Mi fermo, disse don Chisciotte, perché non mi è lecito di metter mano alla spada contro gente abbietta;
ma chiamate qui il mio scudiere Sancio Pancia, che a lui può convenire questa difesa e vendetta.
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Mi fermo, disse don Chisciotte, perché non mi è lecito di metter mano alla spada contro gente abbietta;
ma chiamate qui il mio scudiere Sancio Pancia, che a lui può convenire questa difesa e vendetta.
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Gittò l'infame prezzo, e disperato
L'albero ascese il venditor di Cristo;
Strinse il laccio, e col corpo abbandonato
Dall'irto ramo penzolar fu visto.
Cigolava lo spirito serrato
Dentro la strozza in suon rabbioso e tristo,
E Gesù bestemmiava e il suo peccato
che'empiea l'Averno di cotanto acquisto.
Sboccò dal varco alfin con un ruggito.
Allor Giustizia l'afferrò, e sul monte
Nel sangue di Gesù tingendo il dito,
Scrisse con quello al maladetto in fronte
Sentenza d'immortal pianto infinito,
E lo piombò sdegnosa in Acheronte.[...]
Sulla morte di Giuda, di Vincenzo Monti
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Frères humains qui après nous vivez
N'ayez les coeurs contre nous endurciz,
Car, ce pitié de nous pauvres avez,
Dieu en aura plus tost de vous merciz.
Vous nous voyez ci, attachés cinq, six
Quant de la chair, que trop avons nourrie,
Elle est piéca devorée et pourrie,
Et nous les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal personne ne s'en rie:
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!
Se frères vous clamons, pas n'en devez
Avoir desdain, quoy que fusmes occiz
Par justice. Toutefois, vous savez
Que tous hommes n'ont pas le sens rassiz;
Excusez nous, puis que sommes transsis,
Envers le filz de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous préservant de l'infernale fouldre
Nous sommes mors, ame ne nous harie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
La pluye nous a débuez et lavez,
Et le soleil desséchez et noirciz:
Pies, corbeaulx nous ont les yeulx cavez
Et arraché la barbe et les sourciz.
Jamais nul temps nous ne sommes assis;
Puis ca, puis là, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charie,
Plus becquetez d'oiseaulx que dez à couldre.
Ne soyez donc de nostre confrarie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
Prince Jhésus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu'Enfer n'ait de nous seigneurie:
A luy n'avons que faire ne que souldre.
Hommes, icy n'a point de mocquerie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
François Villon
— Dunque? — gli domandarono gli assassini — vuoi aprirla la bocca, sí o no? Ah! non rispondi?... Lascia fare: ché questa volta te la faremo aprir noi!... —
E cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi, zaff e zaff..., gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d’un legno durissimo, motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
— Ho capito — disse allora un di loro — bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!
— Impicchiamolo! — ripeté l’altro.
Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle, e, passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.
Poi si posero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava piú che mai.
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:
— Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata. —
E se ne andarono.
Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio d’una campana che suona a festa. E quel dondolío gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre piú alla gola, gli toglieva il respiro.
A poco a poco gli occhi gli si appannarono; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo... e balbettò quasi moribondo:
— Oh babbo mio! se tu fossi qui!... —
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprí la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lí come intirizzito.
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Ruth Ellis, 28 anni, nata a Rhyl (Galles), capelli color biondo platino, ex fotomodella e socia in una sorta di bordello chiamato "Little Bar", pur avendo un aspetto rassicurante, fu in grado di freddare senza pietà con sei colpi di arma da fuoco,
il suo amante di tre anni più giovane. L'assassinio del corridore automobilistico David Blakeley, commesso a Londra, il giorno di Pasqua del 1955, è stato al centro dell'attenzione della cronaca giudiziaria di quell'anno.
Sul banco degli imputati, dove si erano seduti John Reginald Christie e lo strangolatore di Teddington, vi era questa modella di ventotto anni, Ruth Ellis, rea confessa dell'omicidio commesso con un revolver a sei colpi.
Dietro questo grave delitto, c'è una storia d'amore molto strana: David, si prendeva sistematicamente gioco di lei, ma Ruth accecata dalla gelosia, non si decise mai a lasciarlo. La giuria la condannò per omicidio in 14 minuti. Venne impiccata 3 settimane dopo il 13 luglio 1955 nel carcere femminile di Holloway.
Fu l'ultima donna impiccata in Gran Bretagna.
(Gran Bretagna, 1985. Diretto da: Mike Newell. Interpreti: Rupert Everett, Miranda Richardson)
Quella di Ballando con uno Sconosciuto è la sua storia.


"La trave dell'impiccato "
Un povero cocciaio era rimasto assai presto vedovo e, venuto in punto di morte, si disperava di dover lasciare il figlio Lucio che aveva poco giudizio e ormai non c'era speranza che gliene venisse. Pensa e ripensa, il fiato se ne andava e il tempo stringeva, per cui all'ultimo momento, vedendo passare il folletto che da tanti anni stava in quella casa, pensò d'affidarlo a lui.
Il folletto, sghignazzando e ridendo, disse che si prendeva volentieri l'incarico e il pover'uomo parve confortato; tuttavia, esalando l'ultimo respiro, disse: - Che Dio t'aiuti.
Rimasto solo il ragazzo cominciò a fare il mestiere del padre girando con l'asino e il carretto a vendere tegami e pentole di terra cotta. Ma era una testa matta: le donne con due occhiate gli portavano via la merce per quattro soldi; per le strade si metteva a fare le corse con le capre e rompeva tutti i cocci; si dimenticava il carretto fuori dell'osteria e non ci trovava più nulla. Il folletto cercava di consigliarlo, ma era come dire al muro, e sbaglia questo, e sbaglia quello, sbaglia oggi e sbaglia domani, prima dovette vendere il carretto, poi l'asino ed alla fien tutti i tegami e la roba di casa, restando senza un quattrino. Girando per la casa vuota si lamentava: - Ma guarda ora avrei il giudizio, mi manca la roba; prima avevo la roba e mi mancava il giudizio! La vita è fatta prorpio a rovescio...e ora che posso fare? Nulla di nulla.
- Impiccati, gli disse il folletto.
- Bravo: questo sarebbe il mio tutore...che consigli! Che cervello!
- Almeno per una volta potresti darmi ascolto.
- Ma si, per una volta ti voglio prorpio ascoltare... Vado ad impiccarmi e voglio vedere cosa dirai se mi va male anche questa volta, voglio prorpio vedere...
Prese una fune, la insaponò a dovere, la girò intorno ad una trave, fece un nodo scorsoio e si imiccò.
Come cadde penzoloni nel vuoto la trave, che era vecchia e tarlata, si spezzò e venne giù dal tetto con tutti i travicelli. Ma in mezzo alla polvere, i tegoli e i calcinacci cadde una pioggia di monete d'oro, perchè tra la trave e il tetto, ai tempi dei tempi, era stato murato un tesoro.
Lucio raccolse tutto e con il giudizio, la roba ed il folletto, visse felice un secolo.


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Paul Cézanne - La casa dell'impiccato a Auvers-sur-Oise
1873 circa
olio su tela; 55 x 66
Parigi, Musée d'Orsay


Tutti morimmo a stento
ingoiando l'ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce.
L'urlo travolse il sole
l'aria divenne stretta
cristalli di parole
l'ultima bestemmia detta.
Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora.
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l'antico credo
di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.
Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.
fabrizio de andrè
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