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Discussione: L'appeso

  1. #11
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    Sui fiumi di Babilonia,
    là sedevamo piangendo
    al ricordo di Sion.
    Ai salici di quella terra
    appendemmo le nostre cetre.
    Là ci chiedevano parole di canto
    coloro che ci avevano deportato,
    canzoni di gioia, i nostri oppressori:
    «Cantateci i canti di Sion!».

    salmo 137, 1-4



  2. #12
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    E come potevamo noi cantare
    con il piede straniero sopra il cuore,
    fra i morti abbandonati nelle piazze
    sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
    d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
    della madre che andava incontro al figlio
    crocifisso sul palo del telegrafo?
    Alle fronde dei salici, per voto,
    anche le nostre cetre erano appese,
    oscillavano lievi al triste vento.

    Salvatore Quasimodo - Alle fronde dei salici



  3. #13
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    (Tarocchi Wirth)


    L’Appeso, XII Arcano Maggiore dei Tarocchi, è colui che vede le cose da… un altro punto di vista. L’uomo è infatti capovolto, come capovolti sono i valori del mondo iniziatico rispetto a quelli del mondo profano. La sua inattività è solo apparenza e, metaforicamente, l’Appeso rappresenta l’iniziazione mistica: non è più un essere materiale, ma un contenitore vuoto, estremamente ricettivo.

    La sbarra di legno che unisce i due alberi senza fronde simboleggia il pensiero immobile. E il fatto che l’Appeso sia legato a una corda, e non alla sbarra inerte, indica che ha abbandonato i comuni schemi mentali e che, attraverso un capovolgimento di prospettiva, è pronto a percorrere la strada per liberare la mente e raggiungere la rigenerazione spirituale. I suoi occhi infatti sono aperti e, anche se l’uomo è ancora proteso verso la terra, è ormai iniziato quel processo di transizione che lo porterà alla trasformazione di sé.

    Le due mezze lune che ornano il vestito simboleggiano le fasi lunari: la calante (l'umiltà del mistico) e la crescente (lo spirito di ricerca e di scoperta), mentre sugli alberi-colonne le "cicatrici" di dodici rami recisi, sei per lato, rappresentano lo zodiaco (il percorso dell’uomo rispetto al Sole con la propria spiritualità).

  4. #14
    Alessandra
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    I giornali non uscivano da due giorni per uno sciopero. Il primo flash d’agenzia arrivò sulle telescriventi delle redazioni alle 11.17 di domenica 20 giugno 1982: “Il presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi è stato trovato morto venerdì 18 a Londra. Un passante si è imbattuto verso le 06.30 locali (le 7.30 di Roma) nel corpo esanime di Calvi, appeso ad un’impalcatura sotto il ponte di Blackfriars, sul Tamigi”. Calvi era il presidente del Banco Ambrosiano, allora crocevia di intrighi, affari, politica, scenari internazionali impastati di scandali. Era un esponente di spicco della finanza cattolica, ma era anche membro di una loggia massonica inglese sulla quale non era estranea neppure la pressione della finanza laica. Come Michele Sindona, pure Roberto Calvi era iscritto alla P2 [...]





    Alla River Police, accorsa sul posto, non era rimasto che tagliare la corda e iniziare i primi accertamenti. Che il morto non fosse un poveraccio lo si era subito capito dall’elegante vestito che indossava. E nelle tasche erano stati rinvenuti 17 milioni in contanti, soprattutto in dollari e franchi svizzeri. Di due orologi rinvenuti addosso, quello da polso si era fermato all’una e 52, quello da taschino era invece fermo alle cinque e 49. Alla rinfusa nelle tasche, ecco alcuni foglietti di carta di un’agenda con indirizzi vari e il biglietto da visita di un famoso notaio della City. Come zavorra però erano state infilate anche pietre che pesavano almeno cinque chili.

    Dalle analisi radiografiche sul cadavere di Calvi, risultano assenti lesioni ossee nel tratto cervicale, assai probabili in caso di morte per impiccagione con una corda lunga abbastanza da consentire al corpo uno sbalzo di un metro e mezzo. E dunque un micidiale contraccolpo. Inoltre, il fatto che manchino tracce di fuoriuscita di aria dall'albero respiratorio dimostrerebbe che la lesione sul collo nella parte corrispondente alla tiroide si verificò quando Calvi era già morto.

    Ma c'è di più. Dalle analisi micromorfologiche, microchimiche e di distribuzione topografica delle lesioni delle unghie, i periti concludono che le mani di Roberto Calvi non toccarono direttamente nessuno dei mattoni che furono poi trovati nelle tasche del suo vestito. E analoghe analisi dimostrano che il banchiere non toccò alcuna parte dell'impalcatura che si trovava sotto il ponte dei Frati Neri. Cosa che sarebbe stata invece necessaria per arrampicarsi.

    Infine, le mani del presidente dell'Ambrosiano, prima della morte, sono state coinvolte "passivamente in movimenti bruschi, ripetuti e violenti", che si sarebbero svolti in un "contesto ambientale diverso" da quello nel quale è stato trovato il cadavere. Questo ambiente, essendo caratterizzato dalla presenza di sostanze generalmente usate nell'edilizia, potrebbe quindi corrispondere, secondo i periti nominati dal giudice Lupacchini, alla discarica edile situata a cento metri dal Blackfriars Bridge.

    La dimostrazione starebbe nelle lesioni provocate da "corpi duri" alle mani di Calvi. In questo caso è stata riscontrata la presenza di materiale eterogeneo con il quale le dita mani sono venute in contatto. Tra queste il magnesio, presente nelle pietre verdi, o serpentine, utilizzate come pietre ornamentali nell'edilizia.

    Tutti elementi che dunque, secondo i periti, tendono ad escludere che il presidente del Banco Ambrosiano, morto il 18 giugno del 1982, abbia voluto uccidersi. E che invece dimostrerebbero la tesi opposta. Vale a dire un assassinio che fu poi mascherato da suicidio per impiccagione.




  5. #15
    Жар._.
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    Si dice che Petrarca tenesse in casa una sorta di soprammobile raffigurante un ladro appeso per un piede...provate ad indovinare chi fosse...

  6. #16
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  7. #17
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  8. #18
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    La danza degli impiccati

    Alla nera forca, amabile moncone,
    danzano, danzano i paladini,
    i magri paladini del demonio,
    gli scheletri dei Saladini!
    Messer Belzebù tira per la cravatta
    i suoi piccoli neri fantocci che fan smorfie al cielo,
    e picchiandoli in fronte con la ciabatta
    li fa danzare sulle note d'un vecchio Natale!
    E i fantocci scioccati intrecciano i loro gracili braccini,
    come neri organi i petti squarciati
    che un tempo stringevano dolci donzelle
    cozzano a lungo in un amore immondo.
    Urrà per i gai danzatori che non hanno più pancia!
    Possono fare giravolte, perché il palco è così grande!
    Op! Che non si sappia se è danza o battaglia!
    Belzebù irato coi suoi violini raglia!
    O duri talloni, non usate mai sandali!
    Quasi tutti han tolto la camicia di pelle!
    Il resto non impaccia si guarda senza schifo.
    Sui crani la neve posa un candido cappello:
    la cornacchia è un pennacchio sulle incrinate teste,
    un brano di carne trema sul mento scarno:
    si direbbe vorticante nelle oscure resse
    di prodi, rigide armature di cartone.
    Urrà! La tramontana soffia al gran ballo degli scheletri!
    La forca nera mugola come un organo di ferro!
    E i lupi rispondono da foreste violette:
    all'orizzonte il cielo è d'un rosso inferno...
    Olà, scuotete quei funebri capitani
    che sgranano sornioni tra le dita spezzate
    un rosario d'amore sulle vertebre pallide:
    questo non è un monastero, o trapassati!
    Oh! Ecco, nel mezzo della danza macabra
    nel cielo rosso un folle scheletro avanza
    di slancio, e come un cavallo impenna:
    e, poiché al collo la corda è stretta,
    raggrinza le dita sul femore che scricchiola
    con grida simili a ghigni
    e come un acrobata che rientra nella sua baracca
    rimbalza nel ballo al canto delle ossa.
    Alla nera forca, amabile moncone,
    danzano, danzano i paladini,
    i magri paladini del demonio,
    gli scheletri dei Saladini!


    Arthur Rimbaud



  9. #19
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    E' sicuro onorevole?

    lo aPPendiamo?

  10. #20
    Alessandra
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    Predefinito L'unguento dell'impiccato



    Si riteneva che la peste del 1630 a Milano fosse diffusa prevalentemente dai cosiddetti untori. Costoro erano degli uomini qualunque, i quali venivano indicati dalla voce popolare come complici del demonio, e da lui incaricati di ungere le porte e i muri delle case per spargere il morbo.

    Gli unguenti pestiferi erano a base di sterco umano, di cenere o carbone, di topi e altre gradevolezze simili. Ma esisteva anche un antidoto alla peste, la cui ricetta fu estorta con la tortura ad un untore, il quale fu poi impiccato....da questa sua fine prende il nome la ricetta dell'unguento contro la peste.
    Dose:
    cera nuova: once tre,
    olio d’oliva: once due,
    olio di Hellera,
    olio di sasso,
    foglie di aneto,
    orbaghe di lauro peste,
    salvia,
    rosmarino: mezza once per ciascuno di questi ingredienti,
    un poco d’aceto
    .

    Bollivano il tutto, riducendolo a una pasta con la quale si ungevano le narici, le tempie, i polsi e le piante dei piedi, dopo aver mangiato cipolle, aglio e bevuto aceto. In questo modo si evitava, pare, la peste.


 

 
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