ingiustizia – è buono.
Giustizia è tuttavia il secondo concetto che divide la destra dalla sinistra.
La giustizia, quella vera, assoluta, per l’uomo di destra è solo “divina”, cioè non è in pratica nelle nostre mani, è fuori dalle nostre possibilità. Camus , nel suo testo “Lo straniero” descrisse splendidamente l’impossibilità per il giudice di comprendere l’animo, e quindi statuire il vero livello di colpa, dell’imputato. Per l’uomo di destra la giustizia non può che limitarsi a garantire l’osservanza e l’applicazione delle leggi, che sono a loro volta forzatamente transeunte e imperfette.
La Giustizia con la maiuscola semplicemente non esiste. Il Giudice moderno, quasi emanazione di una infallibile giustizia terrena , è una mistificazione: e non per nulla la magistratura di sinistra si arroga sempre più, in nome del suo concetto di giustizia, il diritto di interpretate le leggi, alla ricerca di quella sentenza perfetta che corrisponde non tanto all’applicazione della legge quanto alla sua visione ideologica. Cosa che – come già sosteneva Cesare Beccarla – è una vera aberrazione poiché contraddice l’assunto per cui la legge è uguale per tutti. Il delinquente assolto dal magistrato progressista che interpreta in modo lassista la legge ( o in modo eccessivo quando magari condanna il poliziotto”reazionario”) viola il principio di eguaglianza e rende aleatoria l’applicazione della legge, variabile a seconda dell’umore o delle idee del magistrato.
Le leggi, per l’uomo di destra, non sono le tavole di Mosè derivanti da un superiore principio quasi metafisico, ma semplicemente un patto sociale messo in atto dai cittadini per la sicurezza generale e la pubblica amministrazione. Per la sinistra sono invece uno strumento verso l’utopia, una garanzia in divenire di eguaglianza, una base ideologica.
Esaminate le essenziali divergenze in tema di eguaglianza e giustizia tra destra e sinistra, non si può non ricordare ancora una volta che queste divergenze derivano da una opposta “weltanschaung” : considerazione elementare, dirà qualcuno. Vero, ma troppo spesso ignorata: la destra è realista, la sinistra velleitaria. Gli uni cercano di sopravvivere nel mondo del reale, gli altri inventano un mondo irreale e lo predicano come possibile. Il realismo della destra è spesso brutale, l’irrealismo della sinistra è onirico. La destra coltiva il mito –ovvero il ricordo dell’età dell’oro, o degli eroi, o dei grandi uomini- che cerca di imitare sapendo che è un esempio non un traguardo raggiungibile, la sinistra coltiva l’utopia- da greco eu-topos, il luogo del bene, o più logicamente u-topos, il luogo che non c’è. Ancora una volta il realismo ( mito come ideale, non come meta nella consapevolezza dei propri insuperabili limiti) con l’irrealismo ( utopia., promessa falsa sin dalle premesse)
Nel negativo la visione della destra, gretta sopravvivenza, può portare ad una egoistica chiusura, all’arido e sterile spirito bottegaio. Ma la visione demagogica della sinistra ( prometto l’impossibile per ottenere il massimo consenso) porta sempre ad immani catastrofi. Come è nell’ordine delle cose: chi promette l’inesistente giardino dell’Eden porta gli illusi a morire di fame.




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