L'Unione fa la truffa - A proposito di un saggio-brulotto di Mario Giordano
(recensione di Salvatore Giuseppe Verde, ex funzionario UE)
Le premesse
Durante i numerosi anni vissuti a Bruxelles, lavorando prima per un
quinquennio nella Divisione «Questioni economiche», e poi per altri dodici
anni presso l'Ispettorato CECA della stessa Direzione Generale Antitrust, ho
potuto raccogliere una mole notevole di materiale utile per un'analisi
critica del funzionamento, o piuttosto, del malfunzionamento dei suddetti
ingranaggi, materiale che mi avrebbe agevolmente consentito - se ad
impedirmelo non ci fossero stati segreto d'ufficio e dovere di riserbo - di
sottoporre a pesanti critiche l'operato di questo ganglio essenziale della
Commissione delle Comunità Economiche Europee (ora U.E.).
Senza per altro trascurare le altre venti e più Direzioni Generali, del cui
malfunzionamento - man mano che gli anni passavano - venivo edotto oltre che per professionale curiosità, anche per i numerosi contatti con colleghi di
tutte queste Direzioni, sia a titolo individuale, sia nella mia qualità e di
sindacalista, e di membro dell'Ufficio Politico della FFPE.
Se avessi potuto esternare le «anomalie» di cui ero a conoscenza, per
esempio, circa il «modus operandi» oltre che della mia D.G. IV della D.G.
Industria, della D.G. Energia, o di quello della D.G. Agricoltura, per non
parlare delle DD.GG. «Aiuti allo Sviluppo e Controllo Finanziario», cose di
cui solo parzialmente la Corte dei Conti poteva venire a conoscenza, ne
avreste sentite delle belle.
Se non l'ho fatto non è perché non ne avessi voglia, bensì per una serie di
ragioni che, da quando ho lasciato le mie funzioni di eurocrate (molto
anomalo) mi hanno occupato in altre iniziative, anche editoriali.
Ma, in tale inerzia ha pure influito il triste esempio delle vicissitudini
del collega britannico Bernard Connolly, autore del ponderoso saggio: The
Rotten Heart of Europe - The Dirty War for Europe's Money (Il cuore marcio
dell'Europa - La sporca guerra per la moneta d'Europa). Saggio, almeno
fin'ora, non pubblicato nel nostro paese.
Il saggio storico-tecnico in parola (Ed. Faber & Faber Ltd., 3 Queen Square,
London WCIN 3 AU, 1995) analizza la storia della gestazione dell'unione
monetaria e della BCE (Banca Centrale Europea) secondo il punto di vista di
un tecnico altamente qualificato, il Connolly, che fu per anni Capo
dell'Unità Operativa creata per gettare le fondamenta e predisporre le
regole del dopo SME (Sistema Monetario Europeo), da cui - com'è noto - è
nata l'Unione Monetaria. Il testo svela gli inganni, le deformazioni e le
omissioni promosse e pretese da Jacques Delors per mettere a tacere le
obbiezioni e le argomentazioni avanzate nel gruppo di lavoro suddetto contro
la costruzione artificiale dell'euro. Ed in particolare contro quelle
avanzate da molti fra i più qualificati operatori della finanza (banche
d'affari e fondi comuni) come: J.P. Morgan, Smith New Court, Banco de
Santander, Capital International, Liberty Capital e Crédit Suisse First
Boston (CSFB).
Obiezioni ed argomentazioni sovranamente ignorate da quel piccolo Napoleone
pseudo-socialista pseudo-saintsimoniano, pedissequo esecutore delle volontà
mitterandiane che risponde al nome di Delors, all'epoca - per sventura degli
europei - Presidente della Commissione, prima della nomina del famigerato J.
Santer degli scandali, e dell'inesistente ed acarismatico (per unanime
giudizio della stampa estera) Romano Prodi.
Ebbene, il Connolly, indubbiamente fra i migliori funzionari che si
occuparono dell'avvenire monetario di Eurolandia, si batté coraggiosamente
contro i sofismi dei partigiani dell'Unione Monetaria, ma vide la sua
competenza e la sua preveggenza umiliate da un licenziamento; come era già
accaduto per altre materie a qualche altro funzionario che aveva osato
contestare e tentare di riorientare nel giusto verso, i burotecnocratici
progetti di politici, i quali oltre a pendere dalle labbra dei governatori
delle Banche centrali e da quelle di altre nemmeno poi tanto oscure lobbies,
sono convinti di poter piegare - secondo la costante paranoia delle sinistre di
ogni sfumatura - la realtà alle proprie elucubrazioni. Sulla base del
principio per cui se la realtà non si adegua al progetto... tanto peggio per la realtà!
Dovete infatti sapere che nello Statuto delle Istituzioni Comunitarie,
benché secondo l'articolo 21 dello Statuto di impiegati e funzionari, il
personale di concetto avrebbe il diritto-dovere di consigliare al meglio
delle proprie capacità i superiori gerarchici, in realtà, a tale
prerogativa-dovere - quando il Consiglio è di senso opposto - quasi tutti
hanno fatto buon viso a cattivo gioco, rinunciando in tal modo ad un
elemento fondamentale di deontologia del pubblico servizio, ed amputandosi
di conseguenza di quella dignità di pubblico funzionario che non può essere
disgiunta da quella, sic et simpliciter, di uomo. Per cui, l'obbedienza
perinde ac cadaver pretesa da troppi capi e capetti (e sotto-vice-segretari
degli aiutanti dei portaborse dei capetti) dell'eurocrazia, pena
l'emarginazione (il «mobbing» impera) e addirittura il licenziamento,
costituiscono, secondo il più avanzato diritto del lavoro, una violazione
dei diritti dell'uomo. Cosa singolare presso istituzioni che pretendono, a
parole, di farne il proprio vessillo e che invece, come avviene d'altronde
in molti altri campi, allegramente calpestano.
Questa fu anche una delle ragioni che mi indussero ad accantonare l'idea di
scrivere un saggio sull'assurdità di questo aspetto (aspetto monetario)
della costruzione europea.
A ciò si aggiunga lo stupore che in ogni attento osservatore scaturisce
dalle assolute ignavia e superficialità con cui la grande stampa,
soprattutto italiana, ed i mass-media in genere trattavano l'«universo»
eurocratico. I corrispondenti a Bruxelles, di tali mass-media, a parte le
notizie sulle nomine ed a parte gli aneddoti sulla presunta bella vita degli
eurocrati, non si sono mai preoccupati di far scaturire una inchiesta. Mai
un'analisi, mai una messa a punto o una messa in chiaro che partisse
dall'interno dell'istituzione, benché giornalisti e corrispondenti, specie i
più anziani, ben conoscessero gli ingranaggi (il «chi è»?) e possedessero
gli agganci utili, affinché nessuna volontà di opacizzazione potesse
frustrare la loro volontà di sapere.
Cosa che sarebbe avvenuta, se anziché sprecare tempo prezioso nei campi di
tennis, nella «Bruxelles by night» e/o in cocktail e «vernissages» di scarsa
importanza, avessero veramente voluto operare secondo una corretta
deontologia professionale.
Ma, evidentemente il tabù europeo era (ed è) assoluto, perché questa
«Europa» anche se costruita su basi d'argilla (e di fango, come sanno coloro
che hanno studiato la vita, i contatti ed i mentori di Jean Monnet e di
Maurice Schuman) si doveva (e si deve) fare a qualunque costo, anche a costo
di terminare con un futuro smembramento di tipo iugoslavo. Smembramento
violento di cui questa Europa, mediante le leggi bolsceviche che sforna a
getto continuo sta ponendo tutte le premesse, dando piena ragione ad Umberto Bossi quando parla di Unione Sovietica Europea.
Questa lunga introduzione autogiustificatoria (nei confronti particolarmente
di coloro che più volte mi hanno domandato: ma perché non lo scrivi?), si
propone anche di rendere testimonianza a Mario Giordano circa la veridicità
di almeno l'80% di quanto egli espone, in quello che finora costituisce lo
scritto più pregnante di un giornalista su tale soggetto (Mario Giordano,
L'Unione fa la truffa - Tutto quello che vi hanno nascosto sull'Europa,
Mondadori, Milano 2001), anche se certamente non esaustivo (e come potrebbe?
Ci vorrebbe all'uopo un'enciclopedia) in materia di «utilità» e di onestà
della Commissione UE, che fra le istituzioni europee è di gran lunga la più
importante.
Parlamento (in realtà «Assemblea», essendo monocamerale), Comitato Economico
e Sociale (CES), Consiglio dei Ministri, Corte dei Conti, Corte di
Giustizia, etc.... necessiterebbero, a loro volta, di un'analisi parallela
che, ne ho l'assoluta convinzione, perverrebbe in tema di malfunzionamento a
risultati analoghi, anche se dal punto di vista economico, date le minori
dimensioni dei budget, finanziariamente meno dilapidatori e quindi per il
contribuente meno onerosi.
È però molto grave, che l'inchiesta Giordano effettuata circa un decennio
dopo la mia raccolta di dati e di testimonianze - salvo che per qualche
settore che ho trascurato e per cui non ho termini di confronto -
corrisponda alla maggior parte della mia esperienza, fatta esclusione del
bilancio italiano dare/avere, che all'epoca era per il nostro paese
leggermente positivo.
La permanenza delle prevaricazioni, degli sprechi e dell'inettitudine, può
solo significare che la Commissione UE finché continuerà ad essere la
riproduzione (in peius) del ceto politico dei paesi membri e dei funzionari
da tale ceto raccomandati, non è migliorabile.
Ossia, vuol dire, che per l'eurocrazia non c'è alcun progresso, e che per
essa, al contrario di quanto avviene per ogni organismo in crescita, il
tempo passa inutilmente. Significa anche, che i sogni alimentati in
particolare nella gioventù studentesca, i sogni dell'«Europa» come destino e
quasi come paradiso terrestre non hanno alcun fondamento.
Se ciò è vero, com'è vero, non è più retorico il domandarsi se valga la pena
di continuare con le fughe in avanti solo per fornire un'alibi ai nostri
circa 150.000 parassiti dei ceti politico e mass-mediale, alibi utile per
celare la propria incapacità non soltanto a guidare, ma perfino a gestire in
modo decente un grande Paese come l'Italia, e per alimentare la sciocca
speranza che le difficoltà, le insufficienze e la disonestà di tali ceti - e
purtroppo anche di tanti cittadini - possano essere palliate dagli obblighi
imposti dall'esterno.
Eterna nostra cupidigia di servilismo, che ha determinato, fra i mille altri
danni, l'attuale «peso zero» internazionale, malgrado il p.i.l. (ma è un
indice valido?) ci dica essere l'Italia il settimo paese più
industrializzato del mondo.
Questa Italia, conta nelle istituzioni comunitarie meno della Grecia,
dell'Olanda e della Spagna.
E quasi quanto il Belgio, che però oltre ad essere piccolo, e a sua volta
federale, è un paese
artificiale, pied-à-terre del Regno Unito, e da questo creato per separare
in una terra piatta come le Fiandre, e quindi priva di confini naturali, la
Francia dalla Germania e dall'Olanda.
Questa Italia, che ad ogni allargamento dell'Unione Europea ha dovuto cedere
ai nuovi arrivati una aliquota dei propri posti che contano: A 1, A 2, A 3
(Direttore Generale, Direttore, Capo-Divisione) mentre tutti gli altri paesi
«maggiori» (Francia in particolare) hanno ceduto solo qualche briciola.
Gli italiani a Bruxelles (e a Lussemburgo), sono molto numerosi fra gli
uscieri e gli archivisti. E quando sono di categoria A non alzano mai la
voce, sorridono a tutti, sono professionalmente mediocri (ma gli altri,
salvo forse i francesi, non sono migliori), sono servizievoli (addiritura
servili) e raccontano
barzellette.
Salvo alcuni che cercano di tenere alta la dignità nazionale. E che per
questo sono mal visti dai colleghi
delle altre nazionalità. Perché contraddicono il cliché dell'italiano
chiassoso, ridanciano, pasticcione e pusillanime. Come i «fratelli» europei
vorrebbero che fossimo, e come, in particolare i nuovi arrivati, giovani
scodinzolanti, fanno di tutto per apparire.
Una cattedrale nel deserto: il Berlaymont
Tutto ciò premesso, esaminerò i capitoli del «saggio» dal punto di vista del
convitato di pietra che osserva il corvo (M. Giordano), studiare le pecore
del gregge (personale UE subalterno) ed i cani da guardia (Commissari).
Il multipiano Berlaymont, la famosa stella di tredici piani più quattro nel
sottosuolo, esibita per decenni dai telegiornali, quando andavano in onda le
notizie relative alla UE, posso assicurarvi - essendoci vissuto per anni,
rispettivamente al settimo, al terzo ed al primo piano - era la classica
stia per polli da allevamento, che, peraltro costituisce il «normale»
ambiente di lavoro della burocrazia post 1970 della maggior parte dei paesi
occidentali come pure del resto del mondo.
Suddiviso in tre ali, con pareti esterne in vetro a mo' di metafora,
bugiarda, di una inesistente trasparenza, possedeva la peculiarità di
rendere il suo interno, malgrado il condizionamento d'aria, troppo caldo
d'estate e - nei casi di interruzione di elettricità - troppo freddo
d'inverno. Questo aspetto delle condizioni di lavoro era alla base di un
coefficiente di morbilità superiore alla media. L'aria che vi circolava,
costantemente viziata per il cattivo filtraggio, provocava soprattutto nel
personale più anziano ed in quello femminile, unitamente alle ridotte
dimensioni dei locali, spesso non più alti di m. 2,50 e dalla superficie
(per due impiegati) inferiore ai 12-14 m², non infrequenti casi di
claustrofobia, con conseguente tasso di assenteismo doppio rispetto alla
media, per esempio, dei ministeri belgi.
Chi era costretto a viverci, invecchiava quasi a vista d'occhio. Malgrado la
mia varia esperienza presso uffici pubblici e privati in Italia e Germania,
mai avevo visto donne ed uomini ingrigire ed i rispettivi volti raggrinzarsi
con tanta rapidità. La sensazione era di vampirizzazione. Le finestre,
sigillate, ispiravano la demoralizzante impressione di essere pupazzi in
vetrina (o, se preferite, detenuti alla gogna).
Le autorimesse, site nei quattro piani del sottosuolo e del tutto
insufficienti per le oltre tremila persone che vi trascorrevano l'intera
giornata, costituivano trappole per incidenti, per via dei muretti divisori
delle varie zone. Muretti alti appena 25-35 cm., e quasi invisibili agli
automobilisti in manovra di parcheggio. I carrozzieri ringraziavano. Nel 4°
sottosuolo, era stato installato un Club di Tiro a segno in un locale chiuso
rettangolare. Locale che dopo mezz'ora di tiro, anche di appena tre
tiratori, si riempiva di residui di polvere pirica in sospensione nell'aria.
Solo la buona ventura (e le scarse presenze) impedirono esplosioni analoghe
a quella verificatasi nel vicino club di Etterbeek, che provocò alcuni morti
e la distruzione completa dei locali. Alcune sale per riunioni politiche,
sindacali e di altro genere, site anch'esse in due piani sottosuolo,
esibivano già nel 1975, cioè pochi anni dopo l'inaugurazione del telegenico
manufatto «europeo», pannelli semidistaccati dai bassi soffitti, contenenti
uno spesso strato di fiocchi blu che non tutti sapevano trattarsi di
amianto. Bastava sfiorarli, ed una nuvoletta azzurra ben poco gentile si
librava nell'aria. Non vi descrivo la soddisfazione di chi la respirava ...
ma, visto che per anni nessun funzionario ha protestato, l'amministrazione
ignorava il problema. Anche perché neppure il Servizio medico - che pur
aveva uffici ed ambulatorio nello stesso Berlaymont - protestava. E nemmeno
i sindacati, salvo la FFPE su mia iniziativa. La protesta, trasformatasi in
rivolta nella metà degli anni '80, poté avere successo solo dopo
l'intervento dei socialisti belgi ed una campagna di stampa, a riprova
dell'insensibilità dei coccodrilli del l3° piano (i Commissari), satrapi non
elettivi ed in genere spediti dai governi degli Stati membri per togliersi
dai piedi chi non si sa dove mettere. Poi, negli anni '90 hanno invitato le
migliaia di persone che avevano lavorato respirando quella salubre aria ad
uno «screening» per appurare in quanti si erano ammalati. Non conosco i
risultati, visto che anche su tale tema la trasparenza (eccovi la casa di
vetro) è uguale a zero.
Il tutto si concluse nei primi anni '90 con lo sgombero della telegenica
stella e con l'incapsulamento dell'edificio. Incapsulamento che sarebbe
dovuto servire alla bonifica del medesimo, e che - visti gli alti costi che
ne sarebbero derivati senza essere certi di raggiungere il fine - sfociò
nell'abbandono puro e semplice del medesimo. La «stella» è ancora lì, come
ha visto Giordano. Lì, in rond point Schuman; fra le angosce degli
abitanti del quartiere sul cui maggior tasso di mortalità rispetto a quelli
delle zone viciniori non si hanno notizie. D'altronde perché sapere? Tanto
le grandi società immobiliari che hanno riempito il Belgio di amianto,
quando non hanno fatto finta di fallire sono state assorbita da un'altra
entità giuridica. Mentre i politici che lo hanno permesso sono decaduti o
decrepiti. E noi in Italia dobbiamo tacere, dopo le assoluzioni per il
Vajont e per Porto Marghera (e tante altre).
La vicenda Berlaymont è emblematica dei metodi di gestione dei vari
Spinelli, Cheysson, Haferkamp, Malfatti, Tugendhat, Delors, etc..., inviati
a Bruxelles per fondare l'Europa; la quale com'è noto, prima di costoro era
solo un'espressione geografica, mentre oggi, basta che ognuno di voi
trascorra un paio di mesi a contatto di una qualsiasi delle popolazioni
degli altri Stati membri, vivendoci a contatto, specie nei quartieri
popolari, e si accorgerà di quanto esista e di quanto (pizzerie escluse) ci
amino.
Quanto alla politica immobiliare per le proprie sedi, posso integrare quanto
afferma Giordano, sottolineando che il canone esoso pagato per il Barlaymont
non è che la conseguenza dell'assurda «fictio» della provvisorietà di
Bruxelles come sede delle istituzioni comunitarie. È perlomeno dal 1970 che
si sa che da Bruxelles la maggior parte delle direzioni generali non si
sposterà. Per cui si sarebbe dovuto comprare e non prendere in locazione. A
parte il fatto che, anche in caso di trasloco - data la continua fame di
spazio delle pubbliche istituzioni belghe - la rivendita (magari con
plusvalenze) sarebbe stata possibile. La Corte dei Conti criticò all'epoca
tale politica. Poi però, visto che le autorità politiche non obiettavano
(neppure i nostri Commissari, né i rappresentanti nel Coreper), ha capito di
abbaiare alla luna, ed è andata a cuccia. Quanto si sarebbe potuto
risparmiare con Cortenbergh, Guimard, av. de Tervuren, Loi 82, et ...?
La gestione finanziaria nei documenti ufficiali
L'indagine di Giordano, non volendo essere una Relazione contabile, omette i
documenti necessari ad una contestazione «puntuale» del malgoverno delle
istituzioni comunitarie. Non era suo compito, ai fini di una denuncia di
massima. In questa sede, di contro, ritengo utile di accompagnare alcuni
suoi fendenti con alcune critiche espresse dalla già citata Corte dei Conti,
facendole seguire dalle repliche della Commissione. Repliche sulla cui
consistenza lascio giudicare il lettore ed alle quali aggiungerò un breve
commento. In Appendice riportiamo la «Relazione annuale sull'esercizio
finanziario 1997» della Corte dei Conti al titolo: «Le Spese» del capitolo:
«La legittimità e la regolarità delle operazioni pertinenti» (cfr: G.U. C
349 del 17.11.1998, pp. 128-130) e le repliche riportate alle pagine 141-143
della Relazione. Particolarmente indicativa è, in questa Relazione, la
tabella intitolata:
«Incertezza delle informazioni relative agli impegni al 31.12.1997»:
milioni di ecu
Titoli del bilancio Importo indicato come debiti potenziali fuori
bilancio
Importo corretto (stima)
Sottovalutazione dei debiti potenziali fuori bilancio al 31.12.97
Sottovalutazione degli impegni dell'esercizio 1997
Cooperazione con i paesi dell'America latina e dell' (1)
B 7-3
40,1
123,5
83,4
123,5
Cooperazione con i paesi terzi mediterranei ed il Medio Oriente
B 7-4
-
39,8
39,8
39,8
Accordi internzionali di pesca (2)
B 7-8
601,9
612,9
11,0
612,9
Programmi indicativi pluriennali PHARE (3) TACIS
B 7-5
B 7-5
-
2572,2
1085,6
2572,2
1085,6
-
Cooperazione con la ex Iugoslavia (non inclusa in PHARE) (4)
B 7-5
-
203,5
203,5
-
Totale
642,0
4637,5
3995,5
776,2
(1) SEC(1998) 522, volume IV, capitalo IV, Debiti potenziali al 31.12.1997,
voce 2,4, pag. 85.
(2) SEC(1998) 522, volume IV, capitalo IV, Debiti potenziali al 31.12.1997,
voce 2,5, pag. 85.
(3) Programmi firmati dalla Commissione e dai paesi terzi interessati.
(4) Benché gli importi per la ex Iugoslavia non siano stati concordati con i
beneficiari, essi devono comunque essere considerati impegni definitivi,
soprattutto rispetto ad altri donatori internazionali.
Lascio al lettore di giudicare circa la serietà di informazioni che
sottovalutano i debiti potenziali di 3.995,5 milioni di ECU a fronte di un
importo inizialmente previsto di 4.637,5 milioni, con una sotto stima di ben
l'86,16%.
Ancora sull'allegra gestione
Per rendere forse più evidente quanto esposto finora, penso sia utile
riportare qui di seguito la tabella tratta dall'indagine Giordano. Tabella
relativa al costo della nuova sede del parlamento di Strasburgo, che è poi
una seconda sede, la quale, scrive il suddetto: «...è il simbolo
dell'inutilità..», mentre: «...il nuovo Parlamento di Bruxelles, Prima
Sede... (omissis) ... è il simbolo dello sfarzo». Quale simbolo della
considerazione di cui godono i suoi ospiti, vi è il nomignolo che a tale
costruzione l'opinione pubblica francofona ha affibbiato: «Caprice des
Dieux» (capriccio degli dei), con riferimento non solo alla megalomania dei
626 «déi» membri del Parlamento stesso che lo compongono, ma anche
all'olezzo del noto formaggio, ed alla relativa forma. E poiché l'odore è
prossimo a quello del «camembert» (a sua volta simile al gorgonzola) la
metafora è evidente. Si pensa immediatamente al «magna magna» degli appalti
ed ai relativi costi, già alti in sede di progetto e poi lievitati. Costi su
cui nessun Di Pietro ha finora osato indagare. Neppure per poter concludere
sulla inappuntabile onestà di entrambe le parti:
Un pied-à-terre da 230 miliardi
(Costo della sede del Parlamento di Strasburgo)
miliardi di lire
Affitto locali 118,2
Spese trasferimento deputati 61,4
Pulizia e manutenzione 14,8
Sorveglianza 10,7
Trasporto documenti 1,3
Telefono, fax, televisione 1,9
Ristoranti 0,4
Missioni di controllo 1,6
Allestimento locali 4,5
Altro (informatica, spese postali, etc.) 14,6
Totale 230
La sede di Strasburgo resta aperta 60 giorni l'anno.
D'altronde, a provocare la collera dei contribuenti europei (e gli italiani
vi contribuiscono con il 15% circa), basterebbe quella vera e propria
notitia criminis
riportata dal Giordano a pag. 17, riguardante la virago
socialista alsaziana Catherine Trautmann, ex-sindachessa di
Strasburgo. La notitia è data dal fatto che la società vincitrice
dell'appalto (la SERS) di cui Catherine
è presidentessa (nonostante l'incompatibilità con le cariche politiche),
contrariamente a quanto si è soliti fare in Francia per il suolo destinato
all'edilizia pubblica, non ha «osato» chiedere al Comune il suolo in dono,
ma lo ha acquistato pagandolo: «... tre volte il prezzo di mercato...». Come
neppure il discotechino Gianni De Michelis e l'ex sindaco Pillitteri
(imperante Bettino) avrebbero osato fare.
Nel sottocapitolo: «Ci sono già gli enti inutili», il Giordano effettua una
ricognizione a volo d'uccello su «gruppi», «comitati» e «osservatorii» dal
nome oscuro e dall'utilità più che dubbia: Cenele, Etsi, Cucubu. Mentre in
merito al Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper) I e II, vorrei
rassicurarlo. Le due molecole della stessa cellula servono, o almeno
servivano, a formulare un primo parere in merito all'idoneità politica delle
proposte della Commissione da introdurre presso il Consiglio dei Ministri,
che suol riunirsi settimanalmente nel multipiano «Charlemagne» di Rue de la
Loi. Il cosmopolita pupillo e fedele esecutore del signor Fiat, Renato
Ruggiero, vi ha rappresentato l'Italia per molti anni, senza mai prestarsi
naturalmente alle manovre delle lobbies industriali (come d'altronde i
rappresentanti degli altri Stati). Solo la diffidenza del Giordano potrebbe
far pensare altrimenti!
Ma è proprio vero che il Comitato Economico e Sociale (CES) per anni ospite
di un altro bruttissimo edificio in Ravenstein è un ente inutile? Intanto
ospita ben 222 consiglieri, e poi fa lavorare centinaia di impiegati e
dirigenti. Sono forse inutili i suoi consigli solo perché nessuno li cita o
sol perché la stampa non ne parla? Perché pensare tanto male quando si sa
quanto bene abbiano portato ai lavoratori le iniziative sindacali? Quando si
pensa che, per esempio i sindacati belgi hanno il monopolio delle mutualità
e del pagamento delle indennità di disoccupazione e spesso delle assunzioni?
Non bisognava trovare ai membri più meritevoli di simili congreghe di
altruisti, un «formaggio» da rosicchiare? Cosa importa se agli emolumenti,
diarie, spese di viaggio dei prescelti, si dovranno sommare le miliardarie
spese di funzionamento di tutto un «machin» (come diceva De Gaulle
riferendosi all'ONU)? I contribuenti sono favorevoli all'Europa. Qualunque
essa sia. Gli studenti e gli insegnanti plaudono. I politici e i
sindacalisti mangiano. I grossi industriali e soprattutto le banche d'affari
esultano. I mondialisti gongolano. Come dice una famosa pubblicità: Cosa
vuoi di più dalla vita? Un Lucano!
Qualche accenno alla Banca Centrale Europea
Quando nel 1998 il settimanale Panorama riportò l'ironia di un dirigente
della medesima: «Siamo stati tutti ricoperti d'oro, anzi d'euro. A patto che
teniamo la bocca chiusa» non si era che agli inizi. Ora nelle Eurotower
della Kaiserstrasse di Francoforte sul Meno, c'è più opacità di quanta ve ne
sia nella Bank of England, o nel quartier generale della famigerata Central
Intelligence Agency.
Rinunciando quindi il Giordano a sapere ciò che attiene al modus operandi,
ed ai rapporti con B.R.I. (Banca dei Regolamenti Internazionali), Banche
Centrali, banche d'affari ed altri operatori finanziari nazionali e/o
internazionali, si è visto obbligato a ripiegare su comportamenti di minore
impatto per noi tutti utilizzatori dell'euro, ma, significativi di una
mentalità. Così, per esempio, in materia di reclutamento del personale
(detto «risorse umane» da chi considera i lavoratori di qualsiasi livello
nient'altro che «materiale» da cui estrarre una determinata quantità di
energia lavorativa), Mario Giordano riporta le considerazioni di un
aspirante bancario che così si esprime: «Ho risposto mesi fa a un annuncio
sul sito Internet della BCE; dopo appena due settimane ho ricevuto un invito
a partecipare a un colloquio, tutto spesato, a Francoforte. Arrivo a
Francoforte, vado alla BCE e mi accolgono dandomi il programma della
giornata e così inizio il giro di incontri. Ho incontri con sei persone
separatamente. Non parliamo di cose tecniche, bensì della mia attuale
situazione, studi, vita privata, ecc. E questo è veramente tutto. Sono
uscito dalla BCE veramente insoddisfatto: è questo il modo di selezionare la
classe dirigente dell'istituto di vigilanza?».
Da pag. 123 apprendiamo che: «... nel 2000 la commissione d'esame è stata
costretta a dimettersi perché accusata di frodi», che: il concorso generale
per funzionari di grado B del '97 è stato «annullato per corruzione...»,
mentre: il concorso generale per funzionario di grado A del '98 è stato
sospeso dopo che una candidata ha confessato: «Sono arrivata in aula con le
risposte giuste "in tasca"». Continua Giordano: «le prove d'ammissione
all'Ue che si sono chiuse regolarmente, negli ultimi anni, sono state
davvero poche e su di esse grava un dubbio: non è successo nulla o non è
stato scoperto nulla?». Posso rassicurarlo sulla base della mia esperienza
di sindacalista: in molti casi o non si è scoperto nulla o non si è voluto
scoprire nulla. E che dire poi degli assistenti dei Commissari, che entrati
come personale politico al seguito del Commissario si ritrovano dopo pochi
anni inseriti nell'organico col grado A 3 (Capo Divisione) scavalcando
decine di A 4 in attesa di promozione a volte da oltre un decennio? Il caso
Rocca, pupillo di Altiero Spinelli paracadutato con tale grado alla DG IV [e
velocemente promosso A 2 (Direttore)] è solo uno dei cento!
E sapete come è stato scelto nel maggio 2000 il nuovo direttore del CES (il
già menzionato «Comitato Economico e Sociale»). Ci informa il Giordano:
«Semplice: senza gara e senza concorso. E ha vinto il posto l'«eletto»
Ricardo Franco Levi, ex portavoce ed amico personale del presidente della
Commissione Romano Prodi!», che se ne dovette disfare perché la spocchia ed
il caporalismo del Levi lo avevano reso insopportabile a tutti ed in
particolare ai giornalisti.
Et de hoc satis.
Considerazioni sulle euroleggi
Dell'indagine in esame costituisce il capitolo più esilarante, perché verte
su oggetti e prodotti anche di infima importanza. È l'aspetto da sempre
bersaglio facile di critiche e frizzi (dimensioni delle banane, curvatura
dei cetrioli, grandezza dei piselli nel baccello, etc..). Questo perché -
privi del benché minimo senso della misura, con supremo sprezzo del
ridicolo - la Commissione (e l'Europarlamento) - non si sono astenuti
dall'intervenire su dettagli tecnici che dovrebbero semmai essere oggetto
dei Parlamenti nazionali o, a ben pensarci, dei Consigli regionali. Ammesso
che non si vogliano lasciare, come sarebbe logico, alle libere scelte
individuali. Purtroppo il principio di sussidiarietà solo da pochi anni - e
con grande disappunto di Jacques Delors - è penetrato nei neuroni degli
eurocrati, i quali, per la maggior parte appartenenti alle «chiese»
socialradicale e cattocomunista, condividono in pieno la fissazione a suo
tempo manifestata in una intervista da François Mitterand (detto «le
florentin») secondo cui: «l'Europe sera socialiste ou elle ne sera pas». Con
l'intolleranza giacobina, che in Italia, chiameremmo « di marca azionista»,
da bravi lettori di quei campioni di obbiettività che sono: Le Monde, El
Pais, Le Soir, il Guardian, Franfurt Allgemeine Zeitung, Het Volkskrant, La
Repubblica, et similia, anelanti alla costruzione di una Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche Europee, sono più che mai decisi a
legiferare su
tutto perché si realizzi il principio: «Tutto ciò che non è proibito è
obbligatorio, tutto ciò che non è esplicitaemnte obbligatorio, è proibito».
Chi non ne è convinto, vada a rileggersi - scegliendo a caso - alcune
Direttive e/o Regolamenti in quel ginepraio costituito da alcune migliaia di
leggi e ne rimarrà prima stupito e poi esasperato. Non c'è materia che si
salvi. Dal contenuto di cotone e di fibre sintetiche dei pigiama e delle
mutande, alla larghezza delle porte delle saune; dalle dimensioni dei sedili
degli autobus a quelle dei fori per le prese di corrente elettrica; dalla
quantità di acqua erogata dagli sciacquoni dei wc, ai muretti divisori delle
superstrade, etc... potrete raccogliere un florilegio, che affidato alle
cure dei comici Aldo, Giovanni e Giacomo o del duo Greggio-Iachetti ne
riempirebbero il repertorio per molti anni.
Il settore agricolo, che ho solo sfiorato, ma che Giordano prende come
linea-guida, è poi quello che più si presta ad incursioni sarcastiche. Che
dire dei piselli che si possono definire tali solo se il baccello ne
contiene almeno cinque e del diametro non inferiore a 10 millimetri? E le
fragole svedesi che non meritano questa denominazione, visto che si possono
utilizzare solo per preparare marmellate? Bontà loro che non ne venga
proibito l'uso alle donne come maschera di bellezza! Inutile dire che queste
e le mille altre lepidezze oltre a provocare notevoli danni economici ad
imprese, famiglie e singoli cittadini (o sudditi?) comportano l'impiego di
migliaia di travet - sia pure arcipagati - con oneri di bilancio di migliaia
di miliardi di lire. Oneri di cui, ribadisco, l'Italia paga circa il 15%
La Torre di Babele
Essendo ben undici le lingue ufficiali, ciò ha comportato l'assunzione di
migliaia di traduttori ed interpreti (per esempio: dal greco moderno al
finlandese o dal danese al portoghese, etc..) che, non potendo essere
reclutati con facilità, hanno indotto l'AIPN (Autorità avente il potere di
nomina) ad accontentarsi di quello che offriva il mercato. Risultato non
raro: traduzioni esilaranti (ricordate Agenore che traduce in latino:
esercito distrutto per «exercitus lardi»?) ma, ciò che è più grave,
incomprensibili, e quindi fonte di equivoci e di danni economici. Specie
quando concernono i tecnicismi botanici, farmaceutici, elettrotecnici,
fisico-chimici, etc...
Il Giordano è poi sconvolto dalla logorroicità di queste leggi. Quando a
pag. 41, per esempio, dice di avere trovato in un giorno di maggio 2001...:
«le seguenti leggi: legge sulla pesca dello scorfano, legge
sull'importazione di spago dalla Polonia, legge per l'acciaio kazako, legge
per la magnesite calcinata a morte, legge per la magnesite sinterizzata,
legge per la carne bovina dalla Slovacchia, legge per accessori di tubi
taiwanesi, legge per i piselli spezzati della varietà Pisum sativum
destinati alla Sierra Leone e alla Corea del Nord...» posso solo
rispondergli che è stato fortunato.
Perché vi sono giorni in cui sulla Gazzetta Ufficiale UE se ne trovano in
numero maggiore e ben più logorroiche.
Lo colpisce poi la bruttezza, anche cacofonica, della terminologia adoperata
(«..gara parziale effettuata nell'àmbito della gara permanente..») ed il bla
bla sistematico per cui: «..per stabilire la procedura esatta per
l'esportazione delle uova d'anatra sono necessarie 26900 parole..».
Non è forse «geniale» l'invenzione della formula matematica:
(M1 - M2)/(M1? 0)/100
per stabilire il tenore di umidità delle noci secche?
E che dire del Regolamento n. 1749 (su rose e garofani mediterranei) che
entra in vigore l'8 agosto 2000 per cessare di essere in vigore il 22
agosto, cioè due settimane dopo?
Mario Giordano cita il libro-confessione dell'ex funzionario UE Marco De
Andreis («Straeurocrate», Milano, 2000) dove si afferma: «Le norme europee
sono assassini sguinzagliati per uccidere formaggi, pasta, olio, pane, vino,
cioccolato e sostituirli con simulacri...». Lo confermo, ed aggiungo che
quando la repressione delle frodi alimentari era una cosa seria (cioè: 70/80
anni fa), i prodotti che 1'UE vuole siano immessi sul mercato, se non
fossero stati denominati con denominazioni idonee a distinguere i surrogati
dai prodotti genuini, sarebbero stati ritirati dal pubblico commercio e gli
«spacciatori» adeguatamente puniti, quali che fossero gli interessi di
BSN-Danone, Nestlè e compagnia brutta.
De Andreis, ma soprattutto Giordano, si pongono tre quesiti:
1.. Chi manovra questa Europa delle norme?
2.. Dove ha in mente di portarci?
3.. Per quale fine?
Ora, chiunque abbia monitorato attentamente le mosse e le iniziative degli
eurocrati (e ci riferiamo naturalmente ai Commissari ed ai primi tre livelli
A: A 1, A 2 e A 3) conosce almeno una parte delle risposte. Parte che posso
così sintetizzare nell'ordine:
1) Le grandi multinazionali, quasi tutte controllate dalle grandi banche
d'affari internazionali nonché da Fondi Comuni e da Fondi Pensione da quelle
fondati, controllati e/o gestiti, sia direttamente, sia attraverso le banche
minori (retail banks) a tale galassia legate che si propongono di ostacolare
le piccole e libere attività.
2) Al governo mondiale, che verrà considerato come inevitabile ed anzi
auspicabile, con il pretesto di creare un «ordine» che ponga fine alla
globalizzazione «selvaggia» che esse medesime hanno prima promossa e poi
ipertrofizzata.
3) Per creare l'unità del genere umano, ottenuto mediante l'appiattimento e
l'uniformizzazione religiosa (ecumenismo, sincretismo e «religiosità»
massonica e/o gnostica, che poi è più o meno la stessa cosa), filosofica
(neoilluminismo e «diritti dell'uomo»),
giuridica (abolizione dell' habeas corpus ed istituzione dei tribunali
internazionali), militare (forze di Polizia Internazionale ONU e fusione dei
patti regionali NATO, ANZUS, etc..), degli stili di vita (american way of
life, ovviamente a livello Harlem per il terzo mondo), e giù giù, fino ai
gusti alimentari, di abbigliamento, del tempo libero, etc.. in modo da
trasformare gli esseri umani tanto diversi nelle diverse civiltà come pure
all'interno di ciascuna di esse, in «masse». Mandrie e greggi di animali
parlanti.
Questa Europa neosovietica (Forcolandia), che è nata da progetti paranoici
ben più articolati e corposi di quello scientemente ingenuo
dell'euroasiatico Coudenhove-Kalergi, non è che una tappa della corsa verso
l'unificazione del globo terrestre sotto il segno dell'Ourobourus.
Essendo il progetto infame, e quindi inconfessabile ai popoli, esso non
poteva trovare come esecutori ad alto livello che dei dottor Faust in
sedicesimo. Gente non soltanto priva di lealtà verso il proprio Paese e la
propria civiltà, ma altresì priva di quell'onestà intellettuale che è il
segno qualificante dell'intelligenza.
Questa avanzata è avvenuta mediante inganni, ambiguità, finte dimenticanze e
continui colpi di mano (che De Gaulle col «compromesso di Lussemburgo», cioè
con la regola del voto all'unanimità, riuscì a bloccare nel suo decennio).
Si sono cortocircuitati sia gli uomini più probi ed intelligenti delle
classi dirigenti dei paesi membri, sia i rispettivi popoli, sempre tenuti
all'oscuro, salvo che in occasione di alcuni referendum in qualche Stato
nordico - referendum comunque falsati dal bavaglio imposto agli
antieuropeisti tramite il controllo completo dei mezzi di comunicazione di
massa. Tutto questo doveva necessariamente sfociare in quel mare limaccioso
che sono le odierne istituzioni comunitarie.




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